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giovedì, 04 agosto 2005
Varie

L’altra sera (o una di queste altre sere passate), ero seduto in terrazzo e il sole era tramontato da poco dietro al profilo delle case e delle antenne, ma essendoci un fronte di nubi che si stava avvicinando all’orizzonte si era creato una sorta di intercapedine di puro azzurro. Le piante erano diventate nere e lungo una grondaia c’erano dei colombi che tubavano sommessi e chissà perché mai la città in quel momento era perfettamente silenziosa.
E’ stato qualcosa di piuttosto inquietante ma non di pauroso.
 
***
 
Tempo fa Tashtego mi accusò di non avere un metodo e quindi (neanche tanto implicitamente, mi ha dato del presuntuoso)  che non dovrei affrontare analisi di  qualsivoglia lettura. Vorrei tornare brevemente sulla cosa.
Non sono un critico letterario ma un lettore e, come tale, credo di dovere al testo solo quello che ho sempre detto: sguardo acuto, attenzione (che, dice qualcuno, è una forma di preghiera). Stupore.
Il metodo non ce l’hanno più, ormai, che nei campus nordamericani dove ancora si suddividono per tribù: decostruttivisti, neofemministi, africanisti, ecc.
I nostri critici – leggili bene – si sono abbandonati da quel dì al “pesco dove capita”.  Parlano dei fatti loro, insomma, hanno un po’ bloghizzato la loro scrittura.
 
***  
 
Alcuni trovano “violenti” i contenuti dei libri di Flannery O’Connor.
E’ una considerazione molto superficiale.
Sono i suoi libri stessi, il fatto che li ha scritti, che è violento.
Ho provato questa sensazione leggendo il “Il cielo è dei violenti”. Ho capito il suo trucco: lei finge di voler essere letta: in realtà vuole convertirti.
(C’è poi un ammasso di “come”, paragoni, che alla fine diventa quasi intollerabile: tutte piuttosto belle, eh, qualcuna stupenda. Ma …)

Scritto da: gino tasca alle 08:06 | link | commenti (66) |

domenica, 31 luglio 2005
comunicazione di servizio n.2

Allora. Mi hanno ridato, finalmente il computer.

Ma sono io che sono debole come una Sara che abbia fatto un figlio a 150 anni. Per cui non so se riuscirò a scrivere qualcosa. Ho pronta una piccola cosa ma di quelle che so vi danno l'urto di nervi. Perchè uno scrive così e poi colà ... poi dovrei scrivere qualcosa di "Cuore di tenebra" di Conrad avendolo riletto dopo un migliaio d'anni.

E poi di "il cielo è dei violenti di Flannery O'Connor".

E qui c'è un caldo che rovina sensi cuore testa.

Quindi a domani - sperando che venga giù il diluvio senza però otturarmi lo scarico.

Ringrazio tutti per l'affetto. Veramente.

Scritto da: gino tasca alle 19:36 | link | commenti (7) |

martedì, 19 luglio 2005
Comunicazione di servizio

Mi scuso - ho il pc che non si sente bene neanche lui e che un amico sta cercando disperatamente di salvarmi - qualcuno me l'ha impestato di virus e c'era anche una back door che sarebbe uno di quegli aggeggi per cui uno spia quello che fai.

Per cui: domani è giornata di cura e mi sa che scriverò qualcosa solo per il fine settimana sempre che il coso, qui, non si rompa del tutto e mi tocchi comperarne uno di nuovo.

Arrivederci.

Scritto da: gino tasca alle 17:31 | link | commenti (32) |

mercoledì, 13 luglio 2005
DIARIO DI UN MAGGIORDOMO

(Questa è solo una piccolissima parte del mio diario.
Detesto dire che ho cercato di conferirgli una forma letteraria: odio la forma letteraria e la sua pratica ha per me qualcosa di sordido e moralmente inaccettabile.
E, intanto spero che nessuno si stia chiedendo che strano e poco credibile tipo di maggiordomo io sia se scrivo a questo modo. Io sono un maggiordomo piuttosto colto e – cosa che non guasta – anche moderatamente brillante. Per dire: nella casa in cui servo ora e di cui trattano le pagine che seguono, gli unici libri – non falsi – che ci siano in giro, sono i miei.
Diciamo che ho conferito un po’ di ordine a tutta la cosa e ho sistemato certe giunture troppo a vista. No, niente di puerilmente leccato: piuttosto, una prosa secca e piena di cose come nella memorialistica del grand siècle francese).
 
Mi chiamo Andrea Stanziali e so che - secondo i libri gialli – i maggiordomi sanno sempre tutto. Non è vero – spesso non sanno niente mentre, altre volte, poche, capita loro di sapere più del necessario. A volte intuiscono addirittura i motivi per cui i loro padroni fanno alcune cose senza che neanche questi ne sappiano niente. Solo perché hanno uno sguardo più acuto su tutte le faccende di casa.
In realtà, quello che sanno dipende molto da quello che vogliono sapere per davvero e l’episodio che costituisce la coda di questo mio racconto ne è un esempio clamoroso. Avrei potuto, molto semplicemente andarmene via discretamente lungo la passatoia del corridoio che portava alle scale (uno Shirwan quasi completamente spelacchiato: tecnicamente: dérapé). E, invece, me ne sono stato lì a guardare incantato e incapace di muovermi.
 
Per altro, tornando alla mia professione, basterebbe far caso all’etimologia. Noi siamo i major domus, i servi più importanti non del padrone ma della sua casa.
Capisco che sono rari i padroni, qui, nel Nord-est, che si occupino di etimologia come rari, del resto, sono i miei colleghi che ne sappiano qualcosa ma questo non cambia nulla della sostanza e chiunque faccia il mio stesso mestiere con cuore, intelletto ed occhi ben sgombri, sa  - anche se non ha letto nessun vocabolario – che le cose stanno proprio a questo modo.
Io mi sento molto più moralmente legato alle tende, al prato, ai lunghi tavoli di vetro, agli orari della collazione e del pranzo e della cena, di quanto non mi senta legato da un vincolo di assoluta lealtà al mio padrone di turno (che, al momento è questo Sergio Bordon, uno che fa scarpe come potrebbe fare encicliche papali se solo sospettasse che si vendano bene a Lubjana).
Non posso proprio evitare – a tal proposito e anche se molti la considereranno una digressione ignorando quanto la digressione sia l’essenza di molte cose  – un riferimento a quello che è il mio testo base, il mio vero “Libro degli esercizi spirituali”, cui ricorro nei momenti di sconforto, quello che veramente mi ha formato e che non era di certo fra i libri obbligatori alla mia scuola. Nessuno dei miei colleghi ne sapeva niente e temo che anche per i maestri fosse la stessa cosa.
Parlo di “The remains of the days” di Kazuo Ishiguro – un romanzo, dunque. Quelli erano, decisamente altri tempi – siamo negli anni ’30 del secolo scorso - e, forse, una lealtà come quella di Stevens (è il nome del maggiordomo) verso Lord Darlington, poteva anche starci.
Non vedo come, ora, potrei avere lo stesso tipo di rispetto nei confronti di questi neo-arricchiti la cui suola della scarpe puzza ancora di letame nonostante io le pulisca rigorosamente ogni sera. Quando sono in vena di scherzi – cioè quasi sempre o quasi mai – dico che è un odore metafisico contro cui niente può niente.
Quello che mi lascia un po’ perplesso, in Stevens, è che il suo amore per la casa, sia come un riflesso del suo amore per il padrone. E’ una cosa da cani! Come se avesse messo la retromarcia anziché la prima. E’ un amore, quindi, condizionato. Non so se avrebbe amato l’argenteria con la stessa ostinata cura se il padrone fosse stato un altro, ecco. Mentre io amo le cose al di là di chi le possiede.
E ora, credo, mi è del tutto chiaro come stia veramente la faccenda: le cose non sono propriamente di nessuno. Le cose sono fatte per stare tra di loro e noi siamo solo dei fastidiosi e petulanti aggeggi che stanno al loro servizio continuando a credere che sia il contrario. Di sicuro molte di loro durano assai più di noi e persino un umile tazza da tè – se non la si rompe – può servire un paio di generazioni.
Spesso mi capita di pensare come sarebbe un dialogo tra una teiera e il tavolino su cui si posa se – invece che collocarla esattamente al centro di uno dei quadrilateri in cui suddivido mentalmente il piano: di solito quello più vicino all’ospite del mio padrone – la mettessi al centro del tavolo o nell’angolo sbagliato.
Direbbe “che bestia!”, e riderebbe tintinnando?
Stevens, a pag. 152 (scrive in prima persona) dice questa frase che, quando la lessi, mi fece innamorare di lui, del libro, di Ishiguro e che mi decise a chiedere l’iscrizione alla scuola per maggiordomi, a Glasgow, cui accennerò più avanti.
“In verità voi vi renderete conto del fatto che aver servito sua signoria a Darlington Hall durante quegli anni ha significato arrivare tanto vicino al fulcro della ruota del mondo, quale uno come me non si sarebbe mai sognato di fare.”
I corsivi li ho aggiunti io ed ora che ho parecchi anni di esperienza in questo lavoro, posso anche dire che niente in questa frase - che mi ha spinto ad essere quello che sono - è più vero.  Il che, sia chiaro, non mette in dubbio la sua verità per me, di allora. Perché la verità è una cosa che si sposta con il tempo e niente di ciò che era vero ieri potrà conservarsi tale – necessariamente – anche domani.
Avrebbe dovuto scrivere, per esempio, “avere – a Darlington House – servito sua signoria” abbassando la voce su “sua signoria” e ficcandolo alla fine della frase e avrebbe ritrovato per intero ed intatta la gerarchia ed il giusto peso delle cose ma, soprattutto, trovo fastidiosamente improprio quel “tanto vicino al fulcro della ruota del mondo”. Mi infastidisce quel “vicino” così servile. Essere “vicino” a qualcosa non significa niente. Si accontenta di poco: lecca piedi.
O ne era il perno o tanto valeva ignorare quello che stava capitando (tutta una penosa faccenda di alti comis di stato e nobili che volevano evitare alla Germania le umiliazioni del Trattato di Versailles: fottuti pre-nazi, insomma.)
 
Alcuni ragguagli su me stesso come se questo fosse anche un curriculum e qualcuno, poi, mi dovesse assumere.
Mi sono diplomato alla Marcus Rydel’school for gentlemens’gentlemen. Dieci anni fa – ora ne ho quaranta. La mia è stata una vocazione tardiva e prima di seguire quel corso della durata improponibile di sei anni (forse più di un qualsiasi noviziato), avevo dovuto arrangiarmi con molti lavoretti senza nessuna importanza: distributore di giornali gratis, inserviente di Mac’Donald (a Parigi, a Marsiglia e Lione: durante il mio periodo francese), distributore di carne ai macellai ad Amburgo e cameriere – naturalmente – a Brema e Ostenda.
Fu in quel periodo – l’ultimo – che mi accorsi del piacere che provavo a sentirmi pesare sulle spalle – ricoperte da un pesantissimo telo di plastica blu scuro legato sul davanti del collo e sulla pancia – i quarti di bue che scaricavo. Non ne parlai con nessuno: pensavo che mi avrebbero preso per matto e, invece, piano piano, cominciai a tornare, il pomeriggio, in alcune di quelle macellerie e mi facevo spiegare tutti i trucchi del mestiere. Come si disossa una quaglia, come riconoscere un filetto frollato al punto giusto da uno ancora “immaturo”. Il Signor Munster mi fece notare che la carne andava mangiata appena poco prima che cominciasse a guastarsi. Ma sbagliare il momento sarebbe stato fatale.
Ah, pensai, come la frutta.
E’ da lì – e non dalla Marcus – che derivano i mie strafamosi filetti al pepe verde. Ad ogni festa i miei padroni di turno esigevano che io li preparassi e quando venivano serviti e tutti i loro ospiti cominciavano a dare segno della loro contentezza con schiocchi della lingua o mani soffregate l’una contro l’altra e con una faccia paonazza, i miei padroni mi chiamavano a cominciava la solita commedia: loro che mi chiedevano il mio segreto – io che nicchiavo – loro che insistevano – io che facevo di no con la testa e scoprivo all’improvviso che dovevo seguire il flambé delle banane (il dessert, ovvio) – loro che si arrendevano. Potevo dire loro che il segreto stava nel fatto che stavano mangiando carne quasi putrefatta?
Io, per me, mangio solo formaggi e verdura e frutta e molta pasta.
L’altra cosa che avevo scoperto – da cameriere – era il piacere che provavo a mantenere – non so come dire – il perno della mia persona ben piantato in terra ma lasciando che oscillasse lievemente, come una trottola, da una parte o dall’altra. Mi piaceva il collo che mi si irrigidiva come avessi avuto una gorgiera. Mi piaceva dare del lei a tutti, herr qui, herr là. Mi piaceva accettare le loro mance come fossi io a darle loro. Mi piaceva la rigida forma in cui mi trovavo costretto e, dopo - quando avevo capito qualcosa di poesia - capii anche che – avessi mai scritto qualcosa – l’avrei potuto fare solo seguendo qualche canone ben preciso: ma io non ho mai scritto nient’altro che il mio diario che, anzi, interpongo – come una muraglia cinese o uno scudo – fra me e i mongoli, gli Scrittori, quelli che cercano nella scrittura la loro salvezza o, addirittura – boom – di scrivere il mondo. Lascio queste stronzate a chi vuole occuparsene e io continuo ad occuparmi delle cose che faccio quotidianamente che mi danno una grande soddisfazione e che – non fosse la parola ormai diventata una pattumiera – potrei arrivare a dire che amo.
Devo anche sbrigarmela con qualche accenno alla mia figura fisica e alla mia psicologia: scarni, l’uno e l’altra, fino quasi alla patologia e più la seconda della prima. Non ricordo di essermi mai interessato a niente che mi riguardasse per più di un paio di minuti. Superata l’adolescenza in cui avevo scoperto alcune cose sul sesso che mi seccavano per la loro insistenza nel riproporsi sempre uguali, avevo deciso alcune regole precise e senza possibili variazioni, così, ex-cathedra.
Che il sesso non faceva per me: si suda troppo e si perde l’aplomb. Per cui decisi che un coito al mese con qualche signora ben lavata e con il certificato sanitario aggiornato sarebbe stato più che sufficiente.
Che l’amore è una cosa molto impegnativa e, probabilmente, molto falsa.
Che colpisce soprattutto le donne e ne fa strage: non conosco niente più dell’amore che le umilii.
Che l’amore – nel maschio – è qualcosa di più semplice e chimicamente stupido.
Per tutto il resto mi regolo secondo una mia personale entropia che consiste nello svolgere la più grande quantità di lavoro con il minor dispendio possibile di energia. E se mi si presenta qualche pensiero fastidioso (oggi devo vedere mia madre – devo rinnovare il bollo della macchina – devo ricordarmi di Giorgio e Alberta che hanno consumato, oggi, venticinque anni del loro matrimonio), lo scaccio via come una mosca attratta dal mio sudore e mi butto a capo fitto nelle cose da fare. Stirare le camicie del padrone, per esempio, e, intanto, ascoltare la filodiffusione, è una cosa che mi rilassa moltissimo.
 
Prima di raccontare il fatto devo ammettere di essere stato un po’ reticente sul tipo di sessualità che mi compete ma ora ho deciso (intanto ho finito di servire la cena agli indigeni) di essere più sincero non fosse altro perché, poi, sarebbe difficile capire il mio comportamento.
Mi piace guardare chi fa sesso. Proust ci ha messo più o meno tre quattro volumi della sua opera per dirci che gli piaceva spiare Jupien o Charlus. Oggi si può essere più diretti e decisamente meno interessanti. Chiunque, infatti, potrebbe rispondermi: e a chi frega niente? A nessuno, credevo fosse assodato. Niente di quanto sto scrivendo può interessare realmente qualcuno che non abbia il mio stesso DNA per cui scrivere è solo un velo dietro cui qualcuno dovrebbe stare a vedere come, oplà, l’acrobata sia sempre sul punto di cadere ma poi non lo faccia, anzi, ti sorrida e sembri suggerirti l’idea che lui voleva divertirti ma che neanche per un istante avrebbe abbandonato la corda con cui poi ti avrebbe impiccato al senso della sua aristocrazia.
Sì, sì, sì – fuffa, paglia del demonio:quello che conta è stirare alla perfezione.
 
Era, dunque, un tardo pomeriggio di giugno e la temperatura aveva cominciato ad imbizzarrirsi verso l’alto - il termometro delle stalle aveva già segnato trentacinque gradi, ma non oggi, ieri. C’era stato – nella nottata – un piccolo temporale, uno di quei temporalicchi che si presentano con le insegne dell’esercito imperiale e poi risultano figure di cartone e scorreggine. Brooooom broooom strabroooooooooom e poi due minuti di pioggia secca, arida, petulante. Comunque, anche solo così, la temperatura era discesa tra i trenta e i trentun gradi nel momento in cui io, appunto, rientrai in casa dopo aver raccolto le foglie che quello stupido temporale scenografico aveva sbattuto dai peri e dai ciliegi del giardino. In casa non ci sarebbe dovuto essere nessuno: il patron (“patron” cossa? –mi diceva ogni volta che lo chiamavo così – “patron” ‘sto par de coioni, mona: mi so el paron e ti te ghe da esser un poco cu(l)aton co’ ‘sto francese che te fichi da par tutto) era nella sua fabbrica e sua moglie (non l’ho ancora descritta? Male) – la signora Vera – era andata a fare shopping a Mestre ignorando che le boutiques più importanti erano quasi tutte nei paraggi di San Samuele. Diceva che Venezia puzzava.
I figli – il padroncino Berty e la padroncina Susy(ovviamente “Roberto” e “Susanna”) – dovevano essere a casa dei Sanmontana dove Gabry e Tony avevano una piscina grande quanto quattro campi da tennis messi assieme fatta a forma di … beh, non so se lo avessero fatto apposta: probabilmente volevano dare l’idea di una colonna ionica ma, arrovesciata, sembrava proprio un cazzo con le sue palle.
Avevo chiesto cosa dovevo preparare per cena ma il padrone avrebbe mangiato fuori, la signora Vera era sempre a dieta e sarebbe andata con la sua amica Giovanna a provare un nuovo ristorante macrobiotico.
Berty e Susy avrebbero cenato a casa dei Sanmontana.
Quindi non dovevo preparare che la mia cena: del camembert, della rucola mista con del crescione, un sorbetto al limone e basta.
Scaricai la cariola, zeppa di tre enormi sacchi per la spazzatura condominiali, nel grande raccoglitore appena fuori il cancello della villa e mi avviai di nuovo verso casa pensando con grande soddisfazione che mi sarei fatto una doccia quasi fredda e poi sarei sceso in cucina a prepararmi quell’ottima cena e mi sarei seduto in salotto di fronte al megaschermo piatto del nuovo home-theatre e mi sarei guardato per l’ennesima volta “Seguendo la flotta” di Fred Astaire o sarei salito di sopra, nell’appartamento del signorino Berty e gli avrei preso in prestito qualche film porno – ne aveva così tanti che non se ne sarebbe certamente accorto.
E così  - con calma, senza fretta – misi in pratica il mio programma. Qualcuno, però, aveva aperto il sacchetto sigillato del crescione, per cui non risultava più così croccante come l’avrei voluto e di questa gravissima infrazione del nostro codice interno non avrei potuto ringraziare nessuno anche se sapevo perfettamente che doveva trattarsi di quella stronza della Signora Vera che essendo perennemente affamata, si era buttata sulla prima cosa che le era capitata fra le mani, aprendo il frigo, ignorando di essere finita nel mio settore. Ma a cosa le serviva stare a dieta se poi avrebbe mangiato anche il pastone dei maiali o la pappa del loro mastino napoletano e se non calava neanche di un etto, anzi, continuava – anche se con una progressione lentissima – ad ingrassare?
Cercai, quindi, di non farne un dramma e mi sedetti comodo sul mio sgabello preferito, in cucina e consumai la mia ottima cena senza fare troppo caso alla differenza di croccanteria (mi sa che è una parola che ho appena inventata e sembra più roba per gatti) fra la rucola e il crescione. E, gustandomi il delizioso sorbetto che mi ero preparato, decisi che avrei guardato un porno del Signorino Berty e, quindi, dopo aver ripiegato il mio tovagliolo per bene e il sottopiatto che gli faceva da pendant e lavato l’unico piatto di cui mi ero servito e l’insalatiera e il bicchiere e aver passato lo straccio sul ripiano del lavello (anche se ero riuscito a lasciarlo quasi intatto) e dopo essermi sistemato il panciotto sullo stomaco (non comincia, per caso, ad essere troppo prominente? pensai) ripassandolo più volte con le mani, mi avviai su per le scale, verso l’appartamento del Signorino Berty che era al terzo piano:  praticamente un enorme loft al posto della vecchia soffitta.
E fu quando arrivai al pianerottolo del secondo piano che mi fermai di botto sentendo, chiaramente, provenire da lì dei mugolii inequivocabili in quanto a senso: qualcuno stava scopando. Ma chi?
Ecco il turn point. Avrei dovuto togliermi i mocassini perché il tratto di scale che portava dal primo al secondo piano non aveva passatoia che servisse da “silenziatore”, e – come ero venuto – scendermene giù, da basso, e rientrare nel mio piccolo appartamento che stava nell’ala est della casa, dove una volta c’era la tinaia e guardarmi la cassetta di Astaire, a basso volume per non farmi sentire (anche se era quasi impossibile: era una vecchia fattoria dai muri e dai pavimenti molto spessi e chi abitava al terzo piano era come se stesse per i fatti suoi).
E così feci ma intanto quella cosa che non so come chiamare: coscienza, cuore, intelligenza, inconscio, volontà, amore, desolazione, storia, coazione a ripetere, aveva già girato la mia testa dall’altra parte per cui io camminavo come gli indovini nel Purgatorio di Dante con la testa arrovesciata cui faceva da petto la schiena e il deretano.
Non stavo certo per entrare nel giro dorato delle cose ma sentivo che stavo per accostarmici (cioè? Mi stavo accontentando come quel servo-cane di Stevens? Io, un maggiordomo? …). E arrivato al pianerottolo del primo piano, feci dietrofront e risalii le scale che avevo appena disceso. E completai l’opera arrivando al pianerottolo del terzo dove c’era una sorta di grande scavo nel muro e una finestra che dava sul retro della casa, sugli orti e sui giardini e, lì, decisi di concedermi una sorta di tregua: no, non sarei più tornato indietro, il giro di vite era stato dato e ora avrei fatto il conto con i miei fantasmi.
Intanto i mugolii  continuavano: i soliti, eh: nel fare sesso ognuno crede di essere un inventore mentre le mosse e le varianti sono più o meno sempre quelle così come l’accompagnamento sonoro: mica dovrò farvene degli esempi, spero? Sarebbe oltre che comico, quasi impossibile. L’erotismo è pressoché indescrivibile (mai quanto la morte anche se conosco molti che li descrivono, sia l’uno che l’altro – ma io sono un diarista mica uno scrittore). Capisco che date le arie che mi sono dato all’inizio citando come miei maestri i grandi cronachisti del fulgido grand siècle francese, dovrei, dovrei proprio essere un tantino più preciso. Attendete un po’ e qualcosa della “visione” che ebbi vi sarà pur descritta ma non pretendete troppi cazzi o fiche o succhi.
Alla fine di questa pausa che mi concessi, mi incamminai lungo il corridoio che portava al grande slargo del loft e che – senza raggiungere il soffitto – separava la stanza da letto del Signorino Berty da tutto il resto. La porta della stanza era aperta (io camminavo rasente al muro). Ma non potevo certo spiarli da lì. E prendere la scala che stava nello sgabuzzino al secondo piano mi avrebbe di certo fatto fare del rumore e in quella stanza qualche precedente voyeur mica poteva aver aperto un pertugio da cui osservare cosa vi capitava dentro: non era una casa di appuntamenti approntata all’uso come quella descritta da Proust nel suo romanzone che a volte pare scritto più per confessare queste cose che per altro (gelsomini, madéleines, campanili).
E, invece, con mia gran sorpresa, notai che, dalla parete appena al di là della porta, correva da un certo punto ad altezza d’uomo fino al pavimento, un tubo di luce e di pulviscolo. Quindi il pertugio c’era? Fatto da chi e perché? Decisi che mi sarei occupato di questi problemi poi, nella mia stanza. Ora dovevo attraversare lo specchio della porta senza farmi vedere da loro due e per farlo dovevo buttarmi alla cieca sperando che “chi scopava chi”, in quel momento, mi desse le spalle. Se fosse stata lei (o un lui?) a imperniarsi sul cazzo del Signorino Berty, guardando verso fuori, neanche lo scudo magico del nibelunghi mi avrebbe salvato.
Mi buttai e fui fortunato: stavano (lui/lei era una lei) nella più corretta delle posizioni: quella del missionario e, quindi, non mi poterono vedere. Io applicai subito l’occhio al foro e mi godetti un po’ di colpi ben assestati dal Signorino Berty a questa “lei” di cui non avevo ancora visto la faccia e, mi si rizzò subito il coso. Fu allora che lui le si levò di dosso e si mise a pancia in su (in attesa, suppongo, che lei lo stimolasse con qualche pompineria) e così potei vedere la faccia  di “lei”, tenuta su da due cuscini.
Era la Signorina Susy, sua sorella.
E io fui in trappola. Anche lo avessi voluto, ora, non mi sarebbe stato più possibile staccarmi da quella visione. Io ne ero diventato parte ed era come se io fossi lì con loro, al centro sì, della cosa, ma questa cosa era la loro corruzione. Oh oh oh! Niente di sublime, niente Agate e Ulrich che rifondano il mondo tramite un incesto fratello sorella. Niente di tutto questo: piuttosto una sovrana e volgare (si potrà essere “sovrani” e”volgari” allo stesso tempo, mi chiedo, ora …?) indifferenza. Avevano cominciato da piccoli – magari con i figli dei fattori anche se la loro mammina aveva proibito loro di averci niente a che fare. Ma – lo si sa – una e più fattorie e campi e orti, concedono tanti di quei rifugi dove la promiscuità sessuale può sfoggiare la sua polimorfia originaria senza che nessuno possa farci niente che quel divieto fu subito lettera morta e i due Signorini poterono – innocentemente? – mettere in pratica molte cosine che i loro amichetti avevano visto fare dalle bestie nelle stalle. Ma di loro aggiunsero un bel po’ – dove mai avevano letto di pompini, per esempio e perché mai il Signorino Berty, a volte, pretendeva che i suoi amici entrassero nel suo piccolo e sempre un po’ sporco pertugio?
E io come so tutto questo? Non lo so: lo immagino perché – più o meno – è quello che è capitato a tutti: va bene … anche a me.
E perché li vidi fare proprio tutte quelle cose che uno si immagina di dover fare a letto mettendo in pratica una sorta di protocollo del sesso ed ora non aggiungerò più una parola su quello che vidi. Su quello in cui ero visto.
So solo che quello non era un “incesto” ma solo della pornografia.
L’incesto  - vedi vocabolario etimologico – viene da incestum, latino, “ciò che non è puro” e quei due stavano svolgendo una pratica stranamente volgare nella sua purezza. Non intendevano sformare il mondo facendogli perdere la sua purezza per poi rifarne uno nuovo. Stavano solo scopando e questo non ha niente di così impuro.
Ero solo io che avevo perso la mia “purezza” e non certo perché assistevo (essendovi parte) ai loro giochini (ad un certo punto mi è sembrato che la Signorina Susy mi sorridesse), ma perché, anziché trovarmi nel centro dorato ed immobile e pur sempre in moto delle cose, mi ero trovato nella sua periferia pornografica e sociologica.
Servo di questi servi del demonio. D’un demonio spiccio, meschino,  cialtrone, miope che credendosi al centro delle cose – anche lui (per altro lusingato da quel furbastro di Cristo che lo proclama Signore di questo Mondo e non è vero: a volte paiono patteggiarselo, il mondo …) – anche lui dicevo, non ne stava che molto lontano in uno spazio intermedio tra un serial killer e una casalinga.
A cosa stavo assistendo in questo sordido Nord-Est italiano? A cosa mai? A due squinzi, fratello e sorella, che essendosi annoiati dai Sanmontana e non avendo trovato nessuno con cui fare del sesso, lo facevano tra di loro?
Rifaccio: oh oh oh – ed io che sono sempre stato in attesa di una qualche epifania. Idiota, stra-idiota e vile.
Sul Monte Athos, forse, nel deserto, al Polo Sud, forse.
No – tu sconcio scrittore che ti camuffi da diarista, umile come Uriah Heep, molto umile e come lui altero e stronzo – pretendevi che l’epifania ti si manifestasse tra un collocamento di azioni o un dialogo su Gucci e Prada (che non sono neanche tanto più in), qui in questa terra piatta, afosa, che parla un dialetto osceno, in cui una fabbrichetta, un capannoncino non si negano a nessuno, una casa da geometra, tra vecchi volgari che non sanno morire e darebbero fuoco a tutti i mussulmani (ora vanno di moda loro: prima erano solo marocchini: dall’etnico al religioso), girando per negozi trendy con un minimalismo d’accatto e merce tutta uguale e che poi chiudono e si chiedono perché mai tocchi a loro e non al loro vicino: toccherà anche al loro vicino. Si calmino.
Che il fuoco divori tutta questa bruttura di cui anch’io, ora, faccio parte.
 
Non so cosa farò per recuperare la mia “aristocrazia” – non lo so proprio.
Alcuni giorni dopo lo stronzo Signorino Berty venne da me, nel mio piccolo appartamento e mi offrì un bel po’ di soldi perché non dicessi niente ai suoi. Lo guardai sorridendo e, presa la busta, la buttai nel cestino che era rigorosamente vuoto (lo svuotavo ogni ora) e le diedi fuoco. Il piccolo stronzo si gettò con un urlo sul cestino e prima che riuscissi a strapparglielo via, si scottò le dita inutilmente.
“Si calmi signorino (chiaro che ora dicevo signorino come se dicessi, ehi, tu, piccolo pezzo di cacca). Non dirò niente comunque. E’ il mio regalo d’addio. Domani me ne vado anche se non sono affatto sicuro, con ciò, di liberarmi di voi.”
E, così detto, gli feci capire che se ne poteva andare o, più, elegantemente, che poteva togliersi dalle palle, rimettendomi a leggere un libro che avevo scoperto di recente: “La nube oscura della conoscenza”.
Chissà che non trovassi traccia della strada che avevo perso.
 
     
 
  
 
 
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 08:09 | link | commenti (25) |

sabato, 09 luglio 2005

Letto oggi su "Alias". C'erano un bel po' di interviste a dei signori (doppiatori, produttori) che si occuparono di "Gola profonda", quel film con Linda Lovelace che io, onestamente, non ricordo se ho mai visto.Ma non è questo l'importante. Parlando di un altro film - Miss Jones - questo Renato Polselli che faceva il doppiatore, ritenne di dover inserire il Bolero di Ravel a rappresentare lo scatenamento desiderante di questa signora che aveva pattuito con il diavolo di avere 24 ore di assoluta libertà prima di morire.

Dice "Pensi che una delle attrici che doppiò il personaggio mi disse: hai utilizzato una musica che già di per sé fa scopare".

Questa è sul serio pornografia.

Scritto da: gino tasca alle 19:18 | link | commenti (53) |

venerdì, 08 luglio 2005
interlocutorio.

Oggi mi tirano fuori dell'acqua dalla pancia. Non me n'ero mica accorto che era così gonfia perché non mi guardo più allo specchio. Sapevo solo che non riuscivo più a stare seduto al pc, che mi obbliga a piegarmi sullo stomaco ed è per questo oltre che per una dannata astenia/melanconia che mi ha preso che non scrivevo più niente a mala pena riuscendo a leggere David Copperfield (che non avevo mai letto per intero - sembra quasi un documento antropologico: chi è che si innamora più come David di Dora?). Insomma, per sbaglio butto l'occhio sulla grande parete specchio dell'entrata e mi vedo questa botticella sotto la maglia: sembravo incinto.

Tutto questo - naturalmente - non può interessare a nessuno ma era solo per dirvi come non sia ancora riuscito a scrivere della "bruttezza" che mi pare invadere tutto.  

Dovrei anche (dovrei?) anche rendere conto dello stupore che mi ha preso quando ruminando che dio "esiste", sono andato a consultare il mio più fido amico: il vocabolario ed ho scoperto che ex-sistere, vuol dire starsene fuori da. E, quindi, dio, esistendo, se ne sta fuori da cosa? Dalla sua stessa eternità? Noi saremmo, dunque, la sua estasi? O può anche voler dire che affermare l'esistenza di dio, significa negarne l'eternità: se esiste, non è?

Così, via ruminando.

 

Scritto da: gino tasca alle 08:24 | link | commenti (13) |

domenica, 03 luglio 2005
disintossicazione

Un piccolo regalo domenicale (tanto non riesco a fare niente'altro di meglio: chiuso in casa da almeno una settimana): una grandemetafora. No ce ne sono poi mica così tante in giro e molte stanno in Proust che -una volta tanto - si comporta un petit peu da cafonciello e dice:ecco, la vedi?, questa è proprio una grande metafora e ti spiego anche perché lo sia (scherzo: Proust è questo: romanzo + saggio) ma ciò non toglie che sia bello trovarne alcune che se ne stanno da sole sotto il sole delle Galapagos, vecchie tartarughe quasi rinsecchite.

Sta in Dickens (David Copperfield).

David parla con il Signor Dick (quello strambo personaggio che convive con sua zia Betty) e questo gli spiega che non riesce a finire il suo Memoriale perché proprio non gli riesce di raccontare di come un po' della confusione che c'era nella testa di Carlo I (cui la decapitarono) sia passata nella sua. Fino a che non riuscirà a non alludere a questo fatto, il Memoriale non sarà finito. E che fine fanno i fogli rifiutati di questo suo Memoriale?

"Stavo andandomone quando egli richiamò la mia attenzione sul cervo volante. "Che cosa ne pensi di un cervo volante come quello?" disse. Risposi che era bellissimo. Credo che fosse alto almeno sette piedi. "L'ho costruito io. E andremo a farlo volare, io e te - disse il Signor Dick - Vedi com'è fatto?" Mi mostrò ch'era tutto fatto di carta coperta di una scrittura finisssima e minutissima, ma pur così chiara che, solo  gettando un'occhiata tra le righe, mi parve di scorgere anche lì, in uno o due punti, qualche allusione alla testa del Re Carlo I. "La corda è lunghissima - disse il Signor Dick - e quando l'aquilone vola alto, porta le mie idee molto lontano. E' il mio modo di diffonderle. Non so poi dove vadano a cadere. (Mi scuso: la parabola della semente nel Vangelo)Ciò dipende dalle circostanze e dal vento e così via. Ma mi affido alla fortuna.."

Scritto da: gino tasca alle 09:25 | link | commenti (13) |

giovedì, 30 giugno 2005

Ho avuto la sfortuna di conoscere l’amica di un mio amico affetta da una nevrosi ossessiva devastante. Credo di doverla descrivere – prima di tutto – fisicamente. Una donnona alta quanto me (1,80) ma ha quattro anni di meno. Gambe non male che lei mette in evidenza con gonne molto corte. Capelli senza forma: né corti né lunghi che incorniciano un faccione tondo tondo, quasi gonfio. Ma quello che conta è lo sguardo che hanno questi suoi due occhi celeste chiaro (il top, si direbbe, vero? Tipico errore maschile e anche femminile: scambiare il disegno per lo splendore). Ho anche visto una sua foto da giovane: faccia molto più affilata, certo, ma lo sguardo era quello. Sempre quello. Forse leggermente – solo leggermente – meno sospettoso.
Ma ora questa donna  - che chiamerò Lucia -  si è ridotta a questo suo sguardo che di lei dice tutto.
Sapete una di quelle che se ti incontra per caso deve dirti che hai gli occhi gonfi, le labbra secche, i capelli fuori posto, una macchia sulla camicia, il peccato originale vicino all’orecchio destro.
Come definirlo? Torvo, acuminato (non acuto), crudele – sospettoso che mai qualcosa al mondo - vedi ma! - vada bene.
Avida di malattie, se le dici che la febbre ti sta passando lei ti fa, “ma va!”.
Va dall’analista ma – come tutti i nevrotici ossessivi – pare dire  - ogni volta che si stende: dai, dai, stronzone (la cacca ha sempre molta importanza in loro), fammi vedere cosa sai fare.
Vanno in analisi trent’anni e non cambia niente. L’episodio chiave è lì ma privo di energia come una camicia sporca. Maledetti ossessivi, sanno nascondere bene il tesoro del loro odio.
Lucia, infatti, è sempre lei la vittima.
Tu le dici “chiamami stasera per dirmi cosa vuoi fare” ma lei non chiama e la mattina dopo ti chiama e ti dice “ma perché non mi ha chiamato?”.
La vita  - per lei – è una vita in nero e nero.
Se viene a vedere degli abiti con te, se ne sta in un angolo ed è chiaro che aspetta solo il momento di andarsene via.
Se hai comperato una stupenda statuina cinesi e gliela fai vedere … Beh se lo fai, sei proprio idiota: con lei non si fa niente di questo genere.
Ma ormai l’hai fatto e il suo sguardo ha trafitto te e il tuo oggetto e la tua gioia al centro di un gran quadro fatto di merda.
Distrugge tutto ciò che le capita da vicino: facendo finta di non accorgersene (tanto, mal che vada, si può sempre dare la colpa all’inconscio).
Ah! Scordavo: l’ho vista al bar con suo fratello: hanno lo stesso sguardo.
Parla solo di sé e dei suoi sintomi ed è curiosissima – ma se le parli di te, dopo cinque minuti cambia discorso.
Non è un personaggio di fantasia, la conosco, meglio, la conoscevo fino a qualche tempo fa.
Un consiglio: se avete addosso un nevrotico ossessivo, tagliate il cordone ombelicale come delle furie altrimenti vi ci impiccherà con le vostre stesse mani.
Loro, i Re dell’Odio, l’odio non sanno neanche cosa sia. Poverini.
 
  

Scritto da: gino tasca alle 14:29 | link | commenti (13) |

lunedì, 27 giugno 2005
analisi di testi - orrore!

(in mancanza d'altro vi mando due esempi di analisi del testo a cui mi piacerebbe dedicarmi con molta più assiduità con cui lo faccio - uno, quello su Catherine l'avevo già messo in forum, l'altro, no, me l'ero scritto per me e tende al commento  minuzioso, quasi pagina per pagina: tenete presente che James ((ma chi legge James oggi? Qualcuno di voi lo legge? Con quelle frasi lunghe lunghe in cui spesso - arrivato alla fine - non ricordo più l'inizio? Vuoi mettere : lui disse, lei disse- aprì la porta - le dette uno schiaffone ...?!) che James, dicevo, ci mette quaranta e più pagine a dire qual'è il sospetto: che lo stiano comprando al parco buoi nobili.) 
La scena.
E’ Catherine Earnshow che discute con Nelly – sua vecchia quasi-tata – della possibilità che lei sposi Edgar Linton. L’altra possibilità – che lei stessa esclude – sarebbe quella di sposare Heathcliff. (Il “maledetto uomo” che ha ridotto Heathcliff al peggior grado di bassezza, è il fratello di Catherine.)
Ah, ovvio, siamo sulle cime tempestose.
 
