Bambine.
“Bambine, è quasi ora di rientrare.” – urla.
“Sì, mamma, finiamo questa cosa e poi veniamo.”
Sara sta finendo di lavare i piatti ma da lì, dove si trova, non le può vedere. C’è questa sorta di campo-sentiero più lungo che largo, che prima sale leggermente per poi quasi precipitarsi in riva al fiume che, in quel punto, si “rompe” in una serie di stagni. Il sentiero, prima di arrivarci, costeggia da una parte il pollaio del vicino e la sua legnaia e, dall’altra, un alto muro pieno di muschio e di cocci di vetro sulla sommità
E, di quei cocci, Sara pensa: che fesseria. Qui ci si conosce tutti e nessuno ha mai rubato niente agli altri. Tutt’al più qualche pavone è volato da un giardino a quello del vicino ma poi è sempre tornato da dove era venuto senza degnarsi di mostrare la sua splendida coda a chi lo aveva momentaneamente ospitato.
E, da un po’ di tempo, la preoccupa Giulia, sua figlia di nove anni che ora sta in riva al N* con quella sua strana amica greca. Si chiama Crisotemide ma tutti la chiamano Crisy anzi, alcuni, solo Crì e ha un anno in meno di sua figlia.
Si ritirano spesso nella camera di Giulia e se ne stanno lì per delle ore a parlottare e, in questo, non ci sarebbe proprio niente di cui preoccuparsi. Non faceva così anch’io? – si dice.
Quando aveva più o meno quell’età aveva un’amica del cuore, Carla, con cui passava quasi tutta la giornata a parlare neanche si ricorda di cosa e sua madre la vedeva solo all’ora dei pasti e se le rivolgeva la parola le rispondeva sgarbata e, appena avevano finito di mangiare, scappavano di nuovo via nella sua stanza e parlottavano fitto fitto delle loro cose.
E, allora – pensa Sara - perché innervosirsi di quell’amicizia tra Giulia e Crisy? Non ce n’è motivo, aggiunge, eppure il suo pilota automatico di madre le dice che quell’amicizia è troppo … e qui si ferma perché non sa dire troppo cosa.
Vorrebbe dire che “puzza” troppo. Ecco, se proprio fosse costretta a dire cosa ne pensa – ad un questionario psicologico, per esempio – dovrebbe dire che quell’amicizia “puzza”. Sa un cattivo odore.
Ha anche letto una serie di articoli su Vanity Fair sulla sessualità nelle bambine e di come gli imput sessuali che ricevono dall’esterno ne abbia vistosamente accorciato il periodo di latenza. Si ricorda bene il paragone: questo psicologo – uno di quelli che aveva studio e casa e pagliericcio nei talk show per cui ti chiedevi quando più praticasse per davvero la sua professione – diceva che era come scatenare un motore di duemila cavalli in una scatola di sardine.
Mmm, non male, aveva pensato Sara, leggendolo. E poi aveva ridacchiato all’idea che anche gli psicologi potessero essere spiritosi. Da non crederci, da non crederci proprio …
Mentre pensa a queste cose Sara – con la bravura e gli automatismi che hanno gli acrobati – ha finito di lavare i piatti, di asciugarli e di mettere tutto a posto, asciugando il lavello di acciaio e pulendo alcune gocce d’acqua che erano cadute ai suoi piedi, sul pavimento.
E, ora, si accende una Camel extra-light, e si siede sulla sua poltrona preferita, quasi sfasciata e il cui fondo è – da sempre – palestra per le unghie dei gatti. Deve proprio arrendersi. Non capisce – se non come in una nube scura – e non sa dire perché detesti l’amicizia tra Giulia e quella piccola greca. Potrebbe anche darsi – pensa e, intanto, prima si stiracchia e poi rannicchia le gambe sotto il busto – d’essere, in fin dei conti, infastidita all’idea che si tocchino. Giulia potrebbe diventarle omosessuale, pensa. Poi scaccia questo pensiero perché è una cosa che non si deve pensare e perché se ne sente come sporcata e decide di uscire in giardino a vederle.
Butta la cicca per terra (non ha mai perso questa brutta abitudine) ed esce. Bisognerà far venire Gustav, il giardiniere tedesco, pensa. L’erba è dannatamente diseguale e lei non sopporta tutto quel disordine. Poi cammina pigra dando dei piccoli calci ad alcuni cespi d’erba particolarmente rigogliosi (lei pensa: “aggressivi”), arrivando al crinale da cui si può vedere tutta la valletta e gli stagni.
Eccole. Se ne stanno accovacciate sulle loro gambe magre, con le teste accostate, parlottando, con i capelli spioventi che si sfiorano. Li hanno entrambe lisci e corti ma quelli di Giulia sono biondo grano mentre quelli di Crisy sono neri neri, quasi una lacca da quanto sono lucidi.
Sara ha pensato spesso che sembravano una chiglia di nave.
Delle bambine, in realtà, vede poco più che la curva disegnata dalla schiena sotto i loro cappottini.
Vorrebbe chiamarle ma sa che nessuna delle due si girerebbe a guardarla e Giulia le ripeterebbe, annoiata che, sì, mamma, ora rientriamo.
Sbuffa, e calpesta la cicca dell’altra sigaretta che si era accesa appena uscita all’aperto. Fa sempre così: fuma compulsivamente. Capacissima di non farlo per tutta la giornata per poi scatenarsi e fumare quasi un intero pacchetto nelle poche ore in cui se ne sta seduta a guardare la TV.
Rientra a casa convinta – più che mai – che nessuna madre sa mai veramente cosa sia una figlia.
Le verrebbe da dire che sono specchi neri ma lei mica scrive e queste cose lascia che le pensino i poeti anche se – pensa – essendomi venuto in mente vuol dire che, da qualche parte, sono stata intaccata.
“Vedrai, non sentirai niente.” Dice Giulia.
E Crisy mette le ginocchia dentro allo stagno e poi avvicina la faccia al pelo dell’acqua che è ghiacciata e, appena le sfiora la punta del naso e la fronte, la fa rabbrividire e lei si ritrae ma la mano di Giulia le preme la nuca e la obbliga a immergere la testa dentro a quell’acqua così calma e così fredda. E ce la tiene anche quando il corpo di Crisy – crollato dentro all’acqua – comincia a scalciare e la testa cerca violentemente di risalire in superficie. Giulia non avrebbe mai sospettato che quel piccolo corpo le cui ossa si potrebbero fracassare facilmente con dei piccoli colpi di martello, avesse una forza così spaventosa ma Giulia può stupirsi, nello stesso momento, di quanto sia sicura la sua presa sulla nuca e ad un certo punto – quanto sarà passato? Dieci, quindici secondi? – sente che non c’è più nessuna resistenza e molla la presa e il corpo di Crisy galleggia con il cappotto che si è gonfiato come una tenda e lei, Giulia, le dà una piccola spinta e quel fagotto gonfio e quasi comico prende il largo, lentamente, prendendo, anche, a girare su di sé, a vortice ma sempre lentamente.
Ora tocca a lei – se l’erano promesso.
Aveva già pensato a molte cose e identificato lo stagno più profondo – ce n’erano cinque – che non era quello centrale ma quello più vicino alla riva opposta, quasi completamente nascosto dalle robinie.
Ne aveva sentito parlare da sua madre. Aveva detto, parlando con la lattaia, che ci si poteva pescare e che solo un uomo di almeno un metro e ottanta avrebbe potuto stare in punta di piedi e continuare a restare con la bocca a filo d’acqua.
Ci aveva pensato tutta la notte precedente – anche se, verso le cinque di mattina, si era addormentata così profondamente che non aveva sognato nulla e ricordava solo un gran buio e una lamina di luce alla base di questo globo nero.
Per arrivare a quello stagno doveva per forza attraversare il primo bagnandosi almeno fino alla cintola, poi avrebbe camminato – tenendosi in equilibrio – sui piccoli argini (poco più che gobbe di terriccio ed erba secca) che separavano le altre pozze d’acqua.
Quello che la preoccupava di più e su cui aveva passato la notte a rimuginare era la paura che le era venuta di non sapere tenere fede alla promessa. Non sapeva nuotare, certo e, quindi, non appena la sue corte gambe non avessero più toccato il fondo, sarebbe finita. Per non correre rischi, poi, aveva deciso che si sarebbe caricata le tasche di molte pietre in modo che la trascinassero giù non dandole il tempo di pentirsi o di avere troppa paura.
Temeva il momento in cui il piede non avrebbe più sentito niente sotto di sé e l’automatismo con cui, ferocemente, si sarebbe ritratta.
Poi si era addormentata.
E ora le sembra che tutto sia molto comico.
Non le sarebbe successo niente del genere e si mette a camminare dentro al primo stagno, immergendosi fino alla cintola e poi – rischiando davvero di cadere ad ogni passo – tenendosi in equilibrio su quelle strette passerelle di terriccio umido, arriva sul bordo dello stagno grande e vi si immerge decisamente e dopo pochi passi – non pensava che degradasse così velocemente e ne resta un po’ sorpresa – sente già l’acqua che le arriva al mento. E compie l’ultimo passo veloce, quasi con gioia – e neanche questo se l’aspettava – purché tutto sia subito finito.
Il resto non è molto importante.
Se non, forse, la strana qualità del silenzio che, a Sara, seduta nella sua poltrona, pare di cogliere quando tutto questo accade.
Una cosa molto simile alla quiete.
Non può - non deve? - passare la domenica senza che io vi (vi?) faccia cenno.
