compagnia di scrittura

scrittura

Archivio

oggi
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005

 
lunedì, 28 febbraio 2005

Etimologia e etica.
 
Se dico Karl Kraus rischio che la maggior parte di voi mi dica, Karl Kraus, chi? Vero?
E’ uno scrittore austriaco vissuto a cavallo dei due precedenti secoli (1874-1936) che oltre ad aver pubblicato un dramma sconfinato “Gli ultimi giorni dell’umanità” (messo in scena da Ronconi a Prato, credo, circa cinque, sei anni fa), si è dedicato con ostinatezza, per tutta la sua vita a rivelare le “corruzioni” del linguaggio soprattutto in campo giornalistico sua odiata bestia nera. Ha tenuto in piedi una rivista – “Fackel” – dal 1899 con l’apporto di altri scrittori (Strindberg, Altenberg, quello de “Le fiabe della vita”, edizioni Adelphi) ma dal 1912 completamente da solo.
Perché lo cito? Perché vorrei che, assieme, a Pound, fosse una sorta di dio tutelare appeso fuori da questa osteria, formandone come l’insegna: di questa nuova rubrica, intendo, in cui mi occuperò di quella che ritengo una delle malattie mortali del nostro tempo: la lenta, inarrestabile, appestante usura della lingua d’uso.
(Non siamo lontani dal morettiano: chi pensa male, parla male.)
Avrei molti motivi per mollare lì l’osso e lasciare fare a gente più esperta di me ma ne ho uno – più potente – per non mollare: la furia.
Non ho il tempo, il denaro, la cultura necessaria per andare a stanare la corruzione in tutti i cantucci in cui si annida: cioè: tutto il mondo visto che è una delle forme possibili della globalizzazione (ecco una delle parole che andrebbe analizzata al microscopio per vederne tutte le deformazioni).
Per cui il mio “campo visivo” di indagine si limiterà ai due giornali che leggo (“il manifesto”, “la repubblica” e alla TV che vedo anche se, nel caso, pare di sparare alla Croce Rossa).
Gradirei collaborazioni anche se non sono in grado di pagarle.
Dimenticavo. Pound, perché?
Perché Pound nel suo “ABC” dice che il compito primario di chi scrive è di tenere in ordine e ben puliti gli strumenti del mestiere, cioè, le parole. E siccome la parole non stanno nel cassetto della mia cucina dove io le possa lucidare tutti i giorni ma sono come il denaro, merce di scambio, bisogna che io/noi si stia attenti all’uso che ne fanno anche gli altri. Un esempio banale: voi riuscite più a pronunciare la parola “intrigante”? Ha un tale velo di grasso attaccato addosso che non riesco più a pulirla.
 
E cominciamo con un primo caso da “la repubblica” di sabato, 26 febbraio, pagina centrale de “la cultura”, in un piccolo box a pie’ di pagina in cui si cita il libro di Sergio Luzzatto “Il corpo del duce. Un cadavere tra immaginazione, storia e memoria.” Einaudi, 1988 (non pensavo fosse passato così tanto tempo …)
Inizia così “I cadaveri di Mussolini e della Petacci conoscono un calvario a due facce.”
Chiunque sia nato da questa parte del mondo sa perfettamente come il Calvario sia il luogo su cui – ci si creda o meno – Cristo è morto per la nostra redenzione, quindi il luogo della sofferenza redentrice assoluta. Poi, solo poi, il vocabolo è scivolato a significare qualsiasi sofferenza capiti ad ognuno di noi nel percorso della sua vita diventando anche frase fatta del tipo “come è stato il viaggio?” “Un calvario!”. Quindi mi si potrebbe obiettare che Luzzatto usa la parola in quel senso e io risponderei che anche fosse così – anzi sono sicuro che lui lo intendeva in quel modo – avrebbe lasciato che il deposito sedimentario di cui è fatta ogni parola (ogni parola è, in realtà, una torta millefoglie) portasse con sé, conservandolo ostinatamente, il suo significato originario. Quello di sofferenza redentrice.
Sofferenza che, in questo caso, redime chi?
 
 
Se ci fate caso è lo stesso equivoco per cui lo sterminio degli ebrei hanno potuto chiamarlo “olocausto” che era il sacrificio con cui si sacrificava a dio o agli dei una vittima ben scelta che poi veniva bruciata e, così poi, si chiamò anche la vittima stessa.
Quindi? I nazisti come sacerdoti? Di quale dio? Di chi erano le colpe che andavano lavate con quel sacrificio?
Non sarà che, in fin dei conti, quando si uccide, si stermina, si sacrifica, è sempre della “propria” colpa che ci si lava?
Solo che, purtroppo – da Treblinka ai gulag, dai Khmer al Ruanda – non esiste mai più un angelo pedagogico che devii il colpo del pugnale indicando – aggiungo io – al sacrificante il target del suo stesso cuore.
 

 

Scritto da: gino tasca alle 08:00 | link | commenti (14) |

sabato, 26 febbraio 2005

VARIE DEL SABATO.

Sono abbastanza cattivo, oggi, e quindi attenti al cane. (Infatti, ho appena dato fuoco ad un gran cumulo di scialli d'India. L'accusa? Pretendevano d'essere dei "racconti di fondazione".) 

Asfissia: ora so di cosa morirà questo blog (non con un bang ma con un sussurrio tra l'erba di un topolone dalla pancia greve). Maledetta la volta che ho avuto l'idea di aprire un blog, veramente. Non accade niente di diverso da quello che succedeva nei vari forum ma lì c'era una sorta di cinguettio che ti serviva da rete di protezione (chiaro che era un'illusione: neanche lì ho mai avuto riscontri su "ciò" che realmente dicevo). Qui, sei solo nella più sconcia delle impudicizie. Nuoti nell'Oceano con la Groenlandia a mille miglia marine e un'orca che ti si fa pericolosamente vicina. La cosa che più mi spaventa e per cui potrei mollare la boa cui sto abbarbicato (ma non lo considerei una sconfitta: e chi se ne frega poi della sconfitta: io credo nella sua gloria) è questo straordinario "silenzio". Niente sirene. Solo la quiete del mare. Bene, sarà fatto quello che deve essere fatto. Quello che dico può sembrare ingeneroso per i pochi che finora mi hanno datto retta: non lo è: credetemi

Ribadisco, però, che avarizia è il vizio più ben distribuito da queste parti.

Hanno fatto il funerale a Don Giussani e l'hanno trasmesso in diretta su RAI 1 - NON hanno trasmesso la diretta del corteo a favore della Sgrena di sabato scorso (o due sabati fa?). Non c'erano spazi - hanno detto. O, in subbordine, era una manifestazione di parte. E il funerale di un cattolico che cos'è? Non è una manifestazione di parte? Ah, scordavo noi siamo TUTTI cattolici. Sì, sì, certo. Così cattolici che solo qualcosa più del venti percento ritiene di andare a pregare il suo dio, la domenica. Ma l'aria che respiriamo, signora mia, è quella - certo: altro caso di asfissia. Chiunque sappia anche solo un po' come la penso, sa che questo nulla ha a che fare con il "cristianesimo". Qualcuno sarà mica così sfrontato da sostenere che il cattolicesimo lo è?

Curiosità. Quando è morto, c'era (su "la repubblica") uno di quegli articoli cosiddetti di colore in cui si descrivevano i "gusti" dei ciellini secondo il criterio infantile del "vuoi più bene a mamma o a papà?" e veniva fuori che fra questi signori si preferiva nettamente Mozart a Schubert. Per poco non cadevo dalla sedia. Ah, sì! Invece del casto (beh, forse un po' omosex represso), goloso, biancastro, Schubert, il libertinmassone Mozart ... Non devono avere le idee troppo chiare in materia e, di certo, la differenza non sta in quello che hanno composto: carrettate di musica "sacra" a metraggio entrambi. Ma. Ma Mozart ha anche musicato il "Così fan tutte". Dove si dice "E' la fede delle femmine come l'araba fenice - che vi sia ognun lo dice: ove sia nessun lo sa." Mica il Fidelio. E Don Giovanni che preferisce l'inferno al pentimento. Ma che CD ascoltano questi signori?

Cechov, lettera a Suvorin, Mosca, 30 dicembre 1888.

"Il regista afferma che Ivanov (occorre che precisi trattarsi del protagonista della sua omonima commedia?)  è un uomo "superfluo" alla Turgenev. La Savina (un'attrice) chiede perché Ivanov è un mascalzone. Voi scrivete: "Bisogna assolutamente aggiungere ad Ivanov qualche tratto da cui si veda perché due donne gli si attaccano al collo e perché è un mascalzone, mentre il dottore è un grand'uomo". Se tutt'e tre m'avete capito così, vuol dire che il mio Ivanov non val nulla. Forse ho perso la bussola e non ho scritto quel che volevo. Se Ivanov m'è riuscito un mascalzoneo un uomo "superfluo", mentre il dottore appare un grand'uomo; se non si capisce perché Sarra (si scrive proprio così - non è un mio errore) e Sasa amano Ivanov, è chiaro che la commedia è sbagliata e che non può essere questione di portarla sulle scene."

Perché tutto questo mi consola enormemente? 

  

Scritto da: gino tasca alle 08:05 | link | commenti (16) |

giovedì, 24 febbraio 2005

CONTRO LA MUSICA DA FILM
(un pamphlet quasi rabbioso.)
Pag. 51-52 A.H. “Il film muti sono la forma più pura del cinema. La sola cosa che mancava loro era evidentemente il suono che esce dalla bocca delle persone e i rumori. Ma questa imperfezione non giustifica i grandi cambiamenti che il suono ha portato con sé. Voglio dire che quasi niente mancava al cinema muto, solo il suono naturale. Allora, in seguito, non si sarebbe dovuto abbandonare la tecnica del cinema puro come è stato fatto con il sonoro.”
F.T. “ … Si può, forse, affermare che la mediocrità è riemersa in forze all’inizio del sonoro …?”
A.H. “… e credo che sia vero ancora oggi, perché nella maggior parte dei film c’è poco cinema e molto di quella che chiamo “fotografia di gente che parla”. …
Quando si scrive un film è indispensabile tenere nettamente distinti gli elementi di dialogo e gli elementi visivi e, ogni volta che è possibile, dare la preferenza ai secondi sui primi. Qualunque sia la scelta finale in rapporto allo sviluppo dell’azione, deve essere quella che con maggiore sicurezza tiene il pubblico in sospeso.
Concludendo, si può dire che il rettangolo dello schermo deve essere caricato di emozione.”
 
