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domenica, 27 marzo 2005

Da "Heidegger e il nazismo" di Victor Farias -pag. 121

"Una testimonianza di Karl Jaspers è illuminante. Nel corso di una conversazione del giugno 1933, Jaspers domandò a Heidegger: "Come può pensare che una persona priva di cultura come Hitler possa governare la Germania?"; Heidegger rispose: "La cultura non ha importanza. Osservi le sue meravigliose mani!". (tutti i corsivi e i commenti/sussulti tra parentesi sono miei). E Heidegger si adopera appunto per comunicare questo pathos ai suoi studenti in un articolo del novembre 1933, pubblicato sulla loro rivista. nel quale egli assimila la persona di Hitler con quelle che è per lui l'avanguardia rivoluzionaria, facendo del Fuhrer una norma di vita.

"Studenti tedeschi. La rivoluzione nazionalsocialista arreca il completo rivolgimento della nostra esistenza tedesca. (innegabile) A voi il compito in questo evento di restare coloro che spingono e sono sempre disponibili, che permangono tenaci e crescono incessantemente. La vostra volontà di sapere cerca di fare esperienza di ciò che è essenziale, semplice e grande. Da voi essa esige che vi esponiate a ciò che affligge più interiormente e a ciò che obbliga più ampiamente. Siate inflessibili e autentici nel vostro rivendicare. Restate netti e fermi nel rifiuto. Non stravolgete in un vano possesso privato il sapere che avete conseguito. Conservatelo come il patrimonio necessario dell'uomo chiamato a dirigere nelle professioni dello Stato che hanno radici nel popolo. Voi non potete più essere soltanto degli "uditori". Vostro obbligo è di collaborare con consapevolezza alla creazione dell'alta scuola futura dello spirito tedesco (vomito). Ciascuno deve anzitutto mettere alla prova talento e privilegio, e renderli leggittimi (balle:il talento non ha bisogno di essere leggittimato: il privilegio sì). Ciò avviene grazie alla forza dell'impegno combattivo nella lotta che il popolo intero conduce per sé stesso. Di giorno in giorno, di ora in ora si rinsaldi in voi la fedeltà della volontà di seguire fedelmente. Cresca in voi incessantemente il coraggio del sacrificio per la salvezza dell'essenza del nostro popolo nel su Stato (parole pesate con il bilancino, vero?, signor Rettore ...) e per l'elevazione della sua forza più interiore. Non teoremi e "idee" siano le regole del nostro essere. (Tutti gli uomini che pensano e basta si innebriano con queste dichiarazioni anti-intellettualistiche: ma appena vedono una goccia di sangue o viene loro negata una posizione, si ritirano nella Selva Nera e mettono le braghette tirolesi) Il Fuhrer stesso e lui soltanto è l'odierna e futura realtà tedesca e la sua legge. Imparate a sapere con sempre maggiore profondità; d'ora in poi ciascuna cosa esige decisione e ogni atto richiede responsabilità. Heil Hitler. Martin Heidegger, rettore." 

E questo è solo un esempio - avrei preferito fosse una mia parodia ma non lo è.

Quell' "osservi le sue mani" la dice lunga: è la dichiarazione di un innamorato. Tutti i delinquenti/paranoici - se non finiscono in un manicomio - hanno questo potere di seduzione.

Scritto da: gino tasca alle 18:58 | link | commenti (48) |

venerdì, 25 marzo 2005

Per fare un esempio di corruzione del linguaggio.

Drieu la Rochelle (oggi, su "il venerdì" de "la repubblica") parlando di Hitler "incarna il mio ideale politico: fierezza fisica, ricerca del portamento ... eroismo guerriero e anche bisogno romantico di sfibrarsi, distruggersi in uno slancio non calcolato, non misurato, eccessivo, fatale".

(Poi dirà, dopo la fine della guerra - ma non è su questa frase che mi soffermo, parlando di Stalin: "Morirei di gioia selvaggia all'idea che sarà il padrone del mondo. Finalmente un padrone" - già: era di questo che era in cerca: di un padrone: un modesto sado-maso che proiettava le sue allucinazioni sulla faccia della terra - si è poi ucciso e anch'io - con Aragon - trovo che sia l'unico atto pulito che potesse fare.)

Chiunque scriva frasi del genere non può che essere un pessimo scrittore. Sbaglierà aggettivi, svriverà metafore strampalate, avrà una sintassi delirante. Purtroppo noi non possiamo riunirci tutte le sere in un caffé se no troverei molto divertente prendere dei testi e smontarli accuratamente per dimostrare quello che sto dicendo. Compreso il sacerdotale domandarsi e domandarsi e domandarsi di Monsieur Heidegger: un altro che credeva di poter usare Hitler per i suoi fini.

Hitler "incarna il mio ideale politico:

E - fin qui - niente da dire (se non picchiarlo): ognuno ha gli idoli/ideali che si merita: c'è chi trova meglio Storace.

fierezza fisica,

E già qui si sbraca: fierezza fisica quella di Hitler!!!!!!! Ma come può uno scrittore (uno che deve avere occhi e cuore dannatamente aperti) scambiare per fierezza fisica quell'irrigidimento di un corpuscolo pre-palestrato, contenuto sempre dentro a divise che Reick avrebbe di sicuro definito "corazze caratteriali", impacciato da un corpo che - al massimo (vedi le segretate e alluse confessioni della nipote suicida sulle sue pratiche sexy) - può avere un uso perverso. Non suo.

 ricerca del portamento ... eroismo guerriero

Oh maledizione - un po' come sopra. Quella sorta di marionettismo irrigidito, quegli scatti canini e febbrili, quella mano che - solo alla fine dei discorsi (quando entrava in dioniso-nero) - si abbatteva come una mannaia sul palmo dell'altra mano il gomito restando (come in Fede e Vespa o nelle signorine di buona famiglia) ben aderente al busto (non sempre, ovvio), tutto questo scambiato per "portamento" e "eroismo guerriero".

e anche bisogno romantico di sfibrarsi, distruggersi in uno slancio non calcolato, non misurato, eccessivo, fatale".

Balle, stra-balle, super-balle. Del bataillismo prodotto made in China. Sacrificio. Sì, ma prima di tutto, sacrificio di tutti gli altri e anche si incazzava se non erano pronti a morire per lui e per la patria.

Ripeto: uno che ha scritto una frase del genere sono certo che non avrà mai scritto niente di decente. E siccome so che la cosa potrebbe sembrare moralista, aspetto le contro-parti per andare avanti o fermarmi qui.

Scritto da: gino tasca alle 18:48 | link | commenti (22) |

giovedì, 24 marzo 2005

Se qualcuno mi chiedesse cosa io abbia ottenuto - in che cosa mi sia arricchito - in questi quattro anni di rete, penso che dovrei rispondere in questo modo:

- ho letto alcuni (pochi) brandelli di scrittura reale;

- ho incontrato qualche amico ma tra questi pochi quasi nessuno che non sia affetto d'avarizia;

- mi sono convinto che il diavolo esiste.

Scritto da: gino tasca alle 18:38 | link | commenti (54) |

Refresh

 
Vediamo di aprire un po’ le finestre e dare aria sulla questione biografia/gossip.
Dico dare aria perché quando si parla di biografia c’è sempre un po’ d’odore di lenzuola usate o di stanze rimaste chiuse per troppo tempo.
E, infatti, la scema, l’anonima che si firma “c.e.” e che sappiamo tutti benissimo chi sia, con la sua solita protervia e improntitudine, ha ricondotto la cosa a quello che si sospetta possa diventare: “curiosità”. Quindi è pur sempre servita a qualcosa questa Madame Verdurin de noantri.
Si ha paura di sembrare “curiosi”.
Strana vicenda etimologica: “curioso”, in origine, vuol dire “che ha cura” “che vuole sapere, indagare, conoscere” – mentre poi il Tommaseo può registrare “curiosità” come “essere curioso: dimostrare riprovevole curiosità per cose o fatti altrui.”
E se la cava con un criterio opinabile: quand’è che una curiosità diventa “riprovevole”? Sapere come teneva le carte sulla scrivania, sì – sapere se era goloso di sopressata, no?  Ma via!
Quindi o si sa tutto il possibile o non si sa niente – non esistono vie di mezzo e perciò io posso anche rispettare chi mi dice: io mi attengo solo alle opere ma non i “tiepidi” (via da ma – dice un certo apocalittico- via da me i tiepidi: sia il tuo dire, sì sì, no no) che dicono, questo sì, ma quest’altro no.
Chiaro che – poi – il criterio tommaseista del “riprovevole” – cambia con il cambiare dei tempi: mica sto qui a fare della banale sociologia: direi che oggi siamo al grado zero: non c’è più niente che sia considerato “riprovevole”.
E – scartati gli sciacalli che di questo “tutto” fanno il “pruriginoso” (ma siamo proprio certi di non fare con questo tipo di biografie quello che facciamo con Novella 2000 che leggiamo dal parrucchiere?) molto “danaroso” – a me va bene che si sia giunti a questo “grado zero” – io voglio sapere tutto.
Io sono curiosissimo.
Ma senza alcuna malizia. Può anche essere (anzi è sicuro) che questo abbia a che fare con il mio vivere ai confini dei confini dei confini dell’impero (ma perché non vi leggete i diari dei Goncourt? E loro vivevano nel Centro dei Centri, Parigi, detto altrimenti: il buco del culo del mondo – cioè di Satana) ma io dico sempre che quando smetterò di essere curioso sarò morto.
E questo è per sistemare il retro-pensiero che ho colto per cui essere curiosi sia una cosa cheap e da comari. Balle.
 
L’altro grande tema - su cui molti si sono rotti le corna senza venirne a capo, anzi, trovandosi, più o meno, nelle stesse ingenue condizioni in cui ci siamo trovati noi – è quello del rapporto tra biografia e scrittura.
C’è chi dice: della biografia non me ne frega niente e in nulla la biografia determina la scrittura.
E altri – soprattutto la grande sotto-corrente psicanalitica che ha portato – in Italia – alle posizioni di Orlando e a quelle – per me interessantissime – di Lavagetto – che pensano la cosa non stia proprio in questi termini.
Potrebbe essere interessante parlarne – fate voi.
 