Mi ostino sulla traccia della nota di Degas da voi colpevolmente trascurata.
Zola, parlando di Manet, scrive "... I pittori non hanno quella preoccupazione del soggetto che tormenta soprattutto la gente; per loro il soggetto è un pretesto da dipingere."
Perché noi "scrittori" (perché noi siamo degli "scrittori", vero?) non siamo liberi come i pittori? Torniamo sempre lì, poi, al libro fatto di niente di Flaubert. Ce ne manca il coraggio? Troppo affezionati a quelle "trippe" che siamo soliti chiamare, anima, me stesso, cuore, psiche ...
Da qualche parte, Levi, Primo Levi – ne “Il sistema periodico” – racconta che i suoi sapienziali guardiani obbligavano i prigionieri a fare del loro mantello cerimoniale delle mutande. Sacro e cacca. Grande etimologia applicata. “Sub-limine” – ciò che sta sotto il limine. Non ciò che aleggia nei cieli – a meno che non ci si decida a pensare che i cieli sono le cloache.
Ne “La Vergine delle Rocce” il Bimbo è già nato – avrà già tre, quattro anni – e se ne sta con San Giovannino, appoggiato al ginocchio di sua madre, che tiene il lembo della sua veste così che sembra diventare una sorta di conca-pondo in cui un’altra nascita – quella della luce – continua ad avvenire.
Eppure siamo gli stessi uomini.
Ma ora torno a fare a pugni – i buoni libri stimolano sempre una qualche attività imitatoria, ludica, sportiva – con “Il sistema periodico” di Primo Levi. En garde, schivare, gran cazzotto sul naso: rotto il setto? No, forse. Sì, forse.
Pag. 47
“Mi trascinava in estenuanti cavalcate nella neve fresca, lontano da ogni traccia umana, seguendo itinerari che sembrava intuire come un selvaggio. D’estate, di rifugio in rifugio, ad ubriacarci di sole, di fatica e di vento, ed a limarci la pelle dei polpastrelli sulla roccia mai prima toccata da mano d’uomo: ma non sulle cime famose, né alla ricerca dell’impresa memorabile; di questo non gli importava proprio niente. Gli importava conoscere i propri limiti, misurarsi e migliorarsi; più oscuramente, sentiva il bisogno di prepararsi (di prepararmi) per un avvenire di ferro, di mese in mese più vicino.”
Ecco. La mia etica sedimentaria, cittadina, seduta, si ribella a tutto questo. A questo mettere costantemente in gioco i propri limiti fisici ed etici. Questo mettersi alla prova scalando montagne (che odio) o scrivendo romanzi di quattromila pagine, mi spaventa. Perché non starsene chiusi nella propria stanza, paralizzati, e descrivere le evoluzioni di un calabrone o come il muschio guadagni anno per anno la base del vaso dei gerani. Non è lo stesso tipo di eroismo? Occorre proprio sbucciarsi le ginocchia? Bisogna sentire che, ancora una pedalata, e il cuore se ne andrebbe a pezzi? Tutto questo non è – in qualche modo – puerile? Non basta descrivere come il sole tramonta oltre il davanzale, senza potere neanche per un istante sapere cosa succeda immediatamente sotto la linea dei mattoni perché si è paralizzati – cioè, Incas: convinti che il sole ogni notte tramonta e mica si sa se il giorno dopo avrà ancora voglia di fare capolino.
Malebranche (chissà se avrà letto del suo quasi omonimo nell’Inferno dantesco- ma un diavolo, quindi – cattivi arnesi) alla fine arrivò al miracolismo. Teoria per cui non c’è niente che giustifichi niente di ciò che avverrà l’istante successivo. Nessuna causa ha valore così cogente da causare alcunché e quello che noi chiamiamo causa è il “miracolo”. Ogni singolo istante del tempo e delle cose è causato dal “miracolo” – avviene perché avviene come la rosa di Silesius che sboccia senza un “warum”, senza un perché.
Non siamo lontani – vedi che passi fa la scrittura: dalla Germania contro-riformista del seicento al nostro (“nostro?”, sì: come non dirci novecenteschi e non risultare ridicoli?) secolo appena tramontato, negli USA – anzi, siamo nello stesso territorio sacro in cui terminano i passi di Seymour in “Alzate l’architrave, carpentieri!” (“Il” racconto che ci compete): quello per cui si passa da un territorio sacro all’altro. Del Malebranche puro: chissà se Seymour/Sallinger ne avrà mai sentito parlare.
Mentre Levi e i suoi ragazzi si ostinano a mettere assieme passo a passo, roccia a roccia, spellandosi le mani, mangiando poco, credendo nella causa e nell’effetto e, invece e, così, tutto quello che accade si veste dei buoni e seri vestiti della causalità ma, in realtà, è solo epifania.
Ma questo non lo dico in giro e non lo dico neanche a me stesso perché se ci credessi fino in fondo dovrei lasciare che avvengano una serie di cose cui non sono preparato.
Ci sono due vie per arrivare alla stessa vetta: l’immobilità e la fatica. Ognuno deve mettere sulla bilancia il suo cuore – anche nel senso di organo di fatica, saperne, cioè, respiro e capacità – e poi scegliere.
Tenendo presente che, quasi sempre, è il prossimo territorio sacro a scegliere al posto tuo.
Asini.
l
La cosa è successa due giorni fa, tra gli orti che stanno dietro alla ex fabbrica di zucchero della Eridania - li coltivano gli operai in cassa integrazione e lui ci va spesso a passeggiare perché gli piace come si mischiano i ruderi di questa grossa fabbrica fatta tutta di mattoni rossi e con due enormi ciminiere, con i filari dei pomodori e l’insalata capuccia e le melanzane e l’argine del canale, poco più in là. Le altre volte non s’era accorto di loro ma quel giorno, mentre camminava con lo sguardo fisso alle sue scarpe, ha sentito dei ragli violentissimi. Sembrava un pianto disperato e lui si era sentito male. Può sopportare che si faccia di un uomo quello che si vuole ma non riesce a reggere la vista di un animale cui si faccia del male. Una sera, in TV, ha visto un documentario in cui un cane lupo veniva gettato, dal suo stesso padrone, in una sorta di canale con le pareti di cemento, uno scolo di fabbrica, forse, si era detto. La povera bestia cercava disperatamente di risalire l’argine e quel maledetto cuor di merda continuava a ricacciarlo dentro. Ad un certo punto si era ritrovato a bestemmiare e a piangere. E poi si era messo a picchiare i pugni contro il video. Avesse avuto un coltello, avrebbe squartato quell’uomo lì, sull’istante, senza un solo attimo di esitazione. Alla fine il cane era riuscito a risalire la riva ed era corso a fare le feste al suo padrone. Ecco perché quei ragli lo facevano rabbrividire.
Alzò il capo e vide, poco più in là, due asini. Uno al di qua di una rete e l’altro al di là. Quello che stava al di là, dava la schiena al primo e se ne stava fermo senza fare nulla. Il primo, invece, quello che stava al di qua della rete, era l’asino che ragliava a quel modo e continuava a scagliarsi contro la rete, alzandosi sulle zampe posteriori.
Si stava avvicinando e, man mano che si affiancava a quest’asino, cominciò a intuire di cosa si trattava. Sulla rete c’erano tracce di sangue. Alla fine capì tutto per bene. L’altro era un’asina in calore e il primo asino, il suo asino aveva il membro pieno delle ferite che si era procurato nel tentativo di penetrarla, ignorando – nella violenza del calore – la presenza della rete.
Corse via terrorizzato. Aveva visto una cosa che non avrebbe dovuto vedere.
“E quello cosa sarebbe?”
E’ Joseph e si è appena precipitato nella mia stanza con la lunga vestaglia di seta giallo oro pallido svolazzante lungo le cosce così che gli si vedono gli slip e la pancetta e pochi riccioli di pelo nero che gli crescono sul petto bianchiccio.
Ed è da questo che capisco quanto sia irritato. Tiene moltissimo al suo aspetto e non riesce a darsi pace da quando – passati i trentacinque – gli è cresciuta quel po’ di pancia e fa di tutto per non farsene accorgere. Finendo così per mettere un enorme shifter che indica proprio quella cosa da niente a cui quasi nessuno farebbe caso se non fosse lui per primo a chiedere a tutti quelli che incontra “Mi trovi ingrassato?” Di solito lo guardano attentamente e poi finiscono col dire che sì, ha messo su un po’ di pancia e lui se ne va di là, in cucina, a preparare del tè imprecando sul fatto che nessuno si faccia più i fatti suoi.
“Quello, cosa? …” gli dico, cercando di sorridergli con il più disincantanto dei miei sorrisi.
“Quella cosa … quel dannato coso che sta davanti al pianoforte …”
“Ah, quello, dici … Ma a te non era stato proibito di entrare nel mio studio almeno fino alla fine di questo mese e oggi, mi pare, siamo appena al venti? …”
Arrossisce. Fa sempre così. Quando lo si coglie in fallo diventa paonazzo.
“Sì, lo so. Me ne sono dimenticato e a me serviva quella scatola di colori che tieni nel primo cassetto della tua scrivania.”
“Bene. Li hai trovati. Ora torna nella tua stanza a fare i tuoi disegnini.”
Adesso mi sorride sornione come se non si ricordasse più il motivo per cui intendeva litigare con me e si butta sulla mia poltrona facendo penzolare le gambe oltre il bracciolo, gettando – con un secco movimento del ginocchio e del polpaccio – le sue brutte ciabatte al centro della stanza.