Pag. 130 – A.H. (parlando di “Prigionieri dell’Oceano”) “ … non c’era una sola nota di musica, era molto rigoroso.”
 
Pag. 234 A.H. “ Sì. In Tailandia, non so se lo sa, non adoperano né i sottotitoli né il doppiaggio, eliminano decisamente il suono e un uomo, che sta in piedi in fianco allo schermo, legge tutti i dialoghi del film con una voce che cambia a seconda del personaggio.”
 
Sono tutte citazioni tratte da “Il cinema secondo Hitchcock” di François Truffaut.
(F.T. , naturalmente è il secondo e A.H. il primo.)
 
La seconda lunga citazione che mi permetterà, poi, di trarre alcune conclusioni sulla musica nei film, è tratta da “Picture”, di Lillian Ross (titolo troppo semplice per la Minimum fax che ha ritenuto di lardellarlo del sottotitolo “Processo a Hollywood” –  se no non lo si leggeva, vero?). “Picture” è un lungo réportage/romanzo in cui la Ross racconta – giorno dopo giorno, per il New Yorker – come Huston ha girato “La prova del fuoco” (tratto dal romanzo di Crane). Non mi sto a perdere dietro a tutta una serie di notazioni importanti che mi vengono in mente e su cui, magari, non so, tornerò un’altra volta. Quello che mi interessa, qui, è riportare la dichiarazione di Bronislau Kaper che compose la musica per il film. E’ quasi spudorata ed eccola.
 
Ogni film è ammalato”, mi raccontò Kaper. “E’ questa la mia premessa. Noi dobbiamo prendere il film e scoprire quello che occorre per farlo guarire e stare in salute”. Aveva visto “La prova del fuoco” tre volte. Conosceva alla perfezione ogni metro della pellicola, disse, e quello di cui il film aveva bisogno doveva essere fornito dalla musica: un rafforzamento della continuità, e un punto di vista definito sui personaggi principali, e mi tenne una breve conferenza su come progettava di ottenere tutto questo. “Dopo che il reggimento del Giovane vince la prima battaglia, i soldati si comportano in modo allegro”, disse. “Ma a quel punto arrivo io, e con la musica triste dico al pubblico: che cosa c’è di allegro in tutto questo? Rendo un po’ ridicola tutta l’idea di un americano che uccide un altro americano. A volte introduco nel film emozioni facili per svegliare il pubblico. Altre volte, su un primo piano, interrompo la musica. Alcune scene sono troppo forti, e a me tocca attenuarle. La musica fornisce l’atmosfera intensa e sostenuta che renderà il film continuo e scorrevole. L’importante contributo della musica è quello di raccontare la storia del ragazzo. (i corsivi sono della Ross, i grassetti sono miei) Deve essere raccontata musicalmente. Questo ragazzo è un vigliacco, e poi diventa un eroe. Perché? Sarà la musica a spiegarlo. … In questo modo, noi diamo una storia al film.”
 
E per fortuna che, alla fine, aggiunge: “Tutto il prologo del film, una breve scena che mostra il Giovane di sentinella, sarà in silenzio. Nessuna musica può essere più assordante del silenzio.”
 
Precisato che queste citazioni, per me, dicono già tutto (detesto non avere neanche l’ombra della cultura necessaria per scrivere un libro fatto solo di citazioni autoreggentesi come le calze femminili) parto.
 
Dogma maggiore - la musica in un film o nasconde un errore nella sceneggiatura/regia o è un’aggiunta alla storia, una maniera diversa di raccontare la stessa storia con altri mezzi (vedi Kaper, qui sopra): qualcosa di molto vicino al “poema sinfonico” o al “melologo”. Attenzione: non ho detto melodramma: in quel caso avrebbero dovuto (e mi sa che Kaper l’avrebbe anche “voluto”) musicare anche i dialoghi. Il melologo è una forma intermedia, usata soprattutto in area operistica franco-tedesca, in cui gli attori/cantanti parlano e la musica scorre sotto di loro come un tapis roulant.
 
Dogma minore – nella stragrandissima maggioranza dei casi (siamo a percentuali bulgare, oltre il 90%) ci troviamo di fronte al primo caso. Controprova? Sarebbe semplicissima se esistesse un comando con cui togliere “solo” la musica. Moltissime scene cadrebbero su se stesse come soufflés sgonfi. Controprova numero due: quali sono i due casi in cui di sicuro scatta la musica di sottofondo? “Macchina che corre”, “coito”. Una perché noiosa, l’altra perché – supposta – oscena e allora vai con i violini, gli ottavini: tutto per coprire gli ansimi, i rumori di un cazzo che entra dove pare a lui, lo “slap” dei seni sudati.
Ma perché riprenderli, allora? Perché – se devi farmi vedere uno che sale in macchina e poi va da qui a là – mi devi far sentire una musica di solito assolutamente amorfa (spero ricordiate tutti la Schriffinmania di alcuni film americani e la Piccionimania dei film di Sordi dove un massacro in Africa aveva più o meno le stesse note che una cena tra VIP)? Perché?
Affermo ex cathedra che lo fa solo perché ignora l’unica vera grammatica musicale di un film: il montaggio (vedi Hitchcock, più sopra).
E, molto spesso, perché non sanno come riempire il film. Che deve pur durare una certa quantità di tempo.
 
Dogma (quasi) avverso – Scartata, quindi, la stragrande maggioranza dei film in cui la musica è un puro riempitivo/distrattivo, restano quei pochi film che si conservano perfetti nonostante la musica: per es. “La donna che visse due volte”, “Shining”, “Senso” (ma non “Morte a Venezia”). Anche se, avendo rivisto “Shining” domenica scorsa, sarei proprio curioso di vedere se certe scene reggerebbero alla “spogliazione” musicale. Non è già perfetto, per esempio - quando Danny corre lungo i corridoi dell’Overlook Hotel - l’alternarsi del rumore che le ruote della sua macchinina fanno a seconda che stia correndo sulla moquette o sul parquet?
Affermo quindi, sempre ex cathedra, che un film resterà perfetto nel caso in cui tolta la musica non perderà la sua unica e vera musicalità: il ritmo delle sue immagini/idee.
Affermo – un po’ meno ex-cathedra – che sto barando: cioè: sono convinto che il caso qui sopra enunciato sia impossibile.
 
Dogma decisamente avverso – se qualcuno sostiene che un film è un oggetto artistico che deve mirare a tenere assieme ed usare qualsiasi altra “scrittura” (compresa quella musicale), io non avrò più nulla da obiettare: mi limiterò a dare fuoco al suo lettore di DVD.
O a legarlo ad una sedia come l’Alex di “Arancia Meccanica” obbligandolo a rivedere mille volte l’allineamento dei pianeti con lo stupendo Ligeti in sottofondo o l’astronave che balla Strass entrambi in Odissea, e poi chiedendogli:
“Cosa è questo?”
E lui “Un film.”
“Noooooo, bestia – è un balletto.”
 
 
 
Exempla – “Full metal jacket” – la scena in cui Palla di Neve va nei bagni e una musica quasi materica si limita a ritmare ed espandere il suo respiro.  Ecco, arrivo ad accettare questo.
“Gli uccelli” di Hitchcock (che potrebbe, per altro, essere citato dai miei “avversari” ma solo perché non hanno letto quello che dice sopra a Truffaut). So benissimo che i versi dei corvi e dei gabbiani sono stati rielaborati elettronicamente ma conservando il loro aspetto “naturalistico”. Qualcuno, in questo film, sente la mancanza della musica? Hitchcock – che si dichiara un autore di idee – fa tutto con il montaggio.
Chi avrebbe resistito – se non lui – ad aggiungere musica grondante thriller nella scena in cui la madre scopre il cadavere del suo amico e, ondeggiando ubriaca contro le pareti della piccola casa, fugge fuori, incespica e poi Hitchcock la riprende mentre corre via, guardandola in faccia con la camera, all’altezza delle ginocchia e poi allarga il campo a dismisura e ci fa vedere il camioncino che fugge via e tutto questo nel più perfetto dei silenzi?
 
Ultimo – per altro, chi decida di fare uso della musica, dovrebbe avere almeno l’onestà intellettuale di ammettere una cosa: che sta stilizzando.
Quando uno fotte non partono i violini, non è vero? A meno che non si sia in quel film con Marlyn Monroe e Lawrence Olivier (la principessa e qualche cosa …) e lui prova a sedurla con i violinisti, fuori porta, che suonano tziganate mielose …
Come nessuno dice ti amo cantando.
A meno che non sia all’opera o in musical.
Quello che sostengo è che – lo si sappia o meno – anche nei film più realistici (i neo-realisti italiani, per dirne una) – se si aggiunge della musica si è già in quel campo lì, calzati e vestiti e, allora tutto diventa accettabile.
E neanche più ce se ne accorge. Infatti quando io – da quel khomeinista che sono – assillo i miei ospiti chiedendo loro ma perché mai, perché, dimmi, la musica mentre quello va da Las Vegas a Timbuctù? Quelli mi guardano come si guarda un vecchio scemo che ci ha la fissa delle figurine di Maradona ma, poi, dopo qualche mese, mi rivedono e mi dicono: sai che non riesco più a guardare un film senza far caso a quello che dicevi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Scritto da: gino tasca alle 07:43 | link | commenti (10) |

martedì, 22 febbraio 2005

Sto scrivendo il pezzo su musica e film ma è una cosa piuttosto lunga e ci vorrà del tempo.