Provocazione.
Prendete la scrittura di Céline. Frase, puntini, frase, puntini, frase puntini.
Cos’è questo ritmo sincopato? Una balbuzie? Una castrazione. Un flusso che si interrompe, una colata a segmenti. Sicuri che non si sia in area “fase anale”?
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 09:06 | link | commenti (19) |

martedì, 22 marzo 2005

Gadda news.
Moltissimo tempo addietro – qualcosa tra i venticinque o trent’anni fa – partecipai ad un convegno di psicanalisti lacaniani, a Pordenone. Io non ero uno psicanalista ma avevo fatto domanda di quella che si è soliti chiamare un’analisi didattica e, inoltre, lì abitava quella che poi è diventata la mia compagna di vita (che parole pesanti: me ne accorgo nello scriverle) e lei era impegnata nella stessa cosa: solo che lei, poi, l’ha fatto: io no.
Nell’intervallo si andò a pranzare in un ristorante e ad un certo punto un signore che non conoscevo – mi pare di ricordare con barba e capelli brizzolati e lunghi, qualcosa come un artista locale un po' montagnard – si mise a parlare di Gadda e Pasolini. In una lunga tavolata con più di venti commensali è già molto se capisci cosa dice chi ti è immediatamente seduto vicino ma, non so come, quei due nomi (Gadda-Pasolini) stabilirono immediatamente un certo silenzio e tutti ci mettemmo ad ascoltare quello che stava raccontando quel signore di cui ignoravo ed ignoro tutto. Bene.
Questo signore si mise a raccontare una cosa che, a sua volta, gli sarebbe stata raccontata da Pasolini e cioè di come Pasolini stesso portasse Gadda a pischelli, lasciandolo seduto ai tavoli di un bar, immerso e nascosto dalle pagine di un giornale, andando “a caccia” per lui e poi portandogli la preda.
Io – giovane e indiscreto come ero a quei tempi – credo di avergli chiesto qualcosa anche se non so cosa e poi la conversazione prese tutta un’altra piega senza che nessuno dicesse niente. Solo dopo scoprii che uno degli analisti seduto al tavolo era un nipote di Gadda. Ma non disse niente. O perché sapeva che era vero o perché riteneva che, rintuzzando quella rivelazione, la avrebbe sottolineata. O, più semplicemente, perché non ci credeva e, magari, si riservava di verificarla.
Poteva trattarsi di un mitomane ma, per quel che ne ricordo, non ne aveva l'aria.
Anche se ho visto in TV persone dall'aspetto assolutamente normale parlare dei loro viaggi con gli UFO senza battere ciglio.
 
Pochi anni fa – cinque o sei – sapendo che G. Roscioni stava scrivendo (o aveva intenzione di scrivere o ne aveva già scritto il primo volume) una biografia di Gadda e vedendo che scriveva su “la repubblica” e non avendo nessuna maniera di contattarlo, gli scrissi presso il giornale raccontandogli quello che sto raccontando ora e pensando che una cosa del genere lo avrebbe interessato.
Ovviamente non mi rispose mai e, fra l’altro, non so neanche se la biografia sia mai stata pubblicata o se Roscioni (con Isella, il massimo gaddiano) non sia addirittura morto visto che non scrive più su quel giornale: naturalmente potrebbe avere cambiato pubblicazione o non scrivere addirittura più su nessun giornale.
Era libero di farlo, va da sé ma a me è sembrato un po’ sciocco: non volevo fare del gossip, credevo che ogni aspetto di un autore di cui ci si occupi sia interessante. Anche come cucini il luccio al cartoccio e, forse, mi  aspettavo anche un “grazie”.
 
Mi viene in mente un vecchio libro collettivo, di interviste (della Bompiani, forse) dei primi anni settanta in cui la Rossanda diceva che ogni evento cosiddetto “privato” risultava necessariamente “politico”. Non so se, ancora adesso, sottoscriverebbe una formula così khomeinista ma, tutto sommato se, al posto di “politico”, sostituiamo “scrittura”, mi sa che potrei sottoscrivere il suo “fondamentalismo”.
Ma di questo, se volete, se ne potrà parlare un’altra volta, con calma.
Vorrei tornare su Gadda e sul “residuo diurno” che mi ha fatto venire in mente tutto l’episodio. Questo. Un articolo su “la repubblica” della settimana scorsa che, naturalmente, ho buttato via, in cui si citavano pagine di diario del Gadda post-argentino in cui allude a un “disordine” del sentimento (che molto assomiglia alla “spina nella carne” kierkeegardiano) che potrebbe benissimo mascherare il problema di cui ho qui parlato.
Una così straordinaria vaghezza nella definizione potrebbe proprio essere il segnale di una cosa che - all'epoca - era inconfessabile.
 
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 07:06 | link | commenti (18) |

lunedì, 21 marzo 2005

Mi arrendo: io sono un tonto, lo so, ma se la videata mi dice: autorizzi a commentare solo gli utenti splinder e io rispondo "sì", come posso immaginare che succedano cose tanto imprevviste: uno che mi dice: guarda che così manco si legge. Tashtego - pur avendo un blog in splinder - mi avvisa che a lui risulta essere stato da me inibito dai commenti quando io non ho fatto niente del genere ...

E allora ho ripristinato il tutto come prima e che dio me la mandi buona.

Domani - per farmi perdonare - metterò una cosa meno arida e di servizio.

Scritto da: gino tasca alle 18:09 | link | commenti (2) |

Una domanda tecnica. Vorrei mettere qui dentro un lungo racconto di più di trenta pagine e non vorrei che ingombrasse la prima pagina. Come si fa a fare quella cosa per cui si scrive solo una prima frase e poi si dice: continua, e il resto del testo appare a parte come una sorta di allegato e non disturba nessuno e se lo legge solo chi vuole?

Grazie - a domani

Scritto da: gino tasca alle 14:15 | link | commenti (8) |

domenica, 20 marzo 2005

Perchè il retrogusto non resti quello sgradevole ed amarognolo del messaggio precedente.

Al corso di lettura, l'altra sera. Si parlava - l'ho già scritto (ma nei blog la memoria e più volatile dell'alcool versato) - dei "Muzik" di Cechov e M. dice una cosa di questo genere: trovo che qualsiasi bruttura, in Cechov, sia salvata da una profonda forma di compassione. Si va avanti e io cito quella bellissima "ironia" che Cechov fa su Olga che si commuove sui "raccordi" del Vangelo e mi chiedo e chiedo loro: ma la compassione può stare assieme con l'ironia? E mi viene in mente Carver che afferma (in quel centone  che è "Niente trucchi da quattro soldi") come non potrebbe mai prendersi gioco (nel senso di irridere) dei suoi personaggi.

Quindi, penso e dico, quando parliamo di "compassione" siamo ben certi di sapere di cosa parliamo? Esiste una compassione radicale (quella di Carver) e una compassione temperata (quella di Cechov)? E chissà quanti altri gradi di compassione esistono tra una "compassione" e l'altra. Detto altrimenti, siamo proprio sicuri di usare le parole dando loro un senso condiviso? Bisognerebbe scrivere una sorta di vocabolario partecipato. Non so dirvi neanche quante volte - nelle varie discussione cui ho partecipato in questi anni - ho avuto l'impressione che uno dicesse "sentimento" e pensasse all'esatto opposto di quello che intendeva il suo dirimpettaio usando la stessa parola. Per non parlare di "realtà" e "reale".

Scritto da: gino tasca alle 08:34 | link | commenti (12) |

Spiacente.

Per liberarmi di una mosca fastidiosa ho dovuto modificare l'accesso ai commenti solo a chi sia iscritto a splinder: non mi pare una mossa poi così onerosa per chi mi legge e se dovrà infastidirlo al punto di non farlo più, vorrà dire che in realtà non gliene fregava niente e quindi, amen.

Ora chiunque avrà una sua casetta, credo ma anche la manina che dice "alt!", mi stai rompendo le palle per cui - nel caso - la scema si iscrivesse (ha uno stile così riconoscibile che solo lei pensa non si sia capito chi sia), non dovrò più star lì a cancellarla. Basterà premere sulla manina e, via, exit, la si rispedirà su Kripton.

Ma tu dimmi, cristosanto!, se dovevo - oltre a preoccuparmi di scrivere delle cose qui dentro - mettermi a fare anche il poliziotto. Quando sarebbe così semplice, no? Basta non frequentarsi.

Ma la stronza ha ricevuto un incarico da dio come i Blues Brothers: tenermi informato di quanto io sia un mediocre e pare non avere niente di meglio fare.

Scritto da: gino tasca alle 08:08 | link | commenti (2) |

sabato, 19 marzo 2005

"Vita in comune" di Franz Kafka (1920)

"Siamo cinque amici, una volta uscimmo da una casa uno dopo l'altro, il primo uscì e si mise presso la porta, poi venne o meglio scivolò come una pallina di mercurio il secondo e si mise poco lontano dal primo, poi il terzo, poi il quarto, poi il quinto. Alla fine eravamo tutti in fila. La gente si accorse di noi e indicandoci diceva: I cinque sono usciti poco fa da questa casa.

Da allora, viviamo assieme, sarebbe una vita pacifica, se non vi si immischiasse continuamente un sesto. Non ci fa niente di male; ma ci dà fastidio e non è poco; perché s'intrufola dove non lo si desidera? Non lo conosciamo e non vogliamo accoglierlo fra noi. Vero è che anche noi cinque non ci conoscevamo prima e, se vogliamo, non ci conosciamo nemmeno adesso, ma ciò che per noi è possibile e tollerato, per quel sesto non è possibile e non viene tollerato. Inoltre siamo in cinque e non vogliamo essere in sei. In genere, che senso può avere questo stare continuamente insieme? Non ha senso nemmeno per noi cinque, ma oramai siamo insieme e ci rimaniamo; non vogliamo però un'aggiunta, appunto in base alle nostre esperienze. Ma come si fa a farlo capire al sesto? Lunghe spiegazioni sarebbe già quasi un accoglierlo nel nostro circolo; preferiamo non dare spiegazioni e non accoglierlo. Per quanto torca le labbra, lo respingiamo coi gomiti, ma per quanto lo si respinga torna sempre."

Perché mi suona stranamente familiare? Perché - come tutti gli scritti di Kafka - essendo sufficientemente anodino, sembra parlare a tutti mentre, in realtà, non parla mai a nessuno? E' uno shifter che indica il punto da cui è partito.

C'è solo un paragone (con la pallina di mercurio) e nessun aggettivo. Va bene - si dirà - è un microracconto di poche righe e, forse, non c'era neanche il tempo per ficcarceli. Sicuri? La casa, aggiungendovi solo un tre quattro righe, per esempio, poteva essere descritta con i muri "scrostati" e "gialli", no? Sembra tendere ad una scrittura ridotta a verbi e nomi. Scarnificata. Solo montaggio: niente musica. Come fosse un disegno. Niente colori e, quindi, colori-aggettivi = falsificazione?