Gli faccio un bel “clap clap” muto con le mani e mi inchino.
“Complimenti.”
“Prova ad immaginare” mi dice “come ci sono rimasto.”
E’ chiaro che ha voglia di parlarmene e che non ci sarà verso di proibirglielo per cui mi metto comodo sul mio sgabello e gli faccio segno con la mano che vada pure avanti, prego.
“La scrivania sta sul lato opposto della stanza e io, il pianoforte, neanche l’avevo visto. Ma poi, quando stavo per uscire, ho sentito come una vibrazione metallica. Un battito di elitre. Mi sono fermato al centro della stanza incuriosito e poi ho cominciato a guardarmi intorno. Pensavo si trattasse di un topolino o di un pipistrello che fosse rimasto incastrato chissà dove … tra un mobile e la parete …”
Fa una pausa – teatrale, come al solito – e poi riprende
“E cosa ti vedo, invece? … Questa cosa. Una sorta di rete che parte da terra fino al soffitto e, attaccata alle pareti, ben tesa quasi dura, ostacola ogni accesso al tuo pianoforte. Mi sono avvicinato e ho capito da dove proveniva quella vibrazione metallica. Era un grossa rete da pescatore cui erano state cucite, su ogni rombo, delle lamette da barba che, ogni volta, vibravano al vento.”
“Sì, e allora?”
“Sembra una sorta di velario. Ce l’hai messa tu, vero ?”
“Sì, naturalmente. Nessuno può entrare nella mia stanza se non Maria, la donna a ore.”
Mi guarda con aria tra il divertito e lo sprezzante. Sembra pensare che la mia psicologia rudimentale comporti una domanda del tipo “perché l’hai fatto” ma non riesce a costringervisi. Pensa – e come dargli torto? – che dovrebbe essere proprio naturale spiegarglielo. E così si ricompone la vestaglia sulla pancia e aspetta paziente.
Io ne approfitto per nascondere dietro la schiena le mie mani guantate. Le tenevo disinvoltamente appoggiate sulle mie ginocchia e, per fortuna, ancora non se ne era accorto. Troppo preso dall’altra questione non ci aveva fatto caso.
Ma non dico niente – so che cederà e, infatti, poco dopo, mi fa
“E allora? …”
“Non c’è niente di particolare …”
“Ah, no?” mi interrompe, sarcastico “Un pianista – anche se appena poco più che mediocre – tira su una sorta di rete mimetica tra sé e il suo pianoforte e, secondo te, non c’è nulla di particolare … Chissà cosa mai diresti se io – domani – prendessi tutti i miei colori e le mie tele e le matite e li ficcassi in una cassaforte di cui ignorassi la combinazione, eh? … Diresti che non c’è proprio niente di particolare nella cosa? …”
“Potrebbe anche darsi …”
“Ma fammi il piacere!”
Mi sto stancando di tenere la mani dietro la schiena e vorrei trovare un’altra soluzione per non fargliele vedere. Fra l’altro – me ne accorgo solo ora che cerco di posizionarle sul tavolo, dietro la radio – uno dei guanti è insanguinato. Una delle ferite deve essersi riaperta.
Mi concentro sul piano del tavolo dove ci sono solo un bicchiere d’acqua minerale, uno spartito di Orlando di Lasso, un pezzo di panettone e un fazzoletto di carta appallottolato.
E poi gli racconto – ma non sono sicurissimo di farlo proprio a lui – questa cosa.
Note sparse (le uniche che mi sono concesse dalle tregue della malattia).
"Nessuna arte è stata mai meno spontanea della mia ... dell'ispirazione, del temperamento, ecco la parola, non ne so nulla". E non vi voglio rivelare chi l'ha detto, non ora almeno, perchè sarà divertente scoprirlo. A me è piaciuto perché non ho mai letto niente di così spontaneamente e radicalmente avverso all' "ispirazione".
Flaubert - per qualsiasi cosa scrivesse - raccoglieva ossessivamente (come i suoi Bouvard e Pécuchet : per cui, molto più esattamente avrebbe dovuto dire che lui era non Madame Bovary, bensì loro due) dati su dati e leggeva una quantità di libri innimmaginabile. Se doveva descrivere un vaso cinese era capace, per dire, di leggersi una ventina di manuali sulla vasistica cinese. Era una cosa, a mio parere, leggermente nevrotico-ossessiva e fateci caso, per accostarsi alla realtà, lui "leggeva" libri. Questo per dirvi il mio enorme divertimento quando dovendo prepararmi sui "Tre racconti" ho letto che - dovendo parlare dell'esercito arabo in "Hérodiade" - lesse più di cento libri per sapere come si vestivano, che armi usavano. cosa mangiavano e poi sapete cosa scrive nel testo del racconto? Qualcosa come: l'esercito arabo stava minaccioso ai confini. Tutto qui.
Una donna delle pulizie della Tate Gallery ha buttato via un sacco di immondizie. Era un'opera di un artista (?). Ha fatto bene? (l' "artista" aveva fatto un errore fondamentale: qualsiasi scemenza si voglia far passare per "opera d'arte" va, almeno - è l'abc - "incorniciata", appesa, messa fuori luogo, delocalizzata, firmata)
UN ROMANZO DI 1200 PAGINE.
Un romanzo di 1200 pagine, beh, partiamo dalla materialità quasi offensiva di questo dato e chiediamoci “ma sono poi così tanti i romanzi di 1200 pagine?”.
A me è venuto in mente proprio poco, anzi, oltre a “L’uomo senza qualità” di Musil di cui dovrei controllare il tonnellaggio, solo “Guerra e Pace” di Tolstoj.
E non so se posso comprendere nello scarno elenco
A – “La récherche du temps perdu” di Proust che si articola in più romanzi.
B – la “Bibbia” che, forse, non è un romanzo.
C – “Maigret” che pur non essendo un romanzo ha unitarietà di protagonista.
D – “Le mille e una notte”
Ma proprio le mille e una notte mi dicono quale sia la posta in gioco – e bisogna ricordarsi che a giocare giochi crudelissimi erano gli dei - e cioè frodare la morte con dei racconti.
Devo farmi venire in mente sempre nuove storie perché si possa fingere che non si morrà.
Scrivere insomma – narrare – è cercare di tessere la morte dentro ad un arazzo di storie e così annientarla.
Si narra perché la morte si dimentichi o perché s’addormenti.
Poi, lo si sa, i filo della trama lo tiene sempre lei e va a finire che le tarme – critiche severe – si mangino il cuore dell’arazzo.
Ma noi si sarà provato il gioco – e questa sarà stato il nostro coraggio.
Ma per incantare la morte (nel senso di bloccarla – come si dice “mi si è bloccato il motore”) basta fabulare e non conta certo come lo si faccia: con piccoli haiku di cinque versi e con “I miserabili” (eccone un altro che forse supera le 1200 pagine!).
Si può addirittura far coincidere la vita con la narrazione.
Cos’altro fa un serial tipo Beautiful?
Ti accompagna alla morte, narrando storie.
E, in fatto di “intrigo”, nessuno può gareggiare con questo tipo di narrazione.
Quindi “Boodenbrok” (il più bel romanzo “familiare”) exit?
Niente più “saghe familiari”?
Di cosa è fatto un romanzo “lungo” (non “grande”)?
Di intrighi, gossips – insomma della dialettica infinita del sapere e del non-sapere.
E’ questo è un meccanismo eterno – anzi - una grande macchina celibataria che coita solo raccontando e che potrebbe, quasi, funzionare da sé.
(Nei serials, infatti, la produzione è “fordista”, tipo catena di montaggio, riscoprendo nella “produzione” – “seriale”, appunto – l’anonimia del medioevo: chissà chi mai avrà scritto quella puntata di Beautiful? E gli storici post-catastrofe atomica riusciranno a scoprire le varie “mani” come in un affresco romanico?)
Discrimine.
La récherche contamina il romanzo con il saggio, l’autobiografia, il lirismo, la psicanalisi.
Musil con il saggio filosofico e il libro storico.
Ulysses con la mitografia e la psicosi linguistica che sfocerà in Finnegans wake.
Sembrava che dopo non si potesse più scrivere.
E le avanguardie ci credavano proprio.
Poi si è scoperto che non solo le servette amano le narrazioni ma anche gli scrittori e a cuor leggero – forse troppo – si è ripreso a raccontare.
Presi tra il tinello e il trucidismo.
Ma con piccole misure.
Gli unici romanzi che superano le quattrocento pagine (gli unici che leggo – non uso mai eroina che mi dia uno splash di tre minuti: preferisco un effetto meno violento ma che duri) sono i gialli.
Dove ci siano, insomma, intrighi.
E torniamo ai nodi, alla tessitura.
Forse, per scrivere un romanzo di 1200 pagine (era questo l’assunto, no?) basta mettersi alla periferia di una tela di ragno ed aspettare che le mosche vi si impigliano.
Attenti, però, a non credersi il ragno o, peggio ancora, la tela.
Ma cosa raccontare in un luuuuuuungo romanzo di 1200 pagine?
E non risultare ridicoli: perché questo è uno dei rischi reali di chi narra oggi.
Innimaginabili le isterie para-sadiane dei personaggi di Dostoevskj, no?
Piccolo dialogo quasi insignificante tra due amici.
“L’hai letta?”
“Cosa?”
“La lunga intervista che Federico De Mellis ha fatto a Ferdinando Bologna, su Alias .,.”