Intanto un piccolo fatto che la dice molto lunga su libri e librerie e vendite di libri. Ieri ho letto su "il manifesto" un lungo articolo di Mario Lavagetto su un libro "appena" uscito (non è lui che lo diceva: ero io che gli attribuivo la subitaneità). Un po' meno interessante del solito ma ho preso buona nota del libro : una raccolta di lettere di Cechov a Suvorin pomposamente intitolato "Sulla letteratura" perché, effettivamente, estrapola dall'enorme epistolario Cechov-Suvorin, le lettere o i frammenti di lettere che contengano qualcosa sullo scrivere. Mi scoccia sempre quando si tratta di antologie o scelte: ho sempre l'impressione che, magari, hanno lasciato perdere l'essenziale senza accorgersene. Ma, tant'è: superata la diffidenza sono andato alla Feltrinelli e ne ho chiesto ad una commessa che, le prime volte, mi sembrava ostica e poco disponibile mentre ora (sarà perché mi vede almeno una volta a settimana) mi tratta con molta cortesia e io apprezzo molto la cortesia. Lei, allora, consulta il suo pc e mi dice che sì, ne hanno una copia. Come, una copia?!, faccio io, convinto che tutti si fossero precipitati a comprarlo. "Sì" mi fa lei "una sola ma è lì da tre mesi."

Scritto da: gino tasca alle 12:24 | link | commenti (2) |

lunedì, 21 febbraio 2005

Revisionisti della domenica.

Non lo faccio mai né penso che mi ripeterò spesso. Parlare di politica, dico. Non certo perché io ne abbia un orrore qualunquista, tutt'altro. Solo perché non ritengo sia il caso di parlare di tutto. 

Sul domenicale di ieri de "la repubblica" ci sono due pagine piuttosto interessanti sui gulag sovietici di cui si occupa un'enciclopedia di oltre cinquemila pagine basata sui documenti dei carnefici e non sui resoconti delle vittime. A parte le solite menate semi-revisioniste sul: non ne ha mai parlato nessuno, i comunisti sono stati "tutti" zitti (e Boris Souvaraine, trotzkista che scrisse del gran macellaio mentre il gran macellaio era ancora intento alla sua macelleria?), quando (vedi foibe) la storiografia in materia è spesso quasi "esclusivamente" di sinistra (a meno che gli istitutigramsci e quelli della resistenza non siano covi di reduci di Salò e non ce l'hanno detto). E' sempre l'ultimo giornalista che fa lo sgub. Nessuno che resista - anche di fronte a cose così sanguinarie - al proprio piccolo narcisismo. Ma va be', perdionamolo: basti che ci parli della "cosa" anche perché (lo dice lui stesso) nessuno la tradurrà. E ti credo: insomma: cinquemila pagine. Chi avrebbe poi il tempo di leggerlo? Quindi meglio un ottimo resoconto.

Quello che veramente non sopporto più (io antistalinista feroce) è questa ignobile gara a vedere se siano peggio i lager o i gulag: se ne abbiano fatti fuori più gli uni o gli altri. E, naturalmente, proclamare che ne hanno fatto fuori immensamente di più i gulag e urlare ai quattro venti che lo si nega. ma chi lo nega, chi mai? Questi macabri conteggi, ormai, sono sulla bocca di tutti. Chiaro che erano meno conosciuti: dimenticano, forse, che fino al 1989 l'URSS era chiusa a quattro mandate? Io ricordo benissimo, per esempio, un articolo sul vecchio Espresso - quello grande come un lenzuolo - in cui si parlava dei lager-campi di rieducazione cinesi: e cominciai, subito, a detestare anche Mao (per quello che conta, si dirà: ma l'odio, come l'amore si accumula).

Anche Levi si ribellava a questa assra contabilità-parificazione. Ed essendo persona intellettualmente dritta ed esatta, si sarà di sicuro chiesto perché mai si tenesse così tanto alla "unicità" dell'olocausto (e sappiamo tutti come né olocausto né scioà ((traslittero)) siano parole che rendono conto di ciò che esattamente era avenuto). E si rispondeva  che c'era in Auschwitz qualcosa di perdutamente diverso. La sistematicità, l'etnia, la scientificità. Una differenza quasi ontologica.  Stalin era un macellaio più all'ingrosso: praticamente tutti quelli che ostacolavano il suo petere (ed essendo paranoico, erano infiniti) erano carne da sfruttare nelle "opere sovietiche". Stalin era un cialtrone - uno che poteva mandare a morte anche la sua famiglia se la credeva sospetta (mai fatto caso al suo sguardo? E paragonatelo con quello di Hitler).

Ma c'è una cosa - nell'articolo - che mi ha fatto sobbalzare. Sta facendo, appunto, il conteggio e scrive "La Russia ... ha pagato con 60 milioni di morti i settant'anni di dittatura staliniana e comunista: 12 milioni per la Rivoluzione d'Ottobre, 20 milioni per la repressione e la deportazione nei Gulag, 28 milioni (attenzione) per la spartizione dell'Europa tra Hitler e Stalin sfociata nel conflitto mondiale." Boom, mi sono detto: è impazzito. Questi famosi 28 milioni di morti sono quelli che la Russia ha perso tra civili e militari nel corso della seconda guerra mondiale. Ma Giampaolo Visetti - l'autore dell'articolo - li attribuisce ad una causa ben precisa: il patto Von Ribentropp: il patto con cui il vile Stalin credette di poter pateggiare con il diavolo e, nel frattempo, spartirsi con lui un po' di Polonia e un po' di Ucraina. La Polonia e l'Ucraina sono forse l'Europa? Vi risulta? E il conflitto mondiale è stato causato da questa spartizione? Non dalla volontà hitleriana di conquistare un enorme sbocco ad est, schiavizzando gli slavi, razza che considerava un gradino appena sopra gli ebrei,  conquistando quello spazio vitale e il petrolio del Caucaso così necessari alla sua sopravvivenza? Se fosse vero quello che dice il Visetti, perché mai, poi, avrebbe invaso la Francia, il Belgio, l'Olanda, la Danimarca, la Norvegia e - ci fosse riuscito - l'Inghilterra?

Scritto da: gino tasca alle 08:11 | link | commenti (7) |

sabato, 19 febbraio 2005

 

Note sparse su Borges.
 
Borges (il correttore automatico aveva corretto in “borse” che non è niente male: Borges aveva enormi borse sotto gli occhi e, quasi di certo, borse di racconti mai pubblicati se non, addirittura, neanche scritti: i migliori) scrive dopo la crisi/gloria del romanzo occidentale – la santissima trinità: Proust-Joyce-Musil. Dopo, si era detto, c’era la morte del romanzo. E, invece, piano piano, il romanzo-Lazzaro, è risorto senza che nessun Gesù Cristo facesse il miracolo perché, quasi certamente, il miracolo è lui o, almeno, ne fa parte. Finché c’è un mondo da raccontare.
A che vale questa premessa? Per dire che Borges – forse – è uno scrittore seriamente post-trinitario. Lui ha veramente creduto che il romanzo fosse morto o che –più precisamente – la narrazione otto-novecentesca lo fosse. Con tutto il suo carico di “descrizioni” e “psicologia”.
Che cos’è Flaubert se non questo? Cacche di vacca in Normandia e Cuori.
(Dovrei aggiungere: e “altri libri” ma questo mi complicherebbe enormemente il percorso e lascio perdere.)
Bene. La descrizione era stata fatta fuori dal cinema e la “psicologia” sembrava impossibile che potesse dire ancora qualcosa dopo Freud. Meglio, sembrò, al contrario, che avesse mille altre cose da dire per scoprire, ben presto, che l’inconscio non si lascia raccontare nei termini della prosa lineartemporale di cui sopra e che, per esempio, un sogno raccontato è di una noia estrema.
Bene, ancora.
Che fa Borges? Butta a mare la psicologia e si dedica alla macchina-racconto ed ad alcuni quiz metafisici basic: soprattutto al tempo. La sua psicologia si riduce – pressoché totalmente – al tema del codardo e del coraggio e del sapere e l’amore – soprattutto quello fra uomo e donna – va letteralmente a farsi fottere e ne resta una pallida, pallidissima eco in certe amicizie virili di una notevole intensità.
Eraclito dice che  tutte le cose sono uno – e l’uno è in tutte le cose.
Basta aggiungere: che l’Uno è tutto in tutte le cose e abbiamo il canovaccio/macchina, struttura in cui consiste, interamente, Borges.
Riprova? La fornisce lui stesso.
All’inizio del “Tema del traditore e dell’eroe.”
L’azione si svolge in un paese oppresso e tenace: Polonia, Irlanda, la repubblica di Venezia; un qualche stato sudamericano o balcanico … il tempo della sua storia è la metà o il principio del secolo XIX. Diciamo (per comodità narrativa) l’Irlanda. Diciamo il 1824.”
Splendido, no? Quasi irridente? Diciamo che ha inventato i giochi di ruolo?
E, a conferma di quanto dice, mi è successo di leggere “La forma della spada” e di non capire più, dopo due pagine, dove eravamo. Meglio, mi era indifferente. Come lo era a lui.
Altra conferma: non cambia mai di pedale: tutti parlano – quelle rare volte in cui c’è un accenno di dialogo – come parlano i “racconti” di Borges.
Ho capito che tutto capita indistintamente ora e qui a ciascun uomo, compreso me, ma perché questo mi lascia freddo? O freddamente ammirato.
Basta, madre (innumere madre), mi sono stancato del gioco.
 
p.s. – capisco che il cagnolino (è detto con molto affetto) Calvino sbavava ad ogni accenno di “altro mondo”, parallelo, virtual/virtuoso, allegato, ramificato, a raggiera ma io dico: non ci basta questo? Non  - Candidamente – il migliore: l’unico che ci è stato dato in sorte: curioso, complesso, tutto sommato amabile?
 