No, o, almeno, non dovrebbe essere così: l'aggettivo è qualcosa che si "aggiunge" ma che serve a specificare qualità essenziali o anche accidentali del sostantivo. Ma la linea di confine oltre la quale l'aggettivo diventa un'aggiunta, sì, ma in un senso puramente edonistico, ingombrando la struttura (l'ornamento è delitto diceva Loos), è sottilissima e si può passarle oltre senza accorgersene e, contra a ciò, non esiste faro o filo spinato o segnaletica che serva a niente. Bisogna esercitare un controllo severo.

O non esercitarlo affatto e schierarsi nell'altro campo: orgie di aggettivi. Piogge di aggettivi, fuochi d'artificio. Gnosticamente consumare il corpo/scrittura nell'aggettivo/peccato. Ma essendo coerenti e maestri e mica è facile. L'importante è non essere tiepidi: usare due o tre aggettivucci, sempre quelli, sempre quelli di tutti.

E tenendo sempre conto che - come dice la casalinga di Voghera - i gusti sono gusti, signora mia. E non parlo dei gusti personali (ieri - al corso di lettura - abbiamo esaminato "i muzik" di Cechov e il parterre si è equamente suddivisio fra chi è riuscito a stento a finire il racconto e chi si è gettato avido a leggere tutti gli altri racconti), parlo delle epoche. Sento spesso, in questi giorni, su Rai 3, della musica pre-romatica: molto Vivaldi, per esempio, e la trovo insopportabile: non mi dice niente: io che pure amo il bel-canto, a quella sequela di cocodé di puro abbellimento, butterei la radio nel fuoco. Eppure per tutto il sei-settecento, quella fu considerata "bellezza" e la pura linea melodica di "Ah, non credea mirarti" o di "Fenesta che lucivi" sarebbe stata considerata rozza. Vedi anche per gli abiti. In queste cose si va ad ondate, temo.

Ora a che punto siamo della notte?

Scritto da: gino tasca alle 08:18 | link | commenti (4) |

venerdì, 18 marzo 2005

Andare a bottega.
Ci sono due o tre cose di cui sono profondamente invidioso.
 
- Di chi può cantare con qualche amico che sappia suonare il pianoforte (posseggo una voce da tenore un po’ cortino e tutto sommato piuttosto piccola: nel senso che raggiungo a difficoltà il do di petto – che di petto non è mai, neanche nei grandi tenori ((è di gola/testa)) – e, se non forzo troppo, riesco a nascondere qualche difetto). (Ho notato, però, che un buon “risuonatore” nasconde molti di questi difetti. Lo so perché accenno a delle arie mentre scendo le scale o le salgo e la risonanza “crea” una voce migliore.)
 
- Di chi sa suonare il pianoforte  o anche solo leggere la musica e ricantarsela in testa.
 
- Di chi abbia potuto frequentare – come garzone di bottega – un pittore.
 
Questo punto – dei tre - è quello che ha più peso ma, in realtà, parlano  tutti della stessa cosa. Ed è una cosa, poi, che c’è quasi sempre nei racconti che scrivo (una diecina al massimo). Questa esigenza di un Maestro da frequentare – sedersi lì, in un angolo, e vederlo come dipinge, che pennelli usa, come mischia i colori. Come prepara la base e le ombreggiature. Come appoggia le dita sulla tastiera.
Che mi dica, ecco, vedi, qui Chopin prescrive un pianissimo mentre tutti – compreso Benedetti Michelangeli – eseguono un accordo fortissimo.
Starsene lì, come un topolino, sgranocchiando un po’ di formaggio e parlando solo se interrogati.
Ed è per questo – lo capisco ora – che tengo un corso di lettura.
Insegno per imparare meglio – per non staccarmi dalla mia posizione di allievo.
Starei giornate intere a teatro a provare scene – o a schizzare disegni o ad esercitare la voce.
E accorgendosi, poi, che – senza parere – il Maestro è sparito e tu sei al largo e credi di non sapere nuotare e invece ti scopri in possesso di un buon crawl.
Il Maestro è diventato il quadro, il foglio, la tastiera, la superficie del mare.
O, meglio: si scioglie come i fili di sutura.
Andare a bottega.
 
Per raccontare la cosa che più assomiglia a questa “formazione” devo fare molti passi indietro.
Scuola superiore – ora di ginnastica – e io che seguo Rai Tre con una radiolina tascabile molto piccola e imprecisa e che gli altri giochino pure a pallavolo (per altro - sob - nessuno mi voleva: letteralmente non vedevo il pallone).
E ascolto “Interpreti a confronto” dove gente come Mario Messinis – per dire – metteva a confronto, appunto, l’interpretazione di tutto Beethoven o Brahms (mi pare che non si discostassero molto dal classicismo viennese), di svariati direttori: Klemperer, Kleiber (padre), Knapperbusch, Toscanini, De Sabata, Furtwaengler, Mitroupolus.
Il paragone regge, però, solo fino ad un certo punto.
Era come stare a bottega ma osservando solo le opere già finite e controllare come Pollaiolo o Donatello o Masaccio avessero eseguito il “tema” “il battesimo di Cristo”.
Il paragone sarebbe stato perfetto se si fosse potuto assistere alle prove d’orchestra.
 
Sarebbe interessante fare qualcosa di simile con gli scrittori ma io non sono neanche lontanamente in possesso della quantità di letture necessarie per farlo.
Vedere come Frazen, Cechov, Carver, Hemingway, “eseguano” il “tema” : “qualcuno che va a pescare”.
Sarebbe – in qualche modo – riscoprire Morelli. Quel critico e storico d’arte a passaggio tra otto e novecento che propose un metodo (rivalutato poi dalle “spie” di Carlo Ginzburg) consistente nell’identificare un pittore da come eseguiva i dettagli meno importanti: un’unghia, la curva dei capelli, i damaschi.
 
Cosa sareste stati disposti a sacrificare pur di stare nello stesso studio di Simenon o di Hemingway mentre scrivevano? Dotati dell’anello che rende invisibili, naturalmente.
    
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 07:36 | link | commenti (7) |

lunedì, 14 marzo 2005
Breve storia editoriale di Tiziano Tosi.

Fu lui a volerlo e quasi pretese che lo si scrivesse nel contratto anche se, poi, Manuele Scorza – il patron della Casa Editrice (il “saggiatore” come lo chiamavano tutti) – lo aveva convinto ad accontentarsi della sua parola.
“Va bene – disse – ti occuperai solo di manuali.”
E lo guardò perplesso come se volesse chiederglielo di nuovo per capire se ne fosse proprio tanto sicuro e, avendo incontrato ancora una volta, lo stesso sguardo deciso e distante – quasi seccato – si era girato verso l’ampia finestra-vetrata guardando la stazione delle corriere e subito più in là la curva piena di salici del canale e la cupola – né bella né brutta – del Carmine. Ottobre stava finendo e pioveva da dieci giorni così che tutto il visibile aveva lo stesso colore della cupola: un bel grigio piombo pregno.
Quel ragazzo, Tiziano Tosi, era – segretamente ma da quasi subito – diventato un suo pupillo. Dopo la prima mezza giornata di lavoro con i nuovi partecipanti allo stage della Casa Editrice, l’aveva identificato con quello che lui era solito definire, materiale buono. Era l’unico che non aveva chiesto in cosa consistesse il lavoro da fare come se lo sapesse già perfettamente e non era possibile visto che aveva solo ventitre anni e si era appena laureato in lettere e filosofia e l’unico lavoretto che aveva fatto, dopo, era lavare i piatti in una pizzeria. Soprattutto, era l’unico che non aveva mai fatto caso a Scorza quando parlava di paga, di incentivi, di ferie, di scatti di carriera. Disegnava infastidito delle facce, tante facce – Scorza lo scoprì passandogli alle spalle durante un’esercitazione, il giorno dopo.
“Mmm, un puro”, aveva pensato Scorza, accennando ad un sorriso di disprezzo ben sapendo che i puri non arrivano mai al traguardo senza aver svenduto tutto il tesoro di purezza che avevano all’avvio più quello dei figli e delle mogli e delle loro case e dei loro cani e dei loro bei mobili.
In realtà Scorza faceva della autobiografia. Da buon ex-puro pensava che i santi esistessero solo nei calendari e che tutti ma proprio tutti fossero corruttibili e che si trattasse – più che di una questione di prezzo – di sapere cosa volessero. Bastava trovare il punto di penetrazione e la casa crollava come fosse senza fondamenta. Quanti ne aveva visti, pensava, partire lancia in resta con l’idea di portare la cultura al popolo e finire e scrivere i testi (?) per dei comici alla televisione …
Eccone un altro.
Ma sentiva che si voleva convincere di qualcosa che, almeno ‘stavolta, non era affatto scontato. Quel ragazzo aveva qualcosa che lo insospettiva e che lo attraeva allo stesso tempo. Non aveva niente di vistoso, anzi, sembrava che cercasse di tenersi costantemente sottotraccia e di non attrarre mai l’attenzione degli altri.
Ecco perché, pensava Scorza, tieni sempre lo sguardo fisso a terra. Paura di incenerirci?
E, un giorno, mentre passeggiava tra i banchi e gli guardava quella sua testa da egiziano con la nuca lunghissima e i capelli ben pettinati, aveva pensato che quel ragazzo avrebbe fatto saltare la casa editrice con una grossa bomba.
Tiziano portava sempre dei normalissimi jeans e un maglione girocollo color vinaccia o color senape e si pettinava con la riga a destra.  Quasi una divisa. Poteva somigliare a molte persone visto che aveva tratti perfettamente regolari senza per questo risultare particolarmente bello. L’unica cosa che lo contraddistingueva  - solo, però, se si faceva in tempo a notarlo prima che lui distraesse l’interlocutore con piccole manovre dilatorie come il chiederti se avevi con te il Bancomat – era quel suo sguardo che Scorza – fra sé e sé – definiva, feroce.
Scorza aveva fatto caso alle ragazze del gruppo. Sembrava che per loro fosse trasparente. Evidentemente – sotto la coda – non aveva ghiandole piene di buoni odori sessuali o se l’era fatta estirpare.
Questo era Tiziano Tosi e Scorza decise che non avrebbe tentato di cambiarlo e che si sarebbe limitato a seguirlo, avanzando con cautela, saggiando il terreno – come si fa nelle paludi – e convinto che laddove Tiziano era passato sicuro, poggiando fiducioso su qualcosa di duro, per lui avrebbero potuto aprirsi tranelli molli ed improvvisi.
 