 
“ …E se quel maledetto uomo non avesse ridotto Heathcliff a questo grado di bassezza, io non penserei a nessun altro. MA PER ME SAREBBE UN’AUTENTICA DEGRADAZIONE, SPOSARE HEATHCLIFF ADESSO; così non potrà mai sapere quanto io l’ami; e non certo perché è bello, Nelly, ma perché lui è me, più si quanto non lo sia io stessa. Di qualunque sostanza siano fatte le nostre anime, la mia e la sua sono identiche; mentre quella di Linton mi è lontana, come un raggio di luna lo è dal fulmine, o il gelo dal fuoco.”
Prima che avesse terminati di parlare , io avevo avvertito la presenza di Heathcliff; poiché mi era parso di percepire un lieve rumore, mi volsi e lo vidi mentre si alzava dalla panca, e sgusciava fuori senza farsi sentire. Era stato ad ascoltare ogni cosa, fino al momento in cui Cathy aveva detto che sposarlo sarebbe stato per lei un degradarsi, e non aveva voluto sentire altro.”
 
Quando ho letto questo brano sono rimasto piuttosto sorpreso per una serie di ragioni che proverò a dire anche se di fronte alla cosa che colgo sento tutta la ruggine che si è depositata sui miei arnesi da lavoro.
 
Il problema – detto molto brutalmente – è questo: nella lunga frase di Catherine non c’è nessuno spazio, nessun respiro, nessuna pausa. Quindi l’ha detta tutta d’un fiato, senza fermarsi. Ma c’è un punto oltre il quale Heathcliff non DEVE averla sentita altrimenti non se ne sarebbe andato via indignato. Non può avere sentito nulla di ciò che Catherine dice dopo “ … un’autentica degradazione, sposare Heathcliff adesso.
Ma dove sta lo spazio, l’intervallo che dia il tempo a H. di scappare via?
Nelly (o Emily: curioso: quasi consuonano) avrebbe dovuto raccontare qualcosa del tipo, che so? …
 
“sposare Heathcliff, adesso.
A quel punto Cathy si fermò come sopra pensiero – come se quella non fosse tutta la verità e dovesse dirmi qualcosaltro di assolutamente importante ma fu a quel punto che io sentii un fruscio dietro di noi, sulla panca e mi resi conto che Heathcliff – che era sempre stato lì e che aveva sentito tutto – aveva deciso di avere sentito fin troppo e se ne era andato. Non dissi nulla a Catherine che continuò dicendomi…”
 
No?
Così avrebbe un senso. E invece, nella grafica (un giorno, forse, riuscirò a dimostrare che ogni questione tecnica è una questione etica) non c’è nulla che segni una pausa per consentire a H. di fuggire via prima che C. dica quella superba frase sul fatto che lui è lei ancor più di quanto lei stessa lo sia.
 
Ci si potrebbe fermare qui e accontentarsi si segnalare una curiosa svista tecnica della Bronte. Un inciampo, una gaffe.
Ma da che Freud ha squinternato i suoi tre libri fondanti (sul sogno, sul witz, sui lapsus e gli atti mancati), solo una fottuta pigrizia potrebbe farci accontentare di una  spiegazione così banale.
 
La Bronte si dimentica di fare uscire H. (letteralmente: non gliene dà il tempo) perché H. deve sentire quello che C. dice dopo e deve lasciarla proprio per quello.
Perché lui essendo  lei, solo lasciandola potrò sul serio sposarla.
Tramite interposti figli (e questa è la commedia edipica incestuosa che è l’altro grande sotto-testo delle Cime ma di cui non ho né spazio né saperi per trattare approfonditamente qui).
Che questa sia l’unica vera spiegazione lo dice anche una piccola domanda etica.
Come può la Grande Macchina Pulsionale che porta il nome di Catherine e che sa così bene cosa sia in gioco tra lei e Heathcliff, pensare di non poterlo sposare perché ne sarebbe degradata? Lei sa benissimo che, PROPRIO PER QUELLO, dovrebbe sposarlo. Quindi Catherine sta parlando a Nelly come se Nelly fosse una banale analista.  Colui a cui si rivolge (sa, sa benissimo che H. è lì con loro) è proprio Heathcliff.
Inseparabili nella separazione.
******
 
Leggendo “La coppa d’oro” di Henry James – notazioni para-tecniche.
 
Solo a pag. 42 rivela il motivo dell’inquietudine del principe.
Si sarebbe ricordato, solo ora, di dovere una visita alla signora Assingham.
Tutto qui. Ma prima lo descriveva come se fosse immerso in una sorta di nube mistica.
 
Pag. 45 – “per dirla in parole brusche”  - ecco, sembra che si tratti sempre di una sottile arte della dissimulazione o della cortesia. Come se dietro questo suo scrivere così raffinato, così rotondo, ci sia pronta al balzo e allo sbranamento una tigre volgare.
Vedi pag. 43 dove – grazie a due denegazioni dietro fila! – introduce il sospetto che la signora Assingham possa venire ricompensata per le sue arti di sensale di matrimoni. Dice “Tuttavia egli era lontano, poteva ancora ricordarlo a se stesso, dal supporre che le fosse stata data una grossolana ricompensa”. Chiaro che – anche senza il Freud della denegazione – invece, l’ha pensato e come.
 
Pag. 44 – attribuisce al Principe il ricordo del Gordon Pym di Edgar Allan Poe che – dice – “andando alla deriva in una piccola barca e spingendosi verso il Polo Nord (o era il Polo Sud?) …
Credo usi, qui, quella che io chiamo la terza persona contaminata.
Quella per cui il brusio dei pensieri del personaggio passa direttamente nella scrittura del “neutro”. A chiedersi se si trattasse del Polo Nord o Sud, infatti, non può essere che il Principe: non certo Henry James che, avendo avuto questo dubbio (e perché comunicarcelo, poi?), sarebbe bastato che andasse nella sua biblioteca  a verificarlo.
 
Pag. 45 – c’è un lungo brano composto di un elaborato paragone tra il Principe e una moneta antica di cui nessuno saprà il valore perché non verrà mai scambiata con nulla e quindi non sarà misurabile.
Che cosa poteva voler dire questo se non che, in pratica, non doveva essere mai né giudicato né messo alla prova? Che cosa poteva voler dire se non che, poiché non lo “cambiavano”, non avrebbero saputo – e non l’avrebbe saputo nemmeno lui – quante sterline, scellini e pence poteva in effetti fornire?”
E la seconda volta che il Principe allude ad una sorta di mercimonio. Lo si sarebbe, quindi, né più né meno che comprato.
Ma portandolo dal piano del valore di scambio a quello di uso.
Anzi, quasi, al valore di non-uso.
Il metro che nessuno ha mai misurato – cosicché nessuno si è ancora mai accorto che non misura affatto un metro per davvero.
 
 
 
 
 
 
 
Leggendo “La coppa d’oro” di Henry James – notazioni para-tecniche.
 
Solo a pag. 42 rivela il motivo dell’inquietudine del principe.
Si sarebbe ricordato, solo ora, di dovere una visita alla signora Assingham.
Tutto qui. Ma prima lo descriveva come se fosse immerso in una sorta di nube mistica.
 
Pag. 45 – “per dirla in parole brusche”  - ecco, sembra che si tratti sempre di una sottile arte della dissimulazione o della cortesia. Come se dietro questo suo scrivere così raffinato, così rotondo, ci sia pronta al balzo e allo sbranamento una tigre volgare.
Vedi pag. 43 dove – grazie a due denegazioni dietro fila! – introduce il sospetto che la signora Assingham possa venire ricompensata per le sue arti di sensale di matrimoni. Dice “Tuttavia egli era lontano, poteva ancora ricordarlo a se stesso, dal supporre che le fosse stata data una grossolana ricompensa”. Chiaro che – anche senza il Freud della denegazione – invece, l’ha pensato e come.
 
Pag. 44 – attribuisce al Principe il ricordo del Gordon Pym di Edgar Allan Poe che – dice – “andando alla deriva in una piccola barca e spingendosi verso il Polo Nord (o era il Polo Sud?) …
Credo usi, qui, quella che io chiamo la terza persona contaminata.
Quella per cui il brusio dei pensieri del personaggio passa direttamente nella scrittura del “neutro”. A chiedersi se si trattasse del Polo Nord o Sud, infatti, non può essere che il Principe: non certo Henry James che, avendo avuto questo dubbio (e perché comunicarcelo, poi?), sarebbe bastato che andasse nella sua biblioteca  a verificarlo.
 
Pag. 45 – c’è un lungo brano composto di un elaborato paragone tra il Principe e una moneta antica di cui nessuno saprà il valore perché non verrà mai scambiata con nulla e quindi non sarà misurabile.
Che cosa poteva voler dire questo se non che, in pratica, non doveva essere mai né giudicato né messo alla prova? Che cosa poteva voler dire se non che, poiché non lo “cambiavano”, non avrebbero saputo – e non l’avrebbe saputo nemmeno lui – quante sterline, scellini e pence poteva in effetti fornire?”
E la seconda volta che il Principe allude ad una sorta di mercimonio. Lo si sarebbe, quindi, né più né meno che comprato.
Ma portandolo dal piano del valore di scambio a quello di uso.
Anzi, quasi, al valore di non-uso.
Il metro che nessuno ha mai misurato – cosicché nessuno si è ancora mai accorto che non misura affatto un metro per davvero.
 
 
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 08:59 | link | commenti (25) |

lunedì, 20 giugno 2005

Missy mi dice, ma tu cosa ti aspettavi dal blog?
Io, nel frattempo, ho letto il suo e vedo che lei si aspettai di divertirsi e basta – divergere dalla scrittura monotona cui è costretta dal suo lavoro. Permettimi Missy: beata ingenuità! Si può anche credere di scrivere per divertimento, per rilassarsi, come si stesse bevendo una birra davanti al tramonto, ma non è mai davvero così. E tu stessa sai di essere sul territorio di una scrittura altra dal momento stesso in cui ti metti a descrivere – come fai – quella stupenda statua di Mothia. E ci metti tutta la cura e la passione che hai. E quindi non venirmi a dire: io non sono un poeta, l’ha già fatto Corazzini, ricordi, perché mi dici poeta?, chiede, per l’intera poesia: io non sono che un povero moscerino sulla tovaglia candida (lui non dice così e ora non ho sottomano l’antologia della poesia curata da Sanguineti per la Einaudi).
Se le parole hanno un senso, la “rete” è stata lanciata – non so da chi o da che cosa – proprio perché molti - troppi? – pesciolini fossero tentati dalla “scritturaltra”.
Se questo sia un bene o se questo sia un male, non lo so.
Ma, probabilmente, è un bene. Io credo nell’aristocrazia ma non in quella del sangue: in quella delle opere. Chi ha filo per tessere, tesserà.
(Senza mai dimenticare che – come dice Mario alias Puck – il blog è un fenomeno della caducità.)
Ma tu mi dirai che sto menando il cane per l’aia e, un po’, è vero ma poi tornerò sulla domanda.
 
Caracaterina mi chiede: ma sei sicuro di non aver trovato qualcosa, magari non la cosa che cercavi ma un’altra (sottinteso, altrettanto interessante o sorprendente) e sei sicuro di avere fatto tutto quello che dovevi per ottenerla questa dannata cosa?
Qui, a meno che io non sia vittima della più diffusa forma di cecità: quella su se stessi, tenderei a dare due risposte abbastanza secche (non “dure”, sicure).
Non ho trovato nessuna cosa al posto di quella che cercavo e, sì, credo, di avere fatto quasi tutto quello che si doveva fare.
 
E così, cercando di rispondere a cosa “non” ho trovato, comincio a dire che cosa avrei voluto trovare.
Amicizia e spirito.
Avrei voluto dare fuoco alla steppa (boom) e vedere tanti piccoli focolai di incendio sparsi un po’ da per tutto.
Avrei voluto conversare con molte persone – con persone nuove.
Sentirmi dire cose nuove che mi incendino a mia volta.
Parlare di scrittura dal punto di vista teorico e tecnico e su questo tutti o quasi tutti bocche cucite, pesci in barile, addirittura terrore (ecco – tanto so che non mi risponderete:  perché questo terrore al proposito?)
Perdere ore e ore su un vocabolo o un aggettivo e vedere se sia sciatto o “esatto”.
Pulire gli strumenti del mestiere, insomma (come già ho detto: Pound dixit.)
 
Altro?
Se me ne darete l’opportunità.
Se saprete accendere fuochi nella steppa.
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 18:45 | link | commenti (66) |

domenica, 19 giugno 2005
lutto

Forse vi è sfuggito.

Un tg di ieri sera (facevo zapping per evitare la pubblicità che non sopporto proprio più: alzi la mano chi non ha una crisi di nervi vedendo un materasso Eminflex? Però quella del "baaad dog" che morde los cojones al fighetto e così la birra salta in mano al suo padrone, è deliziosa ...), annunciava che la Kodak ha sospeso la produzione delle pellicole in bianco e nero.

Per me è un vero trauma. Amo molto la fotografia anche se il buon (?) dio non mi ha dato nessuna manualità (salvo un po' disegnare, non so stare sospeso in aria sulle mani, ignoro l'uso di un cacciavite, non so suonare l'oboe ...) per cui non ho mai fotografato niente se non con la testa. Ma, di sicuro, amo spolpatamente la foto in bianco e nero. Anzi, confesso, che fino a non molti anni fa ho sempre considerato "reale" le foto e i films in bianco e nero, e falsi i loro confratelli e consorelle a colori. E' strano, no?

Ma adesso non approfitate di questo post per non leggere Isaia. Dovete farlo. Una volta tanto è un must kantiano. Va be', vado ad elaborare il lutto. (Le fottute digitali mica prevvedono il bianco e nero, no? O sì? ...)

Scritto da: gino tasca alle 09:12 | link | commenti (26) |

sabato, 18 giugno 2005
Isaia Greco - quarto ed ultimo

“E così” iniziai “ha deciso che il cibo non è più una faccenda che ci riguardi …”
Mi aspettavo che non rispondesse o di dovergli fare chissà quante altre domande prima che mi desse un qualche segno e, invece, si girò verso di me con un bellissimo sorriso e fece con le mani un gesto come a dire, ecco, le cose stanno proprio come hai detto. Nutrirmi è una cosa che ormai non mi riguarda più – mi annoia.
Giuro. Avrei voluto schiaffeggiarlo e mi aspettavo che, da un momento all’altro,    mi indicasse, sussiegoso, un leggio, con un Vangelo aperto alla pagina dove un dio spiritosissimo dice: che vi preoccupate a fare del cibo o dei vestiti – e poi dice, ancora, forse che i gigli del campo e gli uccellini del cielo, bla bla bla …
Se l’avesse fatto, giuro, avrei tirato fuori l’uccello e avrei pisciato su quel libro.
Ero furioso e avevo le mani che mi tremavano dalla rabbia per cui le ficcai, conserte, dietro alla schiena, in una posizione di riposo militare.
“E come pensa che io possa occuparmi di lei se lei si rifiuta di mangiare?”
Allargò le  braccia come a dire – non lo so proprio – non vedo come tu possa farci niente e, comunque, è un problema tuo che non mi riguarda affatto.
C’era anche un sottotesto, credo: tu, mona, pensi – diceva – che io fossi diventato una tua cosa e, come sempre, ti sbagliavi. Io non sono neanche mio.
“Signore, io sono stanco dei suoi capricci e se lei non riprende a mangiare sarò costretto a licenziarmi.”
L’avevo detto senza quasi respirare, tutto d’un fiato, incredulo io stesso delle mie parole. E, per un attimo, abbassai lo sguardo al pavimento – come alla corse, quella volta – cercando qualche filo d’erba da esaminare accuratamente. Ma poi mi raddrizzai e lo fissai di nuovo. Non c’era nulla che mi potesse spaventare, ora. Per un motivo piuttosto semplice e lo capii subito: Isaia non voleva più spaventare nessuno e mi stava guardando con quel suo sorriso da kouros, con la testa un po’ reclinata in avanti, come se stesse per precipitare.
Corsi via imbarazzato e tutto rosso in faccia e quasi mi mettevo a piangere.
Come avevo potuto passare tutto quel tempo misconoscendo quello che era in fondo così evidente: che quell’uomo, a modo suo, mi aveva amato?
Mi sentivo così colpevole che corsi nel suo bagno ed anche questa era una cosa che mai – prima – mi sarei permesso. Quello era il suo bagno e per noi sottoposti c’era la grande sala da bagno al piano sotto ma a me non importava più niente di tutte queste faccende di etichetta.
Non eravamo più a Bisanzio e lui non era un Porfirogenito.
Stetti con la testa china per un bel po’ e, quando mi decisi a drizzarla, vidi la mia faccia piena di lacrime che scendevano copiose ma senza farmi singhiozzare. Era una faccia che non conoscevo e con cui non volevo avere niente a che fare. Non mi riguardava più, decisi e cominciai ad aprire gli sportelli a fianco dello specchio cercando di capirci qualche cosa in mezzo a tutte quelle confezioni di medicine scadute (c’era persino un antipulci quando noi non avevamo mai avuto né cani né gatti) e vecchie confezioni di creme. Ne lessi le etichette.
C’erano delle creme idratanti della Vichy e altre contro la cellulite della Clarins. Mi venne da ridere a pensare il mio signore intento a spalmarsi accuratamente la pancia convinto che così gli calasse.
Poi c’era anche una costosissima crema contorno-occhi de La Prairie (ancora l’elenco delle navi achee, mio caro?) e quattro fiale contro la  caduta dei capelli della Labò con alcuni dei suoi capelli appiccicati adosso. Una confezione di lamette usa e getta della Bic consumata a metà e un tubetto di crema da barba premuto al centro e tutto intorcinato sotto. E quella non era della cipria, nella sua scatola aperta con il coperchio in equilibrio sul bordo e il prodotto consumato a metà, tutto da un lato?
E le altre solite cose: cinque spazzolini da denti nessuno dei quali intatto (ne faceva collezione?) e un tubetto di Colgate per bimbi con Topolino e Minnie e Paperino. E quello era l’altare minimo dell’uomo che aveva fatto tremare mezzo mondo letterario italiano? Dico “mezzo” perché l’altro mezzo era fuori dalla porta a leccargli lo stuoino in attesa di essere ricevuto e malmenato.
Ecco cosa avrei fatto, pensai, e lo feci.
Presi la confezione di lamette usa-e-getta e l’aprii e cominciai a rasarmi i capelli, sgraziatamente, con colpi dati a caso rendendomi conto che – per quanto corti li portassi – avrei dovuto, prima, tagliarli con una forbice o un coltello e lì non c’era niente del genere che mi potesse servire allo scopo. La lametta si intasava immediatamente di capelli e non potevo proseguire. Per cui tutta l’operazione risultò faticosissima e, alla fine, mi ritrovai con la testa rasata in malo modo e piena di tagli non profondi e quasi non sanguinanti, poco più che segni, insomma.
E così conciato mi ripresentai nello studio.
Isaia si girò a guardarmi ma solo dopo un po’ che ero riapparso, con assoluta calma e io ho subito pensato – chissà mai perché - che lui si aspettasse proprio una apparizione del genere o qualcosa di altrettanto ridicolo. Avevo il colletto della camicia slacciato e macchiato di sangue e pieno di capelli (non mi ero neanche preoccupato di spazzolarmi con cura e me li ero tirati via alla bene e meglio con le mani). E quando si decise – finalmente – a girarsi dalla mia parte, sembrava dire ‘mbe’?, dovrei forse stupirmi di qualche cosa? Dove sei stato? Lo sai che se non so dove sei mi preoccupo e sto in pena.
Non dissi nulla perché avevo l’impressione che fra di noi i rapporti di forza si fossero decisamente modificati, anzi, che la forza non c’entrasse più niente e che tutto si fosse ricollocato solo un po’ più in là nel quadro così che le ombre cadevano, adesso, in modo diverso: non più dalla stessa parte.
No, ho come l’impressione di dimenticarmi l’essenziale.
Lui ora – in qualche modo -  mi aveva accettato come una piccola parte del suo disegno. Io non sapevo di che cosa si trattasse ma ora sapevo che in quel gioco mi aveva dato un ruolo – magari ero solo l’ultimo pezzettino del puzzle. Ma mentre chi gioca con i puzzle, quando arriva alla fine e trova l’ultimo pezzo, giubila come un bambino che si vede allo specchio o che fa la cacca e sa che è un dono per sua madre, lui sembrava non avere nessuna fretta di collocarmi nello spazio vuoto, l’ultimo che era rimasto – anzi. Quello spazio era il mio, sì, ma andava lasciato rigorosamente vuoto, in modo che tutto il puzzle gravasse lungo i suoi confini, senza mai riuscire ad invaderlo.
Mi limitai ad avvicinarmisi cautamente fino a sfiorargli le ginocchia con le mie gambe. Incredibile, vero? Anche solo un attimo prima, se solo mi fossi troppo avvicinato, mi avrebbe colpito con il braccio a mo’ di frusta, iroso, turandosi il naso come a dire – fin troppo evidentemente – tu puzzi, caro, oh quanto puzzi. Mentre adesso non fece niente, limitandosi a guardare i palazzi sull’altra riva. Così io mi accosciai ai suoi piedi, di lato, e gli appoggiai la testa in grembo. E restai lì, senza far niente, fino a quando il cielo, dietro ai vetri chiusi (non li apriva mai neanche se si moriva di caldo), cominciò a diventare azzurro cupo. Poi, credo di essermi addormentato e devo aver sognato di lui che mi accarezzava le ferite sulla testa. Mi sono scosso e mi sono svegliato di soprassalto ed ho alzato la testa verso le finestre. Sembrava che Venezia stesse andando a fuoco. Mi alzai di scatto e corsi alla finestra aprendola (anche questa era una violazione impensabile del codice cortigiano) e sporgendomi così tanto che avrei potuto cadere giù. Dalla parte dei Mulini Stucky c’era un globo di nubi annodate l’una nell’altra che schermavano l’enorme palla del sole che stava tramontando lungo il dorsale petrolifero di Marghera in modo tale che del sole non si vedeva nulla se non l’esplosione di raggi rossi che sfrangiava il contorno di colomba delle nubi (sì, sembrava proprio una colomba o un piccione) e inondava tutto di quella tinta sangue aranciato. Poco dopo era già tutto finito perché il sole aveva sfondato il bordo inferiore di quella borsa in cui l’avevano ficcato e la semi-luna di metallo incandescente che ne fuoriusciva aveva cambiato tinta alle case e al Canal Grande, sotto di noi.
Quando mi rigirai verso Isaia, vidi che mi indicava la brandina.
“Vuole che la metta a letto, signore?” dissi, pensando: chissà da quanto si è messo in quella posa.
Fece di sì con la testa.
Era cambiato tutto fra di noi, lo sentivo, ma non potevo svuotare d’un colpo tutti i rituali e poi mi piaceva troppo parlargli come se fossi il suo maggiordomo inglese (troppa Ivy Compton-Burnett, avrebbe detto lui e tu sei mimetico, caro, parli come l’ultimo con cui hai conversato. Scommetto che hai riletto, di recente, “Quel che resta del giorno” …).
Suonai il campanello di Ursus per farmi aiutare pure essendo certo che – magro come era diventato – avrei potuto prenderlo tra le mie braccia e farcela da solo ma già troppi codici erano stati infranti quel giorno ed ora era il momento di fare due passi indietro: se prima se ne erano fatti tre in avanti.
Ursus mi guardò e nonostante il suo fenomenale selfcontrol, non riuscì a controllare le sue sopraciglia che si inarcarono per lo stupore – sorrise, anche, ma benevolmente e mi chiese cosa volessi senza accennare alla mia testa rapata e piena di piccoli tagli.
Gli mostrai la brandina e gli feci segno di sbrigarsi.
Il che – come sempre – non cambiò di un eta il suo modo di comportarsi: non si affrettò, infatti, né diede segno di avermi capito.
Isaia aveva addosso uno dei suoi chimoni, lo stesso che aveva portato la sera della festa in casa della Sghemba, color fiamma aranciato ma sotto – me ne ero accorto solo allora, oh Apocalisse … - non aveva nulla.
“Scusi, Isaia, vuole che la mettiamo a letto, così come si trova?”
Isaia fece segno di sì e Ursus andò in bagno a prendere lo spazzolino e il dentifricio per lavargli i denti.
Sentivo che diceva qualcosa e sbuffava. Detestava il disordine sia fisico che mentale (beh, pensai, pensa a quella tua madre schizzata persa …) e io avevo lasciato il bagno in condizioni penose: capelli dappertutto e pezzi di carta impregnati d’acqua e strizzati e sporchi di sangue – quelli con cui mi ero tamponato i tagli in testa.
“Il signore ha scotennato qualche Sioux, per caso?”
“Ursus, non ti occupare di cose che non ti riguardano. Lascia tutto come sta. Pulisco io, dopo.”
Ursus non mi rispose e si mise a spazzolare i denti di Isaia con la sua solita cura, dalla base delle gengive verso l’alto, almeno un paio di volte e poi lo fece bere del collutorio molto diluito facendogli sputare il tutto in una bacinella che si era portato dietro per quell’uso. Gli pulì la bocca con una salvietta asciutta e poi lo sollevò dalla sedia a rotelle portandolo e depositandolo sulla brandina.
Gli rimboccò la brutta coperta color pelliccia di ratto e gli chiese
“Serve altro, Isaia?”
Isaia fece di no con la testa e Ursus mi guardava fisso.
“Lei non viene, signore?”
“No, resto ancora un poco qui. Buona notte.”
Ursus se ne andò via con la sua andatura lievemente ciondolante, da bullo, e io rimasi da solo con Isaia. Le case di fronte erano diventate rosso sangue di bue e fra poco sarebbe calato il buio più assoluto. Rimasi lì un bel po’ senza fare niente e non so per quanto durò la cosa. Forse un’ora, un’ora e mezza. Quando mi alzai, comunque, doveva essere calata la notte perché le case sull’altra riva era immerse nel buio in alto e nella luce elettrica in basso.
E, con assoluta calma e - non temessi il ridicolo – direi anche con una buona dose felicità – feci la cosa più innaturale che mi potesse passare per la testa. Mi avvicinai alla brandina di Isaia e cominciai a spogliarmi di tutto quello che avevo indosso. Poco. Una Lacoste color senape chiaro, dei pantaloni di lino color cachi e le espadrillas nere. E, infine, gli slip, rimanendo nudo in fianco alla brandina, con le mani sul coso e le cosce ben strette, a guardarlo.
Lui dormiva sempre supino però con la guancia appoggiata sul cuscino, a sinistra e, in ogni caso, non russava.
Lo fissai per un paio di minuti e poi scostai la coperta scivolando al suo fianco. Lo spazio era così stretto che rischiavo di farlo cadere ad ogni mio più piccolo movimento ma lui era così piccolo (e magro, ora) che riuscii a scostarlo senza troppi danni. Aspettai un po’ di tempo – giusto quello che mi serviva per ripigliare fiato (sembrava, infatti, che avessi spostato un macigno) e poi cominciai a leccargli le palpebre e le sopraciglia da albino e le labbra, mormorandogli tutte le cose che mi passavano per la testa e poi cominciai a carrezzargli il corpo. Tutto. Tutto! Se dico tutto vuol dire tutto e io ero già con l’uccello duro mentre lui continuava a dormire.
Mi stringevo contro il suo fianco puntuto e poi gli mettevo una gamba a cavalcioni della coscia e continuavo a sussurrare amore mio più grande, amore mio segreto, e – nello stesso tempo – fottimi, fottimi, fottimi.
Fu allora che lui aprì gli occhi e mi sorrise riconoscendomi. Non sembrò stupirsi di nulla e, anzi, fece una cosa che non mi sarei mai aspettato: si girò sul fianco, mettendosi tutto rannicchiato e tirandosi la coperta ben sopra la testa e lasciando che io mi ci infilassi sotto assieme a lui così che potei aderire alla sua schiena ed al culo e alle sue cosce (tutto così magro, mio dio!) e stringermelo contro sempre con il mio coso per aria mentre lui restava lì, insensibile ad ogni cosa, tutto imbozzolato sotto la coperta come se fosse una caverna o una tenda degli indiani in cui giocassimo alle ombre cinesi.
Dopo una diecina di minuti sentii che il suo respiro si era fatto più leggero e capii che si era riaddormentato e – così, d’improvviso – anch’io piombai nel sonno.
 
“…Allora, signore, c’è questa Brooke che scopa con tutti. Con Ridge e con Thorne – che sono fratelli e poi con il loro papà e con il marito di una figlia di Ridge, che quel bietolone ha avuto con la Taylor … o qualcosa del genere … ci manca solo che vada a letto con i suoi figli o con la suocera …”
Da quanto stavo sentendo questa sorta di litania senza decidermi a svegliarmi definitivamente?
Era il giorno dopo e la luce filtrava dalle pesanti tende di damasco color topazio scuro, male accostate e c’era anche una lampada accesa, quella sulla scrivania. Ma io mi ostinavo a tenere gli occhi chiusi sentendomi le palpebre appiccicate e la testa pesante ed ero convinto che se avessi provato a tirarmi su, mi si sarebbe messa a girare. La voce, intanto, stava raccontando di come Sally Spectra fosse terribilmente ingrassata … e io mi stavo chiedendo chi mai fosse questa dannata Sally Spectra quando sentii che la voce aggiungeva “nelle ultime puntate”. Poi sentii il lieve rumore di fondo di un’aspirapolvere e, finalmente, capii che quella era la voce della Tata. Ma con chi stava parlando? Allungai una mano e mi resi conto che sotto la capanna c’ero solo io e che Isaia non stava più disteso al mio fianco anche se non era andato neanche così lontano (come avrebbe potuto?): era lì, seduto sulla brandina e teneva le gambe fuori  dal bordo sfiorando appena appena il pavimento con i piedi nudi. Tirai fuori la testa dalla coperta e mi passai una mano sui capelli per sistemarli … ah, già, pensai: io non li ho più i capelli  e sorrisi e mi stavo chiedendo come Isaia fosse riuscito a sedersi da solo e pensavo che avrei dovuto chiederlo alla Tata … se l’avesse trovato così o se lo avesse sistemato lei a quel modo e, intanto, mentre mi tenevo in equilibrio sul gomito con la testa nel palmo della mano, lei continuava a dire che, secondo lei, quelli lì sarebbero finiti come Sodoma e Gomorra e che erano tutti dei gran culatoni …
E così, mentre lei continuava a passare l’aspirapolvere sui tappeti e a parlare - senza preoccuparsi se Isaia la stesse realmente a sentire - della puntata in cui Ridge aveva rischiato di finire tra le braccia di suo fratello Thorne che si era fatto la plastica facciale e lui mica poteva saperlo … mi ero alzato da sedere e mi ero rapidamente infilato una vestaglia da camera di Isaia e poi mi ero inarcato massaggiandomi le reni, scostandomi, subito dopo sul davanti della brandina osservandolo per la prima volta dopo quella strana notte. Guardava fisso davanti a sé e sorrideva mentre delle grosse lacrime gli scendevano lungo tutto il viso senza mai fermarsi e, intanto, batteva il tempo di una cosa che stava canticchiando, aprendo le labbra e formulando chissà che parole ma senza alcun suono.
Lo so –  anche ora me lo domando: mi domando come mi possa essere venuto in mente una simile sciocchezza. Gli chiesi se voleva la sua colazione.
Lui si girò verso di me e mi fece segno che no, non ne aveva voglia e poi mi fece segno di non andarmene ma senza sbuffare o piegare gli angoli della bocca in giù. E poi fece il segno convenuto per “seduta di mimi”.
Curiosamente, ‘stavolta capivo quasi tutto immediatamente.
Mediante alcuni segni convenzionali che avevamo messo a punto in tutto quelle settimane e che stavano al posto di certi verbi infiniti come “volere” “mangiare” “partire”, non coniugati, per cui se doveva dire “io voglio” si puntava il dito sul cuore, che stava, appunto, per “volere” – o altri segni che stavano al posto dei sostantivi più comuni: pane, vino, sale, o anche non comunissimi, come “passeri” se voleva che mettessi delle briciole di pane per loro sul davanzale.
Voleva che lo portassi al suo allevamento di cavalli berberi ma non voleva nessun’altro che me ed Ursus e  non voleva che si usasse la macchina. Aveva insistito con il simbolo “motoscafo” e voleva che seguissimo il litorale della laguna e poi che si andasse pure in mare aperto ma restando sempre molto vicini alla costa. Aveva, del mare aperto, un terrore assoluto e mi aveva raccontato di quella volta che per andare dal Lido a Pelestrina era dovuto salire in un motoscafo ma solo dopo che tutto lungo il perimetro dello scafo erano state fissate delle pareti di cannucce in modo che lui non vedesse l’acqua.
Mi fece capire – ed era una cosa essenziale – che prima, però, ci saremmo dovuti fermare al Torcello.
 
Era un Venerdì e fu deciso – in realtà lo decidemmo io e Ursus, parlandone a cena quella sera, giù nella grande cucina – che ci saremmo mossi domenica mattina, molto presto.
“Dovrà chiedere in giro a qualche suo collega” e marcai questa parola con una certa ironia “quanto combustibile ci possa servire per un viaggio così lungo. Io ed Isaia non siamo mai andati più in là del Torcello … e poi dovrà rifornirsene. Non credo che basterà riempire il serbatoio. Dovremo, quasi certamente, portarci dietro parecchie taniche di riserva. Lo faccia domani, subito, appena si alza … Non credo che domenica avremo tempo per queste cose. Le è chiaro?”
“Certo, signore – non credo sia poi così difficile starle dietro. In fin dei conti non sta enunciando il teorema di Gauss.”
Eh? Mi stava, per caso, prendendo in giro? E che ne sapeva lui – un infermiere  - di Gauss? Preferii non indagare e gli risposi, freddamente
“Lo so. Lei ha mani d’oro e se la cava bene con tutto quello che bisogna fare. Sarebbe capace – se lo ritenesse opportuno – di strangolarmi e poi strangolare Isaia, senza provare nessun imbarazzo, vero? …”
“Mi scusi, signore, ma non la seguo. Lei è in vena di scherzi, evidentemente. La gita di domenica la eccita e vuole scherzare … deve essere proprio così, credo.”
Lo guardai ridendo e gli dissi che era vero – ero proprio in vena di scherzare e mi attaccai al telefono – i fin dei conti non era così tardi – senza più fargli caso e facendogli capire che poteva anche ritirarsi nella sua stanza. Volevo mettermi d’accordo sui minimi particolari della nostra visita elencando a Christian Del Bue – il nostro uomo di fiducia all’allevamento - tutte le cose che non avrebbero dovuto assolutamente mancare: una dozzina di bottiglie di acqua minerale Perrier, molta frutta: albicocche e pesche soprattutto ma anche qualche kiwi e parecchie banane,
“e del pane, molto pane …” e, a questo punto, mi bloccai rendendomi conto di quanto fossi ridicolo: mi ero, forse, dimenticato di tutta quella faccenda delle particole?
“Sì, del pane … e poi?” fece la voce all’altro capo del telefono.
Mi ripresi e elencai a casaccio alcune altre cose da mangiare. Non potevo certo raccontare ad un funzionario di come il basileus avesse deciso di non mangiare niente più che quel sottile dischetto consacrato.
Finii ricordandogli di tenere una stanza pronta perché Isaia potesse dormire o anche solo riposare e che fosse ben areata e pulitissima e con la biancheria intatta.
“Mi raccomando. Buona sera.”
“Buona sera a lei” mi rispose in un tono un po’ seccato. Doveva aver pensato : che stronzo! Stai a vedere che, adesso, faccio dormire il signore su delle lenzuola sporche. E – l’avesse pensato – non avrei saputo dargli torto.
Avevo detto la prima frase che mi era venuta in mente, così, tanto per chiudere la telefonata e liberarmi dell’insopportabile tensione che mi sentivo crescere tra la nuca e le spalle.
Mi buttai su di una poltrona, scacciando via in malo modo un gatto che vi si era accoccolato e stavo pensando a questo fatto: che io non mi ricordavo di aver mai visto un gatto per casa. Isaia li detestava. Diceva: sono troppo simili a me e io odio chi mi assomiglia e io pensavo: sarà, io non ti assomiglio ma tu mi odi lo stesso. Conseguenza logica: forse che, invece, gli assomigliavo? …
“Cristosanto! Il pope …” quasi singhiozzai nel dirlo e mi diedi una gran manata sulla coscia.
Mi ero dimenticato di parlarne con Isaia e così avrei dovuto farlo domani.
Avevo fatto conto di partire alle sei di mattina e che, quindi, ci saremmo svegliati
- io e Ursus – alle cinque ma, a questo punto, se Isaia avesse preteso di seguire la messa e di comunicarsi, non so proprio come avremmo potuto fare.
Svegliarsi alle quattro?
Non c’era alternativa – tanto, alla TV, non davano nulla di interessante.
E anche oggi: niente film interessanti – solo delle repliche e qualche documentario sui diavoli della Tasmania. Decisi che avrei letto qualche pagina dell’ultimo libro della Banana Yoshimoto o qualcos’altro del genere e che poi mi sarei messo a letto prestissimo.
A proposito della Yoshimoto e di tutta quell’altra ciurma di scrittori (Auster, Fra zen – curioso: non mi veniva in mente nessun italiano …) Isaia diceva sempre: puah, gentaglia! E – se mi avesse trovato con uno dei loro libri in mano – mi avrebbe fustigato sulle nocche.
E io pensavo, ah, i cavalli no, Maestro, quelli non vanno fustigati ma il tuo umile servo sì? Avrei pensato qualcosa del genere e lui mi avrebbe risposto che loro erano divini e io no. Sbagliato, oh mio Maestro, proprio sbagliato. Tutti, perfino la Yoshimoto o Auster o Mozzi (ah, eccone uno …) sono divini. Lo è lei – lo sono io e non accetterò mai più che lei mi frusti a questo modo. Se lo farà di nuovo le strapperò il frustino dalle mani e la colpirò sulla faccia, in orizzontale e poi in verticale, battezzandola con una croce di sangue …
Avevo già cominciato a sognare, ovvio.
Tutto questo dev’essere, pensai, una di quelle strambe fantasticherie pre-sonno molto più interessanti dei sogni veri e propri ma di cui, purtroppo non ci si ricorda mai nulla. Poi viene il sonno con le sue pesanti esigenze di macchina trita-desideri.
Tu ci metti la carta che hai consumato durante il giorno e lui la rende tutta a striscioline che poi mischia accuratamente in base ai diktat di Madame Rimozione. E tu non ci capisci più nulla.  Visto che una palla a spicchi colorati può voler dire: devo smettere di rotolare da una donna all’altra o, una macchina nuova senza freno e senza acceleratore, potrebbe significare che – durante il giorno – hai pensato di scappare di casa e farti trovare in un bosco, nudo, ben lavato e profumato e con due piccoli tagli sui polsi, già seccati, che ti contornano i polsi come le collane di corallo rosso fanno con i Bimbi di Piero della Francesca. E, infilzato ad uno dei rami secchi degli alberi, avresti messo un bigliettino con su scritto “non fate pettegolezzi”.
E, in questo caso, il resto diurno sarebbe stato molto più interessante del sogno stesso …
Chiaro: avevo ricominciato a fantasticare e mi stavo riaddormentando e così decisi che non era più il caso di fare resistenza. Ci avrei pensato domani: al pope e avremo trovato una qualche soluzione. Si trova sempre una qualche soluzione … a tutto.
E neanche mi presi la briga di andare a letto. Crollai, lì, quasi dentro alla poltrona e dormii di un sonno profondo fino alle sei e mezza del mattino dopo.
 