 

Scritto da: gino tasca alle 08:08 | link | commenti (14) |

giovedì, 17 febbraio 2005

molto OT, solo sulla prima frase (perdonami, non ho resistito):
nella cultura "libertaria" della rete (che è un oggetto ancora piuttosto ignoto in italia) i link non sono una merce di scambio ma la struttura portante della rete stessa come sistema di affinità molteplici e intrecciate. non li metti per contrattare qualcosa, ma, tecnicamente, per mandare via la gente da te, dalla tua pagina, verso altri che stimi. così si dà corpo ai rimandi reciproci, alla dislocazione fuori di sé e al transito dell'informazione-relazione. è ciò che differenzia la rete dalla stampa, del resto: la struttura del dono. (non ti chiedi perché siti commerciali, tipo repubblica, non metteranno mai un link che punti al di fuori del proprio sito?)"

Questa è una cosa lasciata di passaggio da B. George.

Per niente OT, caro B. George. Però succede una strana cosa: ti stavo rispondendo nei commenti e - per ben due volte! - ho toccato chissà che tasto ed ho cancellato tutto. Non solo: oggi rispondevo a P. e dovevo allegargli un abbozzo di racconto e - per ben due volte! - non ho allegato nulla. Delle due l'una: o il cortisone che mi innervosisce come una corda di violino isterico (infatti: inciampo, sbatto contro le cose, mi irrito se un barattolo non si apre) oppure il mio Inc, oggi, ce l'ha con me. Cercherò di fottermene e riprendere - per la terza volta - la faccenda.

Quello che dici  è perfettamente condivisibile ma, temo, leggermente irrealistico. Attenzione: mi correggo subito (pensavo oggi che sono uno che pensa in modo biunivoco l'unità). Non voglio dare l'idea che tu sia un simpatico e stralunato utopista. Non conosco niente di più reale delle utopie. Anche se molte di loro (cristianesimo - comunismo ... meglio che blocco l'elenco: perché dovrei scriverle quasi tutte e dico "quasi" solo perché non sono informato del buddismo) sono diventate carnefici. E, quindi, cercherò di dare conto della mia sospensione di giudizio.

Scartato subito un motivo molto banale del mio semi-odio per i link (che, spero, avrete capito è anche molto esagerato visto che non vivo in un eremo) che è la mia sconfortante ignoranza webbica (sono capace di non accorgermi che basterebbe premere un certo bottoncino per avere il nome del blog di uno che mi interessi - per esempio: ci ho messo non so quanto a scoprire il tuo), credo che il vero motivo sia un altro. Questo.

Frequento pochissimi blog (e poi li elenco) per via di una certa ricerca della sanità media mentale. Visto che non sono ancora diventato un racconto di Borges (mi piacerebbe che domani tu dessi un'occhiata alle note che ho scritto su "Finzioni"). Prendiamo giulio mozzi e Io e Palmasco. Nella colonna dei link credo ci siamo minimo una ventina di blog (fra cui anche il mio - e li ringrazio). Mettiamo che uno vada a vederli tutti anche solo una volta e poi - sempre una sola volta - tutti quelli che trovasse negli altri link. Non ho vita a sufficienza. Ma può essere che qui la differenza sia fra i miei cinquantacinque anni e i vostri che - mi sa - sono decisamente meno.

Penso che tu mi risponderesti: li leggo una prima volta più o meno quasi tutti e poi mi formo il mio parterre du roi.

Sgombriamo il campo da un sospetto che il mio Super-Io Grillo Parlante (mi sta ora sulla spalla) mi sta insinuando: siamo sicuri, gino tasca, che tu non dica tutto questo perché nessuna Madonna di Fatima (metti tu i nomi che vuoi: io scriverei Kafka ma è morto - ma è morto perdavvero?) è ancora apparsa fra ulivi e biancheria stesa ad asciugare? Risponderei: sì e no.

E, così, arriviamo all'ultimo punto che voglio toccare. Fino a poco tempo fa mi irritava profondamente qualsiasi allusione a servaggi, leccaculismi, rufianerie. Non ho cambiato idea: non credo che la maggior parte di noi frequenti - che so - il blog di giulio mozzi (avrei più dubbi su nazione indiana) per "visibilità": le cene dei VIP, insomma. Ma mi sto convincendo che alcuni di noi scrivano dove pensano di essere più notati. Non li condanno neanche poi tanto, eh, capiamoci.

In fin dei conti, caro B. George, non hanno capito nulla del "dono", come dici tu e, quindi, che vadano a pascolare dove pare a loro.

Ti ringrazio per la pazienza.

Scritto da: gino tasca alle 12:21 | link | commenti (11) |

mercoledì, 16 febbraio 2005

INTERLOCUTORIO.

Credo che molti, quasi tutti, siano avari e che nessuno - quasi nessuno - sappia dare senza pretendere   qualcosa in cambio. Ecco perché non scriverò mai un link.

Per Demetrio. Ho riletto "L'incarico" (questo è il vero titolo del racconto che, impropriamente, chiamavo/amo "Cechov"). Forse ho capito in cosa tu possa aver intravvisto l' "ironia". Nella storia del tappo. Che scoppia indifferente per accumulo di gas (chissà se Carver si ricordava di quel film in cui succede la stessa cosa tra Cary Grant e, mi pare, Doris Day, a letto ma con ben altra allusione). E poi diventa quasi l'unica cosa che interessa al giovane inserviente: raccoglierlo, farlo sparire. Anche ora che l'ho descritto continuo a non vederci "ironia" - ci sarebbe se l'autore/regista fosse Billy Wilder. A voler simboleggiare - cosa che con Carver non si deve fare MAI - si tratterebbe di sottolineare il corso indifferente della "vita" (credimi: a scrivere questa frase mi si sono allegati i denti). Io, fantasticando, vorrei vederci (ma è farina del mio sacco quindi del diavolo), una sorta di "abbassamento" del tono. Come se il vero incarico del giovane cameriere non fosse quello di andare dall'impresario delle pompe funebri ma proprio quello di tenere in ordine e ben pulito il luogo. Come, prima, si era sistemato pantaloni e giubbetto. E questo - sempre fantasticando - mi si collega con quello che dice Pound che parla degli scrittori e di come debbano, innanzitutto, tenere ben in ordine gli strumenti del mestiere. Ah, a proposito, credo che l'unico vero tocco ironico stia nella frase della moglie di Cechov, quando scrive nel suo diario: "C'era solo bellezza, pace e la grandiosità della morte". Cechov non avrebbe mai scritto una trombonata del genere e, quindi, lei l'ha tradito. Appena morto. 

La settimana prossina uscirà "Fiabe d'entropia" di Franco Cordero - sì, quell'austero signore dalla prosa intorcolatissima che scrive splendidi (ed inutili) pamphlet sul Sommo Imbecille Che Ci Governa su "La Repubblica". Ormai nessuno più ricorda che i suoi primi libri si occupavano - oltre che di diritto - di tutt'altre faccende e, a quelle, ora ritorna. Settecento pagine di eresiarchi ma sopratutto del gran crinale che determina molto di noi ancora adesso, che va da Agostino a Lutero. Quando mi si chiedesse quali sono i libri che mi hanno formato e tutti lì ad aspettarsi qualche Proust o Tolstoj, dovrei dire, invece: uno smilzissimo volume di Cordero su Lutero Nietzsche e Freud, della Dedalo Edizioni (Bari), di un color giallo polenta. Ammetto che ha una prosa difficilissima ma molto sostanziosa: pane buono. Da tenere da parte per i tempi peggiori quando il Sommo Ebete - nel 2006 - rivincerà le elezioni.

 

 

Scritto da: gino tasca alle 13:47 | link | commenti (4) |

lunedì, 14 febbraio 2005

Brevi - ma neanche tanto..

La "stronza" cui alludevo nei commenti al pezzo precedente (come mi sento in ottima compagnia a chiamarlo "pezzo": lo fa Maurizio Milani ...) aveva emesso un giudizio di valore qualificandolo, con altre sgradevolezze, come "scritto da Mike Bongiorno". Niente di male: questo è un giudizio critico e, quindi, accettabile. Se ho cancellato è per altri motivi. Non voglio rancore/odio/malizia in questo luogo.  Bensì, spirito e fuoco e attenzione. Non solo: non chiedevo un giudizio di valore. Chiaro che se lo si trova sbagliato, e neanche parodico, non c'è nulla di cui discutere. Quello che a me interessava era la involontaria (?) spia di non appartenenza a Carver che vi avevo ficcato. Ma essenziale. Ed è questa (la dico io visto che nessuno partecipa al quiz - ma c'è qualcuno che mi legge o, dopo la fiammella iniziale, mi dovrò addattare al Purgatorio cui già pensavo da prima?...).

Carver, da qualche parte, in quel "brevario" che è "Niente trucchi da quattro soldi", scrive che lui non potrebbe mai prendere in giro i suoi personaggi: Carver è di una serietà quasi insopportabile ma, siccome non l'ho letto tutto, sarei felice che qualcuno mi segnalasse un suo racconto in cui scatti dell'ironia nei confronti dei suoi personaggi. Sto pensando ad altri autori: uno dei quali é Cechov di cui vi citerò - fra poco - uno splendido esempio di "ironia". Poi c'è Joyce: stracarico di ironia se non di sarcasmo verso molti dei suoi personaggi. Flaubert? Idem. Maupassant? Mena a più non posso. La O'Connor? ... Mmm ... Di lei ho letto tutti i racconti ma non sono sicuro che usi mai dell'ironia. La sua, casomai, è "condanna" (all'inferno - sì, ma provvisorio, aggiungo io). La Mansfield? Ne ho letto troppo poco per giudicare. Mi pare di averli citati tutti: quelli del "canone del racconto", intendo.

Allora. Cechov.

C'è questo racconto - "I mugichi" - che penso affronterò la prossima volta nel mio corso di lettura non fosse altro che per liberarmi la gola dal retrogusto dolciastro-metafisico di Borges di cui affronteremo le "Finzioni", venerdì prossimo - in cui Olga, la moglie di Nikolaj che è tornato con lei e la figlia, nella isba paterna, legge il Vangelo. Sentite.