“Sì, l’ho letta ma in modo distratto. A te che impressione ha fatto? …”
“Mi ha molto deluso. Mi aspettavo qualcosa di nuovo e invece ho solo scoperto che ci sono due grandi scuole che si accapigliano: una vuole Caravaggio come apri-pista della scuola naturalista, anti-accademica e l’altra pretende che in realtà sia solo un rappresentante della controriforma cattolica e, per dimostrarlo, ricorrono alla più facinorosa delle letture simboliche per cui il Bacchino malato sarebbe una contro-figura di Cristo e i cesti di uva qualcosa che alluderebbe all’Eucarestia.”
“Mi pare di capire che tu non stia con nessuna delle due scuole, vero?”
“E’ così.”
“Cioè, fammi capire bene: le consideri, ciascuna a modo sua, falsa? …”
“Sì, proprio così.”
“E vuoi provare a dirmene qualcosa magari entro i prossimi dieci minuti. Sai, poi devo scappare a casa di Loredana per via di quella stupida faccenda di sua madre che si è lasciata infinocchiare da una televendita …”
“E’ presto detto. I primi fanno caso solo al contenuto. Per cui dicono: ci sono piedi nudi di annegate nel Tevere? Questo è realismo e così fanno lo stesso errore per cui un film che racconta di un signore cui rubano la bicicletta viene definito neo-realista quando il tutto è un melodramma, anzi, per essere più esatti, un melologo. Sai quella cosa per cui l’attore scandisce i suoi versi su un sottofondo di musica. I secondi, letteralmente, barano, facendo stretching con l’iconologia.”
“E allora? …”
“E nessuno dei due fa caso al buio da cui escono i quadri del Caravaggio.”
“Beh, non è sempre stato così …”
“A cosa alludi? Alla sua fase giovanile? Sì, certo. La fuga in Egitto sembra un erbario e la cesta che sta all’Ambrosiana ha un delicato fondo ocra-oro. Ma facci caso, già dai bari, già dai quadroni di San Luigi ai francesi, il fondo diventa poco più che una gran colata di zucchero caramellato con qualche accenno di finestre. E, verso, la fine, il buio si infittisce. Non penserai mica che si trattasse di problemi di incuria o di risparmiare sul tempo e sui “fondali”, per caso? … In fin dei conti non era sommerso di ordinazioni. Non aveva, poi, che si sappia, una scuola …”
“Per forza. Sempre lì sul piede di partenza, pronto a fuggire …”
“Non ammorbarmi con queste romanticherie. Chiediti, piuttosto, come mai nessuno fa mai caso a quel buio metafisico da cui letteralmente escono fuori i suo personaggi. Cos’è quella tenebra? …”
“Tu lo sai?”
“No, io non lo so ma non smetto di chiedermi da dove provenga. Come se Caravaggio vivesse in una delle sette piaghe che afflissero Egitto quando si opponeva a Mosè. La notte di giorno. Fra l’altro, facci caso, è lo stesso buio – ma con ben altra pigmentazione – che occupa gli ultimi quadri di Rembrandt.”
“Così, mi pare, non arriveremo da nessuna parte.”
“Hai ragione – ma non vedo perché lo si debba fare: arrivare da qualche parte, intendo. A volte basta tenere aperto lo spazio della domanda. Insomma, prova a capirmi. Come mai questo pittore così “naturalista” ad un certo punto non ha più dipinto niente della “natura” che non fossero i corpi degli uomini e qualche rado accenno di arredo interno o di strumenti: spade, inferriate, paglia del Natale … Come mai? Cos’è il buio da cui emergono i suoi corpi? Cos’è? …”
“Vado – sono passati i dieci minuti e io ho Loredana che mi aspetta di sotto. Stammi bene e non pensare troppo a queste cose. Potresti essere inghiottito dallo stesso buio.”
Messaggio di servizio.
Purtroppo la coda appestata di altri forum che ho frequentato sta sfiorando la superficie anche di queste pagine. Mi scuso con chi mi legge e nulla sa delle storie precedenti. Posso solo descriverle a questo modo: luoghi che avrebbero dovuto essere di amore e parola diventati merdai pieni di rancore e cattiveria. Me ne sono venuto via ma alcuni che evidentemente pensano di non avermi distribuito il dovuto e considerandomi uno che non sa scrivere oltre che una persona sgradevolmente insignificante, chissà perché mai ritengono di dover venire ad avvisarmi della cosa anche qui. Io avevo comunicato che in questo blog non avrei tollerato nessuna manifestazione verbale di sprezzo, di spocchia, di rancore, di odio e che avrei cancellato ogni messaggio che mi sembrasse contenerli. Ma è anche estremamente noioso. Non ne ho né il tempo né la voglia. Non sarebbe molto più semplice non frequentarci? Non dovrò mica aprirmi un blog sotto falso nome, per caso? Lo considererei estremamente odioso.
Spero che il Male (sì, il Male con la maiuscola) che alberga soffice, nevoso, nei loro cuori, per un attimo conceda loro tregua e, di conseguenza, anche a me.
E se no passerò il mio tempo a spalare cacca - forse ciò che mi merito.
Proseguo ancora un po’ sulla faccenda. Tenendo presente che la moderna critica del testo considera la lettera agli Efesini non di mano di San Paolo pur se rappresentante la tradizione paolina. Ma, di sicuro, la considerava lettera canonica Sant’Agostino che la cita nel suo “Il dono della perseveranza”.
Forse vale la pena sprecare alcune parole anche su questa faccenda della filologia o storia del testo applicata a quelli che fino alla grande scuola tedesca dell’ottocento, venivano considerati, in blocco, parola di dio. Poi sono venuti i critici del testo e hanno cominciato a dire che questo era un pezzo spurio, quella era un’aggiunta auto-consolatoria dei primi cristiani, che il tal Vangelo era frutto di dieci altri Vangeli orali mal-trasmessi e rimasticati.
Se ne deve dedurre che dio era così confuso che nel dettare le sue parole anziché fonderle nell’oro e nella luce, balbettava, dimenticava quello che aveva detto ad altri, parlava in greco perché si era scordato l’aramaico?
O bisognerà gettare a mare l’idea che si tratti di scrittura ispirata e, quindi, caduca, come tutte le cose che ci riguardano?
Dunque, Lettera agli Efesini1, 4-11.
“( … i quali) Egli ha eletto in Cristo prima della creazione del mondo perché fossero santi e immacolati al suo cospetto in carità, predestinandoli per lui ad essere figli di adozione attraverso Gesù Cristo, secondo quanto piacque alla sua volontà per lodare la gloria della sua grazia, nella quale li ha glorificati nel figlio suo diletto. In lui hanno la redenzione grazie al suo sangue, che fece abbondare su loro con ogni sapienza e prudenza per mostrare loro il mistero della sua volontà secondo la sua compiacenza, che egli aveva prestabilito in Lui nell’intento di comprendere in Cristo, al raggiungimento della pienezza dei tempi, tutte le cose che sono nei cieli e quelle che sono sulla terra. E in lui abbiamo ottenuto l’eredità, predestinati secondo il decreto di Colui che opera tutte le cose.”
Credo sia il testo più radicale in materia di predestinazione. Difficilmente si può sfuggire ad un senso di soffocamento. Non si capisce perché si dovrebbe pregare, compiere atti buoni, amare, non peccare. E’ già tutto stato deciso e se tu sei tra il numero (estremamente ridotto secondo il vangelo: molti i chiamati, pochi gli eletti) dei salvi, di cosa mai preoccuparsi? Sarai saggio e sapiente e immacolato. Non vedo come potresti essere qualcosa di diverso. Se sei in quel numero.
Tutto quello che avviene diventa un gran teatro in cui l’unico vero attore (nel senso proprio: che agisce) è Dio.
Se non sei fra gli eletti a che serve pregare di essere salvi?
Vuol dire che dio può riaprire gli elenchi? Non se ne viene fuori.
Notata la lieve discrasia che sta in quello splendido “al raggiungimento della pienezza dei tempi” in cui tutte le cose saranno comprese in Cristo (ma l’uomo no? Tutto il creato sarà redento nella sua gloria ma la stragrande maggioranza degli uomini – massa damnationis – no?), forse, proprio in questo tempo che “raggiunge” la sua pienezza, sta una possibilità di salvezza. Ma solo dando fuoco all’Apocalisse.
So che sto quasi bestemmiando ma credo che l’unico modo per far stare assieme le due cose (salvezza prestabilita – salvezza come apertura, possibilità) stia in un uso sovversivo del Tempo. Come se quel “tempo” per cui è stato stabilito una volta per tutte chi sia salvo e chi dannato, incarnandosi in un tempo pesante, cronologico, che ha un inizio e una fine gloriosa, divenisse il Tempo della preghiera. Sì, bisogna, ammetterlo. Un Tempo in cui il Tempo extra-temporale di Dio, si incrina e lascia varchi, dimentica i suoi stessi decreti e in cui, alla fine, tutte le cose saranno salve. Anche noi. Tutti.
O, almeno, lo spero (in quanto a pregarlo, non oso).
(p.s. - dopodomani parlerò di Caravaggio e di una certa idea e, nel frattempo, vorrei pregare (!) chi scrive qualche commento di usare - non dico il suo nome - ma almeno un nick: è estremamente spiacevole parlare con "utenti anonimi" che devi distinguere in base alla "stilistica" attribuendo un testo al "Maestro delle Grondaie Buie" e l'altro alla scuola di Gianciotto di Trebisonda)
Alcuni pensieri disordinati sul cristianesimo cui ne seguiranno degli altri.