Era sabato mattina ed era l’unico giorno della settimana in cui il pope si limitava a portarci la comunione, senza dire messa perché la Tata doveva fare le grandi pulizie nello studio di Isaia e cominciava a lavorare fin dalle sei e mezzo del mattino, chiedendoci con un tono lievemente minaccioso di levarci di torno, tutti.
Era l’unica occasione in cui – per tre quattro ore (tanto quanto le ci voleva per sbrigarsi) – portavamo Isaia nella sua vecchia stanza da letto.
 
 
Avevo notato che non era più interessato ai normali standards dell’igiene sia personale che della casa. Mentre prima della malattia poteva farsi la doccia anche due tre volte al giorno e lavarsi i denti ogni volta che aveva mangiato qualcosa e, se vedeva un po’ di polvere, diventare paonazzo dalla rabbia convocandomi immediatamente nel suo studio limitandosi, poi, ad indicarmi il posto in cui si era compiuto il delitto, ora accettava a mala pena che lo si lavasse una volta ogni tre giorni e non voleva saperne di deodoranti per cui sapeva sempre un po’ di sudore e, di quel suo odore,  era impregnata tutta la stanza.
Aveva anche le unghie sempre un po’ sporche e i capelli unti.
E lasciava cadere molte briciole per terra.
Io avevo sospettavo che lo facesse per dar da mangiare a dei topolini. Lo avevo sospettato perché mentre gli stavo vicino, senza fare nulla (era quasi sempre assopito), avevo sentito degli scriic-scriic-scriic, dei rosichii strani vicino alla libreria. L’avevo spostata cercando di non fare troppo rumore e mi era sembrato di intravedere un buco tra il pavimento e la parete.
Del resto, se ci fosse stata una topa con i suoi piccoli, si sarebbe di sicuro azzittita quando io avessi smesso di fare del rumore ma io non avevo bisogno d’altro per esserne convinto. Da qualche parte, lì, dietro la libreria, c’era il suo nido.
 
Isaia non faceva più nulla e non mi chiedeva più che gli leggessi qualcosa. Passava la giornata standosene seduto sulla sedia a rotelle e sembrava non avere più bisogno di niente.
Ogni tanto lo osservavo e notavo che il suo sguardo si era fissato su qualcosa di preciso, concentratissimo, con uno strano fuoco dentro e – non fosse stato per la calma assoluta di tutto il suo corpo – avrei detto che fosse in preda all’entusiasmo.
Una volta avevo provato a seguire la traiettoria di quel suo sguardo così attento, come se avessi fissato un chiodo al centro della sua pupilla e vi avessi legato uno spago e poi l’avessi ben steso per vedere dove andasse a finire.
Potevo farlo con assoluta disinvoltura perché lui neanche si accorgeva della mia presenza – a volte avevo l’impressione che avrei potuto estrarre dal suo fodero la spada giapponese che stava appesa dietro la sua scrivania e fare sepuku lasciando che le mie budella uscissero dall’ampio sbrego che mi fossi praticato appena sopra il ventre, senza che lui se ne accorgesse. Anzi, avrebbe potuto chiedermi – a gesti - del té e stupirsi del fatto che non mi alzassi subito per andare in cucina.
Mi ero, quindi, piazzato davanti a lui, guardandolo senza imbarazzo e provando a tirare questa linea astratta dal centro del suo sguardo fino alla cosa che stava fissando. Era una cosa che stava appena sotto il davanzale. Un vecchio tappeto caucasico, arrotolato che avevamo spostato e lasciato lì quando avevamo tolto tutti i tappeti per non ostacolare la corsa della sua sedia elettrica.
Quello – e non so perché – non era stato portato in soffitta e quindi se ne stava sotto la finestra, con il rovescio bene in vista e lievemente ingobbito sulla destra, legato con dello spago.
Era dunque quella la cosa che stava fissando con tanta intensità e che lo rendeva così enormemente felice? Un giorno o l’altro – decisi – glielo avrei chiesto.
Non lo sapevo da prima ma quel sabato mi si presentò l’occasione per farlo e la presi al volo.
Subito dopo che la Tata era passata a dirci che aveva finito con le grandi pulizie, lo riportammo nel suo studio e lo posizionammo vicino alla finestra come, del resto, facevamo quasi sempre se lui non ci faceva capire di voler essere messo direttamente nella sua brandina. Io mi sedetti nella mia poltrona e mi misi a leggere “Sei pezzi da mille” di James Ellroy. Tanto, che mi poteva fare? Se mi avesse trovato con quel libro tra le mani quando era ancora sano, avrei dovuto scappare via e chinarmi per non farmi beccare dalla cosa che si sarebbe trovato per prima sotto mano e con cui avrebbe cercato di colpirmi.
Ad un certo punto – come se, all’improvviso il silenzio si fosse addensato – alzai la testa e lo vidi leggermente ingobbito, con il capo spinto in avanti (ed era così magro che sembrava una testuggine che uscisse dal suo guscio), tutto concentrato su qualcosa che ne aveva attratto l’attenzione, fuori dalla finestra.
Non ne vedevo lo sguardo ma ero certo che avesse quello strano fuoco dentro.
Mi alzai e, senza fretta, mi avvicinai di fianco alla sua sedia a rotelle e provai a seguirne la traiettoria. Sotto di noi c’era una fondamenta larga quattro metri, lastricata di larghe pietre bianco-rosa e subito dopo c’era l’attracco delle gondole e dei motoscafi. Non vedevo nulla di particolare e stavo per arrendermi quando mi venne l’idea di posizionarmi dietro lo schienale della sedia e di piegarmi in modo da trovarmi nella sua stessa posizione. Così – pensavo – avrei avuto qualche possibilità di capire cosa lo attraesse a quel modo o, almeno, avrei ristretto il campo delle sue osservazioni. Ma, nonostante quella manovra, non mi riusciva ancora di capire cosa stesse guardando. Doveva essere qualcosa che stava sotto di noi perché non stava fissando né l’acqua del canale né l’altra riva.
E cosa c’era in quell’inquadratura? Dei pali per legarvi le gondole, i pontili e una vecchia ancora arrugginita depositata da chissà chi sui gradini che portavano all’acqua e che – per la bassa marea – emergeva più del solito.
L’avevamo vista molte altre volte: una vecchia grossa ancora a tre ami riuniti, poi, nel braccio centrale, e terminante nell’anello da cui passava la gomena. Con, impigliati, dei sacchetti di plastica per la spesa e rimasugli di verdure. Dell’insalata e delle gambe di sedani, mi pareva.
Era questo che stava osservando così attento ed entusiasta?
Decisi di chiederglielo.
“Maestro cosa sta guardando? Quella vecchia ancora? … E’ quello che sta osservando?”
Si girò subito verso di me e mi guardò sorpreso. Sembrava chiedersi chi fossi per davvero o, almeno, che ci facessi lì, assieme a lui e perché mai stessi parlandogli. Poi si riprese e mi fece segno di ripetere.
“Mi stavo chiedendo, Maestro, che cosa stesse guardando con tanto interesse. Non è per caso quella vecchia ancora sulla scalinata dell’attracco?”
Fece spallucce e poi mi fece segno di portarlo al centro della stanza, davanti alla sua scrivania e di chiudere le finestre.
Mi guardò fisso negli occhi e mi fece segno di stare zitto mettendosi l’indice davanti alle labbra e poi mettendo il palmo di una mano sul dorso dell’altra che – nel nostro codice voleva dire per sempre. Mi stava dicendo di ascoltarlo senza interromperlo. Ed eseguì, subito dopo, questa sorta di mimo-danza.
Puntò l’indice verso di sé (io)  e poi lo puntò verso il basso (ora) poi fece un gesto che non capii: portò le due mani verso il petto chiudendole progressivamente a pugno (avrebbe potuto essere qualcosa come un rubare, portar via, sottrarre) e poi con l’indice disegnò un cerchio nell’aria (il tutto, forse).
“Mi sta dicendo …”
Levò il dito e mi fece segno di star zitto. Non ero autorizzato a fare domande. E lui non aveva ancora finito.
Indicò – sembrava quasi a caso – una serie di cose nella stanza e poi indicò il mondo lì fuori e ripetè ora e, dopo, fece con la mano un gesto come se recidesse qualcosa che – nel codice - stava per senza. Indicò ancora se stesso. E poi cominciò a sorridere e a respirare a pieni polmoni.
Non ebbi il coraggio di confessargli che non avevo capito nulla e, del resto, capii qualcosa di più decisamente sovranumerario: che non avrei mai smesso di amarlo.
Sembrò intuirlo e mi sorrise e indicò qualcosa che poteva essere il mio cuore o il bavero della mia giacca macchiata di caffelatte o la mia brutta cravatta regimental. Ma, ora, mi sembrava decisamente poco interessante scoprirlo – avevo in qualche modo raggiunto una certezza da cui non mi sarei mai più spostato. Avevo trovato il perno su cui riassestare il mio mondo.
Andammo a letto tutti molto presto in modo da essere ben svegli il mattino dopo, alle quattro. Ne avevo parlato con Isaia (sempre formulando le cose in forma di domanda) e lui si era detto completamente d’accordo: di notte dormiva pochissimo anche se non guardava più le televendite come faceva in clinica, a Ginevra. Ora se ne stava tranquillamente steso sulla sua brandina e, verso le una, due di notte, si addormentava e si svegliava alle quattro, quattro e mezza.
Chiamai il pope e gli chiesi se, per quella volta, poteva venire da noi alle cinque. Mi ero aspettato molti mugugnii e scuse e, invece, mi disse che per lui andava bene anche così e che avrebbe suonato al nostro campanello alle cinque meno dieci, in tempo per cominciare a dire messa esattamente alle cinque. Benissimo, dissi, e lo salutai.
Non mi era mai piaciuto. Puzzava in modo quasi insopportabile e anche in piena estate – ora – portava una pesante tonaca di lana nera con cui, evidentemente, si vestiva anche d’inverno. Dire che sospettavo non si curasse affatto di sé é solo una dannata forma di  misunderstanding. Non credo si lavasse mai le ascelle o i denti e il suo sudore era proprio di quel tipo: sapeva di cipolla e il suo alito, beh, il suo alito era qualcosa di disarmante. Per fortuna – dopo le prima volte in cui ci si era messi d’accordo sugli orari – non avevo più avuto occasione di parlargli. Lui arrivava e la Tatta – che non sembrava fare caso a quanto puzzasse perché non me ne fece mai cenno – lo faceva salire nello studio di Isaia. So che usava un piccolo sgabuzzino che una volta doveva essere stato un guardaroba per vestirsi dei paramenti sacri e – una delle prime volte – avevo scostato la porta che la Tata si era dimenticata di chiudere per bene e avevo osservato la scena. Il prete diceva la Messa in greco e usava la scrivania come altare provvisorio: non c’erano più tutti i libri che prima vi teneva Isaia e tutte le sue carte erano sparite nei cassetti o sui ripiani della libreria. Il piano era coperto da una tovaglia bianca – vista la rigidità – di lino e c’erano due modesti candelabri su ciascun lato corto. Un leggio per la Bibbia e un vaso di fiori bianchi di stagione (gigli, calle, rose …) e poi nient’altro se non la pisside con le ostie che il prete si era portato dietro da casa sua. La puzza di quell’uomo era così pervasiva che la sentivo anche standomene lì, appena sulla soglia e con solo uno spiraglio della porta aperto. Ma più che la puzza mi colpì la straordinaria concentrazione con cui recitava le sue formule che io non capivo affatto. Mi costa ammetterlo o, meglio, mi costava (ora non è più una cosa che possa darmi fastidio)  ma – per un po’ – non ho più sentito la sua puzza. Poi mi sfuggì qualche rumore (forse le scarpe avevano scricchiolato sul pavimento) perché scorsi Isaia scuotersi sulla sua sedia e io dovetti tirarmi indietro chiudendo la porta il più piano possibile  cercando, così,  di non peggiorare la faccenda. E mentre la chiudevo feci in tempo a vedere il prete che alzava l’ostia al cielo e – con la coda dell’occhio –  la topa ai piedi della libreria intenta a leccare uno dei suoi piccolini che mangiava un pezzettino di formaggio.
Scriic scriic scriic.
 
Domenica mattina avevo puntato la sveglia alle tre e mezzo, ancora in piena notte. Non volevo rischiare di trovarmi a fare le cose di corsa – era una cosa che detestavo. Lo so, lo so, lo so – conosco il moto delle suore hemingwayane scalze: grace under pression. Chi non lo conosce?
Ma io non ci posso fare niente: under pression io sudo, arrossisco, balbetto, faccio cadere le cose a terra, sbaglio numero del telefono, inciampo nei tappeti.
Così mi alzai a quell’ora e con la più assoluta calma e in un grande silenzio (passava solamente – ogni tanto – qualche vaporetto) bevvi una bella tazza di caffelatte e poi salii sull’altana a guardare le stelle girandomi verso il bacino di San Marco e – più lontano – verso il Lido. La sera prima c’era stata una piccola tromba d’aria di cui avevano parlato anche al TG regionale e che aveva divelto delle palme e le tende di alcuni chioschi di bibite e hot-dogs per cui, ora, il cielo era nitidissimo e Venere riluceva particolarmente intensa.
Mi sdraiai sulla chiase longue di Isaia dopo, però, aver tirato via il lungo cuscino color giallo-girasole completamente inzuppato della pioggia della sera prima e dell’umidità della notte. Isaia non metteva più piede lì da prima della sua malattia e nessuno vi era più salito, neanche per pulire e in alcuni punti in cui il sole non riusciva a penetrare, era cresciuto del muschio.
Non so che cosa mi aspettassi da tutto quello splendore - un’apparizione dell’Immacolata, Cristo che camminasse sulle acque del Canal Grande, la laguna che diventasse sangue o il principe Myskin oscillante da una trave della nostra soffitta - ma non accadde niente del genere. Capitò solo che mi addormentassi e che mi svegliassi di soprassalto poco dopo, terrorizzato all’idea di non aver sentito il pope suonare giù, dabbasso. Sbirciai agitatissimo l’orologio e mi accorsi che erano passati solo dieci minuti e che la notte era ancora fonda. Sentii anche che dovevo andare al gabinetto e così scesi nella mia stanza per liberarmi. Poi mi dedicai alle solite cose: sbarbarsi, lavarsi, prepararsi un secondo caffè, passare davanti alla porta di Isaia e aprirla un poco per sentire il suo respiro.
Alle cinque meno dieci, puntualissimo, arrivò il pope e, subito, lo feci salire da Isaia. Notai che, curiosamente, quella mattina non puzzava affatto e che, anzi, sembrava essersi accudito con una particolare cura: la barba era pettinata e la pelle vicino alla narici non era untuosa come al solito o gli occhi cisposi come di uno che non si sia lavato la faccia. L’alito – per quel poco che ne sentii quando mi disse, buongiorno – sembrava non sapere di niente.
Bene, pensai, ti sei convertito – alla buon’ora.
 
Ma quella mattina sembravano tutti molto eccitati.
La Tata riuscì a farsi scivolare di mano il vassoio con il te per Isaia e per il Pope e Ursus – di solito così calmo – continuava a canticchiare una stupida canzoncina che faceva, più o meno, così “se bruciasse la città, dlàn dlàn, dlàn dlàn io non so se riuscirei …”. Lo incontrai nel corridoio, mentre uscivo dalla grande stanza da bagno comune, con l’asciugamano sull’avambraccio e a torso nudo, con addosso solo i pantaloni della sua nuova divisa da motoscafista. Non aveva ancora mai avuto l’opportunità di indossarla e sembrava che la cosa lo rendesse felice come un bambino. Lo guardai severamente e con l’aria di dirgli, ‘mbè, cosa c’è di tanto spiritoso? Lui mi fece l’occhiolino e mi sorpassò. Stava, forse, cominciando a non riconoscermi il giusto peso che avevo in quella casa? Avrei dovuto preoccuparmene ma solo dopo, decisi, dopo – ora non avevo tempo per queste cose.
Prima di entrare da Isaia dovevo ancora telefonare alla tenuta avvisandoli che saremmo arrivati per le dieci, dieci e mezza – dipendeva da quanto Isaia si fosse trattenuto al Torcello e, soprattutto, per farci cosa. Lo feci e poi, finalmente, sbrigata la faccenda, corsi di sopra per vedere come stavano le cose.
Ursus era già lì, vestito di tutto punto, con quella sua nuova divisa bianca, direi, molto elegante, di un leggerissimo panno bianco con la giacca piuttosto corta e stretta sui fianchi che metteva in rilievo il gran trapezio della sua schiena muscolosa, chiusa sul davanti con un doppio petto svasato verso l’alto e con i bottoni d’osso, scuri – non dorati: sarebbe stato da perfetti cafoni - che arrivavano fino alle spalle e il colletto alla militare.
Capii subito che doveva averne discusso ogni particolare con Isaia e tutto alle mie spalle: io non mi ero accorto proprio di niente – non li avevo mai visti scambiarsi nessun segno al proposito ed io ero sempre lì con loro. Delle due, l’una: o erano telepatici o si erano visti di notte, quando io andavo a dormire e quando credevo che anche Ursus dormisse.
Ma come avranno fatto per il sarto? Di notte anche lui?
Tutti pensieri che mi frullavano per la testa mentre mi avvicinavo alla sedia a rotelle su cui Isaia era già seduto, vestito di un nuovo chimono che non gli avevo mai visto indossare prima. Color grigio cenere con delle fenici color ambra ad ali – alternamente – aperte o chiuse. Splendido. Devo ammetterlo: era da tanto che non lo vedevo così in forma. Continuava a girarsi da tutte le parti osservando tutto con quei suoi occhietti acuti e – non avessi creduto che non fosse veramente più possibile – mi sarei aspettato una salva di “oè?”.
“E’ tutto a posto?” chiesi, freddino e un po’ infastidito di tutta quella loro eccitazione.
“Sì, signore. Isaia é apposto. Ha mangiato ( e lo disse come a dire: sappiamo bene noi due che cos’abbia realmente mangiato il signorino!) ed è stato lavato e vestito e sbarbato. Siamo pronti – possiamo partire quando vogliamo.”
 
E così avvenne la grande partenza.
Io e Ursus e due facchini che avevo convocato per quella mattina, portammo giù la carrozzella per le scale (e – mentre le scendevamo – pensai che sarebbe stato il caso di chiedere un preventivo per un ascensore) e poi attraversammo l’atrio sempre un po’ scivoloso e lo depositammo nel motoscafo.
Non posso nasconderlo – anch’io ero molto eccitato e continuavo a chiedere ad Ursus se avesse benzina sufficiente e se si fosse ricordato delle carte nautiche e dei cannocchiali – almeno due, gli avevo detto – e se avesse controllato il grande cestino pieno di panini e thermos preparato dalla Tata. E quando la finivo con le domande, cominciavo a chiedergli di andare più piano o di non travolgere le gondole che incrociava (sentii più di un “bruto mona” al nostro passaggio). Gli avevo anche chiesto chi avesse pagato il conto del sarto per la sua nuova divisa.
“Lei” mi rispose.
“Come?!”
“Ho detto al sarto di metterla sul suo conto – cos’altro potevo fare? Isaia …”
“Ursus, glielo ho detto non so più quante volte, deve smetterla di chiamare il Maestro a quel modo. Non siete nati da una stessa madre, né avete mai giocato assieme …”
“Va bene, signore, ci proverò … Isaia – dicevo – mi ha mandato dal suo sarto con una foto … sa, una di quelle foto … una foto di un giornale, con Marlene Dietrich che scende da un motoscafo al Lido e dietro c’era questo chauffeur con la sua divisa. Bene. Lui mi ha indicato lo chauffeur e poi ha indicato me. Era facile, no? Gli ho chiesto se voleva che mi vestissi a quel modo e lui mi ha detto di sì.”
“Sì, e poi? …”
“Niente – gli ho chiesto se dovevo parlargliene e lui ha scosso la testa e mi ha dato un bigliettino da visita. C’era uno stemma … delle forbici e un gesso e, sotto, il nome del vostro sarto … Il resto me lo vede indosso.”
Non darti tutte quelle arie, farfallone, pensai e, intanto mi resi conto che avevamo già imboccato il lungo canale che porta alla basilica del Torcello, passando davanti alla locanda Cipriani.
Isaia se ne stava seduto composto sulla sua sedia a rotelle, sul lato sinistro del motoscafo e guardava tutto con molta attenzione come fosse la prima volta che vedeva una garzetta ferma sulle canne rinsecchite della riva, indifferente a tutto e che – fosse stata un cane – avrei detta intenta a beccarsi rapida sotto l’ala per spulciarsi, o un orto con i filari di pomodori o la terra sabbiosa in cui erano piantati o l’acqua densa del canale.
Naturalmente non ero riuscito a capire cosa volesse fare al Torcello.
Se non vedere per l’ennesima volta la sua amata Theotokos col solito codazzo di: ma non il Giudizio Universale – ti prego, non il Giudizio che non esiste, bla bla bla. Ecco, questa volta almeno, mi sarei risparmiato la solita lezione sull’impossibilità di quel giorno. “Non esiste nei calendari, sappilo.” Mi aveva detto l’ultima volta che eravamo stati lì, alcuni giorni prima della grande cena.
E poi mi aveva raccontato una storia molto confusa in cui l’inizio era la fine e qualcos’altro ancora, qualcosa del tipo: l’inizio è ancora in essere. Non ci siamo mai spostati di lì di un solo secondo. Anzi, aveva aggiunto, l’inizio non ha ancora avuto inizio. Sentivo incombere – come una nuvolone estivo – “in principio il logos era presso dio …” e mi sarei volentieri salvato sotto un albero di fico. Uno a caso ma per fortuna - quando arrivò, nubiforme, un qualcosa come “ma in principio c’era solo la purezza del principio …” - mi ero addormentato. La voce di Isaia  aveva sempre avuto questa andamento di nenia e non era la prima volta che mi addormentavo mentre lui parlava e, curiosamente – lui così irritabile – non aveva mai trovato niente da ridire sulla cosa – sembrava che se l’aspettasse.
Mi risvegliai quando il motoscafo sbattè leggermente contro le assi dell’imbarcadero. Beh, questa era proprio bella, pensai. Anche questa volta mi ero addormentato e avrei voluto chiedere a Ursus da quanto stessi dormendo ma lui badava alle sue manovre e – di sicuro – non si era accorto di niente e Isaia teneva le palpebre chiuse anche se era evidente che non stava dormendo.
Così decisi di non preoccuparmi della cosa e mi misi davanti ad Isaia scuotendogli una spalla il più delicatamente possibile – lui aprì gli occhi con molta calma, guardandomi e sorridendo. Cos’avevo di così buffo? Mi ero messo, forse, la Lacoste all’incontrario? Non sarebbe stata la prima volta.
“Maestro, cosa dobbiamo fare adesso? Suppongo che lei voglia andare nella basilica per vedere la Madonna.”
Fece segno di no.
E, intanto, Ursus stava assicurando lo scafo ad un grosso palo di legno quasi carbonizzato. Avrei voluto chiamarlo per farmi aiutare ma mi scocciava ammettere che mi stava diventando quasi indispensabile.
Ma alla fine mi arresi.
“Ursus, venga qui, la prego. E veda un po’ se riesce a capire cosa vuole il maestro.”
Ursus finì un nodo piuttosto complicato (e chissà dove l’aveva imparato – pensai – nella marina polacca?) e si mise davanti alla sedia a rotelle assieme a me.
“Vuole che la portiamo da qualche parte?”
Fece di sì, con la testa. Certo.
“E’ una chiesa … questa chiesa?” e indicò la grande basilica.
Ancora sì, paziente – senza fretta.
Non mi trattenni “Ma, signore, è esattamente quello che le ho chiesto io poco fa e lei ha fatto di no con la testa …”
“Mi scusi” – era Ursus – “l’ho sentita anch’io. Lei non gli ha chiesto se voleva essere portato nella basilica. Ricorda? Lei ha chiesto se voleva vedere la Madonna …”
“Quindi vuole fare qualcos’altro. Bene. Cosa?”
Ursus mi guardò sorpreso: perché ero così impaziente? Non ricordavo più il metodo? Piccole domande ben precise a cui si potesse dare solo una risposta.
Quindi una domanda di quel tipo (“cosa?”) era – mi stava dicendo – una  stronzata. E aveva ragione lui.
“Scusi, maestro, non ho avuto pazienza. La porteremo nella basilica e poi sarà lei a farci capire cosa dovremo fare. Va bene così?”
E Isaia fece segno che sì, a quel modo gli andava proprio bene.
E così fu fatto. Isaia, ormai, era così magro che sarei bastato io da solo a portarmelo in braccio, come un bambino ma – nonostante questo – Ursus mi aiutò mettendoselo in groppa mentre io sollevavo la sedia a rotelle e la depositavo sull’imbarcadero.
E poi – messolo giù e dopo avergli sistemato il chimono che si era scomposto – ci avviammo verso Santa Maria Assunta. Ursus mi aiutò a superare i piccoli ostacoli che incontravamo (dei sassi un po’ più grandi degli altri o dei gradini) e finalmente entrammo nella grande navata centrale. E lì ci fermammo in attesa di quello che ci avrebbe chiesto di fare.
In un primo momento non ci chiese niente e si limitò a girarsi verso sinistra (eravamo entrati dalla porta laterale), verso la controfacciata, fissando attentamente il grandioso mosaico cui, di solito, girava le spalle indispettito. Lo fissò con le sopracciglia aggrottate e senza espressione in volto – proprio nessuna – per cinque minuti circa e poi mi fece segno di girarlo decisamente da quella parte.
E, allora, accadde una cosa di cui neanche adesso so darmi ragione.
Isaia si alzò dalla sedia – decisamente, senza barcollare - e si lasciò scivolare di dosso il chimono, restando completamente nudo davanti al grande Cristo Logos e signore e giudice del mondo. E stese le braccia all’altezza delle spalle e si mise a a canticchiare una serie di “oé?” “oé?” “oè?” ma con un tono di voce molto basso, rauco, sfinito.
Credo di esser rimasto perfettamente immobile per un mezzo minuto che – a dirsi così – può sembrare niente ma  che – se si prova a contare lentamente, uno, due, tre, quattro e poi fino a trenta - è un tempo quasi infinito. Poi mi girai verso Ursus e vidi che sorrideva. Era chiaro che lui non si sarebbe mosso di un millimetro. Mi accorsi anche – per via dei flash - che dei turisti giapponesi si erano messi a fotografarlo e fu questo a smuovermi dalla mia strana apatia. Corsi davanti ad Isaia e lo abbracciai stretto stretto per nasconderlo ma lui restava con le braccia spalancate e io dovetti fargli forza per riinfilargli le maniche del chimono e poi annodarlo con il suo obi, sul davanti.
A quel punto Isaia mi cadde tra le braccia inerte e io lo depositai nella sua sedia a rotelle.
Poi, irritatissimo, feci segno ad Ursus di darmi una mano a scappare via mentre – dietro di me – continuavo a cogliere il bagliore dei flash e mi sembrò di sentire anche qualcuno che rideva.
 
Dovevo pure prendermela con qualcuno e – mentre spingevo la sedia a rotelle lungo il sentiero dimenticandomi che si trattava di un aggeggio ad elettricità – decisi che Ursus doveva avere saputo tutto questo.
“E’ così, adesso, complottiamo …”
“Scusi, signore?! …” fece lui, stupito.
“Ursus, la prego. E’ da un bel po’ che ho capito alcune cose ...”
Avevo lasciato il discorso in sospeso perché volevo che lui mi chiedesse di cosa stessi parlando ma lui non lo fece, continuando a guidare la sedia ed arrangiandosi a farla scendere sulle assi dell’imbarcadero senza chiedere il mio aiuto.
“Non vorrà dirmi che lei non sapeva nulla di questa … di questa pagliacciata …”
“Certo che glielo dico e – francamente – signore, trovo tutto questo molto infantile.”
“Che fa, adesso? …”
Ursus mi guardò allibito – come, cosa stava facendo? Stava – come sempre – sistemando la sedia di Isaia alla parete di sinistra del motoscafo, fissandola a dei grossi anelli di ottone in modo che se ne stesse perfettamente ferma.
“E pensa – con questo – che la faccenda sia chiusa? ...”
“Signore, lei non è più quello di una volta. Se non le piaccio più non deve far altro che dirmelo. Me ne vado domani e non avrà bisogno di darmi nessun tipo di referenze. Io, semplicemente, non sarò mai stato al vostro servizio.”
“Lasci perdere, Ursus, ne parleremo stasera al nostro ritorno. Ora pensi a guidare. Adesso deve uscire dalla laguna e affrontare il mare e non mi risulta che questo lei lo abbia mai fatto, vero? Anche se – lo sappiamo molto bene tutti e due – lei è un tipetto dalle risorse insospettate.”
Non mi rispose niente e virò verso le porte che immettevano – più a nord – in mare aperto.
Mi sarei aspettato – da parte di Isaia – un moto di terrore e, invece, non fece niente di niente. Se ne stava con le mani conserte sulle cosce e guardava fisso davanti a sé e non sorrideva più.
Pensai che,  adesso, finalmente,  avrei potuto occuparmi di quello a cui avevo assistito poco fa e mi sedetti sul pavimento del motoscafo appoggiando la schiena contro la parete, dalla stessa parte di Isaia in modo da sbirciarlo con la coda dell’occhio ma senza trovarmelo davanti.
Dunque – pensai – ti puoi muovere.
Ma non mi succedeva niente di quello che mi sarei aspettato: non mi stavo infuriando, non mi sentivo imbrogliato, non lo odiavo per questo.
Mi sembrava, invece, tutto perfettamente naturale.
In fin dei conti avevo sempre pensato che non ci fosse proprio niente di scontato nel fatto che il sole sorgesse tutte le mattine o che il cosmo non precipitasse vertiginosamente verso un basso mai raggiungibile. Sì, certo, la forza di gravità, l’esplosione primigenia, la spinta non ancora consumata. Ma in che cosa – tutto questo – è più convincente della teoria per cui tutti gli atti che si susseguono l’uno all’altro non hanno nessuna forza causante che non sia il miracolo?
Detto questo, come avrei potuto realmente stupirmi nel vedere Isaia che si alza e poi mi ricade tra le braccia come l’Uomo di Paglia del Mago di Oz?
E scoppiai a ridere. Di cuore, come non mi capitava più da tanto.
Ursus si girò a sbirciarmi velocemente e sorrise per contagio e anche Isaia si girò dalla mia parte e io – che mi ero appena calmato – scoppiai di nuovo a ridere e mi misi a canticchiare over the rainbow, da-da-overtherainbow, da-da-da …
 
Arrivammo al molo alle undici meno dieci e non mi stupii che ci fosse Del Bue ad attenderci. Probabilmente Ursus l’aveva chiamato con il telefonino e l’aveva avvisato che stavamo arrivando senza che io - perso dietro ai miei pensieri – ci facessi caso. Ci aiutò con la sedia a rotelle e accennò ad un inchino verso Isaia che – a sua volta – piegò la testa in basso e un po’ a sinistra, cerimoniosamente.
Non lo vedeva da più di tre anni.
“Come lo trova?” gli chiesi, parlando piano per non farmi sentire da Isaia e Ursus che procedevano svelti davanti a noi (il lungo molo portava direttamente nel giardino retrostante alla villa).
“Posso essere franco?”
Gli feci segno di sì con la testa.
“Non l’avrei riconosciuto – se fosse approdato da solo e con un altro motoscafo, l’avrei pregato di togliersi di mezzo.”
“A questo punto? …”
“Sembra un fantoccio o una mummia rinsecchita. Non ha più carne addosso … Ma mangia qualcosa? …”
“Sì, mangia qualcosa …” potevo, forse, spiegargli la faccenda delle ostie?
“Mi scusi. Ma non sarà malato? …”
“No. E’ questo lo strano. Abbiamo fatto tutti gli esami del caso. Non soffre di nulla, anzi, ha un cuore che pulsa come quello di un maratoneta.”
“E poi …”
“Sì?”
“Ha uno sguardo diverso. Io, sa, ho sempre avuto paura del padrone. Quando mi telefonavano per dirmi che sarebbe venuto a vedere i suoi cavalli … ed era chiaro che i cavalli erano solo suoi … io non riuscivo a dormire per tutta la notte e mi sembrava che ci fosse sempre qualcosa fuori posto anche se poi lui arrivava e se ne andava senza neanche rivolgermi la parola. Ma a me bastava una di quelle sue occhiate per sentirmi a disagio. Sembrava un gallo o un gufo.”
Guardò la carrozzella che era già arrivata vicino alla grande quercia e si fermò a guardarmi.
“Mentre adesso … non lo capisco proprio … non capisco che cosa gli sia successo … mi ha guardato, mentre aiutavo Ursus a farlo scendere, e mi è sembrato … non so come dire … guarito, ecco.”
“Mmm … non so che dirle. Mi sembrano delle fantasticherie piuttosto puerili.”
“Crede?” e – chiaramente – era sottinteso, stronzo!
“Sì, credo – ma ora vediamo un po’ cosa vuole fare.”
E raggiungemmo Ursus che se ne stava tranquillo sotto le fronde della quercia.
“Isaia mi ha detto che …”
“Detto, Ursus, detto? Oggi, pare,  che i paralitici camminino e che i muti parlino. Ora se lei si deciderà a smetterla di chiamare il maestro, Isaia, potrò perfino credere che i sordi sentano. No, la prego, non me lo dica. Non staremo mica per assistere a qualche resurrezione, vero? …”
“Signore, lei oggi è stonato, capisco che … ma conta poco, stasera decideremo cosa fare, no, l’ha detto lei stesso? … Allora, le stavo dicendo che Isaia mi ha fatto capire di voler essere portato, immediatamente, dai suoi cavalli e vuole anche che lo si lasci da solo. Vuole che ce ne andiamo in cucina a mangiare qualcosa – lui non ha bisogno di niente” e certo!, pensai, ha mangiato troppo a colazione  - e mi vergognai immediatamente di questa mia grossolanità.
“Dice di ripassare a prenderlo.”
“E tutto questo, scusi l’indiscrezione, quando glielo avrebbe detto?”
“Ieri, ieri sera – quando lei è andato fuori a comperarsi del latte.”
Ah, ecco – ormai quei due erano diventati due dannati complici.  
“Prego, Ursus, prego. Lo faccia. Accompagni il suo padrone dove le ha detto di portarlo. Ho l’impressione d’essere di troppo.”
E senza attendere una risposta o spiargli in faccia un sorrisino di sufficienza, mi girai e mi avviai verso la grande cucina che dava direttamente sul giardino.
Dopo venti minuti ci raggiunse anche Ursus.
“Vuole un po’ di pane e prosciutto?” gli chiesi anche se avrei voluto sapere da lui cosa altro avessero ordito in tutto quel tempo.
Mi ringraziò e si sedette al tavolo prendendo due grosse fette di prosciutto crudo e ficcandole tra due pezzi di pane strappati rozzamente dalla pagnotta che stava al centro del tavolo. Poi si versò del vino – un cabernet della fattoria – e si mise a mangiare con calma, masticando ogni boccone molte volte prima di deglutirlo. Mentre noi due facevamo la stessa cosa senza dire niente.
Avevamo appena finito di mangiare e Del Bue stava riponendo via, nella credenza, i tovaglioli e i piatti nel lavello assieme ai bicchieri e io mi ero alzato stiracchiandomi e massaggiandomi le reni quando sentimmo delle grida da fuori.
In un primo momento non capii cosa stessero urlando ma quando il contadino si avvicinò sentii che stava gridando, al fuoco, al fuoco.
Non mi sembrava una cosa poi così preoccupante e gli chiesi cosa stesse bruciando. E quando mi rispose, “i cavalli”, mi resi conto che da almeno un paio di minuti, sotto il silenzio, si sentiva una sorta di crepitio bombato e dei nitriti. Ci misi del tempo – non so quanto – per prendere atto che le scuderie stavano andando a fuoco e Isaia era lì dentro, con i suoi cavalli.
Quando riuscii finalmente a pensarlo chiaramente mi accorsi che Ursus e Del Bue erano già scattati verso le scuderie che stavano – sulla destra - sul davanti della villa. Corsi loro dietro ma mi fermai appena svoltato l’angolo della casa padronale, investito da un’ondata di calore che quasi mi toglieva il fiato.
Le fiamme avevano già avvolto l’edificio come in un roveto ardente e non ci si poteva più far nulla, anzi, il fattore, mi stava gridando di tornare indietro. E io mi chiesi perché mai me lo dicesse. Forse ero troppo vicino alle fiamme e non me ne rendevo conto. Dovevo anche aver mosso alcuni passi vero l’incendio, senza quasi accorgermene – come fossi in trance - perché l’angolo della casa da cui ero sbucato, era lì, a cinque metri da dove mi ero fermato, adesso. E mi sentivo la faccia friggere mentre tutta l’aria che stava in mezzo tra me e il fuoco, oscillava vistosamente deformando il contorno delle cose.
E, intanto, c’era questo nitrito impazzito dei cavalli.
E Isaia era lì, tra di loro.
Poi, all’improvviso, sentii un paio di braccia robuste che mi stavano trascinando indietro. Era Ursus.
Mi girai a guardarlo scuotendo la testa e sussurrando, no, no, no.
“Si allontani, signore. Ormai non si può più fare nulla.”
Non capivo più niente, è vero, ma non mi sfuggì lo strano tono di Ursus. Non sorrideva e la sua voce era quieta come al solito ma senza la sua solita leggera venatura di scherzo.
“Ma … io voglio entrare lì dentro, Ursus … Isaia è tutta la mia vita. Se muore lui io muoio assieme a lui. Non posso restare senza di lui neanche un istante. Io sono lui e lui è me.”
“Certo, signore. Ma lei deve restare qui e occuparsi di tutto.”
Intanto le fiamme avevano fatto crollare il tetto.
E io mi ero girato mentre continuavo a ripetermi “di tutto”, “di tutto, cosa?” “che cosa vuol dire questo tutto?” e guardavo incantato le fiamme che sembravano rinchiudersi su loro stesse, annodate l’una all’altra, trionfanti e coronate.
E pensavo che – finalmente – non si sentivano più i nitriti dei cavalli e mi passò anche per la mente che così erano state incendiate anche tutte quelle stupende rose che si arrampicavano lungo le mura delle scuderie.
“Tutto?” dissi ad Ursus, continuando a stare girato verso il fuoco che ora cominciava a diminuire di intensità con ancora qualche fiammata vigorosa quando trovava dell’altro di cui alimentarsi.
E mi accorsi che stavo accovacciato sui miei stessi talloni con le braccia abbandonate lungo i fianchi senza essermi mai accorto di essere scivolato a terra.
“Per tutto intende … i funerali, le condoglianze, gli avvisi ai giornali, quelle cose lì, vero …”
“Sì, signore, bisognerà occuparsi anche di quello ma sarò felice se mi lascerà che l’aiuti. Lei dovrà occuparsi di tutto il resto.”
C’era un resto, quindi, da qualche parte c’era una cosa specifica di cui io avrei dovuto occuparmi. Non capivo. Ero stanco di tutte queste cose complicate. Volevo tornarmene a casa mia, subito. A Venezia. E lasciarmi tutte quelle cose alle spalle.
“La prego, Ursus, la prego, sì … se ne occupi lei. Non sono in grado – lo vede, no? – non sono neanche in grado di alzarmi  … mi aiuta, per favore? …”
E Ursus mi sollevò da terra come non pesassi niente e mi guardò fisso in faccia.
“Pensa di farcela ad arrivare fino al motoscafo?”
“Sì, credo di sì …”
E mi avviai lentamente verso il molo, con passo indeciso e barcollante  mentre da terra si levava un fortissimo vento che sbrindellò il fumo dell’incendio e lo strascinò verso il mare oscurando la luce del sole per alcuni istanti così che le acque – quasi calme – sembrarono rabbuiarsi.
Mi calai nel motoscafo e stetti lì – seduto contro la fiancata – aspettando che Ursus tornasse e quando – dopo un po’ di tempo – lo vidi sul molo che si avvicinava alla nostra imbarcazione con il suo passo elastico ed elegante, mi misi a piangere di gioia.
Ora sì, ora mi sarei potuto occupare del resto.
 