"Olga parlava con solennità, a cantilena, e aveva l'andamento da pellegrina, veloce e affaccendata. Leggeva ogni giorno il Vangelo, lo leggeva ad alta voce, al modo dei diaconi e molte cose non le capiva, ma le parole sante la turbavano sino alle lacrime, e parole cone "qualora" e "sino a che" ella le pronunciava con una dolce stretta al cuore."

"E fuggi in Egitto ... e rimani lì fino al mio nuovo avviso." Alla parola "fino a" Olga non resse e si mise a piangere."

Capito? Si commuove con le "congiunzioni". Carver sarebbe mai stato altrettanto lieve?

 

Scritto da: gino tasca alle 07:56 | link | commenti (27) |

sabato, 12 febbraio 2005

A proposito di plagio, imitazione, parodia, influenza, provate a leggervi il racconto qui sotto.
Per ora non vi dico di chi sia - io lo spacciai (senza che nessuno protestasse: ma non so se per indifferenza o cosa) per un Carver inedito che era appena stato pubblicato negli USA e che io avevo tradotto per l'occasione.
Ma sì che lo dico, mica è un quiz, il quiz viene dopo: l'ho scritto, ovviamente, io.
Il quiz è questo: qual è (oltre ai mille che riscontrete voi) l'unico segnale "stilistico" che avrebbe dovuto fare capire perché era impossibile si trattasse veramente di Carver?
"Traslochi"
Julius gli telefonò per dirgli che domani sarebbero dovuti andare a pesca con la sua jeep perché il suo Chrysler Pink Lady gli si era rotto mentre stava tornando a casa, ieri sera. Cheryl lo stava aspettando con la cena pronta e non vedendolo arrivare aveva cominciato a telefonare in giro, a tutti i loro amici, anche a Peter ma poco dopo le nove gli aveva ritelefonato, per dirgli di non preoccuparsi perché Julius era tornato. Poi glielo aveva passato e Julius gli aveva detto
“Ehi Peter, domani mi sa che dovremo andare a pescare con la tua jeep …”
E gli aveva raccontato di come, mentre stava scendendo lungo Franklin Drive, aveva sentito uno strattone all’indietro e la macchina si era bloccata lì senza dare più nessun segno di vita. E per fortuna che il traffico era scarso altrimenti niente avrebbe potuto evitargli un tamponamento.
Peter gli aveva detto che non c’era proprio problema e che andasse a dormire presto perché sarebbe passato a prenderlo domani mattina, all’alba, verso le sei.
Poi aveva messo giù il telefono e si ero girato verso Marion che stava guardando il Bruce Sterling Show dicendole che era Julius e che domani sarebbe passato lui da casa sua, a prenderlo, e non Julius da loro, come erano d’accordo.
“Ma non doveva passare a prenderti lui? …”
“Sì, certo … ma gli si è rotto il Pink Lady e mi ha chiesto se passavo da lui …”
Marion aveva fatto segno di sì e si rimise a guardare le smorfie di Jerry Lewis che era ospite dello show e stava scrivendo su una macchina da scrivere fatta d’aria.
“Non trovi che ultimamente Julius sia un po’ strano?” chiese Peter, approfittando del fatto che Marion si era alzata per versarsi un po’ di gin prendendolo da una bottiglia quasi vuota che stava sul ripiano in formica color verdolino del mobiletto bar.
“Trovi? … Io non mi sono accorta di nulla.”
“Beh, tu non ti accorgi mai di nulla …”
“Ne sei proprio sicuro?”
“L’altra sera, per esempio … quando ci siamo fermati da Berty a bere una cosa e tu e Cheryl vi siete messe a parlare dei vestiti che avevate visto al Coconout Club … beh, lui si è seduto al bancone con me e si è fatto servire e si è messo a bere senza dirmi una parola …”
“Sarà stato preoccupato per qualcosa …”
“Può darsi – ma tu nei sai niente … non è che Cheryl te ne ha parlato e tu non me l’hai detto …”
“Non  lo sapevo … questo proprio non lo sapevo, che dovevo dirti tutto quello che mi dice Cheryl …”
E spense la TV o si limitò ad abbassarne del tutto l’audio così che sembrava spenta.
“Non è che tu debba dirmi tutto quello che ti dice Cheryl o che tu le dici … ma mi farebbe piacere sapere  se la moglie del mio migliore amico ti ha fatto capire che qualcosa non va tra di loro …”
“E perché dovrebbe trattarsi di qualcosa che non va tra di loro? … Perché non dovrebbe trattarsi di qualcosa che non va ad uno di loro o a tutti e due ma senza che nessuno dei due sappia dell’altro? …”
Peter si alzò ed andò in cucina dove sapeva di aver lasciato un po’ dell’insalata di cetrioli che avevano mangiato a cena poco prima – ma ci andò, soprattutto, per rilassarsi i muscoli delle gambe e delle braccia e anche del viso. Quando Marion faceva così non la sopportava e lui si ricordava di quando avevano messo su casa e si erano messi a fare progetti su quanti figli avrebbero avuto, e di come lui si sarebbe messo a tradurre tutti quei libri sulla tecnologia della coltivazione del bacco da seta, e lei si sarebbe messa a battere tutte le TV locali per mettere su quel programma sui giardini.
Poi nulla era andato mai per il verso giusto e senza che nessuno di loro due mai dicesse nulla, si erano ritrovati a cambiare di città tre volte (Minneapolis, Palm Spring e Detroit, dove stavano adesso) e a lavorare nei bar o nei ristoranti italiani o a lavare pavimenti e a berci sopra.
E avevano conosciuto Jeanette e Marlon, Christie e Joseph e, a Detroit – adesso – Cheryl e Julien. E in tutti i casi Peter aveva messo su una storia con le mogli di quei loro amici ed aveva finito con l’andare a pesca coi mariti in qualche stagno o laghetto artificiale dei dintorni. Forse, se si metteva calmo, avrebbe potuto farseli venire in mente tutti – a Minneapolis c’era il lago artificiale della Salmon’s Society, a Palm Spring i grandi stagni delle paludi, e a Detroit – adesso – il lago artificiale della Diga Delano Roosvelt costruita durante la grande depressione per dare lavoro ai metalmeccanici licenziati dalla fabbriche d’automobili.
Ma nessuno gli poteva levare dalla testa che anche Marlon, Joseph e Julius avessero avuto una storia con sua moglie anche se non aveva prove di niente di preciso se non tutti quei musi e quei mal di testa che Marion tirava fuori la sera, quando andavano a letto e lei si girava da una parte e cadeva in un sonno profondo fino alle sei, sette del mattino. Ma la certezza che Marion se la facesse con quegli uomini ce l’aveva avuta quando – un giorno che erano andati a cena al Barroc Buffet a Palm Spring – era apparso sulla soglia del locale Joseph, e Cheryl non era riuscita a spegnere un lampo nei suoi occhi color nocciola. Anche se subito dopo s’era messa a cercare qualcosa nella sua borsetta di plastica rossa.
Lui aveva fatto finta di non essersi accorto di nulla ma, per un po’ di tempo, dopo quel giorno, non era più riuscito a divertirsi con le altre donne – facevano all’amore ma non era più la stessa cosa, era come se non avesse più saputo se – per caso – non avrebbe preferito andare a pesca con loro e fare all’amore con i mariti.
Ma quando questa idea gli era passata per la testa – un paio di settimane dopo – si era messo a ridere e tutto  era ripreso come prima .
Ed anche adesso tutto filava liscio come prima solo che domani sarebbe andato a pesca con Julius per l’ultima volta e poi sarebbe andato all’agenzia di viaggi e avrebbe scelto un’altra città dove ricominciare da capo ad andare a pesca con dei nuovi amici.
 
 
 
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 07:55 | link | commenti (8) |

venerdì, 11 febbraio 2005

Sentita oggi in "Adorabile infedele" (film che romanza la biografia di Scott Fitzegerald, con Gregory Peck e Deborah Kerr, regia di H. King) una delle più strepitose definizioni della differenza tra scrittura/scrittura e scrittura/film.

Un certo Stanley, un produttore, licenza Scott Fitzgerald dopo molti tentativi abortiti di fargli scrivere una sceneggiatura  decente e gli dice "Tu hai una prosa stupenda. Ma noi non fotografiamo gli aggettivi".

Non vale un migliaio di saggi critici sull'argomento? Eh? 

Scritto da: gino tasca alle 18:19 | link | commenti (5) |

 Per chi suona la campana.

Trovato oggi, leggendo l'introduzione a "L'uomo senza qualità": "La terza parte del romanzo e i capitoli inediti degli ultimi anni trattano appunto lo stato mistico (l'idea "empirica" di un Dio da "costruire" vivendo) ...".

Ho trascritto questa frase nei commenti del piccolo scritto precedente. Si riferisce a "L'uomo senza qualità di Musil". Quello che mi lascia esterefatto - da sempre - è la qualità così immensamente diversa dei bronzi di cui siamo fatti, e dei batacchi che ci fanno risuonare e dei campanili che abitiamo e dei passeri che scelgono di frequentarne il tetto o le balaustre della cella campanaria.

A me l'idea di un dio "empirico" da  "costruire" mi prende alle radici del cuor-mente e mi sbattacchia contro le pareti della campana che sono, altrettanto "bella" (quindi "etica") (l'idea, non la campana) del pane che viene mangiato alla fine di un racconto di Carver, o del borsellino che raccoglie lo scrittore coglione e arrogante in una certa pagina de "I demoni" o: aggiungete voi quello che vi pare: la nascita, la morte di qualcosa, il colore della terra arata, la brina d'inverno, il ghiaccio dei fossi, il suicidio di Celan già celebrato - secondo una feroce/felice intuizione di Levi - nella sua poesia (la dice di un "balbuziente e moribondo").

Perché l'idea di parlare di "scrittura come luogo senza autori" può suscitare fiammate in cui bruciare diecimila Giordano Bruno e l'idea di un dio "empirico" ha così poco fiato che non riesce neanche ad asciugare lo smalto di una qualsiasi Lolita?