Tiziano risultò il migliore del corso e vinse tutte le esercitazioni a mani basse riuscendo a guadagnarsi l’invidia e l’antipatia di molti dei suoi colleghi che, prima, sembravano non essersi accorti della sua strepitosa bravura.
Ebeti! – pensava Scorza che osservava tutto e a tutto dava il giusto peso, scrutando quelle loro faccine illividite dall’invidia – vi eravate lasciati ingannare dal suo maglione e dai suoi jeans e dal fatto che non intervenisse quasi mai nelle discussioni?
Le prove erano pubbliche. L’allievo aveva un testo alla lavagna, un racconto o qualche poesia che fosse stata mandata alla Casa Editrice da autori sconosciuti e doveva esaminarlo e parlarne sotto ogni possibile aspetto: errori grammaticali o di sintassi, uso delle metafore, dialoghi. A volte, però, Scorza, contando sulla strepitosa ignoranza scolastica dei suoi polli, trascriveva qualche piccolo racconto di Kafka per vedere come si comportavano. E aveva fatto così anche questa volta. Aveva mischiato racconti perfettamente sconosciuti alla “Muraglia cinese” di Kafka dubitando, in cuor suo, di aver esagerato: vuoi che non conoscessero la “Muraglia cinese”?!
E, invece, tutti gli allievi avevano trovato qualcosa di ridire su quel linguaggio così secco e duro e troppo essenziale.  Celso Gradara aveva detto che ai nostri tempi non aveva più senso scrivere a quel modo e che se anche riconosceva la buona musicalità del testo (che non stai leggendo in tedesco, somaro!, pensò Scorza), un qualsiasi Tondelli mangiava il riso in testa ad una cosa del genere. Aveva detto proprio così: le mangia il riso in testa. E non sapeva che Scorza – senza che la sua faccia manifestasse alcunché – stava tracciando con la matita, un rigo sul suo nome.
Poi toccò a Tiziano che continuando a guardarsi le scarpe e non la lavagna sussurrò qualcosa come, “è …a …ka”
“Come, scusi? Non l’ho capita.”
“E’ Kafka, signore. E’ la “Muraglia cinese” e io non so proprio cosa dire di una cosa perfetta come questa.”
“Lei sta sostenendo che io vi avrei imbrogliati mischiando un testo co-no-sciu-tis-si-mo – vero, signori? – con queste piccole cose d’autori sconosciuti?”
“Sì, signore ma quello resta un Kafka e lei lo sa benissimo.”
Scorza scoppiò a ridere diventando quasi paonazzo (era piccolo e tondo e ben vestito come un presidente di banca).
“Non le si può nascondere nulla, Tiziano.” E strizzò l’occhio destro in modo che gli altri  non vedessero nulla.
Non disse nient’altro e chiese a Tiziano di passare agli altri due brani (c’erano tre lavagne nell’aula, una di seguito all’altra, lungo tutta la parete di fondo, dietro la cattedra). E Tiziano aveva cominciato a parlare con molta decisione, usando il gessetto, cancellando, aggiungendo, variando, con la stessa sicurezza di un matematico. Di un piccolo racconto scritto da una donna di Napoli, alla fine, non era rimasto più nulla: ne aveva denunciato la involontaria parodia della Mansfield, aveva scoperto che il tema del racconto era già presente per lo meno in Cechov e in Hemingway, e aveva concluso dicendo che il linguaggio era unto come una pizza.
“Potrebbe piacere ad una fascia d’età tra i trenta e i quaranta, quarantacinque anni” – aveva aggiunto – “ma non credo che venderebbe mai più di mille, millecinquecento copie e solo se ne parlerà un qualche maitre-à.penser convertito sulla strada di Damasco. Uno che non riuscendo a scrivere più niente di suo, deve accontentarsi di scoprire – come un vecchio gatto – una lisca di pesce nel cassonetto.”
Poi aveva sorriso a Scorza e gettato il gessetto sul ripiano della cattedra.
Scorza non si irritò per quel gesto di sfida – era rimasto senza fiato e pensava che lui aveva avuto buon fiuto e che quello sarebbe diventato uno dei migliori lettori e editor della loro Casa Editrice. In realtà pensava che Tiziano avrebbe potuto fare quello che voleva e che dopo pochi mesi di finto tirocinio gli avrebbe proposto di collaborare direttamente con lui.
Prese nota nel suo quadernino che avrebbe dovuto chiedere a Tiziano se, per caso, non scrivesse cose sue e chiuse l’esercitazione. Gli era già tutto perfettamente chiaro: dei dieci che avevano partecipato allo stage solo tre sarebbero stati assunti. Tiziano e due donne di cui manco ricordava il nome perché era un misogino confesso e perché era comunque, materiale corveable à merci. Servi della gleba, insomma. Che se c’era da arare attaccavano i cavalli all’aratro e se c’era da vendemmiare, vendemmiavano. Niente spirito, solo energia biopsichica.
Era venerdì e tutti si salutarono ripromettendosi di vedersi ancora lì, il lunedì successivo per sapere chi aveva ottenuto il posto di lavoro.
Tiziano scivolò via mentre tutti gli altri se ne stavano in gruppo a ridere e a commentare e gli davano vistosamente le spalle ignorandolo. Passando sentì qualcuno che diceva: “una scimmia ammaestrata” e capì che stavano parlando di lui. E camminò più leggero. Perché così le cose tornavano al loro posto: lui da una parte e tutti gli altri da un’altra.
 
Il lunedì dopo (Tiziano aveva passato il pomeriggio della domenica da sua nonna e, per non sentirsi dire che lo si vedeva solo una volta alla settimana e che, nonostante ciò, se ne stava nella sua vecchia stanza a leggere, si ficcò sul divano con un plaid addosso – chissà perché sentiva freddo – “misurati la febbre, caro” gli aveva detto sua nonna e lui se l’era misurata ma non aveva niente’… e dormicchiò durante tutto il pomeriggio mentre sua nonna sorrideva o piagnucolava seguendo Buona Domenica su Canale Cinque) … il lunedì dopo si ritrovarono tutti nella comoda e spaziosa sala-riunioni della Casa Editrice che serviva anche da aula, e si misero a parlare a gruppettini. L’unica  che rivolse la parola a Tiziano fu una certa Elena Scola ma solo per chiedergli del chewinggum che lui, naturalmente, non aveva. Lei girò la testa da un’altra parte ma doveva avergli dato dello stronzo o così sembrò a Tiziano leggendo un leggero movimento delle labbra. L’altra si mise a parlottare con Dunia Preti, ridacchiando di chissà cosa.
Pioveva ancora ma meno fitto e dall’amplissima parete-vetrata si potevano vedere le cupole del Santo e, poco lontano, Santa Giustina, e il resto della città bassa, avvolte in una nebbiolina di pioggia sfarinata.
Poi entrò Scorza e non ci fu più tempo per pseudo-contemplazioni paesaggistiche.
Fu brutale (sembrava molto arrabbiato) e – senza salutare né guardare in faccia nessuno – cominciò a leggere i nomi aggiungendo un “accettato” o un “respinto”.  Alla fine sollevò lo sguardo dal foglio con l’aria di dire, a quelli che erano stati “respinti”, beh, ancora qui?!
Lo capirono fin troppo bene e senza salutare né lui né i loro tre colleghi più fortunati, raccolsero i loro fogli e i loro giacconi e le sciarpe, e i berretti e se ne andarono via.
Un cerimonia d’addio coi fiocchi, pensò, Tiziano.
“Sì?” gli fece Scorza che sembrava avergli letto nel pensiero e con un tono: oggi non c’è trippa per gatti, neanche per te che sei il mio prediletto: pestami un callo e sei fuori di qui nel giro di due secondi.
“Dormito o fottuto male.” Pensò, Tiziano ma disse “No, niente, signore … pensavo a quando avremmo cominciato.”
“Subito, si-gno-re.”
Tiziano sorrise e, per la prima volta quella mattina, sembrò che Scorza accennasse a qualcosa che somigliava ad un sorriso.
 
Poi passarono nell’anticamera del suo ufficio per firmare assieme alla sua segretaria tutte le carte necessarie e per avere il colloquio definitivo (l’imprinting, lo chiamava lui) con Scorza.
Cominciò con le due donne che liquidò piuttosto velocemente - una era quell’Elena Scola che aveva dato dello stronzo a Tiziano e un’altra si chiamava Cinzia Gubernati - si sarebbero occupate, una di letteratura per bambini e l’altra di una serie noir scritta da italiani.
Poi fece entrare Tiziano e cominciò quel colloquio burrascoso la cui fine è all’inizio, più su, e dopo il quale Scorza si dovette ritirare in una sorta di boudoir e cambiarsi la camicia che gli si era appiccicata alla schiena e alla pancia.
“Io ti farei cominciare con i poeti e sono sicuro che tu riusciresti a cavarne il famoso ragno dal buco – cioè un po’ di soldini e, soprattutto, del prestigio. Una collana di poesia raramente si autofinanzia ma deve, almeno, rendere un ritorno di immagine. Tutti, dico tutti i poeti viventi e non-viventi, dovrebbero sbavare per esservi pubblicati. Un po’ come lo Specchio della Mondadori, hai presente? …”
“Certo.”
“Ma mi sa che tu sei lì che fremi …” ma, nel dire “fremi” doveva aver notato il lieve moto di fastidio di Tiziano e si corresse “oh no, tu non fremi mai! Tu sei l’uomo pesce … diciamo, allora, che miri alle collane di prosa … Non è così, si-gno-re?”
“No.”
“No? Come, no? Non c’è una terza ipotesi a meno che tu non voglia occuparti di manuali di cucine o di fai-da-te o di storie degli orologi con i modellini o “tutto-Luciano Pavarotti” …”
Lo guardò fisso negli occhi. E scoprì che proprio di quello si trattava.
Tiziano voleva occuparsi di quel settore e di nient’altro.
“Hai mai scritto.” Gli chiese brutalmente assestandogli la domanda come gli avrebbe assestato un cazzotto.
“No, signore. Non ho mai avuto questo vizio neanche quando tutti lo fanno, all’età dei brufoli dove pare che sperma e poesia siano la stessa cosa. Entrambi cose piuttosto false.”
“Tu non sei mica tutto apposto, vero e lo sai pure. Parli come un libro stampato, sei spiritoso, mi sa anche un po’ cattivo ma non malizioso. Se colpisci quasi ti si dice grazie e poi si ride con te. Ma dove vieni fuori? Chi sei?”
“Tiziano Tosi, signore e lì davanti a sé ha il mio curriculum.”
“Ecco, vedi, queste tue rispostine che nessun altro si permetterebbe … Credi di contare poi così tanto per me?”
“No, signore. Io non faccio mai conto su nessuno e su niente.”
Scorza gli fece segno di andarsene, bruscamente, come se fosse ripiombato nell’umor tetro di prima. E Tiziano si sedette davanti all’enorme scrivania della segretaria (Laura Fulci, dottoressa Laura Fulci, aveva precisato) e aveva firmato tutte le carte necessarie.
“Dove vuole che le accreditiamo lo stipendio? …”
“Come, scusi?” le domandò imbarazzato Tiziano che non aveva mai avuto un conto in banca.
“Sì, una banca, un conto corrente …”
“Non ne ho mai avuto uno.”
La segretaria – che si muoveva con la stessa rigidità di un’imperatrice bizantina – fece una gesto con le mani come se volesse allontanare da sé una puzza.
“Dovrà aprirne uno. Le consiglio la Banca Intesa con cui abbiamo una convenzione piuttosto favorevole e che ha una filiale proprio qui sotto, tra il giornalaio e la profumeria”.
Tiziano avrebbe voluto chiederle di poter ritirare il denaro in contanti in modo da tenerlo tra le mani ma capì che quella era poco meno di una sentenza e – dopo averle chiesto se c’era dell’altro ottenendo, in risposta, un’alzata di sopraciglia – la salutò (lei chinò solo un po’ la testa) e se ne uscì. La Banca era effettivamente appena sulla destra e così vi entrò per eseguire quella cosa così complessa: altre carte da firmare, qui e qui e qui e l’impiegata che aveva l’alito che sapeva di cappuccino.
 