Vivo, infatti, in casa di Isaia – che ora è la mia casa – da un paio di mesi.
Mi ha lasciato tutto ciò che possiede in eredità: ad una condizione: che io tenessi con me Ursus.
E io non ho avuto nessuna difficoltà a fare le cose che mi ha chiesto. Ursus vive con me e fa – più o meno – le cose che io facevo prima con Isaia.
Mi accudisce da capo a piedi, mi prepara da mangiare, va a fare la spesa senza che ci sia quasi bisogno di parlare – io, effettivamente, parlo sempre meno senza che ce ne sia un particolare motivo. Non c’è niente di astratto in questa mia decisione. Non è che mi sia messo in testa di diventare come il mio maestro anche se, ultimamente, indosso sempre più spesso i suoi chimoni che mi stanno però un po’ stretti (penso che dovrò proprio dimagrire).
Molto più semplicemente, non ho niente da dire a nessuno e questo luuuuuuuuunghissimo scritto sarà l’ultima cosa che io avrò scritto. Dopo, fra me e la scrittura, sarà finita davvero.
Ho scoperto una cosa. Credo che, in fin dei conti, si scriva solo per smettere di scrivere. E che se si continua a scrivere vuol dire che non si è ancora scritta la cosa che si deve scrivere.
Un’ultima cosa – prima dell’addio.
Alcuni giorni fa – mentre Ursus preparava sulla scrivania il mio pranzo (no, non solo ostie anche se mi comunico tutte le mattine), gli chiesi
“Secondo te ha sofferto molto?”
Non ne avevamo mai parlato – come per un tacito accordo.
“Non credo signore – non credo proprio.”
E nel dirlo guardò fuori dalla finestra e sorrise.
Non sono più tornato sull’argomento ma da quel giorno mi porto dietro il dubbio che lui possa averlo aiutato in tutta quella faccenda. Che ne so? Potrebbe averlo strozzato prima di dare fuoco a tutto come uno schiavo romano con il suo imperatore o come un confessore pietoso con l’eretico messo sul rogo.
E questo me lo rende più caro.
E – ieri – l’ho beccato (ancora cammino per casa anche se – sempre più spesso – resto seduto senza far niente o mi stendo sulla sua brandina) che scriveva qualcosa su un grosso pacco di fogli bianchi tenuti assieme da uno spago che passava dentro a dei buchi grossolani lungo il bordo di sinistra.
“Fammi leggere, ti prego … fammi vedere cosa hai scritto …”
Lui mi ha guardato fisso negli occhi e – sempre sorridendo – ha appallottolato il foglio e se l’è ficcato in bocca cominciando a masticarlo lentamente.
Avevo fatto in tempo a leggere, standogli alle spalle, prima che mi vedesse, solo alcune parole, queste …

Scritto da: gino tasca alle 08:25 | link | commenti (5) |

Isaia Greco - terzo e penultimo

Gli chiesi se voleva che dormissi sul divano, di là, nel salotto ma lui non diede segno di aver sentito la mia domanda continuando a sorridere e a tenere le palpebre chiuse.
Perciò scelsi di prendere un affitto una stanza in una pensione molto decorosa, dove mi preparavano anche dei buoni pasti senza pretese ma cotti con cura.
E cominciarono, così, quei lunghi mesi che sarebbero terminati con la sua morte.
La Sghemba capì subito che non c’era più alcun posto per lei: avevo definitivamente vinto la partita e – pur continuando a venirlo a trovare ogni sabato – accettò il fatto compiuto: ora più nessuno poteva scalzarmi dal mio posto di Grande Infermiera. Me ne stavo nel salotto della suite e di lì controllavo tutto e concedevo tutti i permessi e i visti necessari. Doganiere, console, guardia di confine, angelo custode.
Dormivo pochissimo perché quando tornavo alla pensione, verso mattina, lì, nella pensione, cominciavano le pulizie ed era già tanto se riuscivo a dormicchiare un paio d’ore dalle dieci a mezzogiorno. Poi tornavo in clinica e non c’era più verso di fare niente. Perché Isaia dormiva, sì, ma pochissimo. Una diecina di minuti per volta e poi suonava e dovevo precipitarmi da lui per versargli da bere o per cambiargli il cuscino diventato troppo caldo e per coprirgli le gambe con il lenzuolo e stando ben attento a piegarlo perfettamente se no si irritava e pesticciava sul letto con i suoi pugnetti ed era capace anche di mettersi a frignare. Invece, per cambiarlo – dopo che avesse fatto cacca o pipì – chiamavo un infermiere.
E poi dovevo dargli da mangiare o leggergli le quotazioni dei titoli di borsa o i risultati delle corse dei cavalli.
“Potremmo collegarci con il canale tv delle corse” gli avevo detto una volta. Non mi aveva risposto e io lo avevo fatto. E – da quel giorno, quando non dormiva – passava praticamente la giornata guardando tutte le corse possibili: Hong Kong, Atlantic City, Napoli, Bolzano, Parigi, Londra, Buenos Aires. Persino la corsa reale delle Isola Tonga.
Alla fine smisi di andare su e giù dalla pensione e mi trasferii in salotto. Senza chiederglielo. Cosa avrebbe mai potuto fare, mi chiesi. Mandarmi via? Lo facesse pure. Dove avrebbe trovato un servo così ubbidiente? Uno che – in fin dei conti – l’amasse in questo modo.
Sono sicuro che se mi avesse potuto leggere nel pensiero – come sempre aveva fatto – mi avrebbe schiaffeggiato. Non avrebbe detto nulla. Sarebbe solo violentemente arrossito e mi avrebbe schiaffeggiato. Due schiaffi, sciaff e sciaff, a destra e poi a sinistra. Come un’ordinazione. Sempre più convinto che io ero il suo fallimento necessario. Aveva pronta la cassetta sacramentale di pronto-intervento e vi annaspava dentro a casaccio: cosa mai poteva servire per questo servo asinino, cocciuto, intaccato in maniera quasi irreversibile dal falso amore? La chiave inglese della confessione? Mmm, secondo lui non ero neanche in grado di riconoscermi come peccatore: troppo fariseo, diceva. Il cacciavite del matrimonio? Nooooooo! E sarebbe scoppiato a ridere. Una sessualità troppo complicata e decisamente basculante. Il dado e la vite dell’eucarestia? Sìììììììììììììì! Come offrire caviale ad una mensa della Caritas. Per il martello-estrema unzione bisognava aspettare che io fossi lì lì per crepare anche se, avrebbe aggiunto, con te, piccolo mona, bisognerebbe invertire le cose: ungerti dell’olio della morte prima che tu nasca e battezzarti alla fine, per farti nascere davvero.
Fatto sta che io, il servo stupido, mi installai nel salotto che non era poi neanche così piccolo e aveva – lo scoprii con mio grande piacere – un piccolo bagno con doccia separato, e non mi mossi più di lì. Non avrei saputo dove mettere i miei pochi vestiti ma, per fortuna, all’interno di questo piccolo locale c’era una sorta di nicchia scavata nel muro che usai come armadio. C’era anche un piccolo angolo cottura con un fornello a due fuochi più che sufficiente per preparare del buon tè e anche qualche cosina da mettere sotto i denti, i miei denti.
Quando Isaia intuì che mi ero trasferito armi e bagagli in clinica, me lo fece capire con uno sguardo dei suoi occhi albini così arreso che quasi mi misi a piangere. Voleva dirmi, sono nelle tue mani, adesso e tu puoi fare di me quello che vuoi ma ti prego, ti prego, ti prego, non lasciarmi neanche per un attimo.
Un pomeriggio, infatti, che avevo deciso di andare a visitare il Museo P****, che possedeva una delle più belle raccolte di Giacometti e non glielo avevo detto, quand’ero tornato, mi si era fatta incontro, nel corridoio, la capo-sala e mi aveva rimproverato severamente. Isaia – risvegliandosi da uno dei suoi assopimenti – aveva suonato e gli si era presentato l’infermiere cui avevo passato le consegne per quel paio d’ore. Un omone che quasi toccava lo stipite della porta con la testa e delle spalle da scaricatore e che io chiamavo Ursus. Isaia aveva cominciato a tempestare le coltri di pugni ed era diventato paonazzo e mugugnava isterico e Ursus non aveva potuto far altro e aveva chiamato la capo-sala che era riuscita a stento a capire di cosa si trattava. Perché Isaia faceva strane facce interrogative e biascicava “oè?” “oè?” “oè?” e la capo-sala che era una donna piuttosto sveglia aveva capito che le chiedeva dove io fossi.
Da quella volta – era passato poco più di un mese dal ricovero e non mi ero mai concesso un minuto di tregua – non uscii più dalla clinica se non per passeggiare una diecina di minuti nel parco o per comperare il tè quando finiva o noleggiare, giù, nell’atrio, qualche cassetta.
Avevo la mia TV, per fortuna e non ero costretto a guardare con lui, tutto il dannato giorno, corse di cavalli o altre cose del genere.
Di notte, poi, potevo dormire sei, sette ore di fila perché, curiosamente, lui se ne stava sveglio ma sembrava non avere bisogno di nulla e se aveva bisogno di qualcosa, suonava il campanello che squillava direttamente nella sala infermieri. Di solito era per fare la pipì. Passava la notte a guardare televendite di tutti i tipi. Tappeti, batterie di pentole, coperte, materassi, batterie di coltelli, frullatori, creme sciogligrasso, arnesi ginnici. Ogni tanto mi svegliavo perché dovevo orinare o per bere dell’acqua e accostavo l’orecchio per sentire cosa facesse (la porta di comunicazione era sempre aperta). E mi sembrava che dormisse con la TV accesa ma poi lo sentivo che tossiva o si spostava o ridacchiava e capivo che se ne stava lì, con un sorriso beato sulle labbra a godersi cuochi che tagliavano à la julienne carote o cetrioli.
 
I medici – per loro stessa ammissione – non ci capivano nulla.
Isaia non aveva nessuna lesione cerebrale e ad ogni tipo di esame risultava perfettamente sano. Qualcuno buttò lì il vecchio termine di “isteria” ma tutti gli altri sbuffarono irritati. Tanto valeva dire che si trattava – disse uno di loro particolarmente spiritoso – di un miracolo all’incontrario.
E non sapeva quanto – secondo la mia umilissima opinione – fosse andato vicino al vero.
Fatto sta che non c’era nessun motivo fisiologico per cui Isaia non riuscisse a camminare e niente giustificava il fatto che non riuscisse più né a parlare né a scrivere.
In un primo momento si era pensato che non capisse neppure quello che gli veniva detto ma fu facilissimo accorgersi che le cose non stavano così. Anzi, fui io a scoprirlo, il secondo giorno dopo il suo ricovero.
Stavo leggendo qualcosa quando mi sentii pesare addosso lo sguardo di Isaia e mi girai dalla sua parte e così lui si mise a biascicare qualcosa che io, ovviamente, non capii facendolo infuriare al punto da mettersi a pesticciare le coltri con i suoi piccoli pugni, ripetendo quello strano insieme di suoni.
“Maestro, non capisco.”
Lui mi guardò fisso negli occhi chiedendomi disperatamente qualcosa.
“Vuole bere?”
Scosse violentemente la testa,  e fu lì che mi resi conto che era in grado di capire perfettamente quello che gli veniva detto.
“Quindi lei capisce quello che le diciamo …”
Fece di sì con la testa.
“Quello che vuole è qui nella stanza? …”
Scosse la testa irritato.
“E’ una cosa che devo fare? …”
Fece il gesto di aprire qualcosa, di spalancarla.
“Vuole che apra la porta-finestra? E’ questo che vuole.”
Fece di sì, spossato.
 
Col passare dei giorni e poi delle settimane fu chiaro, invece, che non sapeva più né scrivere né parlare in maniera coerente.
Gli misi in grembo – mentre se ne stava sdraiato in terrazza, con una leggerissima coperta sulle ginocchia – un grosso blocco di fogli bianchi e gli chiesi
“Maestro, pensa di ricordarsi come si scrive?”
Mi guardò con un angolo della bocca che sorrideva ironico mentre l’altro restava paralizzato il che – visto che lui paralizzato non era – era un’impresa degna di un contorsionista (se frutto di un volontario imbroglio o di autosuggestione, poi, questo non sono mai riuscito a stabilirlo anche se io opto decisamente per la seconda ipotesi: che motivo avrebbe avuto per imbrogliarci?)
Prese la matita e cominciò a scrivere qualcosa. Mi stavo entusiasmando: se fossimo riusciti a guadagnare anche quel mezzo di comunicazione, il grosso dei nostri problemi si sarebbe risolto. Ma quando potei osservare quello che aveva “scritto”, restai profondamente deluso. Aveva scarabocchiato dei segni che sembravano un misto di caratteri cuneiformi fioriti in ideogrammi e poi spalmati in accenni di arabo con alcune lettere cirilliche e alcune latine sparse in mezzo. Qualcosa di molto simile ad un quadro di Paul Klee mischiato ad una stenografia personalissima e segreta.
Quando avevo risollevato gli occhi dal foglio, avevo rincontrato il suo sguardo che sprizzava gioia come quello di un bambino che ti abbia fatto dono di un foglio con una matassa indistinta di colori dicendoti che quello è il giardino di casa con la luna e alcuni lupi in fondo e anche un accenno di fate e streghe che mangiano un plumcake.
E – per quanto riguardava la parola – le cose andavano, se possibile (e non era affatto possibile) ancora peggio. Sembrava aver conservato soltanto alcuni frammenti e ampiamente deformati e senza che fosse assolutamente possibile capire in base a quale criterio proprio quelli si fossero salvati dalla catastrofe.
Eccone lo scarno catalogo.
“Dov’è?”. Che era diventato un “oè?” aconsonantico e puerile e che ripeteva spessissimo nel bel mezzo di qualsiasi discorso. Tu gli chiedevi, maestro vuole bere del succo d’arancio e lui ti diceva “oè?”. Oppure gli raccontavi di come Pietro Servile si fosse suicidato sparandosi con un fucile da caccia in bocca e lui se ne usciva con questo suo “oè?” irritante. E scrutava in giro per la stanza come se il succo d’arancia e Pietro Servile – fossero lì, nascosti dietro le tende e poco dopo se ne sarebbero usciti facendogli cucucià.
Alcune bestemmie. E questo era veramente strano. La parola “dio” era pressoché assente dal suo vocabolario: né la diceva, né la scriveva. Sarebbe stato inutile, mi disse, una volta. Chi ha dio sulla bocca non ce l’ha nel cuore. E aveva aggiunto: non conosci questo proverbio, mio piccola mona? … Io avevo fatto di no con la testa. Oh, sei proprio senza speranza. Sai tutte le cose ma sempre quelle sbagliate. Definitivo e spiritosissimo, come sempre.
Ecco, quest’uomo, ora, all’improvviso scoppiava in una raffica di “diane” e “cordio” “diottuto” e poi si abbandonava sui cuscini sfinito, direttamente uscito dalla lotta con l’Angelo e con uno strano sorriso sulle labbra come se gliel’avesse fatta vedere a qualcuno. Mancava solo che gli dicesse – a dio – tiè. Buffo, no?
E poi gli erano rimasti alcuni nomi di cibi e alcuni nomi propri, alcuni di facile comprensione (“troravia” per Alberto Moravia o “toelli” per Tondelli) altri, del tutto ignoti: chi era la misteriosa entità femminile che corrispondeva a questo gruppetto di suoni, “iarchi”?
E, ancora, alcune frasi di pura glossolalia.
Come quella volta che si diede una grande manata sulla fronte ed esclamò
“Purim wunderlich without nihil.”
Io sapevo solo che “purim” era una festività ebraica. Quindi avrebbe detto “Purim  meraviglioso senza nulla.”
“E’ così, Maestro? E’ questo che ha detto.”
Lui rise beato e mi disse “oè?” guardando in giro per la stanza come se il Gran Sacerdote del Tempio fosse lì, lì per scoperchiare l’Arca.
“Oè?”.
 
Dopo otto mesi di clinica, i suoi conti bancari risultavano pesantemente intaccati ed io avevo dovuto vendere – rimettendoci un buon 20% - tutte le sue Telecom per pagare l’ultimo bimestre e avere i soldi necessari per tirare avanti altri sei mesi. Poi non avrei più saputo come cavarmela. Avevo anche preso, senza parlargliene, quest’altra decisione: per quell’anno, niente beneficenza - che i poveri si arrangiassero senza di noi o facessero come i gigli del campo …
Ero sceso giù, nel parco, e stavo pensando a che senso avesse rimanere lì quando incrociai il direttore che mi disse come – nonostante il piacere che gli poteva procurare l’avere un ospite così famoso (che ruffiano!) – Isaia avrebbe potuto essere curato ed adibito, tranquillamente, a casa sua, a Venezia. Non era dipendente da nessuna macchina particolare e non era soggetto a nessuna particolare cura che non fossero le iniezioni anti-trombosi che si facevano a chiunque stesse fermo, bloccato in un letto.
Dissi che ci avrei pensato e quel pomeriggio stesso ne parlai a Isaia.
“Maestro, ho parlato con il direttore …” guardai fuori dalla finestra, imbarazzato, come se stessi per confessare che la teiera era caduta per terra andando in mille pezzi. “lui dice che non vede più nessun valido motivo per cui lei debba restare qui. Secondo lui può avere le stesse cure a Venezia, a casa sua – che ne dice?”
Non era una domanda cui lui potesse rispondermi e, infatti, non mi disse nulla e mi guardò spalancando gli occhi come a dire, vai avanti.
“Cominciano anche a non esserci più troppi soldi.”
Si rattrappì su se stesso, spaventatissimo.
“Non abbia paura. Non siamo ancora in miseria. Ma rientrare a Venezia dove le uniche spese aggiuntive sarebbero quelle di un infermiere …”
Mi interruppi, folgorato da un’idea improvvisa.
“Che ne dice? Potrei offrire il posto ad Ursus …”
Sorrise felice e scattò in una serie di “oè?”.
“E anche questa è fatta – se accetta, ovviamente … dicevo che rientrare a Venezia ci farebbe risparmiare un bel po’ di soldi. Tenga presente che ora lei non è più in grado di lavorare e che dovremo tirare avanti consumando i redditi che le procurano l’allevamento e le campagne che non sono andate a sua sorella Isolde e gli altri suoi investimenti in fondi e azioni varie. Qualcosa, credo, dovrà pure venderla.”
Respirai a fondo. Ora avrei dovuto dirgli della beneficenza e non ne avevo il coraggio ma mi feci forza.
“Ho ricevuto il rendiconto dell’allevamento e ho provveduto a trattenere i due terzi che lei avrebbe destinato alla beneficenza. Non ci potevamo permettere nulla di simile, quest’anno. Mi creda.”
Quel “ci” doveva averlo sconvolto. Teneva la testa girata dall’altra parte, verso la parete con il piccolo comò bianco e lo specchio. Poi, senza guardarmi, fece scattare il braccio sinistro, a manrovescio, e mi colpì sulla guancia, fra il naso e le labbra. Aveva poca forza e non mi avrebbe fatto nulla se non avesse avuto il suo anello al dito e fu con quello che mi procurò un piccolo taglio al labbro da cui cominciai a perdere del sangue. 
Pensai che l’avrebbe pagata – avrebbe pagato anche questo anche se non sapevo proprio come (forse, scrivendo questa cosa che ho per le mani adesso?) e me ne andai nel mio piccolo bagno dove tamponai la ferita con un pezzo di Scottex intriso di acqua fredda. Avevo lasciato che scorresse un bel po’ perché gli restasse tutto il tempo necessario per godere del suo trionfo.
Quando rientrai mi accolse festoso con una salva di “oè?”. E io sorrisi.
Gli chiesi se avesse voglia di dormire un poco e lui mi fece segno di sì con la testa e, quindi, tirai giù la persiana e tirai le tende di pesante velluto color amaranto andandomene, subito dopo, in punta di piedi dopo averlo rimboccato e chiudendomi la porta alle spalle: ma non completamente. Se l’avessi fatto si sarebbe messo a frignare.
Poi mi sedetti sulla piccola poltrona di vimini con un grande cuscino regalatomi dalla Sghemba (lo so: sembra impossibile ma dopo essere stata sconfitta, non mi trovava più così repellente). Stava quasi incastrata tra il cucinotto e la finestra e – lì seduto - mi misi a pensare all’enorme quantità di problemi pratici che avrei dovuto risolvere, cercando di organizzarmi per il meglio e tenendo presente che non potevo più contare sull’aiuto di nessuno e che tutto avrebbe dovuto essere pagato in contanti. Gli “amici”, dopo un paio di mesi, erano spariti dall’orizzonte. Isaia non era più il titolare di una temutissima rubrica su “L’espresso” e non faceva più paura a nessuno anzi, sono sicuro che molti avevano brindato. L’unico che veniva a trovarlo ogni quindici giorni era Claudio A. ma questo, forse, aveva a che fare con il suo impegno a Lucerna, con la nuova orchestra. Gli altri erano venuti una o due volte e poi si erano limitati a telefonare ad intervalli sempre più distanziati e con un tono di voce sempre più burocratico e leggermente annoiato – come sta? Mangia? Dice qualcosa? Cosa vi serve? ...  E poi più niente.
E finii con l’addormentarmi.
 
Due settimane dopo, saldati i conti con la clinica e salutato tutto il personale (Ursus aveva accettato la nostra proposta e faceva parte della comitiva), una mattina, prestissimo, alle cinque e mezzo, partimmo con una Mercedes familiare presa a nolo presso la Herz. Io guidavo e Ursus stava seduto al mio fianco. Isaia se ne stava sul sedile posteriore molto reclinato con una coperta sulle ginocchia nonostante fosse giugno inoltrato, e dormicchiava quasi sempre. Si svegliava, più o meno, ogni mezz’ora e grugniva e allora Ursus si girava e gli chiedeva se volesse bere o essere sistemato meglio o fare la pipì (avevamo un pappagallo con noi). E poi faceva la cosa che l’altro gli aveva chiesto, con naturalezza e sempre con un lieve sorriso sulle labbra.
Apprezzavo molto la tranquillità con cui Ursus faceva fronte ad ogni evenienza senza farsi prendere da inutili angosce e trovando sempre la maniera di risolvere ogni problema. Mi acquietava, mi rendeva più ospitale e calmo come se Isaia fosse stato un simpatico cagnolino e Ursus il suo dog-sitter. Per quattro-cinque ore (il tempo che ci sarebbe voluto per arrivare a casa), potevo distendermi e pensare solo alla guida, scambiando qualche parola con Ursus come se Isaia non ci fosse. O quasi.
Ursus mi raccontò di sua sorella che stava in una clinica per schizofrenici a *** e di sua madre che si era uccisa con il gas, a casa loro, quando lui aveva quindici anni. Era rientrato da scuola e l’aveva chiamata ed era corso in cucina con una fame da lupi (frase fatta, frase fatta, frase fatta – dice Isaia: forse che qualcuno sa com’è la fame dei lupi? E forse che qualcuno l’ha paragonata a quella – che so? – dei trichechi o degli altri canidi? …) scoprendola lì, per terra, con lo sportello del forno della cucina a gas aperto e tutt’ora sibilante. Si era precipitato alla finestra con un fazzoletto sulle labbra e sul naso e aveva spalancato le imposte, buttandosi fuori con tutto il busto per respirare aria pulita e già piangendo disperato.
Mi raccontava queste cose come se fossero capitate a lui e – allo stesso tempo - non a lui. Aveva stile, ecco, devo proprio dirlo, aveva uno stile senza sbavature come quei musicisti che non hanno mai visto un rigo eppure hanno l’orecchio assoluto e sanno intonare perfettamente qualsiasi nota.
E non si aspettava niente da me in contraccambio, nessuna confidenza speculare. Non mi fece, infatti, nessuna domanda che mi riguardasse e dopo un po’ che avevamo passato il grande raccordo anulare di Milano, si assopì contro il finestrino – per una ventina di minuti perché poi il “nostro” signore si mise a grugnire e si dovette interpretare cosa mai volesse: era il pappagallo, questa volta e bisognò fermarsi alla prima piazzola per fargli fare la pipì.
Poi ci fermammo per mangiare un boccone: all’autogrill di Desenzano, portando con noi Isaia, sulla sua nuova sedia a rotelle elettrica che aveva tutta una serie di comandi sui braccioli e delle grosse e tozze ruote più simili a quelle dei pattini che alle grandi ruote da ciclista tipiche dei vecchi modelli. L’avevamo provata proprio il giorno prima di partire e Isaia era scoppiato in una serie di “oè?” giubilanti e si era messo a premere i bottoni l’uno dopo l’altro piombandovi addosso – vista la sua miopia – come se li sapesse leggere. Poi, per fortuna, se ne era stancato come un bambino di un nuovo gioco e aveva lasciato che Ursus si prendesse cura della cosa.  E, ora, lo guidava sul piazzale e su per la salita ricoperta di gomma a piccole bugne, usando la tastiera che stava sul retro dello schienale: esatto duplicato dell’altra.
Ci sedemmo intenzionati ad ordinare un bel po’ di cibo - erano quasi le due del pomeriggio e sia io che Ursus avevamo una gran fame – ma non prima di aver chiesto ad Isaia cosa volesse, leggendogli il menù ed escludendo le cose che già sapevo non erano di suo gradimento. (Se non lo avessi fatto, mi avrebbe tenuto il muso per tutto il pomeriggio, frignando ad intervalli regolari e rispondendo con un alzata di spalle se gli avessi chiesto che cosa avesse.)
Era diventato golosissimo e dovevo frenarlo se no avrebbe mangiato almeno due o tre volte la stessa portata, chiedendomi – dopo aver spazzolato il piatto – “oè?” che stava per “ancora”, “dov’è un altro po’ di cibo come questo”.
Anche se – devo confessarlo – non era ingrassato di un grammo. Anzi. Gli era quasi sparita la pancia come se si fosse sgonfiata.
Il cameriere che attendeva l’ordinazione, ovviamente, se ne stava in piedi al mio fianco e non mi fu facile fargli capire che non doveva starsene lì impalato. Trovai che dovevamo pensarci e gli dissi che lo avrei richiamato.
Potevo, forse, farlo assistere allo spettacolo di me che dicevo “bistecca alla fiorentina” e Isaia che scattava su a dire “oè?” che voleva dire, sì, vada per la bistecca alla fiorentina?
Lo richiamai solo quando potei fornirgli un’ordinazione sensata: consommè (per quello andava ancora pazzo), una bistecca alla fiorentina di almeno quattro, cinque etti, dell’insalata con cipolla e ravanelli e una doppia porzione di sacher.
Ma – mentre stavo per ordinargli le nostre consumazioni – sentii una voce alle mie spalle che guaiva … sì, guaiva: un misto di moina, di uggiolio, di servilismo … dicendo
“Isaaaaaaia???!!! Isaaaaaaia Greco?! … E’ lei, Maeeeeeestro? Non ho le allucinazioni, vero?”
Mi voltai a guardare chi fosse questo maledetto scocciatore (e intanto feci segno al cameriere di portarci le poche cose che ero riuscito ad ordinargli e che avrei completato l’ordinazione dopo) mentre Isaia si limitò ad alzare lo sguardo: lui era di fronte a me e, quindi, lo scocciatore se lo ritrovava davanti, d’emblé e in cinemascope.
Era il Grande Alberto. Oh oh oh, pensai.
Il tavolo era per quattro ma lui non aspettò che gli si offrisse da sedere cosa che – per altro – avrebbe potuto attendere fino al giorno del Giudizio Universale. Si sedette e basta.
E – per un po’ – rimase fermo in una posa da tableau vivant. Il capo lievemente reclinato con grazia sulla destra, un sorriso amabile, gli occhi socchiusi perché dietro Isaia c’era una grande vetrata che dava sul parcheggio ed era mezzogiorno e l’aria tremolava per il gran caldo e per i gas di scarico e il riflesso lo accecava.
Indossava un completo di lino bianco e una camicia bianca, di cotone, senza cravatta ed io pensai: mica sei alle Bahamas, idiota.
“Lei si ricorda, Maestro …” occorre precisare che diceva “maeeeestro”, strascicandolo come fosse il corpo di Ettore dietro al carro di Achille e con l’aria di dire, sì, maestro del cazzo! … Occorre? …
“…ricorda, vero?, quel mio romanzo …”
Ma cosa ti aspetti, stronzo? – pensai -  che ti risponda? Non l’hai letto su tutti i giornali – perfino nel tuo giornale – che non parla più con nessuno?
“Sì, sono certo che lei se lo ricorda perfettamente.”
Si girò verso il parcheggio incuriosito da un pullman di giapponesi – o così, almeno, sembrava.
“Lo hanno tradotto un po’ da per tutto e ne sono state vendute duemilioni di copie.” Disse duemilioni abbassando vistosamente il tono della voce e affrettandosi come se provasse, sul serio, una qualche forma di imbarazzo.
Guardai Isaia. Fissava un punto imprecisato tra il piano del tavolo e il petto dell’altro. Sempre con quel suo lieve sorriso sulle labbra e un filo di bava che gli colava dall’angolo sinistro della bocca.
Cosa potevo fare? Umiliarlo pulendolo? Lasciare che l’altro lo vedesse e ne trionfasse? Fu Ursus a risolvere la faccenda con la sua solita naturalezza, alzandosi e pulendolo come se questa fosse la cosa più scontata del mondo, accompagnando il gesto con poche parole sussurrate, qualcosa come “signore, adesso la pulisco io”.
“Dovremmo mangiare … se non le spiace.”
Ero io che parlavo e - devo ammetterlo – ne fui stupito io per primo.
Per qualche secondo sembrò che il Grande Alberto non si rendesse ben conto da dove provenivano quei suoni o che lo fingesse ed io propendo per questa ipotesi. Dannato istrione!
“Dovreste mangiare, eh sì, me ne rendo conto … E’ una cosa che tutti fanno, vero? … mangiare, viaggiare in macchina, incontrare graaaaandi scrittori di cui non si è capito un cazzo …”
Sembrava parlare a se stesso ma, all’improvviso, gli si illuminarono gli occhi. E si alzò di gran fretta, facendo quasi cadere la sedia e sussurrando un “aspettatemi qui, non andate via … torno subito …”.
Era già a metà del percorso (ma dove stava andando, per dio!) e corricchiava quando si rigirò indietro, preoccupatissimo, facendoci segno con le mani che non andassimo via, che restassimo lì ad aspettarlo.
Mi sarei aspettato che Isaia sbottasse nel suo solito “oè?” ma non lo fece. Teneva le mani in grembo, l’una sull’altra, e sorrideva quieto come se si aspettasse qualcosa di nuovo e curioso ma anche di dannatamente serio. Ursus aveva cominciato a mangiare e – anch’io – stavo per ficcarmi in bocca la prima forchettata di pasta (solito salmone, solita panna, solita mediocritas) quando vidi apparire da dietro una colonna il Grande Alberto. Camminava un po’ ripiegato su se stesso o, meglio, curvo – come a proteggerla – sulla cosa che teneva tra le mani. Un pacchetto di carta – di quella carta grigiastra con cui ci si asciuga le mani. La teneva sul palmo della mano sinistra e – con la mano destra – vi posava sopra una salvietta intatta e ve la premeva come se potesse scivolargli via.
Fu lì lì per scontrarsi con un signore che aveva appena fatto il pieno con il suo vassoio al self-service ma poi riuscì a raggiungerci senza danni di alcun tipo.
Si fermò al nostro tavolo, leggermente affannato (era molto ingrassato dall’ultima volta che l’avevo visto … a un qualche Premio Strega, due anni fa) e per un po’ non disse né fece niente. Poi, lentamente, sollevò la mano destra dal malloppo e – con delicatezza – levò la salvietta non ripiegata e, poi, sciolse la cocca del sacchetto: un elastico che aveva trovato chissà dove.
Era una cacca. Una sua cacca?
“Ecco. Vedi un po’, maestro” niente strascinamenti, ora, nel dirlo – anzi, quasi una fucilata “vedi un po’ cosa te ne puoi fare di questa …”
E se ne andò via, arretrando e senza guardarsi alle spalle, rischiando di travolgere altri clienti o i tavolini, accennando con la mano sinistra ad una benedizione.
Io rimasi pietrificato ma  – devo confessarlo? – anche leggermente ammirato da una simile audacia.
E fu Ursus, come sempre, a risolvere la situazione. Come se la cacca fosse un torsolo di mela o un pezzo di pane, la prese, la riavvolse nelle salviette e si avviò verso le toilettes.
E - solo allora - mi decisi a guardare Isaia. Mi sarei aspettato che fosse arrossito, che frignasse, che si mettesse a battere i pugni sul tavolo e, invece, non capitò niente di tutto questo. Aveva conservato la stessa espressione di prima e non aveva mosso le mani da dove se ne stavano, nel suo grembo. Ma era diventato, improvvisamente, bellissimo. Non capivo. Apparentemente era tutto come prima e, quindi, perché a me sembrava tutto anche così diverso? Cosa gli era successo?
“Maestro? …” quasi sussurravo e sembravo un bambino intimidito che non osi interrompere una cosa che fanno i grandi, una cosa eccitante anche se non è sicuro di capirne il vero significato.
Non si girò dalla mia parte, conservando rigorosamente le mani in grembo e quel suo sorriso in faccia.
Non so perché lo pensai ma anche adesso non riesco a liberarmi di questo sospetto. Teneva gli occhi semichiusi, come se stesse dormicchiando.
Ed io pensai – che dio mi perdoni – che ci stava fottendo tutti.
Che lui era perfettamente in grado di parlare e che per un suo disegno segreto non lo faceva.
Tornò Ursus e Isaia girò la testa verso di lui sorridendogli.
Ma non era più il solito sorriso quasi ebete e- soprattutto – niente salve di “oè?” demenziali.
“Maestro, vuole che ce ne andiamo via? …”
Io e Ursus non avevamo praticamente mangiato nulla ma pensavo che Isaia si sentisse imbarazzato a restare lì dove tutti avevano assistito alla scena con il Grande Alberto anche se, difficilmente, avevano potuto intuire il contenuto del fagottino che quell’imbecille aveva deposto nel suo piatto.
Magari la puzza, pensai, ecco, magari quella l’avevano sentita. Io l’avevo sentita. … Chissà cosa diavolo aveva mangiato quell’enorme sacco di merda … Certo che – pensavo ancora – la merda era la cosa che produceva con più naturalezza …
E non mi accorsi che Ursus aveva già deposto Isaia nella sua sedia a rotelle.
“Mi scusi Ursus, stavo pensando che … Ha detto di sì? Ha detto che vuole andarsene? …”
“Sì, ha fatto di sì con la testa … ci fermeremo al prossimo grill. Mi pare di averne visto uno annunciato a venti chilometri. Dovremmo farcela per le due, prima che chiudano il self-service. Non ha mangiato nulla e fra poco potrebbe cominciare a frignare per la sua pappa.”
Ursus parlava di Isaia come se Isaia non ci fosse o come se non potesse sentirlo. Lo avevo già notato in clinica, un giorno, che se n’era uscito con un “il signore sembra un po’ tonto” mentre Isaia era nella terrazza e noi due nella sua camera.
Gli avevo fatto “sssssssstttt”, stizzito e poi avevo controllato la faccia di Isaia. Non stava dormendo ma sembrava non avere sentito nulla.
Che avesse ragione lui? Ursus, intendo. Forse, sul serio, bisognava fare come se Isaia non ci fosse.
Il resto del viaggio fu molto tranquillo.
Ci fermammo ad un grill successivo, prima di Verona e mangiammo alcune bistecche molto spesse e grosse e con del grasso ben rosolato, bevendo del vino rosso senza etichetta mentre Isaia se ne stava compostamente seduto sulla sua sedia a rotelle, sorridendo e guardando tutto quello che facevamo con grande curiosità, spostando solo gli occhi e con le mani in grembo.
Non sapevo che non avrebbe più detto nulla. Neanche i suoi “oè?” o le sue frasi prive di senso. Ma da quel giorno fino al giorno della sua morte non emise più alcun suono. Si limitava a fare segno di sì o di no con la testa o ad inarcare le sopraciglia per significare stupore – riuscendo a comunicare un bel po’ di sfumature con la mimica facciale. Ma niente più suoni.
 