Alla vigilia di un messia che non arriva ancora – gli ebrei.Alla vigilia di un messia che non ritorna ancora – i cristiani.Ciechi entrambi – la vigilia è il Messia.
Incomprensibile. E’ del tutto incomprensibile perché la Croce non abbia messo fine al tempo. Come è possibile che dio neanche sacrificando suo figlio sia riuscito a sconfiggere la morte? Cos’altro serviva?
Perché poi tutto è continuato come prima?
Quando Cristo è morto sulla Croce, il Male e la Morte erano distratti? Erano occupati in altre faccende? Nessuno li ha avvisati, forse.
Nessun Arcangelo ha trovato un po’ di tempo per apparire loro e dire che le cose si erano definitivamente sistemate?
Perché rimandare la gloria della redenzione ai tempi dell’apocalisse?
Non è avvenuta già ora, adesso, nel momento in cui Cristo nel non-tempo continua ad essere messo in croce?
L’atto della redenzione è sempre presente.
Ma noi, nel frattempo, che abitiamo in un altro presente, quello cronologico, dobbiamo vivere come se in realtà nulla fosse stato compiuto. Tutto dipende ancora da noi: dalle nostre opere, dicono i pelagiani, dalla nostra fede che ci viene concessa con la grazia, dicono i riformati, o dal nostro assenso al dono della grazia da cui conseguono, come dei biscotti dalle forme di alluminio, le opere del bene.
(Se non che, l’assenso, pure quello viene dato per “grazia” e, quindi, che “assenso è?)
Ma tutto questo lascia dell’amaro in bocca.
Tu, dio, mandi (con dio i tempi sono sempre al presente – al presente sovratemporale) tuo figlio nel mondo perché ci redima ma poi viene fuori (lo proclama il sergente maggiore del tuo battaglione schierato nel “secolo”: San Paolo) che tutto ciò che ci hai ottenuto è la semplice possibilità di salvarsi.
Diciamo che hai riaperto le porte che avevi rigorosamente chiuse dopo la cacciata dall’Eden. Ma non per tutti. Solo per chi crederà nella tua promessa. Un dono condizionato, oh non-mio Signore, è un dono non gratuito. Ed è una meschineria che da te non mi aspettavo proprio.
Hai scannato tuo figlio su di una croce e questo è servito solo a riaprire la gran partita di dadi in cui ognuno si gioca il cuore e la resurrezione?
Non vale. Non vale.
A seguire.
C’è una dannata discrasia, scusami.
Mentre la colpa di uno – lo splendido, nudo, androgino Adamo – ricade automaticamente su tutti noi e non c’è proprio verso di trovare un buco in cui infilarsi per sfuggire: niente tane per piccoli topi.
La salvezza dell’altro – lo splendido, nudo, androgino Cristo – è condizionata alla nostra accettazione della Grazia. Perché? La colpa me la ritrovo sul groppone perché fatto dello stesso sangue e fango di Adamo mentre la Grazia devo accettarla?
Capisco. è decisamente più elegante la seconda soluzione ma, allora, avresti dovuto chiedermi se volevo accettare anche la colpa.
O non sarà che il Male è più coartativo del Bene?
Cioè, in fin dei conti, più potente di te?
Nulla puoi fare contro il Male/Morte che hai lasciato dilagare nel tuo creato? E’ così?
E bisognerà che io ti interroghi spesso e con ostinazione su questo lasciare.
Il battesimo nello Spirito Santo e nel fuoco. E lo spirito, poi, viene rappresentato mentre cala sugli apostoli e sulla Vergine come una lingua di fuoco. Il fuoco è purificazione.
Ma è anche la materia di cui è fatto l’inferno.
Che essendo eterno sarebbe una suprema parodia della qualità purificatrice del fuoco. Una purificazione che non finisce mai – che non arriva mai a compiere il suo stesso atto.
Ma non è poi così strano: anche la rete è ambigua.
La tendono sia il diavolo che Cristo. Diavolo e il Cristo però devono pure essere diversi, credo. E allora mi viene in mente che il diavolo è uno che vuole catturare, averti suo, possederti mentre Cristo lascia liberi tutti i pesciolini d’oro che incappano nelle sue maglie.
Vorrei insistere. Perché non riesco a darmi pace.
Perché, perché, perché la morte di Cristo non è bastata? Perché bisogna anche attaccarvici le nostre operucce?
Bisogna che ci mettiamo d’accordo. Perché ho la precisa sensazione di trovarmi rimandato, sempre, alla casella iniziale di questo grande gioco dell’oca. Senza Grazia non esiste atto possibile. Ma se non agisci la Grazia non interviene.
Dio ha trovato la sua pienezza solo nella mancanza.
Ma perché non gli è bastata l’eterna amorosa generazione del Figlio?
Perché generare anche noi così imperfetti? Perché ritrarsi da se stesso
Per dare spazio a questa cosa peccaminosa che è la Gloria temporale?
Perché? Non trovo altra spiegazione che questa: noi siamo il Figlio.
A conferma.
Angelus Silesius – “Il pellegrino cherubino”.
Dal primo libro. Il distico 151. Che porta il titolo “Der Mensch ist Gottes Kindbett” “L’uomo è luogo della nascita di dio”.
“Da Gott das erstemal hat seinen Sohn geborn,
Da hat er mich und ich zum Kindbett auserkorn.
“Quando per la prima volta Dio ha generato suo Figlio
ha scelto me e te per luogo della sua nascita.”
L’ho letto solo dopo e ho trovato anche quest’altro distico fondamentale, il 201.
“Warum wird Gott geboren?“ ”Perché nasce Dio?”
“O Unbegreiflichkeit! Gott hat sich selbst verlorn:
Drum will er wiederum in mir sein neugeborn.“
“Mistero insondabile! Dio ha perduto se stesso:
per questo vuol essere in me ri-generato.”
Troppo vertiginoso e – almeno per ora – non so né oso farci i conti.
Ma tutto questo come farlo stare assieme con la drammaturgia del peccato originale, del male, della morte, della nostra miseria?
Il Figlio è anche tutto questo: il male, la morte, il peccato originale?
Il Figlio – ruota d’amore e fuoco – è, anche, il peccato?
L’amore e il peccato sono la stessa cosa?
“Dio ha perduto se stesso” dice Silesius. E’ questo che conta.
E io devo smetterla – ad un certo punto – di farmi delle domande.
La Santissima Trinità è il Tempo?
C’è questo prete ortodosso, N. Ludovikos, che racconta di come sia entrato nel duomo di Padova e sia rimasto esterrefatto (lui non ha detto scandalizzato ma mi sa che quella era la parola giusta) nel vedere un Crocefisso con il Cristo dolente, pieno di strazio.
Lui dice: impossibile: impossibile per la chiesa ortodossa una cosa del genere. Nelle nostre icone – precisa – Cristo è rappresentato sempre e sempre ancora, sulla croce sì, ma al colmo della serenità e della gloria.
Come se presentisse la Resurrezione.
Come – dico io – se fosse risorto esattamente morendo.
Come se la Morte fosse la Resurrezione.
E io gli dico ma, Padre, Gesù, sulla croce, grida “Padre, Padre perché mi hai abbandonato”.
Forse che – gli dico – si era dimenticato, disperava, ignorava di essere dio quando lo grida?
Forse che in quel momento era ateo?
Lui mi fa, l’hai detto – ti sei risposto da solo.
E mi punta l’indice contro.
Forse stare nella condizione di diseredato e peccatore è, per qualcuno, l’unica forma di grazia possibile.
Morire nella disperazione di salvarsi e per questo essere salvi.
Ma come chiedere di essere tolti dalla lista?
Quinzio parla della sconfitta di dio.
Questo mondo – questo mondo così com’è adesso – questo mondo derelitto e funesto, è allora la sua croce atemporale.
Non ha mai smesso di esse
Kierling, vicino a Vienna, nel sanatorio del Dr. Hoffmann.
3 giugno 1924.
Sul comodino a fianco del letto ci sono un’edizione del Talmud in ebraico, la grammatica di ebraico antico di Siegfried Cantor, due rose bianche una già un poco sciupata e gli occhiali di Robert Klopstock, il suo amico medico che lo cura.
Robert sta raggomitolato sulla poltrona ricoperta di chinz verde smeraldo, nell’angolo a destra, davanti al letto, dove la parete si apre sul davanzale e dorme, forse, sogna.
Dora, Dora Diamant, dopo tre notti senza sonno, ha accettato l’invito di Madre Agnes Pascali, una redentorina di Milano, e sta dormendo nella stanza accanto ed è tale il silenzio che quasi la si sente respirare.
Franz K. Sta steso sul letto e non dorme.
E neppure pensa – è così faticoso riuscire a respirare che non si occupa che di quello.
Ancora ieri sera il dott. Hoffmann lo aveva visitato a fondo e gli aveva detto di aver sentito una respiro più aperto – aveva detto proprio così – ma nel dirlo aveva guardato per terra cercando qualcosa che, all’improvviso, aveva attratto tutta la sua attenzione.
Franz K. ne sorride ancora adesso.
Ed è in questo momento – quando fuori c’è quel pallore appena accennato che incrina la compattezza della notte – che entro nella sua stanza. Io Ratto Franziskus.
E lui, Franz K., con i sensi acuiti che hanno i tisici, sente il fruscio che fanno le mie zampe sul pavimento di linoleum bianco e si gira verso la porta ma, naturalmente, non vede nessuno perché io mi sto avvicinando al suo letto sul pavimento.