Va bene, ho capito: la risposta è semplice. Mi leggono in pochi e sono sicuramente certo che se passassero di qui Giulio o Tiziano o Paul Auster o quel fregnone di Foster Wallace, non dormirebbero più, non mangerebbero più né più farebbero niente prima di aver visto come "empiricamente" si possa costruire questo dio che io nomino troppo spesso essendo sicuro che lui, per altro, mi perdonerà (lui chi?).

Scritto da: gino tasca alle 07:54 | link | commenti (10) |

giovedì, 10 febbraio 2005

Rispondendo ad un utente anonimo.
Ma la pietà, il dolore, la coscienza di essere, tutto questo che è così (finalmente!) umano, ha a che vedere sempre con dio? Parlare di queste cose è così difficile che si rischia sempre di dire una stronzata. Anche non volendo.”
 
Avevo intenzione di scrivere di tutt’altre cose (cambia poco: ne scriverò domani o post-domani) ma questo messaggio di un utente anonimo (sob) mi tenta.
Mi sembra di capire che la domanda che poni sia questa: ma perché tutto quanto ci riguarda non può restare nostro? Perché dobbiamo sempre ricorrere ad un Altro che ci dia un senso? Perché non ci bastiamo?
Potrei svicolare dicendoti: e perché non ti chiedi come mai non ci siamo mai bastati?
Il nome “dio”, in fin dei conti, potrebbe rappresentare questa nostra radicale mancanza. La cui storia non è certo riassumibile qui: va dal nostro oscuro progenitore impaurito dai fulmini e dai ruggiti e dai riflessi del sole sui laghi a noi, spersi in un universo la cui assoluta indifferenza nei nostri confronti è inappellabile e impietosa: non sa che siamo. Semplicemente.
Ammetto che stare sulla faccia della terra senza nominare/pregare “un” dio/senso che ce ne dia conto è affrontabile solo (è la condizione della stragrande maggioranza di noi) occupandosi della vita materiale: chi ne ha troppa e chi non ne ha affatto: ma, ambedue, curandosene, “passano” la vita. O – è affrontabile – con il “coraggio” dello “sguardo”. Cosa che rasenta la santità e quindi è di pochi ma dovrebbe essere, certamente, degli scrittori.
Detto altrimenti è quello che dice – specularmene – Simone Weil quando dice che la morte è pensabile/sopportabile solo grazie alla menzogna o alla Grazia.
 
Non posso affrontare in un piccolo post come questo, poi, cosa possa essere d’altro, Dio che di sicuro – hai ragione – va nominato meno (questo è un pro-memoria per me). Mentre del rischio di dire “stronzate”, sai, un po’ me ne fotto.
O si tace seguendo Wittgenstein (sai, il solito bla bla bla  con cui chiude il suo Tractatus: su ciò di cui non si può parlare, meglio tacere: ma vorrei vedere come suona in tedesco: così è, arbasinianamente, parodiabile in: se non sai un cazzo, taci. Ovvio che scherzo: W. Dice che su ciò di cui non c’è condizione di dicibilità, si tace: è la teologia apofantica o negativa: di dio non si sa nulla e non si predica nulla.)
O si mette “dio” alla prova della nostra parola. E, con il dio cristiano, la cosa non dovrebbe neanche essere poi così scandaloso: è Logos, no? Nel Figlio, almeno.
Dire ciò che non può essere detto: non è di questo che si occupa la scrittura?
 
 
 
 
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 08:54 | link | commenti (6) |

martedì, 08 febbraio 2005

Su una lettera di Simone Weil a Bernanos. 

Simone Weil scrive a Georges Bernanos una lunga lettera sul suo libro “I grandi cimiteri sotto la luna” – suo di Bernanos, naturalmente.
E’ un documento di assoluta bellezza in cui S. Weil si rivolge ad un cattolico di fede monarchica e vistosamente reazionario ma con un senso dell’onore radicato in un’etica  luminosa.
Per confessargli che il senso della sua partecipazione alla Guerra Civile spagnola si era rovesciato  - come un guanto maligno – nel suo esatto contrario e che se “l’essenziale è l’atteggiamento di fronte all’omicidio”, lei aveva visto troppo per potere continuare il suo assenso a quella lotta.
Ho avuto l’impressione, per quanto ho potuto capire, che quando le autorità temporali e spirituali hanno messo una categoria di esseri umani fuori di coloro la cui vita ha un valore, non c’è, per l’uomo, niente di più naturale che uccidere. Quando si sa che è possibile uccidere senza rischiare né castigo né biasimo, si uccide; o almeno si circonda di sorrisi incoraggianti coloro che uccidono. Se per caso si prova all’inizio un po’ di disgusto, lo si tace e presto lo si soffoca, per paura di sembrare poco virili. C’è in tutto questo una suggestione, un’ebbrezza alla quale è impossibile resistere senza una forza d’animo che devo pur credere eccezionale, poiché non l’ho mai incontrata.”
Vorrei sottolineare quel “forza d’animo che devo pur credere eccezionale, poiché non l’ho mai incontrata”.
Io credo che questo sia il sotto-testo della lettera.
S. Weil ha dubitato di se stessa – ha dubitato che nel momento della prova avrebbe ceduto alla vigliaccheria
Indimostrabile? Di sicuro.
Ma alcuni piccoli segnali o sintomi nel testo stesso della lettera dicono che non è una questione poi così irreale. Vediamoli.
E’ lei stessa che dice “Ho rischiato di assistere all’esecuzione di un prete; durante l’attesa, mi domandavo se avrei guardato semplicemente o mi sarei fatta fucilare io stessa cercando di intervenire.”
Ma subito dopo – questo è solo il primo di tre casi – interviene una strana frase dal valore quasi di formulario che denuncia la presenza dell’inconscio che spesso parla nei tic verbali, negli stilemi ripetuti e, persino, negli errori sintattici o grammaticali.
non so ancora che cosa avrei fatto se un caso fortunato non avesse impedito l’esecuzione”.
Non vi pare curiosamente “fatuo” e quasi fiabesco quel “se un caso fortunato”.
E poi così dannatamente generico.
Ma non è il solo.
Poco dopo – parlando dell’esecuzione di un giovanissimo falangista che aveva preferito la fucilazione all’arruolarsi con i suoi nemici – dice “La morte di questo piccolo eroe non ha mai cessato di pesarmi sulla coscienza, sebbene io l’abbia saputa soltanto quando era già avvenuta.”
E poco prima “Un incidente mi ha costretta ad abbreviare il mio soggiorno in Spagna”.
Troppo segnali perché siano casuali.
Un simile intervento del Caso o è solo la mascheratura di una bugia e, quindi, della vigliaccheria o è l’altro nome della Grazia: qualcuno ha voluto che lei non fosse sottoposta alla tentazione.
Non credo e non oso chiedermi se S. Weil si chiedesse quanto mi sto chiedendo io ora, anzi, la cosa è del tutto irrilevante: è chiaro che mi sto chiedendo cosa avrei fatto io messo a questa prova ed è ancor più chiaro che tremo per la risposta che dovrei darmi.
Ma conto che messo di fronte a queste cose il “Padre nostro” in cui si prega di non essere indotti in tentazione, diverrebbe il “venga il tuo regno” dell’inizio.
Anche per un ateo come me – dove sta scritto che la Grazia riguardi solo chi crede?
Troppo comodo.
Dio – se esiste e mi verrebbe da dire che quel “se” è la sua esistenza – non è poi così infantile come quelli che vi credono.
 
p.s. – c’è un’ultima cosa cui voglio accennare ma non riuscendo a legarla con uno straccio di legame logico al resto la ficco qui sotto, in p.s..
Mi sono sempre chiesto – ma voi poi non chiedetene ragione a me – cosa voglia dire S. Mallarmé quando dice “un coup de deés jamais n’abolira l’hasard” “un colpo di dadi non abolirà mai il caso”.
Mi dicevo : ma un colpo di dadi non è esattamente il caso?
E perché ho l’impressione che, invece, il colpo di dadi sia il caso matematico statistico della nostra occidentalità  (il correttore automatico aveva corretto in “accidentalità” – non è un “caso” staordinario?)  mentre “l’hasard” sia la Grazia?
In fin dei conti – a dadi – si sono giocati una “spoglia” sotto una Croce.
Cosa c’è di così oscuro e opaco che mi infastidisce?

Scritto da: gino tasca alle 19:12 | link | commenti (4) |

lunedì, 07 febbraio 2005

Uccellini - un presque-petit-apologue sur ça et ça et autre ma, anche, semplicemente, voglia di narrare qualsiasi cosa sia una cosa disposta a farsi narrare.

Casa mia ha un grandissimo terrazzo grande quasi quanto la casa stessa. E ci sono moltissime piante: fottigne, soprattutto, un'azalea molto grande, del gelsomino, aceri, piante bastarde che sono venute senza invito anche perché non c'era, alla ringhiera, una qualsiasi Emily Dickinson a dire loro quanto fosse contenta di incontrarle. C'è, soprattutto un'enorme pianta di cui non so il nome (anzi, si chiama "pianta" come il cane del tenente Colombo si chiama "cane") che io stesso ho salvato dalla morte.

Ormai otto anni fa, ricevetti la telefonata di P. che diceva, vai in Via Roma, 22. - C. (sua figlia) ha trovato una casa che potrebbe andarci bene - ma a me pare così piccola. Io ero al lavoro e pensai che, comunque, più in centro di così era difficile. Cinquanta metri dal dannato Pedrocchi e ancora meno dal Palazzo/Balena (quella che si è arenata qui settantamila anni fa e non se ne è più andata limitandosi a far sì che la schiena le si indurisse e diventasse la volta). La sera, uscendo dal lavoro (era dicembre e c'era anche un po' di neve), sono andato a prendere le chiavi in agenzia e poi sono salito su, al terzo piano (non prendo ascensori: come sa chiunque: sono claustrofobico). Non c'era la luce elettrica ma appena sono entrato, nonostante lo squallore che hanno sempre le case disabitate (ma bisognerebbe sapere cosa ne pensano loro), ho subito detto: questa è la "mia" casa. Io non posso che abitare qui. Poi mi sono affacciato sul terrazzo e, seconda, enorme, sopresa: aria aria aria. E, sulla destra, proprio il filo della schiena della Balena.