 
A Venezia, dopo la prima settimana in cui, senza Ursus, sarei impazzito, tutto si sistemò per il meglio.
Avevo licenziato Toni Meneghello, quello che mi faceva da factotum. Mi era sempre risultato antipatico - malmostoso, maligno, invidioso, curioso, pieno di rancore, pettegolo e con le ascelle sempre sudate.
I soldi non erano più una quantité négligeable della cui esistenza si poteva essere certi come di quella di dio e io non potevo più pagare due stipendi: il suo e quello di Ursus. Glielo dissi e lui mi guardò con una certa aria insolente dicendo, solo: “Capisco.” Ma in quel “capisco” c’era – più o meno – questo: ah, ti sei stancato di farti fare il culo da quella vecchia checca – ora ti sei portato Big Jim in casa.
Mi sentii avvampare in faccia e mi girò la testa ma poi mi sistemai il nodo della cravatta anche se non ce n’era proprio bisogno e lo pregai di lasciare le consegne alla Tata, per le pulizie.
“E la liquidazione? …” fece.
“Non si preoccupi – le sarà versata il prossimo mese, con l’ultimo stipendio.”
“E gnente trucchi, mi raccomando.”
“Cioè?” ed ero, di nuovo, violentemente arrossito.
“Gnente, gnente … niente – stia ben attento a non sbagliarse … non se sa mai, no? I conti li ga sempre fatti eo e se el signor se fida me fidarò anca mi … me toca …”
Stronzo Arlecchino di merda! Capivo bene a cosa alludeva. Doveva aver pensato – da sempre – che rubassi. Come se non sapessi cosa lui faceva – d’accordo con quell’altra – in cucina o con la benzina del motoscafo o con molti degli oggetti preziosi che erano finiti in soffitta nel corso degli anni. Avesse potuto, avrebbe venduto anche le assi del pavimento o i coppi del tetto.
Mi stava offrendo – nello stesso piatto – un banale ricatto o una sordida complicità: se io non lo avessi fregato nessuno – mi diceva – avrebbe invaso le acque territoriali dell’altro.
“Non si preoccupi.” Gli risposi freddamente. “Avrà quello che le spetta.”
E sorrisi benigno - si vede che qualcosa dovevo pur averla imparata dal mio padrone perché, in realtà, stavo pensando, lo so io quello che ti spetterebbe, cialtrone: una dozzina di randellate su quella tua testa fatta ad uovo, cartillagginosa, gommosa come una palla. E, invece, sorridevo.
Simulazione e dissimulazione, caro, con questo il saggio sale, mascherato, sul proscenio del mondo – mi diceva Isaia. Già, dico io, già.
“Solo, mi raccomando, sia ben sicuro che Ursus impari a guidare il motoscafo.”
“Oh, queo! …”
“ “Queo”, cosa!”
“ El sa fare ben altre cose.”
“Scusi?! … Per esempio.”
“No vogio essere indiscreto.”
Era chiaro che lo odiava.
“Ecco, allora, per una volta non lo sia. Ursus è molto intelligente e sa fare un sacco di cose davvero e nessuna del tipo cui allude lei e non avrà certo difficoltà ad imparare come si fa.”
“Va ben. Posso andare?”
Gli feci segno di sì con la testa e quando fu uscito buttai fuori una gran quantità d’aria come se quel nostro dialogo tra servi fosse stato una puzza ed io avessi trattenuto il respiro per non riempirmene i polmoni.
Devo essere sincero? Io ero convinto che non saremo mai più usciti in giro con il motoscafo – ero certo che Isaia non lo avrebbe più desiderato.  Ma, tuttavia, non potevo certamente rischiare che  me lo chiedesse trovandomi a rispondergli che non c’era nessuno che sapesse guidarlo.
E, per fortuna, tutta la faccenda  si risolse nel giro di una settimana alla fine della quale Ursus sapeva guidare il motoscafo con elegante nonchalance concedendosi alcune manovre che a me parevano quasi acrobatiche. Una volta, infatti, riuscì a scansare due gondole con una gincana disinvolta e sono sicuro – anche se lo vedevo di spalle – che sulla faccia gli era apparso un sorriso compiaciuto. Da bambino.
 
Mi sto avvicinando alla fine.
Dopo solo una settimana dal nostro ritorno, Isaia mi chiamò nel suo grande studio suonando il campanello che gli avevo fatto installare sulla scrivania appena il giorno prima. Lui se ne stava seduto sulla sua sedia a rotelle, rivolto verso le grandi bifore che davano sul Canal Grande e - quando entrai – non ritenne il caso di girarsi a guardarmi. Se ne stava con la testa rivolta ai palazzi sull’altra riva e al cielo morchioso che vi galleggiava sopra. Era una di quelle giornate di luglio che – curiosamente – sembrano ostinarsi ad imitare qualche loro consorella di novembre stendendo su tutto un’opaca e compatta coltre grigio pallidissimo. E faceva un caldo opprimente.
Mi spostai mettendomi davanti a lui ma – per ancora un mezzo minuto – fu come se lui mi vedesse attraverso.
Sapevo cosa dovevo fare ed estrassi di tasca un piccolo quaderno dove avrei preso nota delle cose che intendeva comandarmi.
Fin dai tempi della clinica avevamo messo su una sorta di cerimoniale dotato di alcuni codici con cui comunicare. Qualcosa di molto simile al gioco dei mimi. Sapete, no? Sta in questa stanza? E’ un oggetto? Dice messa a San Marco tutte le domeniche mattina alle sette? Dovevo, insomma, con tutta una snervante serie di domande, riuscire a circoscrivere il campo del suo interesse immediato.
E – se non lo facevo in fretta – si accigliava e stirava in giù gli angoli della bocca come se facesse “puah!”.
Lui aveva a sua disposizione, adesso,  solo i movimenti della testa e delle mani e, naturalmente, la mimica facciale.
Anche se avevo già avuto modo di sorprendermi di che spropositato bagaglio di espressioni fosse dotata la sua faccia. Lui, proprio lui, Isaia che avevo conosciuto ed ammirato per la sua maschera di cera e quel suo eterno sorriso o – tutt’al più – per tutta le variazioni del disprezzo e del sarcasmo, ora, disponeva di mille sfumature incredibili, raffinate, quiete e molto molto cerimoniose.
Un attore cinese-bizantino – o qualcosa di molto simile.
 
“Desidera qualcosa, signore?”
Fece di sì e abbassò le palpebre sugli occhi scuotendo solo  un po’ la testa come a dire: che domande!
“Qualcosa che deve fare lei?”
No, no.
“Ursus, forse? …”
Neppure.
“Io, allora.”
Ci sei arrivato finalmente -  ma il “mona” sottinteso, quello neanche lui lo poteva mimare e forse neanche lo voleva (ultimamente era  diventato molto più benevolo nei miei confronti).
“E’ qualcosa che devo fare proprio ora?”
Sì, certo.
“Vuole mangiare qualcosa?”
Scosse violente della testa, ma no, ma no – come ti passano per la testa certe idee?!
“Vuole che la porti a dormire.”
Come un bambino mi fece segno di sì ma - con le palme delle mani che spingevano l’aria – di aspettare un po’, calma. Voglio sì dormire – e portò le mani unite a preghiera lungo la guancia – ma qui. Indicò il pavimento più volte e vi battè sopra con il piede, indispettito. Qui, qui, brutto macaco. Voglio dormire qui.
“Vediamo se ho capito, signore … lei vorrebbe dormire qui, nel suo studio. E’ così? …”
Sì, certo  - ce l’hai fatta finalmente.
“Potrei farla stendere sul divano ma ho paura che scivolerebbe e potrebbe farsi male.”
Scosse la testa più volte, freneticamente.
Poi avevo capito la sua disperazione: gli restava ancora da ficcarmi in testa che – da oggi - avrebbe dormito lì, per sempre. Sulla sua vecchia brandina da campo (sì, ha dell’incredibile ma quell’uomo era stato anche un brillante ufficiale nella campagna di Russia). E, probabilmente, disperava di riuscire a farsi capire.
E come dargli torto? Come tradurre in gesti un concetto come sempre?
Fatto sta che, alla fine, riuscii a scrivere tutte le cose che mi aveva comandato (prendere la sua vecchia brandina militare – metterla al centro del suo studio, davanti alla scrivania – chiudere le imposte anche durante il giorno) e – in giornata stessa – andare in soffitta con Ursus a prendere quel vecchio oggetto con la stoffa ammuffita in alcuni punti, pulirlo alle bene e meglio e ficcarci su uno dei suoi tatami giapponesi e situarlo al centro del suo studio, davanti alla scrivania, come aveva detto. Stavamo – io e Ursus – per metterci delle lenzuola ma lui aveva fatto segno di no, irritato e aveva strappato di mano la coperta a Ursus. Voleva dirci: mi basta questa – questa cosa semplice, color topo, mi va bene. E’ più che sufficiente per quello che mi resta.
Mi guardò quasi con odio. Ma poi distolse lo sguardo, imbarazzato, verso la solita finestra mentre io sistemavo i piatti della cena sul vassoio per portarli dabbasso, in cucina. Doveva essersi convinto di aver lasciato trasparire qualcosa di banalmente vero e non se lo perdonava né mi perdonava il fatto che io non gli avessi nascosto d’averlo capito – io il signore, per una volta e lui il dannato servo in trappola – topo senza scampo
A proposito – non mangiava quasi più nulla – riuscivo, a stento,  a fargli prendere un sorso di tè al mattino e un pezzetto di formaggio al pomeriggio. Poi, la sera, a mala pena mandava giù una tazza piccola di brodo.
O, almeno, era questo di cui ero convinto. E poi spiegherò come venni a sapere che le cose non stavano neanche così – lui non mangiava quello che gli portavo ed era per quello che esigeva che io me ne uscissi prima che lui cominciasse a mangiare.
 
Ci furono altre due lunghissime ed estenuanti sedute dei mimi.
Una delle quali risultò quasi comica. Io ero molto stanco e mi ero buttato sul divano che stava di fronte alle sua scrivania, sudato fradicio, con la camicia appiccicata alla schiena (ah sì – lui mi criticava perché non indossavo mai qualcosa di diverso ma l’unica volta che mi ero presentato senza cravatta, mi aveva tirato addosso un pesante calamaio di vetro, mirando male, per fortuna) – lui sembrava ormai aver rinunciato a farsi capire e s’era girato verso la finestra con un’espressione di disgusto. In quel momento sentii un fruscio alle mie spalle. Mi girai di scatto, quasi impaurito. Era Ursus.
“Oh, Ursus! Eri tu ... non ti avevo sentito entrare.”
“Non poteva. Ho trovato la porta accostata e sono entrato per chiederle se potevo uscire per un’ora.”
“Sì, certo. Basta che tu sia qui per l’ora di cena, alle sei, come sempre.”
“Credo di aver capito …”
“Che vuol dire, Ursus? … Come “credi” di aver capito? …”
“Mi scusi, non avevo finito la frase.”
E, così, mi aveva anche dato del maleducato. Gli sorrisi – io non potevo prendermela con Ursus, mai (o quasi).
“… credo di aver capito cosa vuole il signore.”
Lo guardai stupito, girando appena la testa, con un sorriso ironico sulle labbra come a dire: su, dai, dai, fammi un po’ vedere.
E, con la coda dell’occhio, mi accorsi che anche Isaia si era rigirato verso di noi e lo stava scrutando attentamente.
“Il signore ha fatto il segno di croce ortodosso, con le tre dita.”
“Sì, e quando l’ha fatto io gli ho chiesto se voleva un prete.”
“Certo signore, è di quello che parlava ma il signore voleva un prete ortodosso.”
Guardai Isaia. Sorrideva compiaciuto e faceva molti sì con la testa.
“Era questo che voleva?”
Fece una smorfia – con te non ci parlo, voleva dire: bocca in giù come un paralizzato.
“Poi il signore le ha indicato il calendario e ha fatto un segno circolare. Credo volesse dire, tutti i giorni.”
Isaia stava diventando radioso e io cominciavo a sentirmi crescere due enormi orecchie d’asino come in un cartoon della Warner Bros.
“E poi, mi scusi, ma questa era veramente facile: ha estratto la lingua e chiuso gli occhi. E mi sono meravigliato che lei non l’abbia capito subito. Penso che voglia fare la comunione tutti i giorni ma esige che l’ostia gli sia portata da un prete ortodosso.”
Ad Isaia brillarono gli occhi e fece clap clap clap con le mani, senza realmente sbatterle, solo accennandovi. Accennò, anche e addirittura, ad un piccolo inchino. E fu così che dalla domenica successiva un prete ortodosso venne tutte le mattine da noi ed entrava nello studio di Isaia e recitava la Santa Messa e lo comunicava mentre io stavo di guardia fuori dalla porta perché nessuno entrasse. Io per primo.
 
Dopo un paio di settimane incontrai Ursus per le scale. Era appena stato da Isaia (avevo, infatti, sentito il campanello squillare nella sua stanzetta). Alzai lo sguardo su di lui – io stavo salendo – e tutti e due, nello stesso istante,  cominciammo ad aprire la bocca per dirci qualche cosa.
“Prego, dica lei …” fece Ursus, sorridendo impacciato.
E, alla sua frase, si sovrappose la mia “Dimmi, Ursus ...”
Scoppiammo a ridere e per almeno un altro paio di volte non ci fu verso che uno di noi la smettesse con i salamelecchi e dicesse quello che doveva dire.
Alla fine mi decisi.
“Parlo io, allora?” – fece segno di sì ancora rosso in viso per l’imbarazzo.
“Non hai notato, Ursus, che il Maestro dimagrisce ogni giorno che passa sempre di più …”
Ursus aprì la bocca come se volesse interrompermi, colpito da qualcosa di strano.
“Sì? …”
“E’ curioso –  mi stavo giusto chiedendo se fosse il caso di parlarne.”
“Ah, bene … che ne pensi? Ti ha mai detto di sentirsi poco bene? Sarà il caso di consultare un dottore? … Va be’, mangia pochissimo ma non ha mai mangiato molto più di così. Direi che l’unica vera grande differenza è che ora non divora più quell’enorme porzione di sacher che si pappava tutte le sere, prima … avresti dovuto vederlo! …”
“Non è questo il problema, signore …”
“Va bene, allora, qual è la questione, dimmelo tu …”
Forse non ero riuscito, quella volta, a togliermi via dal tono di voce un che di indispettito: sembrava che ora sapesse tutto lui, che capisse tutto, oh oh oh, il Grande Interprete di Delfo, la Sibilla culturista.
“Isaia non mangia più nulla da un paio di settimane …”
E lasciò lì la frase sospesa per vedere se abboccavo.
Abboccai, infatti – non mi ero ancora del tutto istupidito.
“Vuoi dire da quando è cominciato a venirci per casa quel pope puzzone? …”
“Sì, esattamente.”
“Mi stai dicendo” degluttii spaventato dalla cosa che mi stava capitando di pensare “che si nutre solo della particola con cui si comunica? E’ questo che mi stai dicendo? …”
“Sì, signore. E’ questo.”
“E tu come lo sai?”
(Avrei pensato dopo a cosa volesse dire tutta questa dannata cosa. Prima volevo sapere come ne era venuto a conoscenza e se dovevo darla per certa.)
“Lunedì mattina, il secondo giorno in cui era venuto quel prete, lei era dovuto uscire di casa e mi aveva chiesto di portare il pranzo ad Isaia … se lo ricorda? …”
Gli feci segno di sì, spazientito, e che andasse avanti. Ursus amava i dettagli quasi come una sarta d’alta moda.
“Bene. Alle 11,30, come sempre, ho portato il mezzo panino e un po’ di emmenthal ad Isaia. Lui non  è sembrato troppo stupito di vedere me anziché lei. Mi ha sorriso e mi ha fatto cenno che depositassi tutto sul tavolo. L’ho fatto e sono uscito.”
“Sì, e allora? … Ursus, ti prego, vai più in fretta – non devi scrivere un racconto e partecipare a qualche concorso, mi pare …”
“Certo, signore. Ma le cose vanno raccontate come sono, non le sembra? … Ero a metà delle scale – come adesso io e lei – quando mi sono reso conto di non aver stappato la bottiglia d’acqua minerale che gli avevo portato. E, così, mi sono riavviato verso la sua stanza e sono entrato …”
“E non hai bussato?”
“No, signore. Me ne sono dimenticato o forse contavo che Isaia non ci facesse caso. Almeno questa volta. Fatto sta che l’ho proprio beccato, signore. Si era accostato alla finestra e stava nutrendo un gruppo di piccioni con il suo pane e il suo formaggio.”
Aggiunse che, poi, si era girato verso di lui con il piatto ancora in mano e le dita che facevano scivolare sul davanzale il pane accuratamente sbriciolato e il formaggio a pezzettini. E l’aveva guardato sornione.
“Come se, signore, mi volesse far capire che io non lo avrei mai tradito con nessuno. Lui, di me, si fidava.”
“E tu, invece, hai deciso di dirmelo. Come mai?”
“Io, signore, sono innanzitutto un infermiere. Non se lo dimentichi.”
“Va bene. Ora vedrò cosa fare.”
 
Ero furioso ed entrai da Isaia senza bussare, aprendo la porta violentemente mandandola a sbattere contro una sedia che cadde a terra facendo un fracasso del diavolo (e chi diavolo, appunto,  l’aveva lasciata così fuori posto? …)
Lui stava alla finestra, di profilo, contro la luce del tramonto e quindi risultava poco più che una sagoma scura – non aveva acceso nessuna luce e sembrava in attesa di qualcosa.
Non si girò a guardare dalla mia parte neanche per vedere che cosa avesse causato tutto quel baccano e io raccolsi la sedia continuando a fissare quel suo profilo e la sistemai dove avrebbe dovuto stare (dovevo ricordarmi di rimproverare la Tata, mi dissi). E, poi, mi feci più vicino alla sua postazione sempre in silenzio, ma con le spalle ben dritte e la testa in guardia come se vi fosse spuntata una gran cresta di gallo e io fossi tutto preso e portarmela in giro con una regalità – spero in dio – non troppo ridicola.

Scritto da: gino tasca alle 08:22 | link | commenti |

giovedì, 16 giugno 2005
Isaia Greco - altro pezzo

Oh, allora!
Questa festa, quindi, fu organizzata dalla Sghemba, a casa sua, con il mio aiuto fattivo e concentratissimo.
E, una volta tanto (spesso entravamo in rotta di collisione per avere il monopolio del suo non-amore), non ci pestammo i piedi raddoppiando inutilmente l’uno le azioni dell’altro.
Lei aveva provveduto a sistemare casa sua (come poteva essere altrimenti?! Era lei l’ospite …) secondo un criterio che avrei potuto definire – avessi proprio dovuto dargli un titolo come se si fosse trattato di una festa a tema – “Resurrezione bizantina”.
E, nel farlo, si era dimostrata di una bravura teatrale-architettonica, semplicemente mostruosa.
Credo sia del tutto evidente: fra noi non era mai corso buon sangue e sapevo perfettamente quello che andava dicendo in giro sul mio conto: che ero una piccola checca innamorata di un culo troppo vecchio. Ed io mi limitavo a far sapere in giro di quella volta che, ubriaca fradicia, si era messa nel rio sotto casa nostra e si era completamente spogliata e si era messa a cantare a squarciagola che la sua mona era una calda pelliccia piena d’amore e che aspettava un graaaaaaaan oseo che ‘ndasse a farve tana. Avevo socchiuso una finestra (lui, Isaia, dormiva con i suoi tappi di cera nelle orecchie e non sentiva niente) e l’avevo innaffiata con una grande pentola d’acqua fredda. Così, con i capelli tutti appiccicati al cranio (avevo avuto proprio una buona mira), e i vestiti sotto il braccio destro, se n’era andata via imprecando chissà cosa. 
Tutto questo – penso sia sufficientemente chiaro – perché lui non amava né lei né me ma, in questa classifica, tutti e due tenevamo dannatamente al primo posto.
Ma quella sera – onore delle armi – la Sghemba superò se stessa.
Diciamo che lei si era occupata del contenitore (compreso l’arredo e i cibi e l’illuminazione) ed io dei contenuti, cioè degli ospiti.
Con ordine, quindi. E – noblesse oblige – partendo dalla sua scena.
La Sghemba abitava dietro la Chiesa della Salute, un intero palazzetto il cui piano terra era occupato dalla sua seteria in cui riproduceva i tessuti della vecchia repubblica veneziana copiandoli da un enorme regesto che aveva raccolto disegnando, fotografando, descrivendo in migliaia di taccuini, durante tutta una vita (aveva affiancato suo padre a tredici anni e non aveva più messo piede in un’aula scolastica), ogni più piccolo accenno di stoffa che avesse potuto riscontrare in un quadro o in un disegno di qualsiasi pittore o disegnatore veneziano o meno.
Era una sorta di sancta sanctorum a cui accedevano solo alcuni dei suoi lavoranti e lei stessa – per gli altri – i laici – c’era lo show-room del primo piano dove avrebbero potuto permettersi il lusso di comprare qualche metro delle sue stoffe come se fossero distribuite il giorno stesso in cui dio decide chi sia salvo e chi non la sia per niente.
Il secondo piano era suddiviso in due grandi settori: una parte che guardava verso il retro della Salute, con la cucina e la sala da pranzo e due camere e dei bagni e, dall’altra parte, squadernato lungo tutto il fronte che dava sulla Giudecca, l’enorme salone di rappresentanza (sopra, al terzo piano, c’era un’enorme soffitta con le stanze per i servi e – seppur involontariamente – per i topi).
 
Per quella serata, la Sghemba aveva fatto ricoprire il pavimento in parquet del salone con grandi specchi color rosso fiamma ed aveva fatto portare in soffitta quasi tutti i mobili che, di solito, stavano in quell’enorme stanza, lasciando soltanto quattro grandi consoles lungo le pareti – per il cibo – e cospargendo tutto lo specchio di piccoli pouf ricoperti di seta rosso sangue che aveva noleggiato da un’attrezzeria teatrale.
Aveva provveduto a tappezzare con della seta rosso fiamma tutti i muri nascondendo i mediocri affreschi para-tiepoleschi che li ricoprivano, e poi – vero tocco di genio – aveva ricreato le stesso motivo di enorme specchio sul soffitto.
E – come unica fonte di illuminazione – vi aveva fatto appendere dodici enormi lampade che si era fatta mandare da un suo amico pope ortodosso che gestiva la chiesa di rito bizantino nel ghetto ebraico.
Mi aveva confidato che avrebbe voluto farvi bruciare dell’incenso e del carbone ma che non sapeva come risolvere il problema di farli durare per tutta la festa.
E tu sai – mi aveva detto – quanto potrebbe andare per le lunghe. E, subito dopo, aggiunse – aggrottando tutte le sue rughe a facendole pencolare verso sinistra - … e, ti prego, non metterti a parlare di Calvino … Batterebbe anche Sherazade e tutti noi, il mattino dopo, ci troveremmo decapitati nella suburbia di Baghdad.
Poi aveva chiesto alla suore canossiane che le avevano dato il nome di una certa Maria Caréga (una beghina, vedova, che tutti chiamavano così perché se ne stava tutto il giorno in chiesa, alla Salute, seduta su una sedia che si portava dietro da casa: “caréga”, in veneziano, vuol dire, appunto, “sedia”) e così risolse il suo problema. Maria era sorda e non ci vedeva da un occhio che aveva completamente bianco e attraversato da una cicatrice che glielo barrava dalla tempia fino a metà guancia ma aveva capito piuttosto facilmente – un po’ a gesti e un po’ scandendo bene il labiale o scrivendo su un suo quaderno – cosa doveva fare. Controllare, cioè, le lampade e – appena le fosse sembrato che la fiamma si stesse affievolendo – farle scendere a terra tramite delle piccole carrucole ben nascoste lungo il bordo dei panelli a soffitto e alimentarle con dell’altro carbone e con incenso. 
 
Io mi occupai, invece (l’ho già detto) della lista degli ospiti.
Era stato tassativo: niente donne.
E – quando lo disse – stava guardando giù, nel Canal Grande ma io sapevo a cosa pensava e mi parve, anche, che le spalle gli fossero scosse da un gran ridere.
“Non penserai mica che la Sghemba sia una donna, per caso? … Sei mona, ma non fino a questo punto.”
“Veramente, Signore, io non me la sono mai immaginata come sessuata. Piuttosto – se proprio devo dire a cosa mi abbia sempre fatto pensare – la prima cosa a cui mi viene d’associarla, signore, è un coccodrillo.”
“Un coccodrillo? Mmm, non è male.”
“Quanti dovremo essere, Signore?”
“Escludendo te e la servitù …”
Si girò di scatto con la sua faccia da circostanza: quella che esibiva ai funerali.
“Non puoi aver pensato davvero che tu saresti stato della partita! … Bada. Non vuol dire che non sarai lì nella sala, con noi … A proposito! Cosa sono tutte queste storie che ho sentito? … Di specchi e lampade e pouf … Ne sai qualcosa? No? … Va bene. Tanto farà come vuole lei lo stesso. Su questo non transige …”
Si era perso e non si ricordava più cosa mi stava dicendo e, quindi, mi guardava come se non  capisse troppo bene chi fossi.
“Ah, sì. Tu sarai lì con noi, ma in disparte. E starai attento che nessuno rubi niente ai servi.”
Doveva essere uno dei suoi famosi calembour ma io non lo capii né mi sforzai di capirlo, anzi, non sfoderai neppure il mio solito sorriso di lacché compiaciuto.
“Ti ho deluso, piccolino mio? … Sì, certo. Chiaro. Mi stai tenendo il muso e non ridi delle mie battute. Be’. Ti passerà … Ti dicevo che – escludendo te e la servitù” e risottolineò pesantemente quelle parole  “dovremo essere in tredici, compreso me e la Sghemba.”
Non ero riuscito a non farmi trasparire in faccia la sorpresa. Lui che se versava del sale correva intorno al tavolo tre volte all’indietro, a cena con tredici commensali?
“Sì, ho detto tredici, e allora? … E non fare quella faccia! … Uffa, quanto sei noioso,  e prevedibile e permaloso, poi! ... Si potrebbe indovinare cosa farai per il resto della settimana solo osservando, il lunedì mattina, come ti sei annodato la cravatta (mai un maglioncino a collo alto, vero?! … Per carità! Potrebbero scambiarti per una checca …). Strabuzzi gli occhi, pieghi la bocca in giù, corrughi le sopraciglia e le rughe della fronte. Ma quand’è che imparerai a non farti trasparire in faccia quello che pensi o provi? …”
Avrei, cioè, dovuto prendere esempio da lui.
C’è chi passa l’infanzia ad imparare come stare in equilibrio su di un rullo o a tenere dritto sul naso un bastone o delle palle e chi, come certi prelati o certi politici corrotti, passa gli anni migliori della formazione a costruirsi una maschera che, disegnata allora, serva loro per il resto della vita.
Isaia era – di tutto questo – un esemplare perfetto.
Non sapevi mai a cosa stesse pensando o se stesse disperandosi per qualcosa o se amasse qualcuno o lo desiderasse o meditasse si soffocarlo nella laguna. E tutto questo, sempre, accompagnato da un accenno di sorriso e da un lampo di vivido interesse per quello che gli stavi dicendo anche se lui, in quel momento, era chissà dove e pensava a chissà cosa per davvero.
Ed era da quella lontananza che – di solito – metteva insieme le parole con cui seduceva chi lo stava ascoltando; con una sorta di attenta disattenzione che gli permetteva di cogliere tutto quello che c’era da cogliere senza farsene contaminare o di sferrare – con la stessa precisione di un animale da preda (leone, leopardo, tigre, aquila) – un attacco improvviso e micidiale.
Un istante prima stava parlando amabilmente con un una signora e dopo pochi istanti ne teneva ben salda – tra i denti – la piccola candida gola, senza che si vedesse una sola goccia di sangue e senza che la vittima smettesse di sorridere in risposta al suo sorriso che non aveva smesso neanche nel momento in cui l’aveva sgozzata.
Tutti nella sala – avevano sentito chiaramente il rumore dell’osso del collo spezzato – ma nessuno ci aveva fatto caso e nessuno aveva smesso di sentirsi al centro di un cerchio magico di quiete perfetta e amabile.
 
(Donc.
Lo so. La sto tirando troppo per le lunghe e, se lo faccio, deve essere perché, da qualche parte, non ho nessuna voglia di andare avanti. Come se dopo aver raccontato quello che successe quella sera e quello che la seguì, non mi restasse più nulla che valga sul serio la pena di essere raccontato.
Ma di cosa mi sto preoccupando? Fosse anche così, in fin dei conti, chi se ne fotte? Se anche non dovessi più scrivere nulla, tanto di guadagnato. Se una cosa mi è sempre stata chiara, è questa: si scrive troppo e si scrive per motivi servili. Per salvarsi l’anima o per trovare giovani pollastre/i da portare a letto. Cose, ambedue, deprecabili. Ma meno la seconda della prima.
Un po’ di silenzio, per favore. Bruciate tutti i libri, subito. Ora)
 
Alle nove e mezza erano già arrivati tutti e mancava solo lui, Isaia.
Ma nessuno sembrava preoccuparsene seriamente. La cena era prevista per le dieci e nessuno di loro dubitava che lui sarebbe arrivato poco prima e, intanto, il tempo passava piacevolmente tra chiacchiere e molte cose buone da mangiare e distribuite sulle quattro grandi consolles.
Le consolles erano preparate a tema. Pesci, carni e verdure, dolci e formaggi e, la quarta, vini e liquori. Io piluccavo un po’ da per tutto ma la maggior parte delle volte non sapevo neanche cosa stessi mangiando e non avevo il coraggio di chiedere ai camerieri di cosa si trattasse. Quest’ammasso, per esempio, color vomito, doveva essere un crostaceo o un pesce, certo, visto che l’avevo scelto da quella consolle, ma, cosa fosse realmente non l’avrei mai saputo dire: una sorta di salsina a grumetti, con scorze di limone affogate che sapeva di lampone e gin e di ascelle.
E intanto sentivo di cosa stavano parlando i nostri ospiti e sorridevo a tutti anche se sapevo quanto mi disprezzassero. Anzi. Dando le spalle al vescovo di Vicenza, mentre parlottavo dell’ultimo Bertolucci con un regista iraniano amico della Sghemba, senza che lui si accorgesse della mia presenza - per via del gran brusio diffuso – colsi questo brandello di conversazione …
“… non si capisce cosa lo tenga a fare.” Era Raffale M. – presidente della Comit che parlava.
“Pare che lo serva da capo a piedi.” Sussurrò il vescovo.
“Oh, se è per questo, Eminenza, pare che lo serva anche in quello che sta tra capo e piedi …” e sghignazzò portandosi la mano alla bocca.
Sua Eminenza si schermì agitando le mani davanti al viso e io mi girai di colpo, sorridendo come se niente fosse a guardando ben fisso negli occhi il presidente.
Lui si tirò via la mano dalla bocca ma non la chiuse in tempo così che potei notare i suoi denti quasi neri.
“Di chi stavate parlando?” chiesi con la mia miglior aria da “nata ieri”.
“Del nuovo amante di Franco, caro.”
Però, Monsieur le Président, - pensai – che prontezza ! E senza arrossire.
La Sghemba mi scivolò accanto e doveva essere già alticcia perché rideva senza nessun motivo apparente  e continuava a dire “adesso arriva!” senza che nessuno le avesse chiesto niente.
 
Poi arrivarono le dieci meno dieci e, sul serio, arrivò Isaia.
Mi rendo conto che non l’ho mai descritto fisicamente e, magari, ora sarà il caso che lo faccia. Come una qualsiasi Jane Austen.
Era piccolissimo, quasi un nano. Non l’ho mai misurato e lui non mi ha mai detto quanto fosse alto ma non credo che andasse oltre il metro e quaranta. Spalle molto strette ed una testa enorme quasi completamente calva con un riporto ridicolo dall’orecchio destro verso il sinistro. E, sotto il petto da vecchio, una gran pancia e – dietro – un culo molto grasso che lo faceva sembrare una di quelle dee africane in cui il grasso delle natiche è segno di fertilità.
Più sotto, delle gambe esili e – credo, forse – anche il suo coso. Dico, “credo”, perché la pancia era così prominente che era difficile, molto difficile, rendersi conto se oltre la sua curva, ci fosse qualcosa d’altro.
Non si vedeva nulla. Sembrava fasciato – come il seno delle monache.
Ed ora la faccia - la cosa di lui, del resto, più interessante.
Non avevo mai visto nulla di così curiosamente contraddittorio.
Ricordo benissimo: la prima volta che l’avevo visto (stava mangiando una bavarese da Cipriani Dolci e io ero al seguito di Strehler), avevo pensato ad un porco. Mi sembrava che annusasse l’aria con quel naso piatto in cui i fori delle narici erano in bella vista, come se fossero tirati verso l’alto da dei tiranti invisibili. E con quelle sue enormi guance non ancora cadenti e le tempie che si allargavano verso l’esterno e una bocca sgradevole. Labbra gonfie e leggermente sollevate sui denti così che se ne vedeva sempre un po’. Non so. Era come se mi aspettassi – da un momento all’altro - di vederlo grugnire o grufolare nei vasi di piante che stavano tra i tavolini e la laguna. Ma poi c’erano quegli occhi. Piccolissimi, quasi persi in quella faccia/luna piena. Senza ciglia o sopraciglia. O meglio: radissime e quasi invisibile perché bianche. Io non so dare una spiegazione di questa cosa e non mi sono neanche mai preoccupato di sapere se sia scientificamente possibile. Non ho, poi, una fiducia così cieca nel DNA. So solo che lui aveva capelli e peluria della mani e barba neri (erano le uniche parti visibile del suo corpo, in quel momento) ma le sue ciglia e le sopraciglia erano da albino. E, infatti, anche la pelle delle palpebre era molto arrossata e anche gli angoli della cornea. Ma tutto questo non c’entra proprio nulla con il suo sguardo.
Quello era, piuttosto, una trappola. Ecco, credo che questa sia la definizione giusta.
Ed io – poteva essere altrimenti? – vi caddi o, forse, sarebbe meglio dire, mi ci precipitai dentro.
 
Ed eccolo lì, sulla soglia. In un chimono color rosso aranciato (Ton sur ton? Qualcuno gli aveva fatto la spia? …) che osservava minutamente la sala con quei suoi occhi pieni di gioia  e cattiveria.
Su me non si soffermò neanche un istante, come se non mi riconoscesse o come fossi una delle consolles o un altro elemento dell’addobbo. Sorrise persino ai camerieri, ma a me no. E sono sicuro che – se glielo avessi chiesto – mi avrebbe citato la parabola del figliol prodigo. Per tutti gli altri valeva la pena di sgozzare il vitello grasso. Per me, invece, bastava la solita ciotola di zuppa calda, vicino al tavolo della cucina. Eppure – chissà perché – sentivo di amarlo più del solito. Quel piccolo nano osceno si era insediato non nel mio cuore: non solo: lui era diventato il mio cuore e questo doveva bastarmi.
(Ecco – per una frase così mi avrebbe sgozzato, ne sono sicuro o mi avrebbe tramortito a colpi di Kafka.)
La Sghemba si precipitò verso di lui come dovesse baciargli la Sacra Pantofola e quasi inciampò sul gradino. Isaia la scacciò via con un gesto della mano infastidito e si decise a scendere in mezzo agli altri andando a stringere la mano, uno per uno, a tutti i suoi ospiti. Come una qualche Regina Madre – in realtà non stringeva mai per davvero la mano. Si limitava a sfiorarti il palmo con la punta delle sue dita quasi sempre gelide, anche d’estate, e poi si ritraeva indietro con una mezza torsione del busto.
Baciò l’anello di sua eminenza che era l’ultimo della fila e – dopo averli riguardati tutti – con quel suo sorriso composto in eguale misura di estasi, sfrontatezza e catatonia, disse
“Beh, e allora! Non si mangia? …”
La Sghemba che stava alla sua destra, un po’ arretrata (io stavo alla sua sinistra – come il ladrone cattivo e decisamente più indietro), fece segno ai camerieri di muoversi e – dalla porta centrale del salone – fu fatto entrare un tavolo che scivolava su delle rotelle, piegato in due e squadernato subito dopo al centro della grande stanza.
“Scusami, Sghemba mia diletta. Ma non potevate pensarci prima? …”
Lo disse mentre sei inservienti stavano preparando il tavolo con una gran tovaglia di damasco rosso e le posate e i bicchieri rosso fiamma e dei gran vasi di vetro che – letteralmente – sembravano andati a fuoco con dei gran mazzi di papaveri e tulipani rosso/arancio.
Dei papaveri di marzo? Mi chiesi. Di dove mai se li sarà fatti arrivare? Dalla Thailandia? O, forse, da Bogotà.
La Sghemba arrossì violentemente. Lei aveva fatto molto conto su quel rapido “cambio di décor”, silenzioso ed efficiente, come se i camerieri fossero dei servi di scena e Isaia, con il suo solito cinismo, le aveva rovinato il giochino.
“Ma-ma , vi potete accomodare, Isaia … è già tutto pronto”.
Lui non la degnò di uno sguardo e per umiliarla del tutto, anziché rivolgere un’occhiata benevola ai suoi ospiti come a dire, scusatela, è così puerile … l’occhiata la rivolse a me. Umiliò, cioè, un principe di sangue reale con il suo maggiordomo.
Io arrossii di piacere ma non osai guardare la Sghemba.
Poi tutti si accomodarono ai loro posti. Isaia a capo tavola, ovviamente, e alla sua destra il vescovo. Alla sinistra Raffaelle M., il presidente della Comit.  E, immediatamente dopo, la Sghemba. Restavano, quindi, cinque altri posti alla sua destra e altri quattro alla sua sinistra mentre il capotavola speculare al suo era vuoto anche se preparato come se dovesse arrivare qualcuno all’ultimo momento e di cui non mi aveva detto niente nessuno.
Guardai la Sghemba con aria interrogativa: ne sapeva qualcosa? Per chi diavolo era quel posto di cui io non sapevo nulla?
Lei mi fissò facendo finta di nulla anche se sono sicuro che avesse capito alla perfezione cosa le stavo chiedendo. E io pensai che si stesse vendicando sul servo della figuraccia che aveva fatto con il Padrone.
Fui tentato di farle una linguaccia ma mi trattenni.
 