Nei tre anni successivi Tiziano era sempre il primo ad arrivare al lavoro e uno degli ultimi ad andarsene via. Meticoloso, severo, quasi muto, diventava precisissimo e quasi verboso solo quando parlava del suo lavoro. Allora poteva diventare insopportabile e discutere per mezz’ora sulla posizione che doveva occupare – sotto il cellophane rigido – il modellino della Ferrari o sull’ “orecchia” che ripiegata all’incontrario doveva permettere di tirare via quella sorta di scudo protettivo con estrema facilità.
Tutti ricordavano quella volta che litigò furiosamente (e vederlo alterarsi senza mai alzare la voce e senza mai guardare il suo interlocutore negli occhi ma percependo nettamente la rabbia nelle sue parole, era stato – per chi vi aveva partecipato – uno spettacolo godibilissimo) con un designer che sosteneva la necessità di un certo quantum di volgarità nelle confezioni tipo Vetri di Murano, Il guardaroba di Barbie-Maria Antonietta, Cleopatra, e così via, con Barbie che incarnava tutte le eroine di varie epoche.
“La gente compra questa merda perché è merda.” – urlò, ad un certo punto, Barbetti, questo signore che era a capo di tutti i designers della Casa Editrice.
“Ma se quella cosa deve essere – e, visto che è nel mio ufficio, la pregherei di essere meno diretto (dava del “lei” a tutti e per questo tutti lo detestavano) -  che sia, almeno, ben disegnata.”
“No, no, no, no. Lei è un dannato idealista. La mer … quella cosa lì è quella cosa lì e non la si deve salvare. Queste cose le si vende proprio perché sanno di cacca, sono fatte di cacca, sono cacca. Non le si deve abbellire”
“Bene, la ringrazio della lezione ma quel fondo lilla lei non ce lo mette e se non si accontenta di quello che le dico, porti tutta la faccenda sul tavolo di Scorza. Deciderà lui.”
Naturalmente la cosa finì lì (nei corridoi Barbetti si sveleniva raccontando che aveva ceduto al cocco di Scorza) e il fondo lilla carico diventò un fondo giallo paglierino su cui staccava il primo bicchiere, viola pallido, della collezione. E i tabulati con i risultati delle vendite furono così anodini che non si capì chi avesse avuto realmente ragione. Si vendettero i “Vetri di Murano” nella stessa quantità con cui si erano vendute tutte le altre serie.
Scorza passò dall’ufficio di Tiziano e gli fece vedere i dati.
“Direi che né tu né quell’altro stronzo abbiate vinto – come a Borodino.”
“Sì, Signore. Ma quest’altro stronzo ha tenuto Mosca.”
“Io non so a cosa tu stia mirando … perché a qualcosa stai mirando, vero? … ma, anche se mi è piaciuto l’uso minatorio che hai fatto del mio nome, credo avesse ragione Barbetti.”
“Può anche darsi – anzi, signore, le cose stanno di sicuro a quel modo ma mi divertiva troppo l’idea di fargli piegare le ginocchia come se, d’un colpo, gli avessero reciso i tendini. E, poi, francamente, se non cambia niente e chi compra queste cose le comprerebbe comunque, tanto vale farle il meglio possibile.”
“Senza aggravio di costi.”
“Senza aggravio di costi, certo, signore.”
 
Dopo un paio di mesi dalla sua assunzione, Tiziano chiese a Scorza di partecipare al prossimo stage. Avrebbe voluto scegliersi – gli disse – un paio di collaboratori da tirarsi su secondo i suoi criteri.
Scorza sorrise. Ventitre anni, solo un mese di lavoro e già portava con assoluta naturalezza quell’enorme cresta di gallo. Rossa, erta, tranquilla.
Ma lo lasciò fare (un giorno, pensava, dovrò pure chiedermi perché lascio che questo cucciolo mi faccia cose che non ho mai lasciato fare a nessuno. Sì, un giorno, ma non ora. Ora si divertiva troppo).
Così Tiziano scelse tra quei nuovi partecipanti una signora di quarant’anni che era stata ammessa allo stage – nonostante l’età – solo perché aveva appena perso il marito: uno dei più vecchi collaboratori di Scorza. Si chiamava Clelia Sacchi e non aveva nessuna esperienza di lavoro presso una casa editrice e, per altro, non aveva quasi esperienza di lavoro se non quella di organizzatrice di una colonia estiva delle ACLI.
L’altro prescelto era Manlio Gravina. Un giovane uomo di vent’anni che frequentava ancora l’università – era al secondo anno – ma doveva mantenersi e aiutare in casa. Tiziano fu colpito dalle sue mani. Delle mani molto piccole che avresti immaginato in un corpo di geisha mentre Manlio era un omone di quasi due metri, di centoventi chili, con delle spalle adatte a sollevare enormi pesi. Quelle mani così inette anche nel ripiegare un foglio di carta erano, per Tiziano, una garanzia assoluta: era l’uomo che faceva per lui.
 
Nel giro di poco tempo sia Clelia che Manlio si rivelarono delle ottime scelte: discreti, non si fermavano alla macchina del caffè a spettegolare, lavoravano come muli, non uscivano mai prima che Tiziano se ne andasse, avevano, più o meno i suoi stessi gusti e quelli che non coincidevano perfettamente con i suoi, se li tenevano per sé senza star lì a discutere. Capirono così bene quello che Tiziano voleva che alla fine avrebbero potuto sostituirlo alla perfezione.
Tiziano non ne aveva mai parlato in maniera aperta: non aveva mai detto loro, voglio questo o voglio quest’altro. Si era limitato a mostrare loro le cose. A far vedere loro come si facevano. Metteva vicino due colori quasi identici e spiegava perché uno andasse bene e l’altro no, senza mai forzare le cose. Inutile mettere una citazione di Rilke nella serie Il mondo delle tartarughe Ninja. E, dopo un po’ di mesi, a nessuno passò più per la testa una cosa del genere avendo trovato la misura adatta alle faccende di cui si stavano occupando.
Così, dopo tre anni esatti, Tiziano telefonò alla segretaria di Scorza (che quel giorno si era fatta uno chignon come la Novak ne “La donna che visse due volte”) e chiese se avrebbe potuto parlare con Scorza.
La donna – che lo detestava – tossicchiò, disse che forse era occupato ma poi dovette dirgli che sì, fra dieci minuti (doveva pure ostacolarlo un po’) sarebbe potuto venire. Tiziano sorrise perché aveva capito la manovra ma ne rispettò la finzione e si presentò solo dopo dieci minuti esatti.
 
Scorza stava pulendosi le unghie con il tagliacarte.
“Siediti” gli disse, senza girarsi a guardarlo.
Tiziano si sedette, composto come sempre, le mani appoggiate sulle ginocchia e attese che Scorza finisse la toilette e gli dedicasse la sua attenzione.
“Che vuoi, Tiziano?” e appoggiò sul ripiano della scrivania il tagliacarte che aveva conservato – in punta – un po’ di sporco.
“Mi licenzio.”
Scorza riprese il tagliacarte come se non avesse finito di pulirsi.
Poi, dopo un bel po’, disse
“Stai scherzando, vero?”
“No, signore. Mai stato così serio.”
“Vuoi un aumento.”
Tiziano sorrise – non poteva, sul serio, dire una così enorme ingenuità.
“No, signore. Non si tratta di questo. Qui ho finito il mio compito.”
Scorza, all’improvviso, scoppiò a bestemmiare e Tiziano si rattrappì su se stesso cercando, così, di offrire meno sagoma a quella gragnola di colpi.
Poi Scorza si fermò per respirare essendo rimasto ansimante, senza fiato e guardò fuori dalla finestra giocherellando con il tagliacarte e, dandogli le spalle, quando si fu calmato, gli parlò.
“Sarei tentato di dirti che quella è la porta e di accomodarti. Sarei anche tentato, però, di accompagnartici a calci in culo. Ma tu sai che sono curioso come una gallina in cerca di vermi.  Quindi, dimmi come stanno le cose. Ti ha contattato qualcuno di un’altra casa editrice? … Ma no, lascia perdere, tanto so che poi me lo dirai – non ho mai conosciuto una persona più desolantemente onesta di te. Non è questa la cosa che voglio sapere. Io voglio sapere che cosa hai realmente fatto qui da noi in questi tre anni. Devi dirmelo. Mi devi almeno questo, ti pare?”
“Scusi, signore, non la capisco. Quello che ho fatto lo si vede.”
“Non hai messo qualche bomba nascosta nei libri o nei modellini, che scoppierà solo quando te ne sarai andato via da un bel po’ e nessuno saprà più ritrovarti? …”
Scorza continuava a stare girato verso la vetrata, come se parlasse a se stesso. Infatti, Tiziano non disse niente.
“O non avrai inserito delle frasi mistiche sublimninali così che uno compra un modellino d’aereo e si ritrova a farsi trappista? … Sorridi? … Lo so anche se non ti vedo, sai. Stai sorridendo. Ho visto i libri che tenevi nel primo cassetto della tua scrivania … Tu sei un terrorista, ti ho capito, oh se ti ho capito … ti sei infiltrato qui come un figlio e ora che – non so come e non so quando – hai svuotato la casa, come un ladro te ne vai via …”
“Signore, io ho solo fatto quello che c’era da fare e ho cercato di farlo nel migliore dei modi che conoscevo.”
“Certo, certo … tu umile servo dei servi di dio, vero? …” – e si girò bruscamente guardandolo fisso negli occhi – “e allora, non mi vuoi dire dove trasferirai quelle tue chiappette calviniste? Rizzoli? Mondadori? No, Mondatori, non credo … Einaudi, sì, certo, tu sei tipo da Einaudi …”
“Farò il netturbino, signore.”
Scorza bestemmiò e poi scoppiò a ridere.
Poi si calmò e guardò Tiziano quasi con amore.
“Sì, ti ci vedo – è una cosa da te. Come ho fatto a non pensarci …”
“Mi pagano quasi quanto qui e a me piace l’idea di mantenere un luogo pulito, signore.”
Scorza si rigirò sulla sedia verso la vetrata e continuava a ridacchiare e a borbottare qualcosa del tipo, sì, sì, è proprio da te …
Se avesse tenuta la testa alta avrebbe visto – riflesso nei vetri – Tiziano che si alzava e ne usciva fuori dal suo ufficio.
Nessuno seppe più niente di lui – non passò a salutare nessuno e non si portò via niente. Perché niente di suo aveva mai portato lì dentro.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 10:08 | link | commenti (22) |