Non c'era nessuna pianta se non questa grande "pianta" senza nome dalle foglie leggermente aculeate, in un vaso rotto a metà, buttato a terra con la terra scurissima bene in vista. Quando traslocammo nevicava e questa povera pianta sembrava proprio morta. Ma io mi sono opposto: ho detto: questa pianta è una domanda e io non posso che rispondere. Ed è rimasta con noi, reinvasata (ma forse si scrive - meno dionisicamente - "riinvasata"), e sempre più bella (ha solo patito l'enorme caldo/afa che nell'estate del 2003 ha avvolto come una coperta di piombo purgatoriale noi e loro). Ed è diventata la Casa Madre dei passeri che - ormai stabilmente, vivono con noi. Anche perché li nutriamo: bene i grissini e il pane e le brioches ma che non gli si dia, per sbaglio, cibo per papagalli: non lo toccano neanche. Certe mattine si mettono a cantare tutti assieme e sembra siano impazziti di ... di cosa? Già. Antropoligizzandoli stavo per dire: di gioia: ma che ne so io sulla loro "gioia". Magari è solo un grandioso canone a mille voci per ristabilire le gerarchie sociali. Ma, confesso, mi sembra più una liberissima vocalizzazione - come un'aula piena di soprani che facciano le prove. Tanto, mica ce lo vengono a raccontare. Certo che ha tutta l'aria di sembrare una cosa perfettamente gratuita.

Premetto che non tutti i passeri sono uguali: ce ne sono di moltissimi tipi: alcuni sono magrimagri e scuri come le carene delle navi e non mi piacciono: li chiamo: gli anoressici. Poi ce ne sono di più grassotelli e con il piumaggio di un grigio più chiaro e tocchi di un bel marron rossiccio, sulle ali. E questi sono i miei preferiti. Il loro capo - "ciccionetto" - viene davanti alla porta e si fa vedere: è il segnale. E, allora, io sbricciolo dei grissini e vado fuori e li stendo sulle mattonelle. Attenzione: non su un piatto: hanno una gestalt rigida e, quindi, non riconoscono lo stesso cibo solo perché altrimenti contornato.

E, qui, si possono avere due tipi di comportamento (Ciccionetto fa cose tutte sue: dopo aver procurato il cibo per tutti loro aspetta che si cibino a sufficienza, girando al largo ma non troppo e poi - quando sono sazi - va a becchettare i resti: cristico? già mangiato? ((come si dice a Roma: no, no,sono già mangiato !...)) ...) ma, poi, quando mangia lui tutti devono starsene alla larga o guai a loro). Due comportamenti, dicevo: uno, tipico dei magri e scuri e antipatici, è questo: veloci incursioni sul mucchietto di pane e poi rapidissima fuga: mi porto il cibo da qualche parte e me lo mangio comodo e in segreto. Perché? Perché, molto spesso, gli altri tendono a rubare ciò che uno ha in bocca nonostante abbiano cibo a volontà a loro disposizione, proprio sotto il loro naso/becco.

L'altro - tipico dei chiari e grassocci: mi accosto al mucchio e se si avvicina un altro comincio la danza per fargli paura che consiste in questo: allargo le ali, gonfio le piume, cammino (zampetto), rasoterra e, poi, con le ali dispiegate e verso l'alto, mi butto addosso al disturbatore/ladro. Provare a consigliare loro un biglietto di prenotazione è risultato disastroso.

E pensare che avrei voluto parlarvi dei link e sul perché io non ne metto nessuno. Data per risaputa la mia grave forma di quasi-autismo, perché non lo faccio?

Scritto da: gino tasca alle 08:44 | link | commenti (9) |

domenica, 06 febbraio 2005

Una brevissima - poi vado.

Di là (dove? c'è un al di qua e un al di là dei luoghi "blog"?), da Palmasco (ne parlo effettivamente come fossimo tutti nello stesso enorme edificio, occupando stanze o "camerini" diversi), si sta svolgendo - a pie' di pagina di un suo intervento - un gran dibattito su scrittura senza scrittori: se sia possibile una scrittura che degli scrittori/autori se ne fotte. Insomma, una scrittura-luogo. Tenete presente che il dibattito era già a non so più quanti post presso Effe - in cui è nato - e partiva dalla rivista che Effe stesso ha messo in piedi con questo nome per me piuttosto brutto (ma saranno affaracci suoi?! ...) di "Sacripante". Ora la cosa viene ripresa anche da Untitled (ma dio santo: si può parlare di una persona che si sa di carne ed ossa e nervi come di "untitled", o "Palmasco"? Perché non diamo fuoco ai nick?) sotto specie di discussione su tre concetti: scusate: non li ho memorizzati ma uno di loro è "responsabilità".

Quello che mi stupisce (e, un po', mi infastidisce), sempre, in queste discussione, è la auroralità-ingenuità di chi vi scrive sopra: sembrano tutti "nati ieri" - over the rainbow - è come se dicessero: il mondo è assolutamente nuovo e quello che conta è la lettura che ne faccio io. In ciò miracolosamente in billico, sempre, tra ybris/arroganza e ingenuo/romanticità. Odiano le bibliografie - prima di loro nessuno ha mai scritto niente sulla cosa - hanno idee su tutto. Sono tutti Angeli, sempre nel presente di dio - sono bimbi e quindi salvi? Oh beh - per fortuna che doveva essere una breve e senza peso - ma tanto loro non mi leggono - manco sanno che ci sono e quindi non rischio nulla. Buona domenica.

Scritto da: gino tasca alle 07:15 | link | commenti (13) |

sabato, 05 febbraio 2005

 

Tra oggi pomeriggio e domani, sarò ad un seminario di Giulio Mozzi su "racconto e dialogo" e, quindi avrò ben poche possibilità di restare in contatto con voi (?). E, quindi, vi lascio una briciola su cui rimuginare e una sorta di "promessa". Ho riletto "Sommersi e salvati" di Primo Levi (e sto leggendo "Quel che resta di Auschwitz" di Agamben libro a volte compiaciuto ma abbastanza decisivo).
Mi interesserebbe esplorare il concetto di "zona grigia" di cui parla Levi e vedere se c'entri, in qualcosa con il fatto di "scrivere" (lui, dice Agamben, si è "arreso" all'idea di essere tale - Levi, intendo - solo dopo molto tempo. Si preferiva chimico.)
Vado al seminario di Giulio (90 euro) perché amo moltissimo i dialoghi e dirò di più, se apro un libro e non vedo l'aria che i dialoghi graficamente vi immettono, non leggo più una pagina.
Salvo in Kafka, ovvio - in lui leggerei anche le misure delle sue camicie.
Kafka usa sì i dialoghi ma non li distingue graficamente con gli "a capo".
Credo che molti scrittori pensino che i dialoghi siano "fatui" - leggermente hoolywoodiani.
Ma non è mica colpa del film se gli sceneggiatori spesso sono dei dialoghisti superbi.
Siamo "noi" (?) scrittori a non saperli scrivere. Per cui quando se ne scrive uno di piuttosto bello od efficace ti arriva la tegola del "ma sai che suono holywoodiano". Absit injuria verbo.
Che Caifa si strappi le vesti.
Uno dei miei scrittori preferiti è Ivy Compton-Burnett in cui c'è quasi solo dialogo.
Odio all'Adelphi che aveva incominciato a pubblicarne le opere (sparse tra mille editori e, a volte, con traduzioni scandalose) e poi non ne ha più fatto nulla.
Si vede che vendeva poco. Ed è perfettamente comprensibile. In un epoca che manda in finale io tu e le rose della Berti, cosa altro resta che un suicidio pieno di senso ed etica?
Va be' - ho finito con lo scrivere "due" briciole: qui sotto segue l'altra.
Vincet Gallo, un giovane attore USA che si autodefinisce “repubblicano di destra” (in un’intervista su Alias del 3 gennaio 2004, di Giulia D’Agnolo Vallan) dice “Godard era affascinato da Fuller ma da quella fascinazione traeva dei film assolutamente suoi.” E prima aveva detto “Mi piacciono i films di Ozu ma non hanno nulla in comune con la mia sensibilità artistica.”
A parte l’ingenuità sentimentaloide di concetti come film assolutamente suoi, o mia sensibilità artistica e a parte, l’invece perfetta, fascinazione, ho trovato molto liberatoria – liberatoria per il mio povero cuoricino – questa quieta accettazione senza angosce del fatto che si possono ammirare, amare, adorare scrittori di cui poi non si riflette lo stile.
Anche, se, io trovo che poi, non sia del tutto vero. Tu credi di scrivere in tutt’altra maniera e, invece, un occhio più attento o terzo, vedrebbe che la curva del dialogo tra un prete gay e il suo vescovo che hai appena scritto è esattamente la stessa curva che ha una tazza di Cézanne in un qualche suo quadro (a caso).

Scritto da: gino tasca alle 08:21 | link | commenti (7) |

venerdì, 04 febbraio 2005

 

Io e Giulio Mozzi.
 
Ormai cinque anni fa mi iscrissi ad un corso di scrittura (devo aggiungere “creativa”? E se non ce la faccio? Ci provo? …) presso la “Piccola scuola di scrittura creativa” fondata da Giulio Mozzi, qui, a Padova, presso il circolo ARCI de “La lanterna Magica”.
Fu un’esperienza abbastanza agghiacciante nel senso che Giulio non teneva nessun corso e, io, molto probabilmente, mi ero iscritto per conoscerlo. Meglio: sapevo perfettamente che Giulio non ci sarebbe stato ma contavo su qualche sua sporadica apparizione e, invece, nisba. Rien de rien. E io mi ritrovai con sei, sette compagni di corso che a mala pena avevano sentito parlare di Kafka. Non solo. L’insegnante (perché non citarlo: Stefano Brugnolo, dottissimo di suo) mi identificò subito come quello che “sa chi è Kafka” e, in preda, ad una qualche devastante utopia khmer-rossa, non perse occasione per farmi capire che non sapevo niente di niente: detto altrimenti: un cazzaccio.
Miei disperati tentativi di fargli capire che lo sapevo benissimo e mia disperazione per essere capitato in un posto in cui, “nominare”, anche solo “nominare” Proust, sembrava una cosa priva di gusto. Come se, in un ristorante, fosse considerato di cattivo gusto sapere come si fa una maionese.
Per fortuna finì senza ulteriori danni: non me ne venne in tasca niente ma neanche ebbi contusioni evidenti. Sì, forse, un po’ il mio Narciso.
 