Forse – come l’elenco delle navi greche – non interessa a nessuno sapere chi fossero gli altri  nove ospiti del mio Signore ma io ritengo di doverli elencare. Un po’ perché lo splendore del loro lignaggio si rifletta anche sulla mia livrea di servo e un po’, anche, perché adoro le cronache.
I quattro alla sinistra, per primi.
Il regista iraniano - amico della Sghemba - che non parlò quasi se non all’orecchio della sua amica e sorrise per tutta la serata, mangiando e bevendo pochissimo.
Imanuel Kandiskj, pro-pronipote del pittore, specialista in trapianti del fegato alla Carmelo Clinic di Orlando, Florida.
L’erede dei Luxardo, Carlo Luxardo che aveva venduto l’impresa familiare ad una multinazionale ed era stato in analisi con Lacan (e i più maligni dicevano che aveva venduta la prima per permettersi la seconda).
E, per finire, Cristopher Wischinskj, della stessa famiglia del primate d’Ungheria, che aveva potuto godere a suo agio delle carceri comuniste, a Budapest. Cristopher era il console ungherese a Venezia.
C’erano, poi, i cinque ospiti sulla destra, quelli che stavano dopo il Vescovo.
Il conte Andrea Capodilista, nipote di quell’Emo Capodilista che da Battaglia Terme, piccolo centro termale sui Colli Euganei, aveva letto alcune delle pagine più scure del cosmo e le aveva trascritte in migliaia di pagine tutte rigorosamente inedite.
Claudio A., il direttore d’orchestra, con la faccia sempre più smagrita e quel sorriso da bambino che faceva innamorare perdutamente. (Avrei tanto voluto chiedergli se era vero quanto si diceva in giro: che, durante le prove, parlava pochissimo e dava scarsissime indicazioni su quanto voleva ottenere dagli orchestrali. Ma io non ero un ospite e, quindi, come avrei potuto? …)
Mario Bortolotto, il … il cosa? Definirlo critico o storico della musica mi sembrerebbe riduttivo. Decisamente. Diciamo che – in un duello ipotetico fra lui e il mio Signore, Isaia – non credo che si salverebbe nessuno. Il bosco andrebbe in fiamme e loro due, poi, seduti su delle chaises longue scomodissime, brinderebbero alla loro opera: destruens amor.
Balthus – rubato al suo eremo svizzero e che mi aveva già consegnato il suo regalo per Isaia: un ritratto di Isaia stesso, seduto su una poltrona rosso amaranto (la stessa delle sue fanciulle e dei suoi gatti e dei suoi specchi?), immerso in una quasi totale penombra in cui sfolgoravano i suoi occhietti bianco-albini. Mentre una nana – la solita – apriva con violenza una tenda da cui si intravedeva una porzione della grande cupola di Santa Maria della Salute e un lembo di San Giorgio (un racourci permesso solo a lui e non certo alla grama geografia) e, in mezzo, una laguna viola e uno spicchio di luna giallo/limone. E non era una coda quella che si intravedeva nel buio, sgusciare da dietro la poltrona?
E – pour en finir avec ça – l’unico ospite su cui mi ero permesso di manifestare un dubbio. Beh. Mi sto proprio montando questa mia testolina da servo. Diciamo che – nel leggerne il nome nell’elenco che Isaia mi aveva passato – non ero riuscito a nascondere una smorfia. Lui non mi stava guardando. Ma ciò – come si dovrebbe aver già capito – non gli impediva di avermi visto. Lo giuro: a volte ho quasi pensato che avesse degli specchi nascosti chissà dove che gli permettessero di vedermi anche quando non mi osservava.
“Lo so. Non ti piace.”
Cosa potevo rispondergli? Era vero e me ne stetti zitto.
“Non ne sarai mica geloso, per caso?”
Stava parlando di Erwin Von Hoenstaufen. Che si diceva discendesse – anche se molto alla larga -  da Federico Barbarossa. Faceva il modello e correva voce che si fosse fatto pagare qualche miliardo da Armani: no,  non per le sue sfilate. Au contraire, per non sfilare con gli altri: Gucci o Prada o Versace.
Isaia lo aveva conosciuto perché gliene aveva parlato Natalia Aspesi – una cronachista – come la chiamava lui e come lei si vantava di essere – che a furia di agudezas ed esercizio, era diventata una buona e spiritosissima scrittrice. Al punto da tenere una rubrica del cuore. Cosa che – diceva Isaia – poteva riuscire solo ai superni. (Senza cadere nel ridicolo, ovvio: se no, per quello, basterebbe un qualsiasi Baricco o l’ultima vincitrice dell’ultimo reality show …).
La Aspesi – e poi lui l’aveva raccontato a me – gli aveva detto che non poteva non conoscerlo.
“Sai” mi disse “Natalia insiste perché io conosca questo giovane uomo. Penserà mica che io sia frocio, per caso?”
E così, una domenica pomeriggio, di un maggio svogliato e pieno di nubi, l’avevamo vista entrare in casa nostra (ops) accompagnata da questo enorme giovane uomo di una bellezza veramente notevole.
Non mi guardai allo specchio per più di un mese, dopo.
La cosa curiosa fu che Erwin e Isaia cominciarono a parlare fitto fitto di moda – di film (ma se tu - pensai – non ne vedi mai nessuno …), di Formula Uno e di altre cose su cui Isaia manifestava dei saperi che non gli avrei mai sospettato. Ridacchiando, a bassa voce come se io e la Aspesi non fossimo presenti e come se si fossero conosciuti da sempre.
Per superare il disagio, proposi a Natalia di farle visitare il resto della casa e poi la portai nella grande cucina dove la Tata ci preparò una cioccolata, macinandola lì, sul momento.
Lei mi parlava di Cannes e della dieta ferrea a cui si stava sottoponendo Bertolucci e di come Sandro Viola fosse ormai rincretinito dietro alle sue Mosche alle sue Istanbul al suo medioriente d’antan. Ma io non la ascoltavo.
Di là, nel grande salone centrale del loft, c’era il vero figlio-allievo-erede che Isaia aveva sempre desiderato e io non avevo roncole con cui sgozzarlo.
Per fortuna, poi, il lavoro di Erwin lo teneva – anche per lunghissimi periodi – lontano da noi. Sfilava quasi solo per Yamamoto o per Comme des Garçons, la casa di Watanabe (con Mijake si diceva che avesse litigato furiosamente). E le sfilate dei giapponesi avvenivano quasi esclusivamente a Parigi e, quindi, era lì che lui passava la maggior parte del suo tempo.
Si telefonavano molto spesso e prima che Isaia mi facesse segno di togliermi dalle palle e di chiudere la porta, riuscivo a vedere la faccia che gli si illuminava e, se per caso, tardavo un po’ e scoprivo, all’ultimo momento, che dovevo sistemare qualcosa al computer, mi guardava inviperito e mi faceva segno – con le mani – di andarmene in fretta. Ma, nonostante mi guardasse irritatissimo, non potevo non accorgermi della grande felicità che gli restava dentro allo sguardo, dietro all’altro, quello di superficie, con cui mi stava rimproverando.
Oh rabbia! Avrebbe detto Otello.
 
E, quindi, quella sera, c’era anche lui, Erwin.
Sarebbe interessante fare l’elenco, anche, dei regali che ognuno di loro aveva portato con sé ma ho l’impressione che un elenco di navi achee possa bastare. Per oggi, almeno.
Io gli regalai una prima edizione dei “Dubliners” che avevo scovato nella libreria Antiquaria di Calle Morosini e mi sembrò che mi guardasse con una qualche benevolenza. Forse, almeno questa volta (anche se non lo avrebbe mai ammesso apertamente), ero riuscito a mirare giusto.
 
Mangiammo (loro schierati lungo il tavolo e io seduto su di un pouf, poco dietro Isaia, alla sua sinistra – come sempre, del resto) con grande appetito e senza nessuna fretta. E tutti sembravano completamente beati, parlando sempre uno alla volta – per evitare sovrapposizioni – e aspettando pazienti che chi stava esponendo una cosa avesse finito. Così che tutta la tavolata potesse partecipare alla discussione. Si parlò di cose decisamente leggere e - a volte – quasi inconsistenti: molto del cibo e dei vini serviti e molto degli ultimi pettegolezzi.
Il più ghiotto dei quali ci fu rivelato da sua Eminenza.
Pareva che – raccontò – il prossimo Papa sarebbe stato negro. Poi arrossì e si corresse, nero, disse, volevo dire nero.
Loro non lo poterono notare ma io – che stavo alle sue spalle – vidi la schiena di Isaia sobbalzare.
Poi – senza smettere di sorridere a mascherando il suo fastidio bevendo un po’ di vino – disse.
“Vorrei proprio vedere anche questa.”
“Ma caro Isaia, non possiamo opporci ai tempi.”
“Ah, no!? E chi lo dice? Se non mi sbaglio i cardinali non di colore – va bene detta così, Eminenza? – hanno ancora la netta maggioranza in seno al Concistoro e solo una loro intima corruzione potrebbe portarci ad avere – dopo un polaccuccio – un negro sul Sacro Soglio.”
Sua Eminenza abbozzò un gesto della mano come per scacciare un pensiero impuro e non aggiunse niente. E si passò ad altro.
Isaia amava ostentare – soprattutto in presenza del suo amico vescovo capofila dell’ala moderatamente innovatrice della Chiesa italiana e che al prossimo Concistoro avrebbe ottenuto il berretto cardinalizio - questo cattolicesimo pre-conciliare pieno di rancore verso tutto quello che era successo dopo: la Messa in italiano, il prete rivolto ai fedeli (tutto quello che fa un prete durante la Messa – diceva – va accuratamente tenuto nascosto), la musica merdosa, la democrazia, le donne nei vari diaconati.
E, quindi, seguiva i riti della Chiesa Greca-Ortodossa.
E, io, non ho ancora capito se lo facesse per fare un dispetto e non saprei, poi, a chi o se si trattasse, invece, di una cosa seria. Lo accompagnavo alla Messa ortodossa e mi sembrava che si avvicinasse alla Comunione con un’intensità molto reale ma poi si lasciava scappare alcune frasi sul grande Imbonitore (era così che chiamava Gesù Cristo) che non mi facevano capire più niente.
 
“Perché non ci sono scrittori, o editori, o altri critici? …”
Era Erwin – aveva approfittato del silenzio imbarazzato succeduto alla battuta sul Papa negro per dire questa cosa.
“Dove, mio caro? …” gli chiese Isaia con il suo solito sguardo pieno di felicità.
“Qui, a casa tua, stasera …”
“Veramente, dolce creatura, qui uno scrittore ci sarebbe pure …” e fissò Mario Bortolotto che sorrise divertito. “Ma lui – per fortuna – riesce a farmelo dimenticare.”
“Va bene – non far finta di non capire. Lo hai detto tu stesso. Lui – per te – non è uno scrittore … mi scusi, Mario … lei è anche uno scrittore, ma non è qui per questa sua qualifica, mi pare … anzi … Quindi, tornando alla mia domanda: perché? …”
“Perché mio caro? Perché, dici? …”
E sorrideva. Quando sorrideva gli spariva quello sgradevole sollevamento del labbro superiore sui denti che li lasciava sempre un po’ scoperti e diventava quasi bello. Un sorriso da kouros, pensavo. Ed era proprio così.
“Sì. Perché non c’è gente del tuo mestiere, qui, stasera …”
“Potrei cavarmela con una battuta. Ma voglio risponderti in maniera seria.”
“Bene, allora? …”
“Non essere impaziente. Sai che non sopporto mi si faccia pressing anche se poi, io, lo faccio sempre agli altri. E’ un vecchio trucco che funziona sempre. Azzannarli al collo e scuoterli delicatamente ma senza mai lasciare la presa …”
Erwin aspettava e il suo sguardo si incrociò col mio. Forse stavo imparando dal mio Maestro: non lasciai trasparire niente delle cose che pensavo in quel momento e che andavano da un “ruffiano, leccaculo, frocio” a un “vuoi inculartelo adesso o ‘stanotte?”.
“Direi che non è proprio il mio mestiere. Io mi occupo d’altro e, poi, io odio gli scrittori. Gli editori mi sono indifferenti … cosa sono? Mobilieri? Esquimesi che preparano gli stoccafissi? Crapuloni? Boh … Non mi interessano che in modo utilitario. I critici … mmm …. I critici … i critici non esistono, tout court …”
“Non te la puoi cavare con una boutade mio caro Isaia. Questa volta dovrai essere più preciso.” Era Andrea Capodilista e mentre lo diceva continuava a tenere lo sguardo sul tavolo dove stava sbriciolando un pezzo di pane per chissà quali immaginari passeri.
“Ma non è una boutade! …Mi conosci da così tanti anni e dovresti sapere che quando parlo di queste cose divento sempre serissimo …”
Non ebbi l’impressione che gli altri dessero troppo peso a questa sua affermazione.
E, intanto, i camerieri avevano cominciato a distribuire il dessert. Quasi tutti avevano scelto una mousse all’amaretto e succo di pesca – salvo Claudio A. ed Erwin che avevano mangiato pochissimo di tutto e ora si dichiararono più che sazi. O anoressici.
“Lo so – non mi credete. Non riuscite a capire coma possa essermi occupato per più di trent’anni di chi scrive e di chi pubblica e – a volte – persino di chi scrive su chi scrive. Ma tutto questo nasce da un equivoco. Voi non sapete affatto quale fosse il mio scopo reale.”
Era calato un silenzio assoluto e anch’io quasi trattenevo il fiato. Non avevo mai sentito parlare il mio Signore con quel tono così disarmato e anche se non potevo vedere il suo sguardo perché gli stavo alle spalle, lo intuivo. Lo so, avrei potuto alzarmi con la scusa di dire qualcosa all’orecchio del Capo Cameriere, e osservarlo per bene e, forse, poi, l’avrei anche fatto ma già ora ero assolutamente certo che in questo preciso momento il suo sguardo si era completamente spogliato del suo proverbiale sarcasmo. Come spurgato da una bile mortifera.
E mi passò per la testa che qui, ora, avrei potuto sferrare l’attacco mortale e affogarlo nella terrina dell’insalata dopo averla riempita di vino o pulire la lama con cui avevo tagliato un pezzo di ananas sul suo collo e poi, con lentezza, con cura, con il più assoluto amore, sgozzarlo.
Sciocchezze, mi dissi e mi alzai per mettere in scena quella mimica con il Capo Cameriere. Non sapevo neanche cosa gli avrei potuto dire ma la cosa mi lasciava del tutto indifferente: gli avrei detto: ambarabaci cì cocò, tre civette sul comò che facevano l’amore con la figlia del dottore … e poi avrei osservato la sua faccia stupita e sentito il suo “Prego, signore? ...”
Quello che contava era che volevo sedermi su uno dei poufs che stavano dietro agli ospiti di destra e guardare Isaia mentre parlava.
“E allora?” era sempre Erwin (che petulante, pensai!).
“Non lo chiedo a te, caro, sei troppo bello per essere anche così intelligente …”
Guardai Erwin convinto che si offendesse e invece vidi che sorrideva a Isaia.
“Ma gli altri … Claudio, per esempio, dovrebbe avermi capito. Lui dirige le orchestre ma sono assolutamente certo che le uniche volte in cui riesce a scoppiare di gioia, sia quando riesce a far sì che non facciano musica.”
Si assestò il chimono sulla pancia.
“Io non mi sono mai occupato di scrittura che nella misura in cui la scrittura si levava dai piedi per fare affiorare la benevola, quieta, straripante cura dell’amore.”
Ebbe un lampo negli occhi che gli tornarono acuti e cattivi.
“Ed è per questo che ho scritto quasi solo stroncature.”
Touché, pensai.
Ma era destino che Erwin non molasse l’osso.
“Caro Isaia, ma perché non l’hai fatto tu? …”
“Cosa?”
“Tutto questo. Insomma … scrivere quello che andava scritto …”
 
In quel momento Maria Caregha stava trafficando con i suoi fili e le sue carrucole per aggiungere carbone e un po’ d’incenso ed era già arrivata alla coppia di bracieri che stavano sopra la parte finale del tavolo. Ma, all’improvviso, una folata di vento spalancò le finestre che davano sulla laguna e – per un istante – sembrò che tutte le lampade si sarebbero spente.
“Ma chi cazzo ha lasciato la porta della sala aperta! …” sbottò la Sghemba.
“Mi scusi, Vescovo …” – lei si rifiutava di chiamarlo “sua Eminenza”.
Sembrò fare buio – ma fu solo questione di attimi. Il Capo Cameriere si era precipitato a chiudere la porta della sala e la gran ventata era finita. Poi, aiutato, dai suoi colleghi, provvide a chiudere le finestre e tutto tornò come prima.
E, naturalmente, tutti si aspettavano che Isaia proseguisse e rispondesse a Erwin.
Ma Isaia, proprio allora, era già da un’altra parte.
Non vedeva più nessuno dei suoi ospiti e pur mantenendo il suo solito sorriso (era un automatismo) gli sembrava di stare precipitando addosso alle cose.
Come se lo spazio che aveva sempre accuratamente mantenuto tra sé e loro, si stesse dissolvendo, riducendosi, progressivamente e inarrestabilmente a nulla.
Gli sembrava che le sue mani non avessero più dita – o meglio – che fosse cresciuta – tra di loro, una membrana come nelle zampe delle anatre.
E cosa ancor più buffa, gli sembrava che l’aria attorno si fosse prosciugata o rinsecchita e che lui non avesse affatto bisogno di respirare.
E, intanto, conservava la più assoluta immobilità e non diceva nulla, continuando a sorridere ad un punto fisso, davanti a lui.
I suoi ospiti cominciavano ad inquietarsi ma, conoscendo la sua stramberia, aspettavano pazienti che riprendesse il discorso.
Fui io il primo ad accorgermi che qualcosa non stava andando per il verso giusto e mi avvicinai alla Sghemba, di spalle, parlandole all’orecchio.
“C’è qualcosa che non va.” Sussurrai.
Lei sorrise agli altri e non si girò dalla mia parte, scostando la testa, infastidita.
“Il nostro giovane inserviente sostiene che ci sia qualcosa che non va, Isaia … Vuoi essere così cortese da spiegargli che non sta succedendo nulla di strano e che tu stai solo pensando? …”
E fu a quel punto che Isaia scivolò giù dalla sedia, finendo sotto il tavolo, svenuto.
Per qualche secondo (sembrarono moltissimi ma non potevano essere, davvero, poi così tanti), nessuno si mosse.
Poi sentimmo la voce di Maria Caregha che annunciava, senza scomporsi
“El signor zé svenuo.”
Fui il primo a riscuotermi e a precipitarmi verso la sedia vuota.
Isaia – nel cadere – aveva sbattuto la testa contro il bordo della sedia e il riporto gli si era scomposto per cui sembrava piuttosto buffo.
Poi, tutti, mi si assieparono alle spalle e – con l’aiuto della Sghemba – sollevammo Isaia depositandolo su quattro pouf messi in fila.
“E, allora? … Cosa aspettate? Chiamate l’ospedale, no?”
Era ancora Erwin. Sempre lui, purtroppo.
“E lo faccia lei, signorino! …” gli rispose seccato Luxardo.
“Si dimentica che io non sono di qui e che non so i vostri numeri per le urgenze, forse? …”
A quel punto Luxardo estrasse il suo cellulare e chiamò il pronto soccorso.
Isaia – intanto – non dava segno di riprendersi. Sembrava che dormisse.
E si svegliò solo quando arrivarono gli infermieri.
Ma non diceva più nulla né rispondeva alle domande ansiose che io e la Sghemba gli facevamo continuando a sorridere e a starsene muto.
Io e la Sghemba e Erwin – maledizione, ancora quell’impiastro – seguimmo i barellieri verso l’imbarcadero. Il motoscafo del pronto soccorso si era affiancato al nostro motoscafo bianco. Nella fretta non salutammo nessuno lasciando i nostri ospiti nella grande sala senza disposizione alcuna. Che facessero un po’ quello che volevano, pensavo - avevo altro di cui preoccuparmi, adesso.
 
Passammo il resto della nottata e buona parte del giorno successivo in attesa di notizie. Isaia era in terapia intensiva e lo stavano sottoponendo a tutti gli esami del caso. Ecografie, TAC, scintigrafie, risonanze magnetiche, esami del sangue.
Poi io telefonai a Kandiskj che si preoccupò di farlo trasferire, immediatamente, nella sua clinica privata di Ginevra, dove fu sottoposto, ancora, a tutta quella dannata serie di esami perché lui – mi disse -  non si fidava affatto degli altri ospedali.
Isaia se ne stava nella sua stanza piena di fiori e – la maggior parte del giorno – dormicchiava mentre, la notte, restava sveglio anche se lo imbottivano di sonniferi. E sorrideva. Non disse più nulla e non uscì mai dalla sua stanza tanto che il direttore della clinica – un certo Dr. Gachet - preoccupandosi delle piaghe da decubito, si mise di buzzo buono a convincerlo di starsene un po’ seduto nella piccola terrazza.
La sua stanza era – in realtà - una sorta di piccola suite composta da questo salotto e dalla stanza da letto. E dal bagno, certo.
Per fortuna io avevo la delega sui suoi conti e potevo gestire la cosa senza troppi problemi. Decisi anche di trasferirmi lì.

Scritto da: gino tasca alle 18:26 | link | commenti |

mercoledì, 15 giugno 2005
Isaia Greco

(In attesa che mi tornino le forze per scrivere del blog e di cosa mi aspettavo, provo a mettere qui il mio ultimo lungo racconto quasi un microromanzo di 73 pagine - in fin dei conti (stampandoselo, ovvio) non dovrebbe essere così difficile leggerlo. La seconda puntata a sabato e poi la finale  a mercoldì prossimo.)
Ora che è morto vorrei scrivere di lui - Isaia Greco - e di quella sera in cui capitò tutto e dei mesi successivi. Ma, prima di arrivare lì, dovrò prendere una lunga rincorsa, come per un salto con l’asta.
Sono stato il suo segretario, il suo factotum, il suo maggiordomo, il suo schiavo,
il suo allievo, il suo cuoco per quindici anni ma non il suo amante. Anche se quasi tutti sembravano darlo per scontato al punto che non valeva neanche la pena star lì a perdere del tempo a discuterne. E – in questi quindici anni –  ho potuto studiarlo con tutta l’attenzione di cui ero capace. Oh beh  - ne sono certo – lui,  al massimo grado della sua generosità, l’avrebbe trovata un’attenzione degna di un ottentotto. Io, invece, sono certo che si tratta di un’attenzione che oserei definire dignitosa e che – comunque – si è andata affinando con il passare degli anni e proprio spiandolo in quello che faceva, cercando di rubargli tutto il possibile anche nei gesti minimi, tipo: portare il cucchiaio alla bocca, accarezzarmi la nuca, tenere la pagina che sto leggendo sospesa a mezz’aria dopo che l’ho finita esattamente come faceva lui. Alla fine – poco prima che morisse – guardandomi allo specchio quasi per caso, mi scoprii una faccia che non riconoscevo più. Per carità! Non è un Bergman minore: lei che si guarda nello specchio e vede la faccia di un'altra. Niente specchi di quel tipo, a casa nostra. Molto più semplicemente, lo specchio del grande bagno comune per la servitù ed io che mi osservo dopo un bel po’ di tempo in cui mi ero lavato, sbarbato, pettinato senza farmi caso e mi vedo quasi identico alla sua faccia. Al suo rictus. E non so bene se mettermi a ridere o preoccuparmi.
 
Qualcuno ha detto che non esiste signore la cui reputazione resista allo sguardo disincantato e freddo del suo valletto da camera. Non è così.
A meno che non si decida di dare un’importanza decisamente spropositata al fatto che il tuo padrone si scaccoli o che indossi – fin quasi ad aprile inoltrato – ridicoli mutandoni di lana ecru.
Perché faceva molto freddo a casa sua, sempre.
Anche in pieno inverno, in certe nottate di gennaio, quando i canali della laguna ghiacciano vicino a riva e – se c’è la luna – il sottile strato di ghiaccio o brina che ricopre tutti i tetti di Venezia, dà alla città uno sfolgorio bianco che, per quanto ne so, credo sia paragonabile solo alle scaglie d’oro che palpitano come colombe nella pagina di apertura di Le Cémetier Marin … Già me lo vedo, appollaiato sulla mia spalla sinistra, come un corvo sapiente, che mi dice: caro te, hai già perso per strada due terzi dei tuoi lettori ( nel dire, tuoi lettori, sorride ironico), quelli che sanno a mala pena chi sia Valery ma, di sicuro, mai hanno letto il suo cimitero. L’altro terzo te lo sei perso perché ha pensato che vuoi fare il fico e darti delle arie con un paragone blasé, snobissimo e merdosetto. Vedi un po’ tu, dice, vuoi che ti legga io solo e perché – tutto sommato – mi tocca? …
Anche allora, dicevo, Isaia teneva il riscaldamento acceso, al minimo, solo un paio d’ore al mattino, appena alzato, e un altro paio d’ore alla sera, prima di andare a letto e il resto della giornata se ne stava in casa con addosso almeno un paio di maglioni pesanti e un berretto di lana calcato sulle orecchie e con i mezzi-guanti alle mani.
Gli avevo chiesto se potevo tenere una stufa in camera mia e lui mi aveva guardato terrorizzato.
“E se poi va a fuoco? …” e – nel dirlo – si era come accartocciato su se stesso.
“Potrei spegnerla tutte le sere, prima di mettermi a dormire.”

“E se te lo dimenticassi? …”

A quello non seppi cosa controbattere e considerai chiusa la questione ma, poi, due settimane dopo, tornando nella mia stanza dopo il pomeriggio passato al suo servizio, trovai – davanti alla mia scrivania - una fiammante stufetta elettrica, smaltata di un bel rosso ciliegia. E c’era un bigliettino sopra, scritto da Isaia.
Sia chiaro! Se solo scopro che non la spegni dopo le undici di sera – chissà perché mai ti ostini ad andare a letto così tardi! – te la sequestro. E non pensare di farla franca visto che io vado a letto molto prima di te: ho le mie spie, credimi.
P.s. – domani mattina non stare lì a profonderti in grazie, grazie e alleluia. L’ho fatto per un motivo strettamente egoistico: non vedere più quella tua faccina implorante.”
 
Aveva orari monastici e – pur avendo una televisione che gli avevamo regalato io e la Sghemba – andava a letto alle nove, dopo aver seguito due o tre telegiornali, e si alzava prestissimo, alle cinque appena un po’ di luce grigia filtrava dalle imposte – se era estate – o quando ancora faceva completamente buio, nel tardo autunno o  d’inverno.
Mangiava pochissimo, come un canarino: le sue poche foglie di insalata quasi scondita, del riso bollito (due pugnetti) con poco olio e del grana, a pranzo e - la sera - del minestrone o del brodo di carne magrissima e un pezzetto di formaggio magro. Ah, e beveva molto tè, sempre, durante tutto il giorno
Una sera, però, capitò che, innavertitamente, gli servissi il suo solito brodo con dei grandi occhi di grasso. Come sempre ero uscito la mattina presto per comperare la carne ma ero molto preso da una questione piuttosto seria e così non avevo controllato il macellaio mentre mi incartava il solito mezzo chilo di punta di petto. La questione piuttosto seria era questa: mia madre era in ospedale per un piccolo attacco di ischemia e – dopo pranzo – sarei andato a trovarla. Ero così distratto che – tornato a casa -  stavo per ficcare il pacco della carne nel freezer e così, la sera, l’avrei trovato duro come un mattone e non so proprio che scusa avrei dovuto inventarmi con Isaia. Per fortuna me n’ero accorto in tempo e sussurrando una serie di “cazzo, cazzo, cazzo!”, l’avevo messo tra gli yogurt e un pezzo di gorgonzola.
La sera, poi,  avevo aperto il pacchetto e avevo fatto scivolare nell’acqua quel pezzo di carne, senza farci caso, col sedano – come sempre – e una patata, mezza cipolla e un piccolo pomodoro oltre alla solita carota. Mi accorsi di quei grandi occhi di grasso solo quando lui stesso si mise ad osservarli con la schiena curva, attentissimo, come se un prete avesse visto delle pulci saltellare tra le particole.
“Cosa sono questi?” disse, continuando a tenere lo sguardo molto vicino al piatto.
“Lo porto via subito, signore … mi scusi. Non succederà mai più.”
“No. Ti prego. Hanno un loro fascino …”
Volevo portare via il piatto ma lui – miopissimo – quasi vi piombava dentro.
“Dimmi, c’è qualcosa che non va? Hai dei problemi di cui dovremmo parlare? …Anche se deve essere proprio qualcosa di dannatamente serio per giustificare una simile sciatteria …”
“Mi scusi, signore. Oggi non ci sono con la testa …”
Sbuffò come a dire, e quando mai ci sei, tu, con la testa? …
“Mia madre ha avuto una leggera ischemia e io non sono riuscito a pensare ad altro per tutto il giorno.”
“Ah, è di questo che si tratta! … Tutto qua?”
E si mise – con il cucchiaio – a schiaffeggiare la superficie del brodo, come fosse un intruglio puzzolente. Merdetta.
“E – dimmi – cosa succederebbe se questa tua madre morisse? Eh? … Potresti lasciarmi addirittura senza cibo per giorni interi o dimenticarti il gas acceso dando fuoco alla mia casa? …”.
E certo! pensai, vivo con te da cinque anni (quando mi arrabbiavo gli davo del “tu” anche se solo nella mia testa) ma per te io sono poco più che un gatto spelacchiato che ha diritto – sì e no – ad una ciotola di pane vecchio e latte e ad un cuscino bisunto per cui non ti passa per la testa che  - se questa casa andasse a fuoco – io brucerei nel tuo stesso fuoco …
E – mentre lo pensavo – non staccavo lo sguardo da quel leggero tremolio della sua gamba sinistra, sotto la vestaglia, che sarebbe sfuggito ad un estraneo ma non poteva sfuggire a me: segno che stava per arrivare una delle sue tremende sfuriate. E che non mi si stava preparando proprio niente di benigno.
“Inqualificabile … davvero sorprendente. Del resto, me l’avevano detto che non mi dovevo fidare di te  …”(mmm – pensai - chissà mai chi te l’avrà detto …).
E – senza che nulla mi preparasse a questo – prese con le due mani il piatto con il brodo e, girandosi lentamente, molto lentamente, me ne fece colare il contenuto lungo gli stinchi, partendo dalle ginocchia, giù giù, fino alle scarpe.
“Bene.” E si riassettò la vestaglia sulle ginocchia che, nel versarmi il brodo addosso, si era aperta sulle sue ginocchia bianchicce. “Ora puoi andare di là e pulirti. Qualcuno potrebbe pensare che tu ti sia pisciato addosso.”
(Qualcuno, chi?, se siamo soli …)
“Portami del formaggio e mezzo panino e poi va a dormire.”
Si girò a guardarmi e sorrise benevolo come se mi avesse appena battezzato.
 
Appena sveglio, poi,  beveva una tazza di tè e sbocconcellava del pane con il burro e lo zucchero sparso sopra. E, visto che cenava alle cinque, prima di andare a letto, si concedeva il suo unico vero lusso in fatto di cibo: un’enorme fetta di sacher torte comprata al Florian, con una cascata di panna sopra.
Credo di poterlo raccontare solo io perché molto difficilmente, dopo le otto di sera, qualcuno era suo ospite. Era dannatamente miope, è vero, ma niente giustificava il fatto che, per divorare la sua fetta di torta, si precipitasse su quella “cosa” tenendola a pochi centimetri dal naso. Come se dovesse ingurgitarne la struttura sub-atomica e la consistenza e gli odori. Niente forchette, ovvio. La preda andava tenuta con le due mani, ben salda, e portata alla bocca spalancata in gran fretta come se tutto attorno, nella sua stanza, lui vedesse gli occhi gialli delle iene pronte a rubargli la carcassa. E precipitando il naso nella panna cosiché, poi, mi sembrava un pagliaccio con lo sguardo da bambino e – nello stesso tempo - da sacerdote. Con il petto tutto cosparso di piccoli grumi color cacao e la bocca alonata  di panna e cioccolata.
Giuro – era allora che me l’immaginavo in preda ai crampi per un’indigestione di ostie.
 
Credo si sia già capito. Era di un’avarizia sordida che, però, si accompagnava - mischiata senza alcun imbarazzo ed in modo inestricabile - ad atti di generosità assoluta, quasi demente.
Capitava che si rifiutasse di darmi il danaro per la spesa, dicendosi assolutamente certo che i giorni prima avevo fatto la cresta e che avrei dovuto arrangiarmi con quella e così mi vedevo costretto a comperare le cose con cui avremmo pranzato e cenato quel giorno, con i miei soldi. Ma che poi – qualche ora dopo - spendesse quasi venti milioni per entrare in possesso di una pagina manoscritta dei Cantos di E. Pound e me la regalasse.
Oppure poteva mettersi a frignare perché secondo lui usavo troppi fiammiferi per accendere il gas e andare, poi, il pomeriggio stesso, nelle gioiellerie sotto i portici di Piazza San Marco a comperare una ventina di piccole spille o ciondoli per regalarli, la sera, alle ospiti del Pen Club che disprezzava (oche! Stra-oche! Più-che-oche,  diceva) solo per vederle cadere in deliquio, adoranti, ai suoi piedi.
Ero presente alla scena, quella sera, e posso assicurare che poco mancò gli levassero scarpe e calzini e si mettessero a baciargli i piedi, lavandoli con preziosi unguenti asciugandoli, poi,  con i loro capelli pieni di lacca.
Lui mi guardò e mi disse.
“Lo so a cosa stai pensando mio piccolo Giuda …”
Arrossii e gli chiesi cosa volesse dire.
“Tu ti stai chiedendo a che serva tutto questo spreco.”
“ … davvero, signore. Ho l’impressione che tutto questo danaro avrebbe potuto essere impiegato meglio.”
“Per darlo ai poveri, magari? … O per istituire un piccolo premio per scrittorucci esordienti, eh? E a questo che stai pensando? …”
“Sì, signore, qualcosa di simile …”
“Ma, mio caro, i poveri saranno sempre con voi … per non parlare, poi, degli scrittori esordienti … mentre avrete me ancora solo per poco.”
Era una frase che non mi sembrava farina del suo sacco.
“Oscar Wilde” disse, avendomi – come al solito – letto nel pensiero. “L’ha detto Oscar Wilde che – as writter – era un cane ma come causer e battutista è quasi paragonabile al miglior Flaiano e può stare, ex equo, con Campanile o Marchesi.”
Tornati a casa, quella sera, una volta ritiratomi nella mia stanza, avevo finalmente capito di chi era veramente quella frase. Era di uno così snob che finì col farsi mettere in croce solo per pronunciare quella superba battuta, padre padre perché mi hai abbandonato.
 
Mi resta però il dubbio che tutto questo potrebbe essere interpretato anche in un modo totalmente diverso. E che quella che a me sembrava avarizia o sprovvedutezza, secondo il suo modo di stare al mondo, fosse solo regalità.
Evidentemente aveva un’altra scala Mercalli con cui misurare le cose e gli eventi: tutto gli era dovuto e lui tutto doveva agli altri ma non essendo niente di nessuno, si trattava di rubare quello che serviva e donare poi altrettanto, se non di più a chi capitava a tiro in quel momento.
Spesso, infatti, avevo avuto la netta impressione che lui, quando donava qualcosa, in realtà, togliesse a chi gli stava di fronte anche quello che l’altro non aveva. Rapacità ironica, ecco, se proprio me l’avesse chiesto, credo che l’avrei chiamata così.
Tutto ciò – del resto – mi porta molto vicino a quello che mi propongo di narrare qui dentro. Ed è una cosa che – francamente – mi terrorizza.
Mi sento inadeguato e – ne sono sicuro – da qualsiasi parte si trovi adesso, sta guardandomi da sopra la spalla, sorridendo. Con l’aria di dire “ecco, sono forse morto perché ‘sto mona  potesse mettermi in croce come che ghe pare a eo? …”.
Sarò accurato come se questa fosse quasi una biografia quindi i fatti e i dati e tutte le circostanze saranno al loro posto evitando però – per quanto mi è possibile – di scrivere un’agiografia. Anche se – a modo suo – lui è stato un grande santo. E non voglio neanche che tutto questo risulti un memoriale rancoroso. 
Quello che conta è ciò che lui mi ha trasmesso ed è solo di questo che io voglio scrivere. Perfettamente conscio, del resto, che è anche l’unica cosa di cui non si può parlare. Per cui, tutto questo racconto, risulterà qualcosa di molto simile ad un intervallo tra gli atti di una messa in scena.
Parlerò di ciò che mi ha rubato fingendo di farmene dono.
E – così facendo, forse – scoprirò quello che io ho rubato a lui fingendo di lasciarmelo rubare.
Uno scambio di fioretto tra faine.
 
 
Molte delle cose che scriverò qui sotto e che precedono la data in cui ho conosciuto Isaia (quindici anni fa) mi è stato raccontato, per filo e per segno, dalla Sghemba.
Mi sono spesso rotto la testa chiedendomi come Isaia avesse potuto confidarle tutte queste storie, piene di particolari, quasi spudorate. Certo - avevo notato tra di loro quella strana forma di confidenza mista di disprezzo tipica di chi sia stato sposato o amante ma non mi bastava. Ci doveva essere dell’altro, qualcosa di molto vicino al ricatto anche se non sono mai riuscito a saperne di più.
Per altro, non avendo altre fonti che lei, devo attenermi a quello che lei mi ha detto anche se poi, chiacchierando con Isaia … Stop! Stop! Stop!  …“Chiacchierando con Isaia”, oh Dio! E’ una frase che dà un’idea decisamente troppo apologetica dei miei rapporti con lui … diciamo, piuttosto: ascoltandolo mentre chiacchierava, ecco, limitandomi ad ascoltarlo mentre si degnava di parlare in mia presenza, ho potuto trovare parecchi riscontri delle cose che la Sghemba mi aveva rivelato.  
 