domenica, 13 marzo 2005

Cara Flannery,
 
permettimi di ragionare con te sul tuo racconto “Un cerchio nel fuoco”.
Vorrei, però, che tu mi lasciassi cancellare le due o tre cose che so di te – quelle che sanno tutti: che coltivi pavoni (lascio il lapsus? E’ ovvio che tu “allevi” pavoni – non vedo come potresti “coltivarli” anche se da te mi aspetterei questo e anche qualcosa di più audace – cara Flannery se accetterai di leggere quello che ti scrivo, dovrai abituarti alle “mie parentesi” – le allevo al posto dei pavoni. Già ti vedo sbuffare e credo che tra un po’ butterai questa lettera nel cestino, sotto il lavello in cucina, tra la carta che avvolgeva i cavoli cappucci, e i fondi del caffè.)
… che allevi pavoni, dicevo, che hai il lupus che ti ha fatto ingrassare e che ti obbliga a camminare con le stampelle, ma, soprattutto che sei cattolica, anzi, secondo quel dannato Robert Lowell, una santa. Non ridacchiare, ti prego. I santi non ridacchiano.
E mettiti apposto la gonna – ti si vedono le mutande – oh cristosanto Flan, ti si deve dire tutto!
 
Allora.
Ci sono due signore che lavorano nell’orto di una fattoria.
La signora Cope, la proprietaria e la signora Pritchard, la sua fattoressa o qualcosa di simile. La signora Cope, sta strappando l’erba cattiva dal suo orto (vedi: mi sono obbligato a non saperti cattolica e quindi fingo di non pensare alla gramigna o al loglio delle parabole: ma è dannatamente difficile) e l’altra le parla di una che ha partorito nel polmone d’acciaio e poi è morta. La Signora Pritchard è una che adora le catastrofi – solo quelle danno un senso alla vita o, piuttosto, le danno quel buon sapore eccitante. Mentre la signora Cope è una timorata di dio e pensa che vada ringraziato sempre per qualcosa. Ha una sua strana etica. Un’etica che chiamerei diminutiva. Non hai più tuo marito? Sgobbi da mattina a sera per portare avanti la fattoria e – soprattutto – sei terrorizzato dagli incendi (quella cosa veloce che ti porta via in un attimo tutto, anche il cuore)? Fa niente: ringrazia Dio di non essere un niger, dice – e già qui lasciami notare una cosa: i tuoi personaggi sono incredibilmente ambigui. Questa signora Cope sembra “quasi” buona, “quasi” cristiana ma poi se ne esce con roba come questa: per fortuna non sono negro (e come faccio a non ricordarmi del fariseo che dice per fortuna signore io non sono mica quel pubblicano fottuto lì?).
Bene – ora capita questa cosa. Capitano da quelle parti tre ragazzini o adolescenti (una via di mezzo) capitanati da Powel Boyd che ha al suo seguito (non è un caso che mi sfuggano parole di regalità: a modo suo questo Powel è un piccolo re straccione) questi altri due, uno grosso, Garfield Smith e un piccolino, W.T. Harper.
Powel si fa riconoscere per quello che è: il figlio di un lavorante della fattoria che se ne era andato via molti anni prima e dice che suo padre è morto e la madre si è risposata con uno e lui non sa dove sia. Un balordo, insomma. Un piccolo re balordo, zingaro, senza legge con la sua corte al seguito.
Il resto del racconto è il sottile, segreto, inarrestabile, impossessarsi del suo “regno” da parte di questo re senza terra: lui lo dice chiaro, il suo regno è tutta la fattoria della signora Cope.  Con la signora Pritchard eccitatissima dalla catastrofe incombente e la signora Cope che cerca di sconfiggere quei tre demoni con la cortesia e le buone maniere.
E un’altra strana figura che finora non ho mai citata – la figlia della signora Cope – una ragazzina che sembra capire tutto fin dall’apparizione dei tre che lei spia dalla sua camera. E diventa una furia e non dice nulla ma rimprovera la madre di una qualche vigliaccheria anche se poi fa una cosa piuttosto strana: l’ultimo giorno, quando sembra che i tre se ne siano andati, lei attraversa i boschi della loro tenuta e li scopre sul bordo di uno di questi ma non fa nulla nonostante abbia con sé due pistole.
Ecco, Flan, questa me la devi spiegare.
Sono due pistole giocattolo? Ma se così è, perché non lo dici? Vuoi lasciare che noi si pensi il contrario? Che sono pistole vere e che la ragazzina non le usa per minacciare i tre teppisti regali solo perché – in cuor suo – ha deciso che sia la cosa giusta dare fuoco a quella tenuta? E' così? ...
Perché, a questo punto, credo sia chiaro a te come a tutti quelli che ti leggono, che i tre – mi verrebbe da dire finalmente – danno fuoco alla sterpaglia del sottobosco e l’incendio contro cui disperatamente di era difesa la signora Cope, avviene.
(l’ho promesso: non ti so cattolica e quindi farò finta di non sapere che l’attaccamento ai beni di questa terra è ciò che te li fa perdere tutti in un sol colpo e che con essi perdi anche te stesso. Che non si sa quando arriva il ladro – curioso, no?, che Cristo venga paragonato ai ladri … mi verrebbe da pensare che la signora Cope sia una predestinata alla dannazione perché le si toglie quello che ha – quello che credeva di avere – per metterla nella condizione di non avere nulla e toglierle anche quello.)
Cito la frase finale del tuo racconto (tuo? Ma i racconti sono sul serio di qualcuno?)
 
La bambina distolse rapidamente gli occhi e, oltre i negri che avanzavano lenti, vide la colonna di fumo che si alzava e che si allargava, senza impedimenti, dietro la barriera di granito degli alberi. Rimase immobile, tesa, in ascolto, e riuscì a cogliere, in lontananza, alcune grida di gioia, alte e selvagge, come se i profeti danzassero nella fornace infocata, nel cerchio che l’angelo aveva liberato per loro.”
 
E qui, chiunque non sappia di te come di una scrittrice cattolica, credo che non possa capire nulla ma proprio nulla. Potrebbe anche fregarsene. E’ così bella la cosa scritta che riesce a fottersene della cattolicità. Forse è questa la bellezza gratuita di una scrittura. Dà, dà comunque e sempre. Ma non credo che questo (o sì?) ti basterebbe.
Perché, all’improvviso, quei tre teppistelli diventano dei “profeti”?
E perché danzano (qui forse ti ispirava Dioniso: danza, grida alte e selvagge: menadi nei boschi, cara Flan? Pavoni orgiastici?) in un cerchio tra le fiamme che l’Angelo Improvviso ha liberato per loro?
Credo tu alluda a Daniele – ma la mia conoscenza del Vecchio Testamento è scarna (o, meglio, di seconda mano). Un angelo allontanò le fiamme dal profeta disegnando un cerchio nel fuoco, salvandolo. Salvandolo dai persecutori.
Ma tu capisci, vero? (beh, l’hai scritto tu – anche se, non sempre, si sa cosa si sta scrivendo: per fortuna) quello che stai dicendo ... I santi, i profeti, quelli che dio segna con la sua salvezza, sono i tre teppisti sovrani e i persecutori, a questo punto, sono quelli della fattoria, gli idolatri: loro, sembra, non hanno capito che era venuto il leone/fuoco/cristo a sbranare tutto quello che avevano per salvarli dai loro beni: persino dalla fede in cristo.
La signora Cope avrebbe avuto l’opportunità si salvarsi buttandosi tra le fiamme come fa Bevel che ne “Il fiume”, il racconto che viene prima di questo (nell’ediz. Italiana che ho letto:  quella Bompiani, traduz. di Marisa Caramella), si lascia portar via e annegare dalle acque che, in un primo istante, sembrano non volerlo. Il fuoco può anche rifiutarti. Quello del Purgatorio, almeno.
L’altro, quello più profondo e reale, non è schizzinoso affatto.
 
La signora Cope non ha capito che i ladri erano i santi e che le stavano offrendo (sotto una maschera puerile) la possibilità di spogliarsi di tutto. Ha preferito tenersi la paura: almeno quella, dice – e mi pare di sentirla dire questa cosa anche adesso.
E non sa di essere perduta – per sempre.
(O, almeno, per un po’ – fino all’apocatastasi (1) – non credessi in Origene, Io, sarei una signora Cope).
 
Cara Flannery, ti saluto. Curati. Non c’è lupus che possa nulla contro di te.
Tu sei una forma dell’incendio.
(1) - "apocatastasi": teoria di Origene per cui anche l'Inferno - alla fine dei tempi - sarà svuotato e tutti ma proprio tutti saranno salvi.
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 07:53 | link | commenti (7) |

giovedì, 10 marzo 2005

"la mancanza di intellettualismi e sofisticazioni e di sotto-testi furbescamente allusi."

Così scrive Tashtego parlando di Clint Eastwood. Ma cosa sono i "sotto-testi" e, per lo più, furbescamente allusi? Ne vorrei qualche esempio, uno o due mi bastano: l'Ulysses di Joyce è pieno di sotto-testi allusi ma lo sono furbescamente o meno? Tenderei a dire proprio di no, vero? Ogni opera-mondo (per usare questa chiave di lettura alla moda) è piena di sotto-testi, ficcati lì appositamente per riverberare, no? E,allora? Quand'è che l'uso di un sotto-testo diventa "furbesco" e quindi, falsificante la scrittura che regge.