L’anno dopo feci più attenzione: il corso era tenuto a metà da Stefano Brugnolo e per l’altra metà da Giulio. Bene, mi dissi, forse ‘stavolta, vale la candela.
E, comunque, nella prima metà, Stefano fu meno perfido della prima volta e i compagni erano più svelti, più spiritosi, meno tabula rasa.
Poi, nella seconda parte del corso, arrivò Giulio (e così capitò anche l’anno dopo; anzi: doppia razione perché Stefano – che insegnava all’Università di Cagliari – fu sostituito da Giulio stesso). E fu una di quelle cose che si chiamano “incontri”. Capii che lui era il Maestro alla pari che andavo cercando. Sapevo che mi avrebbe aiutato a raddrizzare alcune ossa ostinatamente deviate.
Fateci caso: è un ossimoro strepitoso, no? “Maestro alla pari”. Cosa vuol dire? Che io ritenevo di avere delle cose da imparare anche se – da qualche parte – sapevo che non era proprio vero. “Volevo” che fosse così. Non fosse altro che per la strepitosa e per me quasi scandalosa quantità di cose che lui sa. Sarebbe, quindi, un amico ideale. Uno con cui passare le serate a parlare o, meglio, a sentirlo parlare.
C’era, vero, quel piccolo particolare odioso che io pagavo e quello, decisamente, metteva lui sul piedistallo del magister e io, sotto, a covare, le uova al posto suo. Ma lui viveva di questo. Ora fa anche altre cose. Ma, essenzialmente, lui è un chierico vagolante.
Adesso devo essere dannatamente sincero. Io, a Giulio, come scrittore, non interesso affatto. Non mi ha neanche mai chiesto se io scriva qualcosa (oltre ai testi che gli mandavo per Vibrisse).
Ricordo ancora, quell’unica volta che lesse alcune delle cose che avevamo scritto (Stefano, invece, non faceva che quello), il tono deliziosamente stroncante con cui identificò il tema di un mio piccolo racconto-esercizio. Come a dire, sì, sì, lo sappiamo tutti: è quella cosa lì. A posteriori so che aveva ragione: il racconto era fasullo.
Purtroppo questo non cambia niente di quello che è il mio rapporto con lui.
Io lo trovo un Maestro eccellente, spiritoso, finto-autoritario, pieno come il sacco della Befana di cose interessanti e piacevoli da apprendere e così continuo quasi a sentirmi legato a lui da una strana amicizia che è fatta di niente.
Non ci vediamo mai – non lo sento né lui, ovvio, sente me. Ha altri amici( di solito giovani: credo che – salvo alcune eccezioni ((quel prete, per esempio)) – Giulio cerchi “il giovane scrittore” come fosse la pietra filosofale.)
Credo che abbiamo – pur nella insopportabile (per me) differenza quantitativa di cose lette – gusti assolutamente diversi. A lui piace “Infinite jest” mentre io, quella volta che me ne raccontò la trama, seduti sui divanetti della Feltrinelli (l’unico incontro extra-muros che si sia avuto), pur apprezzandone l’allegria nel raccontarlo e la passione, continuo a sapere che non leggerò mai un libro del genere neanche sotto tortura.
Lui è un lettore/spugna – io sono un lettore distratto/inutile/disonesto.
Quindi, credo, pur provando per lui una stramba amicizia, credo che non avremo molte occasioni di scambiarci dei doni.
Fateci caso: nel suo generoso modo d’essere (lo so, alcuni, dicono che sia un orso ma io non ci credo: sarà perché sono un orso anch’io?) ha annunciato la malaugurata idea che ho avuto di mettere su un blog. Bene, come mi ha presentato? “Maestro di umiltà e di franchezza”. Ho apprezzato la cosa come neanche riesco a renderne l’idea perché è vero che, al di là delle maschere, sono così.
Ma io ritengo di essere anche uno che prova a scrivere e quelle sono “solo” categorie dell’etica.
Quanto mi sarebbe piaciuto che avesse scritto: umile e franco nella sua scrittura.
Si vede che era impossibile.
 
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 08:36 | link | commenti (17) |

giovedì, 03 febbraio 2005

Proseguendo un dialogo con Cristiano Prakash.

Cristiano dice: cosa inventare? Bisogna solo stare con gli occhi ben aperti. Questo ci resta. Precisato, ironicamente, che siamo tanti, troppi cani in caccia, sono assolutamente d'accordo con lui: eyes wide shut, sonde, sonar, radar, carte assorbenti, solo-pelle, scorticati, paralizzati a casa propria. Troppo comodo fare come Giulio Mozzi (che mi perdonerà questo uso burlone del suo blogare): si va in giro per treni - si dà il numero di telefono a mille amici e, come una carta moschicida, basta attendere. Le mosche, poi, si passano parola: e non occorre neanche più fare il call-center di se stessi. Vengono loro ad appiccicarsi e poi cominciano con un "passavo qui per caso ..." e raccontano tutto a giulio-mozzi-cartamoschicida e lui, poi, lo racconta a noi. No, io mi immagino uno scrittore sordo muto cieco paralizzato i cui unici strumenti (ma questo è già un racconto) di contatto con il mondo siano i pensieri e le intenzioni e la ferocia. Insomma, in una parola (anche se scandalosamente usurata), "l'amore".

A proposito di occhi aperti. Vedevo, queste sere (io che non guardo mai i TG - leggo sempre i giornali il giorno dopo, in ritardo sulla notizia), alcuni fotogrammi del voto in Iraq e ho potuto vedere la madre di Rembrandt che andava al seggio. Sì, proprio lei. Quella del ritratto da vecchia, con un velo nero che le copre la testa e un accenno di bianco vicino al collo e la faccia tutta tagliata dalle rughe e il naso affilato. Era lei. Mancava solo la gran luce giallo-bianca che Rembrandt accende dietro alla faccia di sua madre. C'era, invece, la luce polverosa di Baghdad. 

Scritto da: gino tasca alle 07:45 | link | commenti (6) |

mercoledì, 02 febbraio 2005

Dare della corte dei mendicanti a chi mi legge - come fa un "utente anonimo" nei commenti a "Bambine" - è profondamente stupido ed offensivo oltre che ridicolo e patetico: cosa mai dovrebbero mendicare da me? Che poteri ho? Sono un editore? Faccio editing che non sia gratis, con gli amici?
Forse ci tengono solo alla nostra amicizia ma - se ho intuito chi si può nascondere dietro questa anonimia - questo è un concetto che le sfugge assolutamente.
E, comunque è uno stile che non accetto e,la prossima volta, cancellerò, senza battere ciglio, il messaggio. Perché non lo faccio ora, subito? Perché, pur nella sua provocatorietà e stupidità, merita una risposta.
Pur non ritenendomi, ovvio, un genio, anzi, detestando la categoria stessa di "genio" - a meno che non sia quello della lampada di Aladino - cito la frase di Eliot: il genio ruba, il mediocre imita. Non ho mai nascosto che la frase finale, per esempio, dei "Four quartets", l'ho ficcata, più o meno rielaborata, un molti miei pezzi perchè per me dice l'essenziale. Anche la parola "quiete" che uso spessissimo, anche qui, viene dalla teiera che nella quiete si muove, sempre nei four quartets (oltre che da un mio forsennato amore per il "quietismo"). Io sono composto in egual misura da acqua, robaccia e di quello che ho letto. E non ho proprio nessunissimo scrupolo a rendere omaggio agli scrittori che amo, usandoli. Per cui i pavoni di Flannery (sono solo suoi? Non viene neanche il vago sospetto che io stia descrivendo un luogo fisico reale in cui i pavoni ci starebbero a meraviglia? Sfugge che i "pavoni" possono essere quei simboli carnali ((leggi: sacramenti)) di cui parla proprio la O'Connor?) sono, come giustamente scrive un altro, poco sotto, "archetipici". Tutti sanno della mia antipatia per Jung (appartengo alla chiesa fondamentalista freudiana) ma, in questo caso, aderisco pienamente se ad archetipi si dà il valore di "atomi", principi primi. Tutta la scrittura occidentale (ma, probabilmente, tutta la scrittura tout court) è fatta della stessa trama. Evidentemente non mi si legge: non lo pretendo ma pochi giorni fa avevo citato Strawinskj che disse quanto "tutto" sia già stato scritto: a noi resta solo il ri-scrivere, a modo nostro. Strawinsky, per dire, cita Cimarosa nel suo Pulcinella. Plagio? 

Idem per i sassi in tasca: per una volta faccio una cosa che non faccio mai ma proprio mai perchè non si deve fare: rivelo la filiera per cui quei sassi arrivano in questo racconto e in altri.

Ho sempre "adorato" (lo so: sembra diventato un verbo da checca: io adoooooooro quella boutique ... ma non è colpa mia: io lo uso nella sua radicalità religiosa e, perfino, un po' idolatrica) quel gesto di Virginia Woolf (vero? Non occorreva aspettare Mr. Cunningham per saperne qualcosa ...) per quel darsi un "peso" che non permettesse la "grazia" (tanto, lei, era già salva) - per me era come un corto-circuito con Simone Weil. E poi io mi chiamo "tasca".

Va bene?

(p.s. - non so da dove venga all' "utente anonimo" questa idea che io "plagi di solito" ma, francamente, non me ne importa proprio un bel niente: so, però, che non sarebbe tempo sprecato discutere dei concetti di "plagio", "imitazione", "influenza". 


 

Scritto da: gino tasca alle 08:28 | link | commenti (4) |