Dunque.
Dei sessantatre anni che aveva quando successe il fatto, trentacinque li aveva
passati a “L’Espresso” e – di questi - trent’anni e due mesi li aveva dedicati alla sua rubrica di recensioni firmandosi (fin dall’inizio e senza mai deflettere da questa sua decisione) con lo pseudonimo di Ratto Franziskus. In tutto questo tempo moltissimi avevano imparato a temerlo come la peste  se non addirittura  a odiarlo - qualcuno, invece, lo stimava sì,  ma tenendosi a distanza di sicurezza e, pochissimi, lo amavano e io sono fra questi.
A proposito del suo pseudonimo, la Sghemba mi ha raccontato che, quasi al suo esordio – alla terza o quarta recensione - stroncò una roba della De Cespedes definendola “cosina pruriginosa che – nell’epoca del hardcore – scrive ancora “pene” anziché “cazzo” e “penetrò” al posto di un elegantissimo optional come, “chiavò” …” e lei telefonò infuriata a Elsa Morante perché facesse intervenire Moravia e le portasse – su un vassoio d’argento – la testa di quel pisciasotto, cazzomoscio e – quasi sicuramente – frocio.
Non se ne fece nulla. E Isaia disse alla Sghemba che se Moravia avesse anche solo provato a farsi preannunciare nel suo ufficio da quelle sue ipertricotiche sopraciglia, vi avrebbe pisciato sopra come fossero delle aiuole.  Ogni volta che la Sghemba me lo raccontava, scoppiava a ridere senza ritegno e poi mi spiegava che Isaia se l’era potuto permettere (… cristosanto! Aveva solo trent’anni! E Moravia era quasi più autorevole del Festival di San Remo …) per via di certe lobbies dal sesso imprecisato che lo proteggevano e perché quando lui appariva in una stanza, calava, immediatamente, il più assoluto silenzio come se vi fosse entrato Rimbaud (o Francis il Mulo Parlante, aggiungeva, sghignazzando).
Anche quando fu noto a tutti che dietro Ratto Franziskus si nascondeva lui, Isaia Greco (Isaia, chi? – scattavano su, come molle, a dire – Cosa ha scritto? Da dove salta fuori? Chi lo protegge …), Isaia aveva deciso che non gli sembrava il caso di fare come quello lì (e quasi sputava per terra nel dirlo …) che s’era creato una certa fama nell’inserto domenicale del Sole 24 Ore per poi venire – con nome e cognome e famiglia e corteggio – a spendersela proprio lì, a “L’Espresso”. Mica ne avrebbe fatto il nome, aggiungeva, mai e poi mai. Perché il mondo è pieno di roberticotronei del cazzo …
Per certi versi – diceva – Ratto Franziskus non sono affatto io e quindi è meglio che il Ratto continui a starsene nella sua tana. Ed era per questo che le recensioni le scriveva solo ed esclusivamente nel piccolo ufficio che aveva a “L’Espresso” (poco più che uno sgabuzzino, senza finestre), a partire dal lunedì fino al mercoledì, dopo di ché tornava a Venezia dove, a casa sua,  si dedicava ai suoi hobbies. E bisognava vedere con che modestia da malpensionato, poi, li elencava. Curare l’edizione completa delle opere di Gregorio Palamas (ah, non l’hai mai sentito nominare, diceva, al malcapitato che glielo chiedesse … mi dispiace, sapessi quanto mi dispiace), traducendo migliaia di pagine di un greco che lui definiva “matematico e nevrotico”, dipingere a fresco con episodi della vita di Nietzsche una cappella sconsacrata vicino a Mira, curarsi del suo allevamento di purosangue berberi. Lo so, sembra un tocco à la Borges ma  Borges, qui, con i suoi menù metafisici, non c’entra niente.
Lui adorava i cavalli da sempre e si ricordava ancora vividamente di quando suo padre l’aveva portato a vedere la sua prima corsa e dell’eccitazione (sessuale, diceva – sgranando gli occhi – sessuale! …) da cui si era sentito invaso quella volta. Aveva dieci anni e per otto anni frequentò tutte le scuderie accompagnando suo padre e stupendo tutti per il suo acume e per le domande che faceva. Voleva sapere tutto sul cavallo che aveva davanti agli occhi: la genealogia, le corse a cui aveva partecipato, quelle che aveva vinto – se ne aveva vinto – o gli eventuali piazzamenti. Cosa mangiasse e a che ora preferisse essere spazzolato.
E – di quelli che avevano smesso di correre – voleva sapere come fossero nella monta e pretendeva gli raccontassero ogni particolare usando un linguaggio crudo senza chiedersi che impressione potesse fare un ragazzino di tredici, quattordici anni che parlava di eiaculazione, sperma e vagina e verga e di “buoni coglioni”.
(Più tardi gli avrei riconosciuto lo stesso stile diretto nel parlare di qualsiasi tipo di scrittura gli venisse sottoposta per un giudizio)
Ma non aveva più voluto andare alle corse. Suo padre gliene chiese il motivo senza mai ottenere una risposta seria o che andasse più in là di un balbettio confuso, accompagnato da un rossore in viso. Isaia era famoso per la proprietà del suo linguaggio e tutti, in famiglia, ricorrevano a lui per scrivere lettere, o leggere encomi funebri e, se c’era da mettere su uno spettacolo, era sempre a lui che ognuno faceva ricorso. Ma su quell’argomento non riusciva a spiccicare niente che non fosse un discorso senza capo o coda tanto che suo padre, irritatissimo, smise di chiederglielo e ricominciò a frequentare le corse da solo. Poi venne il giorno del suo diciottesimo compleanno e Isaia si arrese. Suo padre  non avrebbe rinunciato per nulla al mondo al Gran Galà di Merano che aveva il suo clou nell’ultima corsa di Bluestar II. Ed Isaia si disse, perché, no? In fin dei conti anche lui era molto curioso di vedere quella strepitosa cavallina che aveva vinto due volte l’Arc du Triomphe e ben tre volte il Grand prix Amerique.  E, pur non ammettendolo, si sentiva eccitato come otto anni prima, alla sua prima corsa. Ma tutta quell’eccitazione durò fino a che i cavalli non uscirono dalle gabbie e si misero a correre.
Ai primi colpi di frusta dei fantini, Isaia sbiancò in volto e si girò di scatto verso suo padre.
“Non guardi Blue? …” (abbreviava il nome della cavalla come fosse una sua intima amica.)
“Sì, certo …” rispose Isaia che non voleva passare per un frignone e si rigirò verso la pista, tenendo gli occhi ben spalancati sul gruppo ancora compatto dei cavalli ma cercando di non mettere a fuoco la scena.
Ma quando i cavalli passarono davanti alle tribune, vide un fantino (Roberto Drumo, su Gran Visir) alzare freneticamente il frustino lasciandolo cadere sulla lustra pelle color mogano del suo cavallo e - subito dopo – uno spruzzo di sangue che si perse via nell’aria con alcune gocce di sudore.
Questa volta Isaia non battè ciglio ma si limitò a chinare il capo a terra tenendolo ostinatamente così fino alla fine della corsa.
“Ma che hai fatto? Non hai guardato la corsa … Io non ti capisco … Blue è arrivata seconda. Peccato! … Sarebbe stato bello chiudere con una vittoria …”
Ma si accorse che Isaia  non gli dava retta e che se ne stava lì, sempre chino a terra e, allora, sbuffò e decise che sarebbero tornati a casa.
Isaia non protestò limitandosi ad infilarsi guanti e berretto e, ammutolito, non aprì più bocca durante tutto il viaggio in macchina, rispondendo con mugugnii a quello che gli veniva chiesto e senza fare trapelare niente della furia che provava e che a volte lo costringeva a trarre respiri molto profondi. Una volta arrivato a casa, però, e ritrovatosi di fronte a suo padre, si mise a piangere disperatamente e non si fermò più nonostante sua madre gli si agitasse attorno chiedendogli, mon amour qu’est que tu as? Dit-le-moi je t’en prie … Oh là là là, je ne peux pas te voir si larmoyant … Veux-tu creuser mon coeur. Eh? Dit-le-moi … Veux-tu ça … c’est ça ce que tu veux vraiment, mon petit choux? … e non smettendo un attimo di agitare le sue lunghe braccia nell’aria. (Era stata una grande ballerina - nonostante le mie braccia da scimmia, aggiungeva modestamente, ben sapendo che quelle sue lunghe braccia da scimmia avevano fatto delirare i suoi fans …).
Suo padre le fece segno di starsene un po’ zitta e poi chiese a suo figlio cosa mai volesse. Non era mai riuscito ad amare Isaia ma, forse, lo capiva meglio di quanto non lo capisse quella sua madre adorante e aveva subito intuito che quel suo figlio inquieto mirava a qualcosa di preciso.
“Allora, che vuoi per calmarti? … Mi sa che questa volta non ti accontenterai della solita gita a Vienna … Ho intuito giusto?”.
E Isaia, smettendo all’improvviso di piangere, gli espose con molta calma il suo piano. Suo padre avrebbe dovuto cedergli, fin d’ora, una delle loro fattorie, una che avesse una stalla adatta a tenerci i cavalli che avrebbe allevato (berberi, aveva precisato, solamente berberi …) e che avrebbe venduto esclusivamente a delle scuderie in grado di garantirgli – per contratto – l’assoluta esclusione di frustini e speroni in chi li avrebbe montati.
E avendo visto, con la coda dell’occhio, sua madre che si agitava e, avendo intuito cosa stava per dire, aggiunse
“No, maman … vous ne devriez pas vous preoccuper da ma soeur. Giselda – pour ça – elle aura, de ma part, la cession de ce qu’elle vourra ... ça va bien ainsi, eh ? »
Suo padre – che tutti chiamavano Mel perché nessuno osava chiamarlo con il suo nome per intero, Melchisedech – lo guardò fisso negli occhi, leggendovi – per la prima volta – un’intensità e una decisione senza scampo che non aveva mai saputo intravedere in quel suo strano figlio e capendo che – se mai erano stati carne della stessa carne – ora non lo erano più del tutto. Gli disse che sarebbero andati dal notaio e che gli avrebbe regalato la grande fattoria che stava poco fuori Caorle, con tutti i campi che si estendevano per lungo, seguendo il corso dell’Adriatico, fino quasi a Jesolo.
E da allora (e Isaia, allora, aveva soltanto diciotto anni …) condusse con un rigore finanziario e una competenza di allevatore uniti ad un’adorazione sconfinata, uno dei più begli allevamenti di cavalli in Europa, da cui sono usciti campioni come T.e.S., Rasputin, Crimilde e Sacher.
La Sghemba, quando mi raccontò queste cose, si interruppe di colpo, chiedendomi
“Perché non provi a domandarti cosa voglia dire, T.e.S.? …
“Non saprei proprio …”
“Non sforzartici. Non ci arriverai mai e, quindi, te lo dico io ... Tu es Sacerdos, capito ? ... Il nostro amico era già molto spiritoso fin d’allora, ti pare? …”
 
Di mio, posso aggiungere ancora un paio di cose delle quali so direttamente, senza la mediazione della Sghemba perché ero con lui quando accadde la prima e, nella seconda, ho un ruolo non proprio secondario.
Nella seconda domenica del maggio 1994 – eravamo all’ippodromo di San Siro per la prima volta dopo tanti anni, per vedere una giovane cavallina che aveva appena venduto – con le solite clausole - alla Scuderia Hony soit qui mal y pense. L’aveva chiamata Suleima e provava per quella bestia un amore quasi morboso e credo che se ne fosse distaccato anche per questo motivo. Non poteva amare una cavalla più di una donna, mi aveva detto sorridendo ironico (sapevo perfettamente che pensava l’esatto contrario). Bene.  Non aveva voluto vederla prima della gara – per non inquietarsi, mi disse ma – non appena la cavalla (di un color miele più intenso del solito, quasi ambrato) si mise in linea con gli altri cavalli, montata dal famoso Mosquito - Isaia mi diede di gomito e disse
“E’ nervosissima.”
A me sembrava irrequieta, sì, ma come lo potrebbe essere qualsiasi cavallo prima della partenza ma mi guardai bene dal dirglielo. Non dissi nulla e feci un “mmm” che poteva significare tutto e il contrario di tutto.
“E’ nervosa come non l’ho mai vista, credimi …”
Come al solito: aveva letto nel mio pensiero e aveva risposto a quello che stavo pensando.
“Non lo so, Maestro. Io non ne capisco nulla e a me pare che Suleima sia irrequieta ma non più del solito … Se non ricordo male è stato proprio lei a dirmi che Suleima è una cavallina piena di pepe …”
Mi guardò con la sua solita aria di uno che dice “perdonali padre perché non sanno quello che fanno” e replicò – più a se stesso che a me – “eppure, ti dico che …”
Poi, all’improvviso, mi urlò “Dammi il coso … il coso! …”
Lo guardai esterrefatto. “Quale coso, scusi? …”
“Il cannocchiale, idiota!”.
Era impallidito e quasi mi strappò il cannocchiale che gli stavo porgendo e che avevo sfilato solo un po’ oltre la nuca. E si mise a fissare verso lo schieramento dei cavalli pronti per partire. Lo fissavo attentamente e quindi non mi sfuggì l’imprecazione che gli affiorò alle labbra e mi sembrò, anche, che impallidisse ulteriormente. Scaraventò il cannocchiale contro il mio petto facendomi barcollare e si mise a correre verso le staccionate più vicine alla partenza. Non so cosa avesse intenzione di fare ma so che molto prima che lui arrivasse in quel punto i cavalli erano usciti dalle gabbie e avevano iniziato la loro corsa. Lo vidi, quindi, rigirarsi, imprecando e venire di corsa verso il punto in cui mi aveva lasciato, completamente allibito. Appena arrivato vicino a me mi guardò quasi con odio e senza dire nulla mi strappò il cannocchiale che tenevo ancora stretto contro il petto e si mise a seguire attentamente la corsa.
Per un po’ mi sembrò che si fosse calmato ma quando iniziò il secondo giro, lo vidi sbiancare e gettare il cannocchiale per terra, calpestandolo furiosamente e sibilando “farabutto, stronzo, cane maledetto, cuore di merda …”
Quando faceva così (e poteva succedere ad un malcapitato che gli avesse sottoposto un suo manoscritto), mi ritiravo in buon ordine trovando che fosse molto meglio andare di là in cucina, a preparargli un caffè o in biblioteca a cercargli un libro che non mi aveva chiesto. Ma, lì, dove potevo andare?
Per cui me ne rimasi, in piedi, con il capo chino a terra estremamente incuriosito, all’improvviso, dalla disposizione dell’erba calpestata attorno alle mie scarpe.
“L’ha frustata con un piccolissimo frustino poco più grande di un palmo di mano e l’ha pungolata con dei piccoli speroni quasi invisibili che fuoriescono appena dai tacchi dei suoi stivali …”
Non so se mi stesse guardando perché non osavo tirar su la testa anche perché avrebbe visto che i tratti mi si erano rilassati come a dire, oh bene, non tocca a me questa volta … E se mi avesse letto in viso quest’idea mi avrebbe di sicuro schiaffeggiato. Anzi, essendo più che sicuro che – come al solito – mi avesse letto i pensieri, arrossii violentemente e tenni la testa ancor più cocciutamente fissa per terra aspettandomi che mi prendesse a calci, subito dopo.
Mi disse, invece, “Seguimi.” E mi disse, seguimi, con lo stesso tono che avrebbe usato con un essere moralmente inferiore.
A volte mi chiedevo perché si ostinasse a tenermi presso di sé … forse non poteva ammettere un così assoluto fallimento? O, forse, più semplicemente, gli servivo ed era troppo pigro per ritrovarsi con un nuovo diacono cui dover insegnare tutto da capo. E posso assicurare che il servizio reso a casa sua era meticolosamente regolato da pandette e liturgie rigorosissime che avevano subito, negli anni, molte manomissioni. Esempio. Chi avrebbe potuto ricordarsi – se non io – che la regola major: “è assolutamente vietato telefonarmi dopo le otto di sera”, aveva subito, nei regni successivi, almeno due variazioni di non poco peso? Per cui era diventata, in un primo tempo: è assolutamente vietato telefonarmi dopo le otto di sera, al mio numero di telefono fisso ma, al cellulare, sì - per poi diventare un elasticissimo: è assolutamente vietato telefonarmi dopo le otto di sera se si è degli stronzi. Solo che, chi lui potesse ritenere “stronzo”, poteva variare – a seconda delle stagioni della sua melanconia – da una sorta di massa damnationis, a tutti quelli che mangiavano sushi, a quelli che “Tondelli, senza la Cherchi, non era niente”.
Tanto più che – dopo le otto – ero io che rispondevo al telefono e che avevo osato entrare nella sua stanza e svegliarlo solo in un paio di occasioni.
 
Lo seguii, continuando a tenere il capo chino, osservando il tacco delle sue scarpe e senza chiedergli niente.
Non capivo dove mi stesse portando ma mi sembrava che stessimo penetrando nella zona delle stalle. Strano, pensavo. Non si era mai preoccupato che dei suoi cavalli e, anzi, mi risultava che gli altri proprietari lo odiassero proprio per questo. Non aveva mai dato segno che una delle loro bestie gli interessasse neanche lontanamente: lui creava cavalli, diceva, e non aveva bisogno di altro. Poi, noblesse oblige, poteva capitargli di venderne più d’uno ma perché mai (e, nel dirlo, spalancava gli occhi come il dannato della Cappella Sistina) avrebbe dovuto comprarne da altri. Perché?.
E si guardava in giro facendo finta di attendersi una qualche risposta (il guitto!). Nessuno gli rispondeva, ovviamente e lui si riprometteva che, presto o tardi, i suoi cavalli, li avrebbe regalati. Poi, un giorno, mi aveva guardato strizzando le palpebre e sorridendo e mi aveva sussurrato, bisognerà vedere se hanno are sufficienti. Non avevo neanche fatto finta di capire e avevo cortesemente accennato di sì con la testa badando a non perdermi il disegno di una nuvola che stavo seguendo da molto prima e che mi cambiava di forma sotto gli occhi, continuamente.
 
Ormai mi era chiaro. Ci stavamo avviando proprio ai box dove i cavalli se ne stavano più o meno quieti, sul terreno antistante, accuditi dai loro fantini, strigliati, spazzolati, asciugati dal copioso sudore che li faceva lucidi, oppure già dentro, con una coperta sulla groppa, a mangiare un po’ d’avena.
Isaia puntò dritto al box dove sapeva esserci Suleima ma prima si fermò un attimo e sembrò pigliare un grande respiro e si raddrizzò sulla schiena, pronto alla battaglia.
Suleima stava davanti al box mentre il fantino le spazzolava il manto miele scuro e quando Isaia le fu a portata di froge, lo riconobbe e curvò la testa verso sinistra, dal lato in cui si trovava Isaia e nitrì leggermente.
Ora che le stavo vicino, potevo vedere quello che lo aveva fatto infuriare.
I fianchi di Suleima erano fitti di piccolissime striature lunghe poco più che un palmo di mano, con il sangue già rappreso, e, più sotto, sui lati della pancia, di piccole piaghe corte, alcune ancora sanguinanti.
Notai che Isaia, ostinatamente ed ostentatamente, non si girava a guardare da quella parte e capii anche quale ne era il motivo: l’avesse fatto, avrebbe preso  il fantino e l’avrebbe sgozzato, lì, su due piedi, senza nessun rimorso, anzi, con la precisa e netta sensazione di aver compiuto un atto di assoluta benevolenza.
Il fantino aveva smesso di spazzolare la groppa di Suleima e stava parlando con il proprietario della scuderia e nessuno dei due si accorse di Isaia che stava accarezzando il muso della sua cavalla. Poi, quando se ne accorse, Cosimo Grassi, il proprietario, gli fece
“Ehilà, Signor Greco, non l’ho vista arrivare …”
“Quanto me l’ha pagata?” disse Isaia, senza guardarlo in faccia, tenendo lui, adesso, la testa ostinatamente china a terra.
“Eh, scusi? Di cosa sta parlando? …” poi intuì “Di Suleima? E’ di Suleima che sta parlando? …”
Isaia fece di sì con la testa.
“Perché me lo chiede? … Dovrebbe saperlo, no.”
“Io non mi occupo di queste stronzate …”
“Trecentomilioni. Un bel po’, le pare. Ma il suo amministratore mi ha detto …”
“Gliene offro quattrocento …”
“Scusi?! …”
“Non faccia finta di non capire signor Grossi. Lei è un farabutto ma non uno stupido …”
E levò la faccia al cielo: io so cosa aveva pensato: o, meglio, tu sei anche profondamente stupido ma furbo secondo le regole del mondo.
“Mi sta dicendo che si vuole ricomprare Suleima? Ho capito bene, vero? …”
Ricomprare, ricomprare! … Sono certo che per lei tutta la faccenda si riduca a una questione di soldi, di commercio e, perciò, anche se io so bene come si tratti, piuttosto, di perdono, vada per il suo ricomprare, sì, voglio ricomprare Suleima …”
Sono sicuro che si stava odiando per aver perso del tempo a precisare tutto questo ad un pezzo di cacca sub-psichico, ma tant’è, ormai lo aveva fatto e non ci poteva più porre rimedio. Energia sprecata. Bleah.
“Beh, sa, mi prende alla sprovvista … Oggi, l’ha visto anche lei, Suleima è arrivata seconda e mi sa che è una cavalla che promette proprio bene e non so mica se ho voglia di ridargliela indietro …”
Isaia continuava a starsene con il capo chino. Gli aveva parlato senza mai guardarlo in faccia perché provava una profonda vergogna nel farlo. Il male è contagioso, pensava e non mi basteranno tre o quattro vite per riscattare me da tutto questo. A meno che un dio pietoso e che ignori la contabilità, non conceda come un nuovo imperatore assurto al trono, la cancellazione di tutti i debiti.
L’altro continuò.
“Sa, ci sono tutti i premi che questa bella cavallina mi farebbe vincere …” e, mentre lo diceva, la accarezzò ruffiano “e le figliate …”
“Senta, cialtrone, lei, ora, non metterà più un dito su questa cavalla o le staccherò di netto la mano con un colpo di falce … di sicuro ce n’è qualcuna da qualche parte, in giro … poi lascerà che io me ne vada via con Suleima senza più aprire bocca perché – ad ogni parola …oh dio! Parola! … Nel suo caso è decisamente un mot fort desapproprié … che aggiungerà, le scalerò qualche decina di milioni di lire da quanto le ho promesso … La chiamerà il mio amministratore e con lui parlerà delle cose pratiche. Non voglio più sentire la tua puzza nel giro di un centinaio di chilometri” (aveva deciso che il “lei” anche se carico di sarcasmo, non reggeva più la mascherata).
E, di colpo, solo adesso, sollevò gli occhi intorbitiditi da una furia spaventosa.
“Ah, e dì pure a quello stronzo del tuo fantino” (che era lì a due passi) “che se  fa tanto di passarmi vicino da qualsiasi parte mi vedesse, è meglio che scantoni via. Mi accorgessi di lui, gli strapperei il cuore e lo darei da mangiare ai miei maiali. Credo di essere stato sufficientemente esplicito, no?”
E si girò di scatto, prendendo Suleima per le briglie, portandosela via come aveva detto, con me che chiudevo nelle retrovie.
Fu per quello che non vidi le lacrime che gli rigavano la faccia mentre la teneva molto vicina a quella di Suleima.
 
Isaia Greco che poteva essere – appunto - di un’avarizia sconvolgente e che non si fidava di nessuno, decise, quattordici anni fa, poco dopo avermi conosciuto, di darmi la delega su tutti i suoi conti bancari e una copia delle chiavi delle sue cassette di sicurezza (morissi – aveva detto - dovrai fare un accurato catalogo del loro contenuto e allora, sì, avrai di che stupirti, fidati! …). E così lui, da quel giorno, non aveva più messo piede in una banca. Ti ringrazio, mi disse. Quando esco da quei posti, mi sento addosso un insopportabile odore di cacca.
Ecco perché so piuttosto bene che cosa se ne faceva dei due terzi di ciò che ricava dall’allevamento: li dava in beneficenza.
Mi raccontò che non l’aveva deciso subito. Per molto tempo, anzi, era stato terrorizzato dall’idea di finire in miseria e proprio lui che proveniva da una famiglia molto ricca, viveva come se il giorno dopo, anzi, fra pochissime ore, qualcuno avrebbe bussato alla sua porta comunicandogli che, fuori, erano esplose mille Borse Valori e che qualcuno aveva dato fuoco a tutti suoi campi e alla fattorie così che lui non possedeva una lira. Nada, nisba, rien, nihil, nothing, povero in canna.
Ma dopo pochi anni di lavoro a “L’Espresso” aveva deciso che una certa purezza in fatto di denaro era un lusso che non si poteva permettere e si dette in maniera spericolata a vendere ciò di cui andava più fiero: la sua intelligenza.
“Mi sono messo a fare la puttana, sì, sì, proprio una gran mignotta” mi disse e alludeva alle sue conferenze nelle più prestigiose e stronze istituzioni internazionali (Pen Club, Sigma Tau, Masters & Writers, ecc.), alle consulenze e ai corsi di scrittura per imprese di marketing o di pubblicità (tutti hanno ancora presente le sue leggendarie lezioni alla Saatchi & Saatchi di Londra) e alle letture di alcuni ben scelti manoscritti – qualsiasi cosa insomma che potesse farsi pagare tanto oro quanto il peso dei fascicoli su cui era stampata.
Una sera di novembre del 1992 (fuori, tra i canali, c’era una nebbia così fitta che quasi non si vedevano i palazzi sull’altra riva), mi chiamò nel suo studio e mi gettò sprezzantemente, sul ripiano della scrivania, un maloppo che – ad occhio e croce  – mi sembrava di almeno mille pagine.
“Indovina di cosa si tratta? …”
Avrei voluto dirgli che non ero ancora un cane da punta dotato di un fiuto così raffinato da potere annusare l’autore di quelle pagine stando a due metri dalla preda e senza sfogliarlo e, magari, leggerne qualche rigo. Ma mi astenni. Il Gran Signore Ironico – in casa – era lui e guai se qualcuno provava a detronizzarlo. Del resto, lui capiva solo la sua ironia – quella degli altri era (sorriso benevolo/sprezzante, testa reclinata sulla spalla, occhi socchiusi), “barzellette”.
Quindi non risposi niente – convinto come ero che non volesse, sul serio, sentirsi dire nulla.
“E’ un’enorme cacata del Grande Alberto.”
Sapevo chi lui chiamasse con quell’appellativo ma non diedi segno di averlo capito anche perché sapevo che era il nostro solito gioco del gatto e del topo. Lui sapeva che io sapevo ma che fingevo di non saperlo e fingeva di crederci.
Non ho mai capito che gusto ci trovasse in questi giochini ma, ad un certo punto della nostra convivenza, avevo smesso di chiedermelo. Se voleva che per un po’, magari solo dieci minuti al giorno, io, con lui, regredissi al cucù cià!, bene, l’avrei fatto. Purchè, poi, mi restituisse la mia trottola – cosa che, facilmente arguibile!, non faceva mai.
“E dico, cacata, solo perché voglio attenermi ad una qualche forma di misunderstanding … Insomma, una robaccia che puzza anche se la chiudi in cassaforte … Mi ha chiesto un parere.”
Ancora silenzio da parte mia.
“Dovevi sentirlo, al telefono. Quasi frignava. Maestro, la preeeeeego” e bellò, bellò per davvero “mi dica se posso faaaaaaaaaarlo diventare un best-seller …”
E ne imitava la voce arrotata, leggermente nasale, intrisa di un’arrogante ironia.
“E sai cosa gli ho detto? Me lo mandi con un assegno allegato di ventimilioni e vedrò di leggerlo. Sia chiaro – ho aggiunto - l’assegno è un fondo a perdere. Diciamo che va per il mio disturbo. Poi le manderò la mia relazione. Due milioni a cartella senza limiti di lunghezza. Cioè, caro signore - gli ho detto - se riterrò – per farle capire l’importanza dell’uso della Terza Persona – di allegarle un capitolo del De Trinitate di Sant’Agostino, lei pagherà anche quello.”
Si fermò un attimo, compiaciuto. Era chiaro che si stava ripassando la scena e che ne godeva, gongolante.
“Te lo giuro. L’ho visto sbiancare ma, poi, ha detto che sì, che andava bene e che avrei ricevuto il manoscritto la settimana dopo. Era venerdì e, quindi, facevo conto di riceverlo entro i primi giorni della settimana successiva …”
Capii che si aspettava una mia qualche forma di interloquizione.
“E come andò a finire, signore? …”
“Incassai il giorno stesso dell’arrivo l’assegno e poi lessi tutto quel maledetto maloppo … più di mille pagine” (avevo buon occhio, allora) “e fu tale il disgusto che decisi di rispondergli con una sola cartella.”
Pausa. Ora sarebbe arrivato il fuoco d’artificio finale, ne ero certo e, infatti, estrasse da sotto una pila di libri un foglio e me lo sventolò sotto gli occhi.
“Avevo scritto così. Caro signore, ho trovato veramente proterva la sua audacia nello spedirmi una simile cacata. Non osi mai più. Suo Isaia Greco. Post scriptum. Mi invii a stretto giro di posta un assegno di due milioni per questa cartella. Le confesso che avrei voluto scrivere una relazione di quaranta cartelle contenente mille volte “a cacata is a cacata is a cacata is a cacata”, capisce?, pacta sunt servanda: Lei avrebbe dovuto pagarmi tutto. Quindi – in fin dei conti – se la sta cavando a buon mercato, non crede? …”
 
Non aveva voluto, invece, saperne niente del Gran Caravanserraglio Merdoso.
Era così che lui chiamava le scuole di scrittura (se poi qualcuno osava aggiungere, in sua presenza, creativa, veniva, ipso facto, scacciato fuori e poteva ringraziare iddio se non veniva preso a calci in culo).
“Perché, signore?”
“Perché, cosa? …” e mi guardò sospettoso. Toh, toh, toh, io - l’implume esserino che accudiva Sua Maestà - osava fare delle domande così indiscretamente dirette?
“Sì, perché, dico, perché non ha mai accettato di tenere delle lezioni in quel tipo di scuola? …”
“Pensavo ti fosse chiaro. Prova a concentrarti e vedrai che ci arrivi …”
E mi fissava con quei suoi occhietti socchiusi, maligni.
“Ma vedo che sulla tua fronte si posa l’ombra proiettata dall’ala dell’imbecillità.”
“Baudelaire, Signore? E’ lui vero …”
“Pffui, non perderti nei dettagli … e allora? Niente? Non ti viene in mente niente?”
Allargai la braccia sconsolato – non mi veniva in mente niente.
“Ma è così dannatamente semplice: non pagano a sufficienza. E io non sono un missionario. Tu lo sai come la penso. Chiunque si convinca di poter imparare a scrivere in una di quelle scuole, è un cretino assoluto e chiunque gli faccia credere di poterlo fare, è una canaglia …”
Stavo pensando che, però, lui teneva lezioni di scrittura in molte sedi prestigiose.
“So a cosa stai pensando” scandì, cantilenando.
“Come sempre del resto … sei, caro mio!, così disarmante che potresti sembrare quasi innocente … Ti stai chiedendo come mai – se la penso a questo modo – io tenga tutte quelle mie belle lezioncine a managers, a pubblicitari, a professori universitari … vero? …Non occorre che fai di sì con la testa … Ma perché io sono – nel farlo – una canaglia quanto e più di loro. Vendo le mie scorregge come fossero oro alchemico. Li tratto come si meritano. Insegno loro – mostrando come si fa – a vendere stronzate. Non che loro abbiano sul serio niente da imparare, anzi, potrebbe essere vero il contrario. Che io abbia molto da imparare da loro. Diciamo che una volta all’anno, hanno il fottuto desiderio di essere loro le vittime consapevoli della grande arte corruttrice. Hai capito, vero? Vendo pissidi piene di particole ad un concilio di simoniaci. Ma poiché mi pagano profumatamente, lascio che la libera circolazione della colpa non trovi ostacoli in qualche cuoricino scioccamente puro.”
 
Fu così, grazie a questa puttanerie e ad un’etica decisamente elastica, che potè permettersi tutte le cose per cui aveva sbavato quando era molto giovane.
Un piccolissimo Manet, un Fontana inedito e un Chardin così grigio su grigio che a stento se ne indovinava il soggetto: dei fichi molto maturi grigio/viola, contro un muro grigio perla, in un cestino sfilacciato e grigiastro. La casa a Venezia: un enorme loft all’ultimo piano, sul Canal Grande, poco prima della Fondazione Gugenheim (nel piano sottostante abitavamo io, il suo segretario, e le uniche due persone di servizio. Una Grande Tata che lo trattava come fosse il suo bambino anche se, a quanto mi risulta, non era al servizio dei suoi quando lui nacque e un factotum che si occupava di tutto quello di cui non mi occupavo io e che, un po’, seviziavo.) Un motoscafo iper-iper-tecnologico di cui non capiva nulla ma di cui andava molto fiero. Tutto bianco, fermo sotto i gradini che danno sul canale, con un uomo sempre pronto a portarlo in giro. Amplissimi giri che potevano arrivare al Torcello dove non smetteva di ammirare la Madre di Dio nella conca dorata dell’abside e dove faceva finta di non vedere il truculento Giudizio Finale della controfacciata cui dava ostentatamente le spalle e ciò che sta sotto le spalle.
“Puah. Io non credo al Giudizio Finale”, mi diceva e me lo ripeteva anche se sapeva benissimo d’avermelo già detto tutte le altre volte che eravamo stati lì.
“Sì’, Maestro, lo so.”
“Non puoi saperlo, mona! Non te ne ho mai parlato …”  sbottava e io, allora, lasciavo che mi spiegasse perché non poteva, non poteva proprio credere al Giudizio Finale.
“Ogni atto che compiamo – è la teoria di uno strambo psicanalista che mi ha aiutato a tradurre Palamas … è già, in sé, il giudizio sull’atto stesso, capisci …”
“Non so Maestro, non lo so proprio …”
“Alla fine Dio sarà poco più che un notaio.”
Ma una volta, una sola volta – lo scorso dicembre – dopo aver detto questa cosa, si girò di colpo verso di me (stava osservando incantato la conca dell’abside) e mi guardò come faceva quando mi stava per dire una cosa cui tenesse molto, socchiudendo le palpebre sui suoi piccoli occhietti arrossati sugli angoli e mi disse
“E, per un attimo che a te sembrerà lungo come l’eternità, sarai condannato. Ma subito dopo dio apparirà da dietro il muro e ti farà bù! e ripristinerà il perdono universale. E – con ciò – avrà, finalmente, perdonato se stesso.”
“Sì, Maestro, lo credo.”
E – con la stessa rapidità con cui mi aveva detto queste cose quasi bisbigliandole – cambiò d’umore e trovò che il termos di caffè che gli avevo preparato era diventato freddo e che non sapevo fare neanche una cosa semplice come quella: una caffè caldo e che tale restasse.
“E questa cos’è? …” chiese rabbioso prendendo con due dita schifate la busta con i panini (all’olio il pane e imbottiti con del gorgonzola) e, dopo averla annusata con aria inorridita, la gettò ad un gruppo di colombi che becchettava l’erba vicino al Battistero di Santa Fosca. Non aggiunse nient’altro e – come al solito (avevo ben imparato la lezione) – me ne stetti buono buono, tre quattro metri distante da lui che mi teneva ostinatamente la schiena girata e guardava la laguna, borbottando qualcosa che avrei anche potuto scambiare per delle litanie.
Janua cieli, stronzo, Stella mattutina, imbecille totale, Refugium peccatorum, incapace, totalmente incapace …
 
§§§
 
Quella sera, quindi – la sera in cui capitò la cosa – festeggiavamo la sua duecentocinquantesima recensione.
(Mi sembra di sentirlo: diosanto, cos’è questa? Una giuntura? “Quella sera, quindi …”! … Cosa sei? Uno che lavora con la fiamma ossidrica o un orafo? … Non è servito a niente – e avrebbe scosso la testa sconsolato – sei stato con me quindici anni e guarda come scrivi! “Quella sera, quindi …” Puah!)
Era il secondo sabato di un marzo sfacciatamente estivo e “L’Espresso” stava per uscire, con la sua recensione di un libro privo di glamour, che non era stato rieditato di recente e che nessun pr leccaculo o agente in calore gli aveva chiesto di segnalare. Si trattava della “Spiegazione delle massime dei Santi” di François de Salignac Fénelon e lui, che non aveva voluto farmi leggere quanto aveva scritto, mi guardò con quei suoi occhietti che mi fanno venire in mente il pungitopo anche se io non ho mai visto un pungitopo in vita mia, dicendomi che, questa volta, mi sarei trovato nella stessa condizione degli altri suoi lettori.
“E, ti prego, non occorre che ti metta a sbavare …” mi disse, sbandierandomi davanti agli occhi un pezzettino di carta con qualcosa scritto sopra, a matita.
“Ecco, tieni. Ti posso dire che parlerò di questo …” e mi gettò addosso quel coriandolo ridendo dei miei goffi tentativi per pigliarlo al volo. Un po’ irritato – sono sempre dannatamente goffo nei miei movimenti - lasciai che si posasse sul pavimento e poi mi chinai per raccoglierlo. Quando mi raddrizzai lui era già uscito dalla stanza e se ne stava di là, in cucina, canticchiando – con quella sua vocetta fessa e nasale – l’aria di sortita di Carmen,  “L’amour est un étrange oiseau que nul ne peut apprivoiser …” … Allora lessi il biglietto. Non c’era scritto di chi fosse ma, dalla frase stessa, capii che doveva essere una citazione da questo Fénelon di cui non sapevo niente. Diceva così “L’ultimo grado, chiamato dai mistici trasformazione o unione essenziale e senza mediazione, non è altro che la semplice realtà di questo amore senza interesse proprio”.
Mmm, ho pensato, ti sei preso una bella gatta da pelare.
In realtà sapevo che sarebbe riuscito – come sempre, per dio, come sempre! – a dire quello che voleva restando nella misura di un paio di cartelle.
Una volta, poi, gliel’avevo anche chiesto.
“Ma come fa a farsi bastare lo spazio? …” (io gli davo sempre rigorosamente del lei mentre lui, con me, usava quello che chiamerei il “tu canzonatorio” nel senso che – quando mi si rivolgeva – aveva sempre l’aria di non mandarmi a fare in culo o di non strozzarmi, lì, sul posto, con le sue mani, solo perché mi considerava ancora un cucciolo. E avevo più di trent’anni ...)
“Guarda che ti sbagli, caro … Io spesso non so come allungare il brodo. Dopo due o tre frasi ho già detto l’essenziale e mi tocca fare del gossip.”
Ecco, pensai. Non più il critico più acuminato della sua generazione ma un cuoco e un gran chiacchierone! … Quando faceva così, lo odiavo.
 
La festa non si sarebbe svolta a casa sua e io non avevo capito perché avesse accettato la proposta della Sghemba. Lei aveva buttato lì la cosa quasi per caso, dicendo che casa sua era più adatta e poi si era incaponita a dimostrarlo: secondo lei il suo salone era più, più – come dire – più … e non le riusciva di dire cosa di più mai fosse e si limitava a roteare morbidamente  le mani per aria. Fu Isaia a tirarla fuori d’impaccio dicendole che sì, andava bene – la festa si sarebbe fatta a casa sua.  E la Sghemba per poco non era caduta all’indietro e si era messa a pesticciare con i piedi per terra dalla grande contentezza.
All’anagrafe lei – la Sghemba – fa, Giuliana Graziadei ma tutti l’hanno sempre chiamata così, la Sghemba, da quando una paresi infantile le aveva deviato il naso e la bocca (e, col passare degli anni, anche le rughe) in basso, verso sinistra. Come se avesse un peso di bilancia costantemente appeso alla mascella che le trascinasse verso il basso tutti i tratti del viso.
Io, una volta, le dissi “hai, appeso alla faccia, uno di quei piccoli  incubi maligni di Fussli e te la tira giù, giù, giù, fin quasi a terra …”
Eravamo da Cipriani, a Torcello, ad una cena offerta in onore del mio Signore dalla Confindustria Veneta e non pensavo che Isaia mi avesse sentito. Sapevo benissimo che mi avrebbe aspramente rimproverato una frase così bislacca e, quindi, mi ero lasciato andare solo perché pensavo che lui non mi facesse caso preso com’era a seguire – con il suo solito sorriso deliziato – i discorsi del vicepresidente di quella Associazione che gli stava seduto al fianco e gli parlava e parlava e parlava, cocciutamente e con grande foga del problema delle finte griffes. Io non gli ero immediatamente accanto: tra me e lui c’era la moglie di questo tale vicepresidente che gli aveva chiesto cosa ne pensasse dell’ultimo Bevilacqua (pipì di cane, signora, pipì di cane, creda …) e non si era mai girata dalla mia parte se non per chiedermi di passarle il sale. Forse puzzavo.
E invece, sentii che Isaia cominciava a parlarmi, continuando a rivolgersi al suo vicino e mantenendosi in faccia – ancora per un po’ – il sorriso di finto compiacimento con cui ascoltava quelle fesserie.
“Anche se tu non lo sai, c’è del vero in quello che hai detto. La nostra amica è letteralmente posseduta dai demoni” e, nel dirlo, si inchinò alla Sghemba che sorrise compiaciuta.
“Ma la tua frase resta, nonostante questo, banalmente chic. Non bisogna mai far credere a chi ascolta o al lettore che tu ne sappia più di lui o che tu abbia più charme di lui. Lui detesta sentirsi dire una cosa di cui non sa nulla e non sopporta che gli si faccia capire quanto puzzi. Devi usare un vocabolario molto magro. Le due-trecento parole che tutti usano tutti i giorni. Pochissima aggettivazione. Appena il necessario. Parla solo di quello che sai … tsè, tsè, tsè …” fece, sorridendo all’improvviso e smettendo di mitragliarmi con le parole “basta che ti ricordi di una cosa. Non sei tu a sapere quello che sai. E’ lui stesso che lo sa. Bisognerà vedere se riterrà il caso di tenerne avvisato anche te. Più brutalmente: si scrive solo ed esclusivamente solo in terza persona anche quando si crede di scrivere in prima. Ti è chiaro?”
“Ma Hemingway …” provai ad interromperlo.
“Ma Hemingway, cosa? … “Scrivere solo di cose conosciute bene”, alludi a questo? …”
“Sì, anche …”
“Ma caro mio, per fortuna Hemingway sapeva scrivere cose nettamente superiori alle sue stesse teorie piuttosto naif …”
E tornò a rivolgersi al vicepresidente – che non aveva capito nulla di quello che mi aveva detto ma aveva ascoltato come se sul serio ne capisse qualcosa, bevendo piccoli sorsi del suo vino per sembrare meno impacciato – con lo stesso sorriso catatonico di prima, riprendendo il discorso lì dove l’aveva lasciato senza la minima difficoltà.
 