Quindi ritorna a concentrarsi sul suo respiro regolare anche se difficilissimo.
Decido di lasciarlo così ancora un poco ma poi, con un balzo, mi aggrappo alla coperta e mi posiziono fra la sagoma dei suoi piedi delineata dalla coperta grigio pallido e dal plaid rosso che gli ha regalato Dora.
Si deve essere assopito perché non dà segno di essersi accorto di me.
Poi rabbrividisce e si tira il plaid più su, sul mento e, nel farlo, sente che un peso ignoto gli ostacola il movimento e così apre gli occhi e incontra i miei.
L’unica parola che posso usare per descriverne l’espressione è “gioia”.
O, forse, “riconoscimento”. Come se mi avesse atteso da sempre: lui che aveva scritto di cani, di insetti, di topi, di trottole, di sirene, di muraglie non poteva stupirsi che un ratto piuttosto imponente, vestito da gesuita, gli stesse tra i piedi, seduto sulle zampe posteriori e ritto con una sua decisa eleganza.
Fa un gesto come se cercasse una penna o dei fogli ma la mano che pare una piuma d’oca tanto è diafana, gli ricade pesante sul ventre lievemente idropisiaco. Poi mi sorride ancora e mi fa cenno, con la testa, di stare lì, di non andarmene, come se avesse da dirmi tutto quello che non aveva mai detto a nessuno (non certo a quel cialtrone di Max Brod). Finalmente può rivelarsi.
E ride – adesso – ride davvero, sempre con quel pudore che gli è proprio ma ride.
La faccia gli è diventata così magra che le orecchie sembrano vele e gli occhi infossati, bordati di rosso, diamanti bruciati.
Mi pare eccitato come un bambino ed anch’io, per simpatia, comincio a sorridere ma, ricordandomi quale turpe apparizione possa essere il sorriso di un ratto e, soprattutto, il mio, mi porto la mano alla bocca per nasconderlo.
Troppo tardi, lui l’ha visto e un terrore improvviso gli scompone ogni linea della faccia e apre la bocca disperato per chiedere l’aiuto di Robert che dorme lì vicino, sulla poltrona.
Ma non gli viene fuori nulla se non un po’ di sangue e, nello sforzo, tossisce e comincia a soffocare ed io resto paralizzato da quello che sto vedendo, da quello che ho provocato.
Franz K. muore così, senza che nessuno possa dire come.
Ed io che ero venuto per salvarlo l’ho condannato.
Anche la neve si rifiuta di scendere e quella che ora comincia a cadere, contro il cielo grigio dell’alba, oltre la finestra che resta sempre aperta perché Franz K. possa respirare meglio, deve essere una controfigura.
Dora entra con gli occhi cisposi e la massa dei capelli sfatta sulla sinistra e guarda il letto e la finestra aperta e la neve e capisce tutto e piange così non mi vede mentre scivolo via dalla porta della stanza e corro a Calcutta per vedere se qualcosa riuscirà a salvarmi.
Ero un giovane ratto muscoloso con solo un accenno di ventre cascante secondo la splendida gestalt della mia specie e per permettere allo stupido Eliot di parlare del ratto che striscia la pancia molliccia sull’erba dietro al gasometro dove se ne sta a pescare il mortifero Re Pescatore.
Disprezzavo mio padre perché si era accontentato di trecentosessantacinque concubine e di un territorio poco più grande di un campo di cricket.
E, senza dirgli nulla, avevo stuprato la Ratta Madre – come credo di avervi già raccontato – sorprendendola mentre allattava la sua ultima nidiata: dopo avevo fatto a brandelli tutti quei piccoli bastardi e – secondo la Legge di noi ratti – l’avevo presa in sposa ma segretamente per non dovere sfidare mio padre.
Sia chiaro: non lo temevo ma non mi sentivo ancora così indifferente ai legami del sangue.
Un giorno stavo con lui e leggevo “Vita e morte del samurai” di Ivan Morris, quando era apparso sulla soglia di casa (dovrei dire di “tana” ma non sono di umore molto spiritoso, adesso) un rattuncolo tutto trafelato, grassissimo e ossuto allo stesso tempo.
Non era riuscito a spiccicare parola perché il fiato continuava a mancargli e quindi mi aveva preso per il pelo della spalla destra (avesse provato a toccarmi anche per sbaglio la spalla sinistra, secondo il nostro codice di corte quasi più raffinato e complesso di quello bizantino, gli avrei staccato la zampa con un morso) trascinandomi verso la soglia.
E così avevo visto quello che “lui” aveva visto.
Gli uomini del Consiglio Supremo della Derattizzazione stavano avanzando tra le casupole, lungo i corridoi pieni di erbacce e rifiuti di ogni genere (vomiti, merde, cartacce, preservativi, borse del supermercato e persino un vangelo), con dei grandi tubi tra le mani e delle cassette metalliche sulle spalle.
Sputavano fuoco e ad ogni fiammata vedevo un gran correre di ratti incendiati che si mordevano l’uno l’altro per poi rallentare progressivamente la fuga fino a che non si fermavano del tutto.
Allora si limitavano a sbandare di qua e di là come dei pezzi di carta bruciata, leggeri, insensati. Quasi allegri.
Non me ne ero accorto ma, per la prima volta in vita mia, stavo piangendo.
E quando mi ero girato verso la casa perché nessuno mi vedesse, avevo incontrato lo sguardo di mio padre che mi fissava con uno strano sorriso sulle labbra.
No, non mi disprezzava. Anzi.
Era oltre ogni disprezzo e il suo sorriso era lo stesso del kouros quando incede nel sole terrorizzante e più nero.
Mi aveva fatto cenno di seguirlo e aveva chiesto all’Araldo di convocare i suoi Ministri che ci avevano raggiunto poco dopo, salvo uno: il Gran Ratto addetto al calcolo dei calori nelle ratte. Perché – molto semplicemente – era bruciato fra i primi.
Mi ricordo con assoluta precisione quello che ci disse.
“Noi ratti siamo più esatti, più cattivi, più cortesi degli uomini. Abbiamo occhi molto più acuti, nasi che separano nettamente gli odori, code vibranti, sessualità aristocratica, sense of humour più acuito, prolificità , soprattutto prolificità esponenziale. Ci rovina una sola cosa: la paura.
Ma ora non più. Voi seguitemi e fate tutto quello che farò io.
Tu no.”
Ed era a me che parlava.
“Tu resterai nella retroguardia …”
E nel vedere che gli occhi mi si erano accesi di rabbia mi aveva guardato con quei suoi occhi che erano più intensi di rubini e saette ed altrettanto indifferenti.
“Tu, bada bene a non disubbidirmi … te ne starai nella retroguardia e da lì potrai vedere tutto quello che capiterà e lo potrai raccontare … prendi con te altri quattro guerrieri e stermina chiunque osasse non fare quello che farò io stesso. Ti è chiaro?”
Avevo chinato il capo e il busto per fargli capire la mia sottomissione ma non mi ero prostrato: in fin dei conti ero il suo erede porfirogenito.
Poi avevo fatto segno a Malus, Mathias, Arno e Frederick perché restassero con me. Erano giovani ratti violenti e quasi incapaci di parlare e quando capirono che non avrebbero partecipato alla battaglia mi si erano scagliati contro con corti movimenti di danza mordicchiandomi l’orecchio destro. Era tutto quello che gli era permesso e, infatti, subito dopo si erano schierati alla mia sinistra taciturni ed intenti.
Mia padre aveva alzato la coda che aveva ancora perfettamente elastica ed aveva emanato un odore inequivocabile e, a quel segnale, tutti i ratti maschi adulti gli si erano schierati alle spalle e si erano messi a trotterellare con lui.
Vecchi non ce n’erano e le donne stavano nelle tane o nelle cantine.
Sarà il caso di precisarvi che vecchi non ce ne potevano essere perché nessuno di noi arrivava ad esserlo?
Mio padre stava davanti a tutti e nessuno, neanche fra i più giovani e focosi, osava sorpassarlo. Saranno stati un migliaio di ratti ed io che osservavo il campo di battaglia da un cumulo di rifiuti compattato da pioggia e sole, avevo visto gli occhi del Consigliere Capo dei Derattizzatori, incupirsi anche se poi aveva riacquistato tutta la sua arroganza mentre accendeva la fiamma. Aveva guardato il suo secondo ed aveva sorriso come a dire “che vengano pure!”.
Tutti i suoi uomini avevano a loro volta acceso i loro lanciafiamme (scoprii solo molto tempo dopo che si chiamavano a quel modo) e si erano schierati in una sorta di cerchio per evitare che i miei compagni potessero attaccarli alle spalle.
Era stato allora che mio padre aveva accelerato il passo e si era messo a correre follemente verso i Consiglieri. Per un attimo i ratti che lo seguivano avevano esitato così mio padre fu il primo ad essere investito dalla fiamma del Consigliere Capo ma invece che mettersi a squittire e scappare, si era piantato davanti all’uomo e aveva atteso.
L’uomo l’aveva guardato incredulo mentre le fiamme avevano cominciato a friggere il pelo di mio padre – e aveva sorriso incredulo, come non capisse.
Ma gli altri ratti – l’ho detto: siamo più intelligenti di voi uomini – avevano capito subito e si erano precipitati contro le fiamme prendendo fuoco immediatamente per poi posizionarsi al fianco di mio padre che continuava a bruciare senza più vibrisse e con le palpebre quasi saldate alla base dell’occhio.