Vediamo se riesco ad essere un po' più preciso. Io, per sotto-testo, intendo l'aria culturale che respiro in cui concetti come eucarestia, santità, godimento, materialismo, e mille altri, sono compenetrati con le cortecce degli alberi e hanno storie millenarie alle spalle. Quindi mi può capitare che una scena che io descrivo mi risulti "eucaristica" senza che io lo volessi ma posso anche aver voluto che lo fosse. Se l'avessi voluto, sarebbe furbesco e perciò falso? Nel caso rimanderei alla O'Connor con il suo concetto di "simbolo". L'arte, il saper fare, l'evitare la falsificazione, sta nel fare in modo che l'allusione resti tale: estremamente leggibile e allo stesso tempo nascosta in qualcosa che assolutamente cada sotto almeno uno dei cinque sensi.

E, da qui, se volete, partiamo.

(A sabato con il racconto che credo proprio riuscirò a finire in tempo.)

Scritto da: gino tasca alle 13:18 | link | commenti (19) |

lunedì, 07 marzo 2005

A proposito di un film di cui tutti parlano.
Di solito non leggo i libri che leggono tutti e non vado a vedere i film che tutti vedono e niente mostre da centomila utenti in fila per sei col resto di due anche perché avrei attacchi di claustrofobia spaventosi. Vado al cinema alle cinque quando siamo in quattro gatti anche dessero "Via col vento" – In realtà invidio profondamente la mia prima psicanalista, Sarah G. (donna sempre perfettamente truccata, con i capelli nerissimi raccolti in uno chignon severo e le sopraciglia disegnate alla perfezione, che non ha mai detto una parola e che pure, ricordo con affetto … la prima di tre ((è un blog, no? Bisogna dire la verità e poi io mica mi vergogno: gli enervés, come li chiama Proust, sono il sale del mondo e anche i rovi, aggiungo io)).) che aveva – in un’enorme sala – in Via Nazareth – un suo schermo privato su cui poteva vedere i film che le piacevano.
Il DVD ha reso alla portata di quasi tutti questa che era una cosa da Scott Fitzgerald. Ognuno può farsi il palinsesto che vuole come, per altro, succede già da tempo con i libri. Ma questo apre una ferocissima querelle che non affronterò certo qui: se la diffusione a livello "popolare" sia un bene o sia un semi-male. Tanto per cominciare: siamo sicuri di sapere di cosa parliamo quando parliamo di popolo?
Va be’ – questa era la premessa per dire che questa volta mi sporcherò le mani nel lavello: tutti parlano di "Million dollar baby" e lo farò anch’io senza aspettare quel paio di secoli e mezzo che riterrei opportuno per farlo. In realtà bisognerebbe farlo decantare. Infatti, vedo molti dubbi in giro.
Cletus (oh signore: l’archeologo che leggerà queste cose fra mille anni come reperti della nostra civiltà si chiederà chi mai sia questo latino che cito e avrà decisamente le vertigini quando fra poco citerò Caracaterina e lui si scornerà a capire come una si possa chiamare come una formula epistolare: per lui, allora: solo per lui: trattasi di epidemia scatenatesi fra i frequentatori della rete in quest’anni per cui tutti sono come camionisti: "Qui Er Pupo, rispondi Lumacone!" – li chiamano nick ((nome del diavolo, Nick, è il nome del diavolo)) e credono di essere ad un ballo in maschera: io lotto e non finirò mai di farlo finchè non torneranno alla bellezza dei loro nomi e cognomi …)
Cletus, dicevo, nel suo blog si chiede: ma è una bufala o un buonissimo film? Fa bene a chiederselo ed è quello che si chiede, in maniera meno diretta Caracaterina quando fa un buon esame di tutti i "luoghi comuni speculari" su cui è basato il film, riscontrandovi una sequela di psicologismi di facile lettura: Frankie perde una figlia cui scrive lettere che vengono sempre respinte al mittente (chissà cosa le avrà fatto: è l’unica cosa che – se dio vuole – ci viene tenuta nascosta) e Maggie ha perso un padre, anzi, come spesso capita alle donne – pur avendolo – non l’ha avuto. Chiaro, dice Caracaterina, come vuoi che finisca: lui ritroverà in lei una figlia e lei, in lui, un padre.
E questo è il primo non-mistero glorioso della storia e – fondamentalmente - il più importante. Il perno degli altri. Gli altri si dipartono da lui a raggiera, compreso quello del narratore che è qualcosa di molto simile ad un socio/angelo custode di Frankie ma anche scopa i cessi se si intasano. Come tutti gli angeli custodi seri sa dire anche verità sgradevoli come quando spara in faccia a Frankie che lui, Frankie, non porterà mai nessuno a vincere il titolo perché non può farlo. Forse non ha letto Freud ma siamo da quelle parti. "Coloro che soccombono al successo", si chiamano così. Frankie ne è un caso particolare: soccombe ancor prima di aver vinto. Comunque scrive troppo bene per essere un semplice "nero" (ma sono sicuro che lui si sarebbe definito – meno attento ai punti e virgola del politically correct: "un fottuto povero negraccio") e quella frase finale dove dice che Frankie è sparito fra il nulla e l’addio avrà commosso tutte le vacche liriche del Missouri ma è, forse, la cosa più falsa del film.
Ma il suo ruolo è solo apparentemente secondario non solo per il fatto che funge da voce narrante ma, soprattutto, perché si interpone come un piccolo piolo tra Frankie e Maggie evitando così che il loro rapporto sia puramente duale. Fa da terzo e da testimone. Infatti quando Frankie va da Maggie per ucciderla (ma è il verbo giusto?), lui è dietro la porta e lo vede andarsene via, un po’ curvo, carico di una colpa che - come dice il prete alla cui messa Frankie va tutti i giorni – dovrà/saprà portare da solo. E come faceva a sapere che Frankie sarebbe andato lì? Intuizione, certo – si erano telefonati e forse anche uno psicologo non nietzscheano l’avrebbe capito ma secondo me lui era un angelo, direttamente in comunicazione con le pulsazioni del cuore di Frankie (cieco ad un occhio, infatti, ma solo per vedere meglio: il contrario dei lupi cattivi delle fiabe che – per parlare meglio, ascoltare meglio, fare sesso meglio – si dotano di protesi come l’elaborazione elettronica nei film: lupi veramente cattivi, anzi, no, scemi: bastano trame logore come queste).
Oltre alla frase di cui ho detto, credo che la cosa più fasulla e al limite del caricaturale, sia quella pugilessa ipercattiva del sottofinale. E lo so con certezza perché ho provato la voglia di urlarle "puttana fottuta" e quasi saltavo su dalla sedia per tirare via lo sgabello su cui Maggie si fracassa la testa. Faccio così anche quando i cattivi della mia soap opera preferita ("Un posto al sole") fanno delle carognate insopportabili.
Detto questo, credo di poter dire che "Million dollar baby" sia – nonostante la formularità della storia (per altro non è una sceneggiatura originale per cui, forse, la colpa è anche un po’ del tizio che ha scritto il libro, no?) – un film quasi perfetto – non perfetto come "Mystic river" ma – forse proprio per questa sua "sporcizia" – più "umano troppo umano".
Io avevo letto, vagamente, che si trattava di eutanasia e che si diceva, ecco, vedi, parla di quella stessa cosa di cui parla lo spagnolo. Ma confesso che davo per scontato l’eutanasia riguardasse Frankie, il vecchio. E che, invece, si trattasse di Maggie mi ha letteralmente strappato il cuore dal petto e l’ha fatto diventare un sacco – com’è che lo chiamano quello che sembra una vescica? – beh, insomma, quel sacco lì. Un sacco da pungiball. Gli ultimi venti, trenta minuti sono stati una pena – già febbricitavo – avevo il fiato corto – la neve mi aveva stremato e avevo tenuto addosso il capotto per tutto il film … Occorre dirlo? Ho pianto. Sì, maledizione. E detesto farlo perché non voglio compiacermi del mio dolore: la maggior parte delle volte ci si frigna addosso: si dice, infatti, dopo: mi sono fatto un bel pianto. O, ai funerali: dai, dai, piangi che così ti sfoghi. Come se la morte di una persona amata potesse mai essere curata da quattro lacrime. Secchezza, invece, per dio e profondo dolore che non si deve dire.
Torno al film (ma mica nessuno avrà preso queste cose che scrivo sui film per delle recensioni, per caso? Sono racconti come gli altri).
Credo che questo film sia salvo almeno per una scena. E non parlo a caso di salvezza: è il sotto-testo di tutta la cosa narrata e, infatti, il prete – quello di prima e cui Frankie pone domande sulla Trinità o su altri misteri, irritandolo - alla fine, quando Frankie va a chiedergli se può uccidere (?) Maggie, gli dice che uno che è andato a messa tutti i giorni (come una palestra, no? Come un allenamento, anche quello) per ventitre anni di seguito, deve avere un senso di colpa smisurato – ecco, gli dice, sappi che dopo che avrai fatto questa cosa, quel peso ti sembrerà lieve.
E lui lo fa lo stesso – Frankie – e, se posso elevare qualcuno agli altari , per me lui è un santo ed è giusto che alla fine del film sparisca senza lasciare traccia. Starà curandosi questo male doppio che ha fatto per amore.
Ma prima deve dire a Maggie cosa vuol dire: "molushka". Scusate se non ricordo bene la parola e non la so trascrivere.
Alla fine glielo dice cosa vuol dire, prima di ucciderla (?): vuol dire mio sangue, mio tesoro.
E’ un’eucarestia – la sta comunicando – al di là del padre che ritrova una figlia e di una figlia che trova un padre. C’è in questa scena in cui lui le passa il significato della parola da bocca a bocca – come farebbe un animale con i figli – una comunicazione più essenziale e piena di gioia che manda in pezzi tutta quella scontatezza della trama.
E poi, in fin dei conti, chi se ne fotte della trama.

Scritto da: gino tasca alle 17:02 | link | commenti |

A proposito di un film di cui tutti parlano.