Poi, una volta, tornati a casa, nel suo studio, mi disse.
“A proposito di quello che ti dicevo a tavola, stasera, senti un po’ quest’altra cosa …”
E si alzò andando verso la sua scrivania dove regnava il più completo disordine e, con mano sicura, da rabdomante, trovò il testo che cercava. Avrei voluto scrivere che quel disordine era apocalittico ma l’ho sentito respirare a fondo, alle mie spalle, adesso, e poi la sua vocina esile e un po’ fessa mi ha fatto notare che apocalittico – e l’ha detto con un tono leggermente sprezzante – è stato usato da tutti ma proprio tutti, anche dalle peggiori canaglie. Non ti basta la bellezza e ricchezza della parola “disordine”, caro?, ha aggiunto …
Poi aprì il libro alla pagina dove stava la frase che voleva leggermi (c’era un frammento di carta che la segnalava – i suoi libri erano irti di foglietti di tutti i tipi) e la recitò sbirciando il testo solo un paio di volte. Era chiaro che se la ricordava perfettamente a memoria.
“Senti qui. “La lingua dei miei racconti è la lingua che la gente parla tutti i giorni, ma è anche una prosa su cui bisogna lavorare molto per farla sembrare trasparente.”
Era, ancora, il nostro solito gioco del gatto e del topo. Lui, adesso, si aspettava che gli chiedessi di chi fosse la frase e io non mi decidevo a chiederlo per non essere completamente in sua balia (come se, da quando lo conoscevo, io avessi potuto far altro che incarnare la figura dell’allievo in trappola …).
“E allora? Non vuoi sapere di chi è la frase? …”
“Direi che posso indovinarla se lei mi lascia un po’ di tempo.”
“Mmm. Io vado in cucina a preparare del tè e poi tu mi dici cosa ti è venuto in mente. Va bene? … Ah, cosa preferisci? Del genmaicha …è un tè sencha giapponese con del riso tostato … una delizia, davvero … o un tè verde bancha? …”
“Vada per il … per quello con il riso tostato. M’incuriosisce.”
“Non ti chiedo se vuoi latte o limone perché se tu rispondessi, latte, saresti immediatamente scacciato da questa onorevole casa di samurai …”
O geisha, pensai, un po’ malignamente. Lui poteva anche sapere tutto sulla scrittura ma niente e nessuno gli avrebbe mai tolto di dosso quelle movenze manierate. Ho anche – da sempre – sospettato che si inciprii, magari solo un po’, la faccia ed il collo. Capitava che mi spedisse in Biblioteca per prendergli un volume del Bremond o che mi mandasse a comprargli un vassoio di marzapani o “la repubblica” quando sapeva che c’era un’articolessa a due pagine del Citati (non ho mai voluto appurare – del resto, mi avrebbe mai risposto? – che uso ne facesse. So solo che vi gettava uno sguardo schifato e poi rompeva i due fogli di giornale in quattro grandi pezzi e si avviava verso il bagno. Quasi impossibile non intuirne l’uso, vero?) …
Bene, quando facevo ritorno a casa, nel primo pomeriggio o, anche, verso sera, prima di cena, mi capitava di notare strane striature lungo l’attaccatura delle orecchie, come se qualcosa fosse colato via e sembrava, anche, che la sua faccia fosse diventata tutta piena di chiazze. Le prime volte pensai ad una malattia della pelle ma poi capii che doveva trattarsi proprio di cipria ma quello che me lo rese irrimediabilmente simpatico fu l’intuire questa cosa: era così fatuo da darsi della cipria ma così superiore ad ogni fatuità da non curarsi di ripristinarne la tenuta lungo tutta la giornata lasciando così che la sua piccola pratica narcisistica fosse subito smascherata da chiunque lo frequentasse.
 
Tornò dalla cucina con un grande vassoio di legno scuro e la teiera di ceramica azzurro pallidissimo e le tazze dello stesso colore. C’erano anche due piattini bianchi con delle zollette di zucchero e delle fettine di limone.
Si chinò sul tavolino basso che stava tra i due divani e depositò il tutto, cominciando poi a versare (il tè doveva stare in infusione al massimo quattro minuti) nelle tazze, lentamente, tenendosi la manica del chimono con l’altra mano perché non sfiorasse lo zucchero o il limone. E solo quando si fu raddrizzato e si sedette di fronte a me, disse
“E allora?”
“In un primo momento avevo pensato a Cechov …”
Mi sorrise.
“Ma poi, l’ultima parte della frase, quella cosa sulla trasparenza … ecco … quella cosa mi ha fatto pensare a Carver … E’ lui, vero?”
“Certo, mio caro. E’ lui. E chi altro avrebbe potuto scrivere una frase così apparentemente semplice? …”
Feci di sì con la testa.
“Carver ha questa maniera di dire le cose, no? … Pare che stia dicendo una cosa semplice come il pane o il vino e tu dici, amen. E’ così, è vero, le cose stanno proprio a questo modo ma poi, se non sei un idiota, cerchi di farti qualche domanda su quello che ha detto per davvero. Prendi la seconda parte di questa frase. Te la rileggo? … “Ma è anche una prosa su cui bisogna lavorare molto per farla sembrare trasparente.” Non scatta nessun allarme? Va tutto così bene come sembra?”
Cercai di restare impassibile e di non muovermi anche se avevo – proprio allora – un gran prurito sulla punta del naso.
“Niente? Ma come? Se si tratta della lingua “che la gente parla tutti i giorni”, perché mai bisognerebbe “lavorarci molto” sopra? Ti pare così ovvio, così facile da capire? Sai cosa sta confessando Carver in questa piccola frase …? Che la lingua dei suoi racconti sarà anche quella che la gente parla tutti i giorni, ma che ha subito una sorta di lavorio costante, una sorta di raspatura o piallatura che le ha tolto l’opacità con cui nascondeva … cosa, poi? Eh?”
Io sapevo che a lui non importava che io rispondessi sul serio per cui me ne stavo seduto composto (approfittando di una sua distrazione mi ero perfino grattato il naso), ascoltandolo attento anche se qualche volta avrei voluto rispondere, amen.
“Non lo sai, vero? Non lo sa nessuno, forse neanche Carver. Spesso i buoni scrittori (non ho detto né “i grandi scrittori”, né “i bravi”, facci caso …) non sanno di avere scritto una cosa così pregna di reale da pervenire alla più assoluta …” esitò un istante  “… alla più assoluta bellezza. Possono essere, credimi, ebeti come dei tenori. Carver non ci dice, ovviamente, nulla in proposito ma poi, alla fine, gli scappa detto quel “per farla sembrare trasparente”. Insomma, Carver – se ne accorgesse o meno – dice una cosa e il suo esatto contrario. Dice che lui usa la lingua che le gente parla tutti i giorni ma subito dopo dice che a quella stessa lingua bisogna lavorare con un travaglio costante, quasi ossessivo – aggiungo io -  per ridarle la “trasparenza” che non ha più … Tutto bene? Nessuna domanda? …”
Feci segno di no e che andasse pure avanti.
“Capisci? Dice che l’uso quotidiano della lingua offusca lo splendore con cui avrebbe detto – nella più pura trasparenza – quello che deve essere detto, “onestamente” … come dice da qualche altra parte.”
Mi guardò sorridendo maligno e aggiunse “ma tu, queste cose, le avevi già capite da solo e io ti sto facendo perdere il tuo tempo prezioso, vero?”
Sobbalzai sulla sedia. Non molto ma in maniera che lui, di sicuro, se ne sarebbe accorto. Quando innestava la marcia cattiva, era meglio appiattirsi alla parete e confondersi con la tappezzeria, in silenzio, praticando quiete e disinteresse. E io quello - proprio quello – mi apprestavo a fare quando mi resi conto che non sarebbe successo nulla di particolarmente maligno. Non avrebbe cominciato a prendermi in giro citando i distici di Angelo Silesius recitati alla rovescia, - ah, in tedesco - pretendendo che io facessi altrettanto, interrogato su uno di essi a caso. L’aveva fatto e lo faceva di continuo e io non volevo che succedesse ancora. La sua faccia si rischiarò di nuovo e – anche se il fuoco che bruciava in fondo ai suoi occhi, in fin dei conti era lo stesso sia che si infuriasse per un errore di stile sia che facesse la corte a chi so io – era chiaro che voleva farmi capire qualcosa che a lui sembrava di capitale importanza.
 “Dimmi un po’, mona, perché non mi chiedi come mai Carver scriva “per farla sembrare trasparente” anziché scrivere “per farla es-se-re trasparente”, mmm? … Non ti pare che avrebbe dovuto scrivere questa cosa e non quella che ha realmente scritto? Non ti pare che si arrenda a qualcosa di più feroce di lui, di te, di me. Una cosa che la lingua non può co-mun-que dire anche se dovrebbe rompersi le corna provandosi a farlo? …”
Si stava scocciando e avrebbe concluso rapidamente o troncando la frase di brutto senza curarsi di finirla o mandandomi a comperare qualcosa per la sua cena. A cui non mi avrebbe invitato di sicuro. Domine non sum digno, scherziamo.
“Allude, segna col dito, in silenzio con meno parole possibili … Bah, ma che ti dico a fare queste cose … Tu sei ancora un cucciolo e non puoi capire. Studia, insisti e, forse, un giorno, ti troverai anche tu sulla soglia.”

E si era riaccomodato i bordi della vestaglia di seta rosso fiamma che, indiscreti, avevano rischiato di mettere in mostra i suoi poco eleganti mutandoni di lana ecru che lui indossava nonostante fosse quasi aprile.

Scritto da: gino tasca alle 08:08 | link | commenti (15) |

sabato, 11 giugno 2005
Ewig, ewig ...

Stare seduto su una collinetta bassa bassa, immediatamente dietro lo schieramento degli stendardi e degli arcieri, e davanti alla retroguardia che mi bada alle spalle. Stare seduto composto con le ginocchia ben divaricate e i palmi delle mani che vi si appoggiano e tenere la testa un po’ in avanti con gli occhi ben aperti.
Sapendo perfettamente che questa sarà una sconfitta ma piena di onore. Il tuo esercito è fatto di contadini che hai raccolto per la via, armati di forconi e roncole e corti pugnali forgiati nelle fucine dei villaggi e di pochi samurai poveri che ti hanno giurato la loro fede e ti seguirebbero anche nel fuoco, un centinaio circa. E hanno cercato, in pochi giorni di marcia, di far marciare i contadini in buon ordine insegnando loro, a sera, prima di dormire, a tenere una certa posizione in campo senza lasciarsi spaventare dalla pioggia di frecce che sarebbe loro piovuta addosso e dai mille stendardi dell’esercito imperiale e dal rumore degli zoccoli.
Quest’esercito, per quanto ne so da una piccola spia che non ho potuto pagare e che – richiesta sul perché mi favorisse – mi ha risposto che sentiva odore di cavallo marcio, è composto di diecimila guerrieri ben addestrati, ben nutriti, stupendamente parati.
 
Per cui ora sto qui seduto in attesa di vedere il lontano confine della pianura leggermente ondulato da queste collinette aspre e senza erba (forse sono tumuli funerari), prima alzarsi di livello e ondulare per la polvere che i cavalli sollevano nel loro galoppo e, nel frattempo, rombare come un tamburo ben teso, e, poi, man mano che si avvicinano, i loro gagliardetti che risplendono al sole perché i fili d’oro di cui sono intessuti ne catturano i raggi, mandando barbagli che accecano. E dopo osserverò lo schianto dei piccoli cavalli della steppa contro le prime file dei contadini e, insieme al macello di questa povera gente, qualcuno di quegli orgogliosi cavalieri trascinato a terra e trafitto da armi che tali non sono e che servirebbero a coltivare la terra e non ad irrorarla di sangue.
E solo quando capirò che non c’è più niente da fare, farò la cosa che deve fare ogni uomo nobile che si trovasse al mio posto.
 
Comincio ad inquietarmi. Il sole sta già raggiungendo il suo apice del mezzogiorno e del nemico non c’è traccia. Un silenzio assoluto interrotto solo dai movimenti irrequieti dei miei contadini che sudano e, forse, stanno cominciando a chiedersi che ci stanno a fare lì, loro, a difesa di un piccolo signore feudale senza terra e senza uomini. Un silenzio tale che non appena ad uno dei contadini cade la falce che teneva fra le mani, un gruppo di starne, spaventato, vola via impaurito dall’ampio cespuglio quasi raso a terra, in cui si nascondevano.
 
Ed eccolo, finalmente, il nemico.
Apparso da non so dove – forse dal cespuglio delle starne – è apparso un piccolo essere che a me pare un bambino (ma il sole mi acceca per cui devo farmi visiera delle mani), vestito di un chimono bellissimo, rosso-fiamma, con delle enormi gru che stendono le loro ali bianche e sembrano delle croci uncinate perché la testa gira da una parte e le zampe dall’altra, e così le ali: hanno la punta rivolta vero l’alto, una e verso il basso, l’altra.
Ora che mi si è avvicinato (i contadini e i samurai, senza che io dica niente, spontaneamente gli hanno ceduto il passo) lo posso vedere bene. Ha i capelli bianchi e delle strane rughe per quella che resta, comunque, la faccia di un bambino di sei-sette anni.
Mi sorride mentre stringe in mano un pugnale e io capisco che è per me che lo tiene stretto nel suo piccolo pugno. E’ il mio esecutore e quindi cosa altro posso fare che sorridergli e dirgli in una strana lingua insegnatami da un mercante parigino? Bienvenu.
E’ una sconfitta gloriosa.
 
***
 
Questo blog, invece, è una sconfitta assoluta e ingloriosa.
Può essere che io – come quel cavaliere saraceno dell’Ariosto – continui a scrivervi come niente fosse, andando in giro a cavallo senza testa perché me l’hanno mozzata e io non me ne sono accorto.
Ma ciò non toglie che niente di quello su cui contavo è successo.
Niente ma proprio niente.
L’esercito imperiale non si è presentato e neanche il bambino/nano.
Sono rimasto sulla seggiola fino a che le formiche non hanno cominciato a salirmi lungo le gambe a cercare briciole.
Spero almeno di servire loro da pasto.
 
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 08:09 | link | commenti (37) |

mercoledì, 08 giugno 2005
sul "realismo"

Mario, alias Puck, ha scritto questo suo – per certi versi – sfogo o micropamphlet per dire come e quando e quanto il realismo abbia cominciato a scassargli le uova nel paniere e, paradossalmente (e poi dirò perché) cita il mio racconto sulle cipolle come una delle possibili messe in opera o via di fuga da questa sorta di camicia di forza.
Perché dico “paradossale”? Perché io mi considero uno scrittore assolutamente realista e, quindi, tutto sta a vedere che cosa si intenda per “realismo”.
Il che significherebbe, più o meno, riprendere in esame tutta la storia del romanzo (cui il “realismo” è strettamente legato) in Europa cosa già fatta da Moretti e cosa che io non saprei certamente fare e cosa che, certamente, è di difficile contenimento nelle poche pagine che qui dentro dedichiamo alle cose. Lo dico sempre: dovremmo reinventare i caffè letterari, i salotti, le dispute teologiche.
Diciamo che il realismo cova nel romanzo inglese del settecento e nel suo cugino francese fino alla definitiva consacrazione in Flaubert.
Tenete bene a mente questo nome perché poi mi servirà per fare stare assieme capre e cavoli e adesso passo a commentare – interlinearmente – il testo di Mario.
 
 
Ce l'ho un po' su col realismo
 
Da qualche tempo, anzi, forse da sempre, ce l'ho su col realismo:
sarà che si è riattizzata questa mia antipatia negli ultimi tempi leggendo proclami o manifestazioni di intenti realistici anzi impegnati,
 
>> Alt. Sempre assoluta cautela quando si usano gli strumenti – gli unici – del nostro mestiere: le parole. Per te, quindi, “realista” è sinonimo di “impegnato”? Non credo proprio. “Realista”è lo sguardo pulito e acuto sulle cose e – se impegnato è – è impegnato a mantenere fede a questa apertura. “Impegnato” è un tardissimo concetto post-seconda-guerra-mondiale in cui agli “impegnati” ( di solito comunisti o cosiddetti compagni di strada) il “realismo” sembrava non bastare più per combattere gli elzivirismi in cui sembrava loro che si fosse rifugiata la viltà a-fascista di quasi tutta la letteratura italiana o per combattere i tecnicismi stilizzanti sperimentali il cui culmine – e come tale evade dalla sua stessa categoria/gabbia - potrebbe essere Pizzuto senza contare quell’extra-large concettuale che è Gadda. Agli “impegnati” di allora sembrava, poi, che la “realtà” da descrivere fosse – zadovnovianamente – quella della classe operaia.
Bischeri! La realtà poteva anche essere quella di una tavola preparata per la festa senza nessuno attorno, perfettamente felice del suo biancore.
E così possiamo denunciare uno dei pregiudizi più duri a morire: che il grado di realismo sia determinato dalla cosa narrata (per cui Metello è reale ma il cavaliere inesistente di Calvino, no) – per cui il neorealismo è tale anche se gronda musica e melodramma da ognuno dei suoi porri ma Fred Astaire – che è la realtà della danza in décor mezzi matti per eclettismo: vedi la Venezia di marzapane di “Seguendo la flotta” - Fred Astaire, – o i “tempi perfetti” di Cary Grant – no.
 
 
 da qualche parte forse su Nazione indiana, non so più, mi pare che la Benedetti( o era la Centovalli?) affermasse che il giallo ed il noir di questi tempi sono la massima testimonianza della realtà presente italiana.
 
>> Se così formulata, è decisamente tranché e mistificatoria. Però, come tutte le cose, anche le più sceme, contiene un briciolo di verità. Cosa ti dice una frase del genere? Anzi, cos’è? E’ una semplice presa d’atto. Noi/loro non sappiamo più fare che a questo modo. Chiunque l’abbia enunciata – a meno che non sia inpensante – sa benissimo che in altre epoche non è stato così anche se lo schema “giallo” è stato spesso alla base di molti romanzi importantissimi: uno per tutti: “Delitto e castigo”.
C’è anche un piccolo particolare tecnico che andrebbe rilevato. Di solito i romanzi/romanzi – quelli che non sono ingabbiati nel “genere”- parlano della “storia” ma, di solito, di qualche decennio prima (vedi “Guerra e pace”) non sono mai in presa diretta o degli istant-book.
Precisato ciò, trovo la frase “testimonianza (massima, poi!) della realtà italiana” francamente ridicola. Mi sembra di tornare al De Sanctis.
Si testimonia una fede, non una realtà.
 
 
Invece io credo che la narrativa in sé stessa sia sempre e comunque la testimonianza dell'epoca, checché si scriva, brutto bello cosìcosì, qualsiasi genere si pratichi, anzi io penso che si faccia sforzo inutile, improdutttivo, direi anzi contro l'arte stessa dello scrivere storie quando con artifici si manipola, si "carica" il proprio scritto pensando di influire "positivamente" sulla realtà; credo quindi che si producano sovente testi forzati.
Ne sono pieni gli scaffali degli anni '50 e '60.
Trovo tanto migliore un testo narrativo quanto più incosciamente attinge alle profondità dello scrittore: solo così sarà un testo profondamente testimone dell'epoca nella penetrazione di umori e sentire del secolo e nello strumento linguaggio.
 
>> In linea di massima sono d’accordo: i libri sono stomaci con gli occhi.
 
Mi sento inondato quotidianamente da notiziari mediatici, (che già poco ascolto) giornali, riviste assordanti che enfatizzano terrori, le paure, omicidi, stragi, epidemie che invadono il mondo ed anche la mia testa. Non capisco perché una scrittore debba, (dico debba, non possa) per essere testimone dell'epoca parlarci, narrarci di sbudellamenti, stragi, pervicaci complotti e meretricio continuo ed abusato.
 
>> Ovviamente,come dici tu, “debba” è un “dover essere” superegoico che non ha nessun senso. Basta chiedersi chi mai dovrebbe stabilire chi e cosa si “debba” raccontare. Ma se vogliamo dare un senso etico più radicale a questo “dovere” forse qualcosa che urge per farsi narrare lo potremmo anche cogliere. Ecco, dunque, l’unico “dovere” che conosco: quello della cosa che deve potersi dire tramite le parole che uso. E’ una spinta etica interna alla cosa, però, non personale.
 
 
Mi stufo maledettamente: penso che in fin dei conti sia facile imbastire storie così, basta prendere qualche giornale, fare un collage, un bel testo di medicina legale, uno di polizia scentifica ( ne ho anch'io tre…) e vai col liscio se ci hai un po' di stile. Sovrabbondano, a mio modo di vedere storie sanguinosissime e vomitevoli e ciò mi fa pensare che valga nella narrazione quanto già vale nel giornalismo: vendono di più le forti e primitive emozioni: paura e l'orrore, poiché sembra invalso che uno compra il libro per sentirsi terrorizzato, farsi venire i brividi e nausearsi di questo  mondo e poi dire: questa sì che è una vera testimonianza dell'epoca.
 
>> Qui, Mario, fai un po’ di confusione. Quel tipo di narrazione, non a caso, la si dice di “genere” e non sarà un caso neppure che i più grandi tra coloro che vi appartengono o se ne sono un po’ vergognati (vedi Simenon che considerava vera scrittura solo i suoi grandi romanzi – prendendo un grosso abbaglio: il suo Maigret è “un” unico grande bellissimo romanzo) o ne sono usciti fuori usando il pedale dell’acceleratore: vedi Ellroy che ora praticamente scrive romanzi sulla storia del suo paese, sul periodo kennedyano, soprattutto (vedi? Il salto di qualche decennio all’indietro …).
 
 
 Ovvero siccome il mondo è brutto, noi scrittori ve lo ridiciamo, se non avete capito bene: forse credevate di vivere con Biancaneve o il Gigante buono?
Mi pare a volte che senza dirlo qualcuno risfoderi, consapevolmente o meno l'estetica lukacksiana o togliattiana e affibi per l'ennisima volta allo scrittore una missione: educate il popolo, siate fedeli all'epoca, realisti e lavorate per la causa degli oppressi, mostrate quanto son brutti, sozzi i potenti e quanto complottano.
 
Guarda caso già da ragazzo invece mi piacevano le parabole, poi i poemi eroicomici, Pulci e pure Ariosto, Rabelais mi faceva impazzire, fino ad arrivare alla grande stagione degli illuministi con Defoe, Swift, Fielding, Diderot, Voltaire e le loro storie allegoriche o metaforiche. Guarda caso Calvino con i  suoi "antenati" già sapeva dove attingere; mi è molto più cara e mi pare universale la sua lezione del reale di quella di altri suoi contemporanei; in fin dei conti anche Pasolini da Accattone poi passò al mito per meglio aderire ad una poetica pure moralista, se volete, e parabolizzarci così profondamente il mondo moderno.
Per di più in questi anni abbiamo a iosa pure di altri realismi, basti pensare ai "rialitìsciòu" che a destra ed a sinistra impazzano sulle pestilenziali tivvusioni italiane, quasi che la "gente" necessiti di uno ulteriore specchio ributtante di sé stessa: sparatemi gente al cesso nel letto mentre si gratta si corica si alza si tira il naso il pelo l'insulto la mela marcia etc.
 
>> Tu dirai che voglio fare il bastian contrario ma trovo molto interessante che sia andato a scovare la parola “realtà” in realityshow. Si potrebbe dire che l’occhio alla Robbe-Grillet o persino quello di Flaubert – se portato alle sue estreme conseguenze – arriverebbe a tanto? “To show”, in fin dei conti, prima che dar spettacolo, vuol dire “mostrare”. Puntare il dito. Ma qui il discorso si fa troppo complicato e le forze scemano.
 
Uno potrà dire: ma che vuole questo? E' un vecchio nostalgico buonista del cazzo!
Può darsi, ma sono stufo: datemi una metafora, una allegoria ben scritta, nuova, alta sottile. Datemi delle invenzioni, non le solite storie ritrite del quotidiano.
Ho comprato Perceber di Colombati, ne ho letto brani: grazie a lui siamo in un tempo "altro" e paradossale; il macchinario scenico forse è eccessivo come in una pièce teatrale ove la scenografia sovrasta la recitazione ma mi piace il nuovo tentativo, la via del grottesco. Pure ieri mi consolai leggendo un gran bel racconto, acuto, profetico, leggero ed amaro, sul blog del mio amico Gino Tasca: http://lordchandos.splinder.com/; il titolo è "Fiaba senza senso n. 1 in cui si parla di cipolle, polli e manna."
Così vedo che qualcuno cerca e sente e pratica altre direzioni.
Mario Bianco
 
>> E questa è la parte più divertente dove io mi trovo – non incolpevolmente – a vestire strani panni. Per fortuna mi sono lasciato Flaubert nella saccoccia di riserva..
Lui disse che voleva scrivere un libro fatto di “niente” il cui unico contenuto fosse il suo stile.
Ma lui è la pietra su cui un cristo realistico ha costruito la sua chiesa.
Ecco, lui non si faceva di questi problemi.Poteva descrivere la bile verde che esce dalla bocca di Emma avvelenata e pensare a scrivere un libro fatto di niente.
Capito, vero? Un libro fatto di niente.
Si possono essere molte cose allo stesso tempo.
Occorre che precisi quanto – per il momento – io non sia né l’una né l’altra? Ci provo.
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 07:48 | link | commenti (13) |

sabato, 04 giugno 2005
Fiaba senza senso n. 1 in cui si parla di cipolle, polli e manna.

Mangiavamo ormai solo pane e cipolle visto che l’unico pollo che ci era rimasto era il pollo che io amavo e non riuscivo ad accettare l’idea di tirargli il collo o sgozzarlo con il coltellaccio da cucina. Il nostro, poi, era un amore univoco: io amavo lui ma lui non mi amava affatto. Dopo tutti questi mesi in cui gli avevo riservato i bocconi più succulenti dando agli altri il solito mistume di semi scartati, lui si ostinava a mangiare dal pappone comune e lasciava intatto quello che gli avevo messo da parte con tanta cura lanciandomi delle occhiate che, a me, sembravano occhiate di disprezzo (come volessi dirmi: e tu credi di comperare il mio amore per così poco?).
E, del resto, a che serviva ucciderlo? Avremmo mangiato carne per un giorno e poi? Meglio non farsi illusione e restare attaccati al nostro pane fatto in casa con l’ultimo quarto di sacco di farina che ci era rimasto e le cipolle che si erano ostinate a crescere anche se nessuno le aveva seminate. Miracoli dell’impollinazione.
Franz, poi, non sapeva cucinare le cipolle. Sembrerebbe una cosa da niente che chiunque saprebbe fare senza alcun problema e invece lui riusciva a cucinarle a mezzo o a stracuocerle o a lasciarle crude. Un po’ l’avevo terrorizzato, è vero ma cosa ci voleva a capire una cosa così semplice e cioè che cipolle di diversa grandezza avevano, necessariamente, tempi di cottura diversi e che se una cipolla era grande il doppio di un’altra andava, prima di essere buttata in acqua, tagliata in due o tre parti per renderla omogenea all’altra?
Per cui, alla fine, finimmo per mangiare il pane con delle cipolle affettate crude e un po’ di quel sale che ci era rimasto.
In realtà stava finendo un po’ tutto quanto e la dispensa era desolantemente vuota anche se i topi continuavano a frequentarla durante la notte riuscendo a scovarvi chissà che rimasugli.
Fra poco, poi, sarebbe arrivato l’inverno che, qui, pare sia particolarmente freddo. Me ne sono reso conto perché la notte scorsa (e siamo solo a fine ottobre) deve essere già caduta un po’ di neve perché ne ho visto una spruzzata sui gelsomini e l’edera che si arrampicano sull’alto muro che a nord ci chiude la vista dei campi ma lascia intatta la lunga filiera dei colli (a quest’ora violetti come certi monti del deserto in Namibia). Il muro poi prosegue tutto intorno al giardino e all’orto e al frutteto (di cui abbiamo già mangiato tutto, tutto), solo un mezzo metro più basso per cui, dai quattro metri e mezzo, si arriva ai quattro metri esatti.
E da nessuna parte, in questo muro c’è una porta o qualsiasi altra via d’uscita: uno sbrego, un tunnel alla base. E’ compatto come fosse fatto di ferro. Noi, quando arrivammo qui, l’aprile scorso, vi entrammo con dei rampini attaccati ad un capo di lunghe corde e che ci erravamo portati dietro senza neanche immaginare a cosa avrebbero potuto servire o forse sì: pensavamo che da qualche parte avremmo dovuto rubare per sopravvivere.
Avevamo trovato questo giardino e l’orto e tutti gli alberi del frutteto in fiore e la casa – assolutamente deserta, sembrava fosse stata appena ripassata da una serva/uragano: lucida, incerata, profumata. E decidemmo di restare lì un po’ del nostro tempo. Che avevamo da fare del resto? Qualcuno ci stava dietro? Avevamo qualcosa di più importante da fare? Finire in un lager? Bombardare Hiroshima? Essere, comunque, messi in mezzo a cose tanto sordide? E poi ci aveva incuriosito quest’assenza di porte. E per tutti i primi giorni in cui avevamo mangiato dei buoni prosciutti e cotto alcuni dei polli (“Non quello!” avevo detto a Franz, non quello. “E perché mai?”. “Perché lo voglio io e basta.” Mi aveva guardato storto e poi aveva sgozzato una bella e grassa gallina che si era avvicinata a lui credendo le desse da mangiare) e mangiato le più buone ciliegie e albicocche e pesche che mai avessimo mangiato, ci eravamo chiesti molte cose su quella strana fattoria. Perché fosse recintata da quello strano muro così alto e solido e senza vie d’entrata e d’uscita, chi l’avesse curata così bene e perché se ne fosse andato via (ma giusto il giorno prima?) per esempio. Ci venne il sospetto che si stesse avvicinando qualche fronte di guerra e quasi quasi stavamo per decidere di andarcene ma poi ci ripensammo. Vi si stava così bene!
E così finimmo con il dare fondo a tutto quel ben di dio senza pensare a niente che non fosse mangiare e bere del buon vino spillato da un botticella che se ne stava in cantina (l’acqua, freschissima, e dal gusto leggermente metallico, ce la dava un pozzo) e dormire. Io leggiucchiavo qua e là anche la Bibbia. Era l’unico libro che ci fosse in casa ma era senza ilVangelo e tutto il resto. Quindi, dedussi, era la Bibbia ebraica e lì c’erano stati degli  ebrei. Ma non sapevo come spiegarmi i prosciutti. Non era vietato dalla loro religione avere a che fare con la carne di porco? E, lì d’intorno, non avevo notato ci fossero porcilaie. Poi capii: in un angolo della stalla, ora deserta, avevo visto un accumulo di corna di bue o vacca: avevano fatto dei prosciutti con la carne dei bovini e noi, al gusto, non ce n’eravamo accorti.
Della Bibbia, poi, leggevo solo alcune cose, della manna e del vitello d’oro e di come quel loro Dio così strano, dopo l’ennesima mancanza di fede del “suo” popolo, aveva comandato a Mosè di lasciare che gli innocenti massacrassero i colpevoli. Mi misi a tremare dal freddo ma pensai che si trattasse di una corrente d’aria che, scesa dai colli, avesse attraversato tutta la casa e fosse arrivata contro la mia schiena.
Noi eravamo al sicuro, pensai, per la prima volta e mi addormentai.
 
Ma ora che non avevamo più niente da mangiare e la casa si era riempita di polvere (da un mese ci curavamo ansiosi solo a cosa mangiare e non facevamo più le pulizie), non pensavamo neanche lontanamente di fare il percorso all’inverso. Anzi, non sapevamo dove avessimo messo o se fossero spariti i nostri rampini. Scale non ce n’erano e noi non avevamo le ali.
E, se devo essere proprio sincero, e non vedo perché non dovrei esserlo, non credo che, neanche avessimo ritrovato i nostri rampini, li avremmo usati. Anche se lì fuori, di sicuro, avremmo trovato di che sfamarci. Se non ricordavo male, a mezzo chilometro, più o meno, c’era una cittadina di polacchi o moravi o cechi, dove avevamo visto molte porcilaie e orti e piccoli campi ben curati e noi avevamo ancora con noi un po’ dell’oro fuso che ci eravamo portati dietro.
Semplicemente, non volevamo più uscire di lì, stranamente concordi. Franz continuava a guardarmi, ogni tanto, con quel suo sguardo protervo e intorbidito come a dire, guarda in che stronzo di posto mi hai portato, ma durava poco. Ormai dormiva quasi sempre e sono sicuro che oggi o domani o domani ancora, lo troverò morto, magari sotto un ciliegio, ravvolto in una coperta: lui, da buon marinaio, odia i luoghi chiusi.
E poi toccherà a me e sono sicuro che tutto questo non mi rattristerà affatto.
Era quello che doveva capitare e qui o in un altro posto non sarebbe cambiato poi molto.
Anzi, sarà bene che tiri fuori la mia coperta e anch’io elegga un posto sotto qui stendermi e poi tenere ben chiusi gli occhi. Non vorrei mai che mi apparissero, incise nel muro, parole in una lingua antica che non conosco e che mi descrivano la mia completa felicità senza che io la comprenda.
Addio.
 

Scritto da: gino tasca alle 06:52 | link | commenti (23) |

giovedì, 02 giugno 2005
Una poesia di R. Creeley

Ecco un esempio di una poesia che io considero lirica e a-lirica nello stesso tempo e non  mi si chieda cosa voglio dire perché non lo so – lo sento con la stessa chiarezza con cui sento il dolore ma poi non lo so dire anche se, con questo, vado contro la chiusa della poesia stessa.
Ma io mica sono un poeta.
 
Si tratta di una poesia di Robert Creeley di cui non so assolutamente niente se non quello che ne dice oggi, su “il manifesto”, Annalisa Goldoni.
E’ tratta dalla sua raccolta “The language”.
 
Locate I
Love you some-
Where in
Teeth and
Eyes, bite
It but
Take care not
To hurt, you
Want so
Much so
Little.
Words
Say everything.
 
Colloca io
Ti amo da qualche
Parte nei
Denti e negli
Occhi, mordi
Ma
Abbi cura di non far male, tu
vuoi così
tanto così
poco. Le parole
dicono tutto.
 

Scritto da: gino tasca alle 18:39 | link | commenti (6) |

mercoledì, 01 giugno 2005
Due varie ma che non c'entrano proprio niente l'una con l'altra

Torno un attimo sulla questione di filologia e scrittura sacra.

Ho sempre trovato irritante e continuo a trovarlo tale e a non capire l'atteggiamento degli studiosi che prendono il Vangelo e ti dicono, sì, se va bene, in tutto questo brano, ci saranno due o tre parole effettive di un detto gesuano, il resto è opera redazionale o autoconsolatoria delle prime comunità cristiane che, nel mettere assieme (mettere assieme? Ma non è parola ispirata da Dio?), i ricordi, sistemavano le cose  anche se a volte le sistemavano e a volte no. A volte le sistemavano come se tenessero conto l'uno dell'altro, a volte si contraddicevano senza farci caso. Un solo esempio. Ci sono molti accenni al fatto che il Regno di Dio sarebbe venuto subito e che la generazione che aveva visto Gesù morto sulla croce e - secondo la loro fede - risorto, non sarebbe morta prima che arrivasse. Anche se non se ne sapeva l'ora. Sappiamo come è finita. E' più di duemila anni che si sta attendendo e si sono dovute mettere toppe da Arlecchino alla teoria del Regno veniente ... era la Chiesa, era l'attesa stessa (è quello che sostengo, a volte io, che sono un cane bastardo e lambisco la loro strada ... e sai che calci!), come se ci fosse un dannato "resto" da elaborare. E' venuto a salvarci e niente è cambiato.

Insomma, il Vangelo può dire e disdire e noi lì - chi ne ha voglia - a menare scandalo o a non menarlo.

Ieri ho comperato il Corano, quello che sta ne "la repubblica". A parte che detesto i libri con la copertina rigida, ritenevo di necessitare di una copia che non fosse troppo aleatoria. Ho sbagliato: la traduzione mi sembra in un italiano a volte ai limiti dell'incomprensibile. Ma, nell'introduzione, ho trovato una risposta alla questione delle sure che si contraddicono. Pare che tra i loro studiosi valga la regola dell' "abrogante" e dell' "abrogato" nel senso che la sura più recente abroga quella più antica. E allora ho ripreso la mia copia degli Oscar Mondadori, che ha le pagine già a macchie gialle (chi diceva che le nostre biblioteche - grazie alla pessima qualità della carta - sono destinate a sicura e rapida morte? In un tempo più certo, sicuramente, di quello che riguarda il Regno di Dio? ...) e che, fra l'altro e molto ben tradotta e ricca di sostanziosi commentie sono andato a leggermi la sura da cui è tratto questo criterio. E' la 106

"Se noi abroghiamo un versetto qualunque, se lo facciamo cadere in oblio, siamo capaci di farne aparire un altro migliore o equivalente. Non ti rendi conto che Dio su ogni cosa è onnipotente?"

Capito, vero? E' Dio che parla. E un Dio così spiritoso non mi era mai capitato di incontrarlo. Filologo di se stesso. Che ha delle idee ma poi gliene vengono di migliori e dice, aspetta,aspetta, su quella cosa che ti ho detto ho pensato quest'altra cosa che mi sembra migliore. Prova un po' a sentire come suona ... Resta lo scoglio basilare e contro cui si infrange la mia barca. Perché quel dio così onnipotente non ha fatto apparire il "testo" scritto nella neve e nel fuoco, essenziale, puro, incomprensibile, senza affidarsi ai rischi della scrittura umana? Forse perché ci fossero degli scrittori?

***

Changez les dames.

A "Camera Caffè" stanno raggiungendo vertici di cattiveria, di ignominia, di abiezione per cui non vedo come la si possa più trattare come una sit-com sulle pulsioni represse del mondo impiegatizio. E' - tout-court - una sit-com sulla malignità - sta diventando una sorta di Villaggio+Gogol. Certo che gli autori sono - ed è la prima volta - superbi e gli attori, poi, splendidi. Sempre sopra le righe, a-naturalistici (basta vedere il ghigno-viso-rattrapito di Patty). Fra l'altro basta vedere "Will & Grace" che danno immediatamente prima o Friends che va su RAI 2 dalle sette alle otto circa, per vedere che siamo in un altro pianeta. Lì non si fa mai male nessuno. In "Camera Caffé" si menano, hanno aliti puzzolenti, scorreggiano, vanno al cesso, scopano, all'inferno ancora prima di arrivarci. Sono iper-corporali. Paolo si sistema la monopalla più spesso di quanto Vespa si conti i nei uno ad uno. Si pulisce i denti con quello che sembra un coton-fioc per le orecchiee poi chiede "vuoi?" a Luca, offrendogli il bastoncino. Pisciano nel caffé altrui. I sentimenti più forti sono l'amicizia fra Luca e Paolo e l' "amore" (seeeeeee!) tra Patty e Silvano. E - nel primo caso - l'uno è sempre pronto a fare il culo all'altro senza nessuno scrupolo - nel secondo - è un società anonima disperata.

Ho sempre fatto il tifo per Patty e Silvano ma ieri sera anche Silvano è crollato. La povera Patty gli aveva affidato dei gattini per farli adottare e lui li ha venduti ad una società che scopre essere una società di vivisezione. Segue telefonata alla società in cui si lamenta perché non gliel'avevano detto e perché non gli avevano dato i 200 euro promessi ma solo 150. Gli chiedono: li rivuoi indietro. E l'infame fa, no, no teneteli pure. Anzi. Patty gli dà un nido di passeri che ha trovato sotto il cornicione e lui telefona alla società e chiede se per caso non siano interessati anche a quel tipo di animalucci lì.

Neanche in Ellroy sono tutti così cattivi.

Scritto da: gino tasca alle 07:38 | link | commenti (18) |