Solo allora lui era balzato feroce verso il Consigliere capo e gli aveva addentato la gola seguito da cento altri ratti che avevano acceso l’uomo dello stesso fuoco con cui credeva di averli sterminati.
L’uomo era diventato una torcia e urlava come quando i contadini sgozzano il maiale e noi si va dopo a bere quel po’ di sangue che hanno lasciato sui mattoni dell’aia.
Gli altri derattizzatori avevano cercato di disfarsi dei lanciafiamme e di fuggire ma mille altri ratti non avevano concesso loro alcuna chances. Così, poco dopo, non c'era che un enorme rogo al centro della spianata con strane dune laddove i corpi dei derattizzatori erano stati sommersi dai ratti incendiati.
E , dall’alto del mio tumulo, io avevo visto tutto mentre Malus azzannava un vigliacco che era fuggito da quelle fiamme.
Ma non avevo pianto. Anzi, da quella volta non ho più pianto anche quando la curvatura del cielo stessa spingerebbe a farlo.
Ho atteso - e cos'altro ci resta da fare, comunque.
Voi umani, e sarebbe più corretto dire voi “parlanti”, avete apportato nel campo della sessualità due invenzioni: il desiderio e la perversione.
Mentre gli altri animali (ma dovrebbe esservi chiaro da subito che quando dico “gli altri animali” non vi comprendo i ratti) ubbidivano al grande orologio dei calori e della riproduzione, voi avete sciolto il legame dell’eros (squisita parola che mi permetterò di rubarvi) con la copula.
Ora voi desiderate quasi per gioco, desiderate quello che non avete, desiderate di desiderare, le vostre femmine hanno ovulazioni e cicli come detta loro la corteccia coccodriloide, ma possono desiderarvi anche quando a nulla serve.
Questa a-economicità del vostro desiderio è una cosa che i nostri teologi hanno studiato a fondo e su cui avremo occasione di tornare.
L’altra vostra invenzione e la “perversione” e vi prego di prendere la parola nel suo senso più immediato: distogliere qualcosa dal suo percorso cosiddetto “naturale” (come se, poi, la natura non fosse che la più che perfetta perversione tra le perversioni – cos’è la natura se non la splendida intromissione di stelle e mari e spermi tra il tempo e il non-tempo?) … Voi siete riusciti a farvi eccitare da un tacco di scarpa a spillo o da un colpo di frusta e le vostre femmine hanno solo il buon gusto di non raccontarvi cosa passi per quelle loro testoline infuocate.
Ah sì, la loro massima perversione, comunque, la chiamano “amore”.
Lo so – vi state chiedendo perché io vi stia raccontando tute queste cose.
Dovete avere pazienza e ascoltarmi: tanto, cosa ci rimettete? Un po’ del vostro tempo?
Voi non sapete nulla del mio mondo e quindi vi devo portare per mano a capirne tutta la complessità che poi, dopo l’estrema ferocia, si riduce ad un gesto che indica.
Ma non vi siete chiesti come si sia decisa la successione di mio padre quando morì (perché morì, è ovvio – io c’ero e fui io a soffocarlo quando mi fece cenno di farlo) visto che aveva trecentosessantacinque concubine che fottute anche più volte al giorno gli avevano dato un numero incalcolabile di figli?
So già cosa state pensando.
Conoscendo la mia cortesia nei rapporti politici e di dominio, starete immaginando che li abbia sgozzati tutti.
Ma non è andata proprio così. Proprio per niente.
Noi ratti – ve l’ho già detto – siamo più raffinati di voi umani e già da più di cinquemila anni, abbiamo apportato all’eros un’invenzione che voi non siete ancora in grado neppure di immaginare.
E consiste in questo: pur continuando a coitare come tutte le bestie, anzi, più apertamente avidi, veloci, cattivi, frequenti, fingiamo di ubbidire alle regole e ai calori ma in realtà abbiamo scoperto l’amore spirituale che tutti noi potremo praticare tranquillamente ma che lasciamo come prerogativa ai nostri Re perché una sola volta nelle loro smisurate copule lo attuino decidendo chi sarà la madre del loro successore.
Questo amore spirituale (mi scuso ma anche “amore” è una parola che vi appartiene ma noi abbiamo saputo farne ben altra cosa) dicevo … questo amore spirituale consiste in uno sguardo che si allaccia e fa scorrere nell’aria lo sperma spirituale di cui s’incinge la Donna prescelta.
La Donna che resta incinta di questo sguardo mette al mondo un solo ratto mentre tutte le altre volte ne scodella almeno cinque.
E questo piccolo ratto, appena uscito dalla sua vagina, brilla di un biancore stellato e sta ritto sulle zampe di dietro.
Poi, con eleganza, provvede a decapitare sua madre e con quella testa si presenta al Re suo padre che s’inchina a lui una sola volta, quella sola volta e così lo riconosce come suo successore.
Ogni tanto Loyola mi chiede cosa mi abbia spinto a diventare gesuita.
Io lo guardo e lui capisce che soltanto la nostra assoluta amicizia mi impedisce di azzannarlo.
Sibilo qualcosa come un “beh” o “mmm” o “forse …” e lascio cadere il discorso.
Ma a voi lo posso dire: ho scelto un’altra forma di eroismo.
Da quando ho maturato la mia ingorda sessualità, stuprando la ratta madre (quella che – secondo Levy-Strauss – determina i cristalli della parentela), ho visto tutti i films, letto tutti i libri e gli articoli che si occupassero di samurai e dell’etica della sconfitta.
Mi sono persino abbonato alla Library del Congresso USA.
Così sono riuscito ad elaborarmene una tutta mia che consiste nel distruggere ed odiare tutto quello che mi ostacoli nel dispiegamento (non chiedetevi “di cosa?” - nel dispiegamento e basta).
In attesa che qualcosa di nero e necessario mi imponga il silenzio e la forma o la strage.
Ed è in questa forma che si è manifestata la Grazia.
La Grazia è venuta quando il male si è sfibrato, quando la gioia ha cominciato a vacillare sul suo perno d’odio. Quando uno sguardo segreto ha riso dei miei assassinii come dei giochi di un bimbo un po’ deficiente.
Loyola era appena arrivato a Calcutta per via di un suo libro di sole centoventi pagine ma che il mefitico Ratzinger (nomen omen) ha giudicato radicalmente eretico.
Lui non me lo ha mai fatto leggere perché sostiene di averne bruciato anche il manoscritto … ma io non gli credo … perché, allora, mi dovrebbe spiegare perché mai custodisca con tanto accanimento la chiave di quella piccola cassaforte nascosta sotto il pavimento di fango …
Molto semplicemente facciamo finta, tutti e due, di non saperne niente ma io non posso non accorgermi di come gli brillino gli occhi quando gliene parlo. Si finge infastidito e, intanto, sorride.
E, una notte che dormivo accoccolato nell’incavo del suo collo rugoso (non so quanti anni realmente abbia), l’ho sentito sussurrare “il mondo sarà salvato dai ratti”.
Che il suo manoscritto s’occupi di questo?
(O sarà solo uno dei suoi stupidi giochi di parole con il fatuo isterico Dostoevskj? … Me li immagino lì a ridacchiare l’uno dicendo “il mondo lo salva la bellezza” e l’altro “no, la “rattezza” … hihihi )
Quando mi sentii (regnavo su tutto, avevo quel che volevo: ratte, altri ratti, cibo, territorio, controllavo gli assessori preposti alla derattizzazione, apparivo nei sogni dei Papi …) quando mi sentii spoglio di tutto, tremante, timoroso, senza corpo, afasico, melanconico, disperato, buio, crocefisso, capii che ero stato salvato.
Ora vivo nel centro dell’attesa ma sono anche più brutale di prima.
E molto spesso compio lo stesso male (e vi consiglierei di non mettermi alla prova: una parola di troppo e vi sgozzerei) ma come fosse un teatro.
Ma il messaggio si fa troppo lungo e – d’un’altra cosa – sarà meglio che vi parli un’altra volta.
Febbre in ribasso - finalmente potrò lavarmi i capelli. Il prossimo trasloco (di blog) sarà quello definitivo, giuro anche perché io sono l'incarnazione della sedentarietà da quel saggittario con ascendente in saggittario perversamente a-saggittario che sono. Ma chi l'ha detto che il fuoco che comanda il mio segno sia una cosa che si vede? E chi non sa starsene tranquillo seduto in una stanza non potrà diventare santo (é Pascal con un po' di pepe aggiunto). Nel non muovermi, poi, mi aiutano due cose: la claustrofobia per cui non uso che la macchina essendomi vietati anche gli adorati treni (dove potrei incontrare tutti quegli strani personaggi (?) che incontra Giulio e non cambierebbe nulla perché io non mi accorgerei di loro e loro di me: mancanza d'attenzione?) che sono diventati delle suppostone siggillate. Mentre prima, se mi veniva un attacco, potevo sporgermi dal finestrino, camminare nel corridoio, avere una crisi mistico-isterica direttamente sul pavimento del mio scompartimento. Ora si è tutti lì - tutti pronti per essere visti/raccontati da Aracne/Mozzi. Adieu, dunque, ai treni. E l'altra cosa che non mi permette quasi nessun movimento è questa (ah, dimenticavo anche un po' di pigrizia): faccio il dog-sitter. La mia eletta sposa fa la psicanalista - lo fa in casa e quando accoglie i suoi analizzanti i nostri due carlini stanno con me nello studio se no abbaiano come disperati per tutto il tempo.
Ma in primavera, finalmente, con Alberto e Sandro, andrò per una settimana in Umbria. Un lungo giro pieno di romanico e colline - ho chiesto ed ho ottenuto la liberatoria: anche agli schiavi, qualche volta, si allunga il collare.
Articolo del 12/01/2005
Messaggio di (finto) servizio. Non sopporto lo spazio commenti di questo blog. Francobolli e lettere/cacatine di mosche. E, quindi,mi ostinerò a cercare un'altra location e spero che i pochi amici (ah, io non uso "contatori": non so neanche dove siano e non mi interessa sapere quanti passano di qui: mi sembrerebbe di misurare quel coso lì, nelle docce) che mi seguono mi seguiranno anche nella prossima diaspora.
Nel frattempo vi prego di una cosa: se qualcuno di voi ha qualcosa di più organico, strutturato, di una, dua pagine con cui vuole dirci (non è un noi maiestatico: dire a noi della micro-comunione) della cose su qello che dico o su qualsiasi altra cosa, basta che mi mandi il pezzo e io lo pubblico come "testo".
Aria aria aria.
O a Mosca, a Mosca, a Mosca!
L'anno scorso - un evento quasi miracoloso - hanno dato "Sarabanda" di Bergman, alle dieci (non, quindi, alla sua "ora dei lupi). Un film da camera di una bellezza quasi insopportabile. Bene. Non ne ha parlato quasi nessuno ma fa che l'ultimo Frazen scorreggi un parere sull'ultimo Auster e tutti sono proni. Puah. Che provincialismo.
Articolo del 11/01/2005
Venerdì scorso, leggendo questo racconto di Hemingway di cui vi ho già parlato (The light of the world), C* - un po’ come se si vergognasse della cosa – dice che a lei il racconto non era piaciuto perché non c’era storia e perché – e qui ha abbassato il tono di voce come se stesse confessando un qualche vizio segreto – non ne aveva capito il senso.
Flaubert scrive a Louise Colet, nel 1852 "libro su niente, senza alcun appiglio esteriore capace di reggersi da sé, con la sola "forza del suo stile"".
Perché ho l’impressione che tra queste due frasi (il progetto khmerrosso di Flaubert e quello ingenuo di C*) eternamente oscillerà il pendolo della scrittura?
Tic tac tic tac tic tac.
Articolo del 09/01/2005
Ho una tale febbre che avevo scritto una certa cosa e l'ho cancellata per sbaglio. Provo a ripescarla nella memoria e promettendo che, domani o dopodomani, tornerò sulla musica e film in maniera meno febbricitante.
Mi hanno detto che qui scrivo "peggio" che da altri parti. Mmm, interessante. Finirò col chiedere loro cosa voglia dire: più "falso", forse? Di sicuro - l'ho sempre detto - non so come atteggiarmi in un blog - non so che "voce" usare - con chi sto parlando? - chi parla? - mi sento sempre un po' ridicolo e spudorato come una puttana di Amsterdam. Partendo poi dalla rocciosa certezza che niente di "dignitoso" mi possa capitare di dire. Mi correggo: "quasi" niente. Ed è all'amo di quel "quasi" che cerco di tenermi ben fisso. Pronto con onestà ed esattezza a mollare tutto subito appena mi sarà chiaro che anche la debole luce aurorale di quel "quasi" sarà andata a farsi fottere.
Ne parleremo ancora anche se l'altra accusa che mi hanno fatto è di fare molto meta-blog. Insomma, continuare a chiedersi perché scrivere anziché farlo o - aggiungo io - non farlo. Certo, è un rischio. Ma io cosa sto facendo, ora? Questa non è scrittura? Una scrittura che parli di un quadro anziché di amore è forse meno scrittura? Spero che nessuno si attardi su trincee così bolse. Longhi docet ( si potrà citare Longhi o questo denoterà, subito, la mia età anagrafica di lettore?)
Ieri parlavo - nel corso di lettura - di questo racconto di Hemingway, "The light of the world" e confessavo la mia sconfitta. Dicevo: dove mai sta - in un racconto di perditempo, puttane che si credono innamorate dello stesso uomo, un cuoco gay - dove sta mai "la luce del mondo"? Le due puttane grasse, quelle che si contendono il ricordo dell'amore con il pugile, dicono, entrambe, che quello
che dicono è "true". Qualcuna delle amiche con cui stavo parlando ha buttato lì questa ipotesi: che proprio questa falsa verità o verità falsa sia la luce del mondo. Mi piacerebbe che qualcuno (chi? Con chi sto parlando?)lo rileggesse e mi dicesse cosa ne pensa. Ricordando che Hemingway - di fronte ai soliti rompipalle che gli chiedevano cose fosse "il pesce", cosa "la barca", cosa "il vecchio" - rispondeva scocciato che erano un pesce una barca un vecchio e aggiungeva - non so se a voce più bassa (confidenza che devo ad un'amica spagnola) - che ogni simbolismo è "mierda".
Articolo del 08/01/2005
Stenografie (sono ancora così infebbrato che non posso che scrivere appunti come su un foglio di carta).
Qualcuno mi ha fatto notare che nei blog si finisce col dirsi il colore delle mutande che si indossano quel giorno. Sul serio finisce così? Necessariamente?
San Paolo parla dell'oggetto kalonkagathon. Bello/buono - bello/etico. Ogni scrittura - anzi - ogni fare poetico (è una tautologia: fare è poetare) deve confrontarsi con questo altrimenti sta nell'ambito del principio di piacere e non avrà armi contro la scura pulsione di morte che in ogni scrittura non etica
apparirà necessariamente.
Avendo ancora gli stramaledetti 38, 4 gradi di febbre non ero - né sono - in grado di fare nulla di serio e guardavo "Per un pugno di libri" su Rai 3. Parlavano di "L'amore al tempo del colera" e Andrea di (de?) Carlo parlava dell'incipit del romanzo come di qualcosa di clamorosamente bello. Dice - vado a memoria - qualcosa come: "L'odore delle mandorle (amare?) ricordava gli amori ...". Avrei voluto gettare il libro dalla finestra. Se qualcuno continuerà a leggermi, dovrà presto fare l'abitudine alle mie bestie nere: una di queste è l' "iperlirismo". Partiamo dai basics: perché dare per scontato che tutti i tuoi lettori sappiano che odore hanno le mandorle? Perché dare come un dogma - in un paragone - che questo odore si associ agli amori (non ricordo più di che tipo)? E se a me le mandorle facessero pensare al marzapane? E' una frase rufiana.
Strawinsky dice "L'artista può dire soltanto ciò che è già stato detto: però deve farlo a modo suo". Scrivendo - un paio di anni fa - un piccolo pezzo sull'Epifania, ho scritto che - paradossalmente - uno dei primi effetti della buona novella era stata la strage degli innocenti. Cristo nasce e loro muoiono. Bene. Ho trovato la stessa notazione in Sergio Quinzio, ne "La sconfitta di dio", un testo base per chiunque voglia "pensare". Cosa significa? Che niente mi garantirà dal fatto che io dica una cosa e che - nello stesso tempo - uno scrittore zulù non la dica anche lui. Preoccupante? No. Dovrebbe farci pensare se il troppo sapere non equivalga a niente-di- sapere. E poi a tante altre cose. Per esempio che, questom potrebbe essere liberatorio. Ma, attenzione, con molta cautela e - di ciò - alle prossime occasioni.
Disfatto, vi saluto.
Articolo del 06/01/2005
Luisa, una mia amica, adora i film muti e non si perderebbe una sola proiezione del festival che, una volta, stava a Pordenone e, ora, sta a Sacile.
Io, invece, trovo che i film muti siano dei non-film. Sono mimica, sono danza, sono stilizzazione (come, per altro verso, lo sono i film con musica: ma, di questo, vorrei parlare domani o un altro giorno) ma non sono film. A meno che - di film - non si accetti la definizione come: fotografia in movimento. Ma se il film, come altre poeisis (scusatemi ma odio la parola "arte" cui preferisco, di gran lunga, "fare artistico"), si pone il compito est-etico di catturare quell'enorme complessità che va sotto il nome di vita, come fa a scartare - della vita - la "voce" ? Noi "viviamo" avvolti nelle voci delle cose, nei rumori, nelle onomatopee. Che mondo è quello dei film muti in cui le immagini scorrono facendone a meno e pretendendo di "raccontare" storie? Sanno così poco farne a meno che devono ricorrere alle didascalie. Orrende pause in cui l'asincronia (senza tirare in ballo Ghezzi) arriva al punto che prima vedi il pesce boccheggiare e poi il fumetto.
Pretenderei, allora, che il film muto facesse totalmente a meno delle didascalie e facesse del muto la purezza stilizzata (come in una danza giavanese o in un balletto) tramite il montaggio.
Cercherò di dimostrare, poi, come la musica di sottofondo (fate molto caso a questa parola: come se si fosse da un dentista) sia l'esatto errore speculare a questo.
Ognuno dei due metodi tradisce la sua mancanza di fede nell'unico vera "musica" ( e forse anche l'unico vero dialogo) di un film: il montaggio.
A domani, quindi, o a dopodomani - a qun qualche altro giorno, insomma. Mica so in cosa mi sono imbarcato. So solo che vedo allontanarsi la riva e, per la prima volta, non ne ho molta paura.
(Ringrazio alcuni vecchi amici e quelli nuovi che sono passati a salutare: io contavo su un anno, minimo, in cui avrei scrito solo per me stesso.)