Scritto da: gino tasca alle 09:05 | link | commenti (22) |

sabato, 05 marzo 2005

Non essendo in grado di scrivere niente di nuovo (provate ad immaginare cosa possa voler dire avere la febbre da due mesi, sbattuto come uno straccio, dalle vette dei 39 alle bassure del 36 scarsi, antibiotici a gogò, ma ora non più, solo novalgina, la sensazione che anche il semplice gesto di lavarsi i denti sembri un'impresa eroica, l'incapacità di leggere e pensare e scrivere - e se mi togli queste cose io mi sento poco più che una medusa) ... Ecco che allora metto qui un mio commento a "Mystic river" chiaramente non di adesso ma che considero un buon "racconto di racconto" e come omaggio a Clint Eastwood.
***
Ieri pomeriggio, alle cinque, sotto un cielo già nero per via dell’ora solare e della pioggerellina insistita che cadeva, sono andato a vedere Mystic River.
Un film cupamente splendido.
Era mercoledì e si pagava solo 4,50 euro anziché i soliti 6 e qualcosa e, quando si è riaccesa la luce, alla fine del film (momento che odio: è come se riaccendessero la luce dopo che hai fatto all’amore al buio ed io mi sento sempre leggermente imbarazzato) … ho visto che erano tutta gente della mia età se non più vecchi addirittura. Mmm. Sgradevole. Detesto i vecchi – è l’unica forma di razzismo che ho.
Non perdonerò mai a dio il fatto di averci fatti mortali – ve beh – ma oltre a questo, vecchi. La dentiera – ditemi che devo portare la dentiera – e mi uccido.
 
Credo che Clint Eastwood sia un ottimo narratore. Non ho detto un ottimo cinematografaro, ho detto proprio “un ottimo narratore”. Potrei arrivare a dire – addirittura – che è proprio un bravo scrittore.
Non ho guardato i titoli di coda e quindi non sono in grado di dire se la sceneggiatura sia sua.
E questo mi fa pensare a questo strano statuto della narrazione filmica. Dove – ed è un paradosso veramente spassoso – ci sono “due” scrittori. Uno che scrive/scrive la storia e uno – il regista – che la ri-scrive in un altro linguaggio.
Mi sono sempre stupito – per es. -  che Hitchcock (altro stupefacente scrittore) non abbia mai sceneggiato i suoi films. Interveniva, discuteva, faceva cambiare, disegnava le storie, ma chissà mai perché, lasciava che altri le scrivessero al posto suo. Curioso, no?
Che pensasse qualcosa del genere: l’unica vera “reale” scrittura è quella della mia camera/penna? Potrebbe anche avere ragione ma non ne sono del tutto convinto. Cosa accade nel passaggio tra la scrittura/scrittura e la scrittura/filmica. E’ un semplice aggiungere immagini? Non credo proprio.
E’ come se due scrittori/scrittori – Auster e Fra zen (bellissimo, il correttore mi ha fatto diventare lo scrittore un frate zen) – si mettessero a tavolino e uno buttasse giù la storia secondo i criteri di una sceneggiatura e l’altro la “montasse” secondo una forma diversa.
Qualcosa di simile avveniva, credo, nei programmi iconologici che spesso i committenti imponevano ai pittori. Ma è un paragone piuttosto sfilacciato. Quelli, al massimo, dicevano al pittore di rispettare il dogma della SS. Trinità o qualcosa di simile anche se, a volte, arrivavano a disposizioni quasi pignole su abiti e arredi.
 
Clint Eastwood, comunque, ha una tecnica sopraffina.
Lo so. Fa da ridere dire che Clint Eastwood è un grande regista perché tutti noi (beh, insomma, quelli di una certa età, grrr …) lo ricordiamo come lo sconosciuto occhi-di-ghiaccio di “Per un pugno di dollari” ed è difficile immaginarlo mentre, invece della pistola, estrae una cinepresa.
Eppure ne ha la stessa precisione e velocità. Ma non parodizzata, però. (Rivedevo un pezzo di “Per qualche dollaro in più”, l’altra sera, su Rete 4 e non riuscivo a togliermi dalla testa che il primo Leone è sempre al limite della auto-parodia – un passo in più e spunta il ghigno di Franco Franchi.)
 
Usa elegantissimi movimenti di macchina senza star lì a dirti “guarda come sono bravo” e “guarda come è chic questo movimento di macchina”.
Lo fa e basta. Sapete com’è la storia, no?
I registi si sono sempre schierati in quella che per altro è solo una falsa diatriba, fra i movimentisti e fra gli immobilisti. Quelli che usano la macchina come fosse un corpo in movimento (vedi Bertolucci – intervista su Alias di due sabati fa “La macchina da presa … è corpo tra corpi …”) e chi la piazza – come uno scrittore in terza persona? – sempre al di qua della parete del quadro in una sorta di eterno piano americano.
E mai nessuno (beh, mai nessuno fra le mie scarne letture) che abbia fatto caso che registi stupendi stanno in entrambi gli schieramenti. Perché si tratta di un falso problema.
Anche se in maniera grossolana si può dire che – di solito – gli immobilisti (“piazzo la macchina davanti agli attori e, ciak, giro, e non la muovo manco se mi uccidono” “anzi, ti dirò, tutti quei pettegolezzi con la camera mi irritano …”) sono grandi mestieranti hollywoodiani (Ford, Hawke, ecc.) e i movimentisti, invece, tendono a coincidere con i cosiddetti “autori” (tutte categorie, please, da prendere con le pinze – ebeti, cioè, come quasi tutte le catalogazioni). Vedi Godard, Bertolucci stesso e mille altri.
C’è un grande regista – sempre lui – che sta a cavallo tra i due schieramenti. Hitchcock, appunto. Che è un superbo movimentista ma faceva i conti con la hoolywoodianità assoluta.
 
Voglio citare solo due esempi di grande narrazione in Mystic river (fra l’altro: ma chi è stato così pazzo da chiamare un fiume “mistico”? Lo adoro, presentatemelo, vi prego …).
 
Quando Dave (Dave è uno dei tre amici che viene rapito da due pedofili e riesce però a scappare, dopo quattro giorni di abusi sessuali) torna a casa, i suoi due amici vanno sotto la sua finestra per salutarlo. Ne appare la sagoma. Ma lui non vuole saperne di loro e tira giù la tendina della camera da letto. Si oscura.
Eastwood fa una cosa molto semplice (che – come tutti sanno – sono le cose più difficili da fare): fa calare il buio sull’occhio/camera da presa. Sembra, appunto, una cosa piuttosto semplice, quasi ingenua. Ma non lo è. E’ un moto di pietas per cui il film potrebbe finire lì. Lì, infatti, finisce il preambolo della storia. 
 
La fine del film.
La camera che ha appena chiuso inquadrando la parata/ipocrisia del “volemose tutti bene” e del “the show must go on” e “della vita continua”, si alza a volo di uccello e plana senza soluzioni di continuità sull’acqua increspata del fiume (che a me, occidentale, abituato ai fiumi con argini, dove il Po’ pare un’immensità, sembra una baia e il mare più che un corso d’acqua con sponde e limiti) e, letteralmente, vi affonda dentro, nel buio sempre più fitto e pauroso.
 
Va, ne dico una terza che è collegata ad una quarta (scusatemi, mi vengono in mente man mano che scrivo e sono ancora lontano dall’avere finito).
Parto dalla quarta, prima. Il film sembra girato con luci assolutamente naturali. Ovvio che non ho prove ma mi pare proprio che fari, quei grandi fari che per tutti fanno “set cinematografico”, non se ne siano usati per niente. Ma magari è solo un trucco: so solo che il film è immerso nella luce abbassatissima di tinelli e cieli grigiastri. E’ una tinta che i francesi definirebbero “sombre” e che sommerge tutto e tutti. Spesso, addirittura, si è proprio immersi nel buio.
Per questo, è bellissimo il ricorso che Eastwood fa al cielo in tre occasioni orrende. Ma soprattutto – è la prima – quando ritrovano il cadavere di Kathy, nella gabbia degli orsi, e la macchina si alza verso il cielo – come fossimo a Borodino – che splende di una luca vivida (anche se non meridiana – siamo pur sempre nel nord america e non a Sorrento) ed indifferente.
La bellezza non ha né è etica.
 
Ultima cosa e finisco. Ma devo, per farmi capire, raccontare la storia e, quindi, per chi crede che le trame siano la cosa essenziale dei films, sono politically scorrettissimo. Quasi bastardo.
Sean Penn (non ho ancora deciso se sia una grande interpretazione o una grande interpretazione esagerata – sapete, quelle cose alla Jack Nikolson – mille faccine e mille smorfie in un nanosecondo), è Jemmey, un altro dei tre bambini del prologo. E’ cresciuto. Ha un suo minimarket e trascorsi da rapinatore. Ha anche ucciso il padre del fidanzato di sua figlia, Kathy. Ed è Kathy, appunto, che trovano uccisa con un colpo di pistola e bastonata ma non abusata sessualmente, nella gabbia degli orsi.
Il terzo bimbo, Sean (non Penn: è Kevin Bacon), è diventato agente della polizia ed è lui a condurre le indagini.
Per tutta una serie di indizi, la moglie di Dave (disturbatissimo, già morto fin dalla prima inquadratura anche se quando Jemmey lo uccide, in riva al fiume, lui dice “non ero ancora pronto”) e Sean e il sergente nero che lavora con lui (grande presenza fisica “negra” e snob), si convincono che Dave abbia ucciso Kathy. E’ l’unica ingenuità del film. Qualsiasi lettore scafato sa che è una falsa pista per il semplice motivo che la si fornisce troppo presto – ma è un peccato veniale: si fanno film gialli e libri gialli da troppo tempo e le trame non sono infinite.
Fatto sta che Celeste (la moglie di Dave) lo dice a Jemmey e a questo non resta che fare quello che ritiene – secondo la sua etica – l’unica cosa da fare. Attrae Dave in una trappola banalissima (Dave, probabilmente, sa cosa sta per capitare e ci si lascia cadere dentro) e poi lo uccide, in riva al fiume in una delle più cupe e scure scene del cinema che mi sia capitato di vedere da che guardo film. E’ tutto così dannatamente buio e cattivo e irredento e necessario che sembra quasi pre-cristiano. Nessun Gesù è mai morto per nessuno né mai è risorto.
E c’è anche un bellissimo brano hegeliano, all’interno di questa scena.
Jemmey – nella più pura e cristallina dialettica servo-padrone – offre a Dave la vita in cambio della confessione. Dave, di cui si vede solo metà della faccia, illuminato come in un Caravaggio – una faccia veramente bellissima (devo dire che quest’attore catatonico è forse molto più bravo dell’istrionico Penn), Dave, dicevo, cede e confessa quello che – a quel punto del film (ma anche prima) – noi sappiamo che non ha fatto. E, naturalmente, non ha salva la vita.
Jemmey lo pugnale e poi gli spara in testa (esplosione che invade lo schermo che diventa bianco/giallo come il cielo – ecco, vedi).
 
Il film ha poi quattro finali o tre sottofinali e un finale (il finale/finale: quello dell’inabissamento della macchina da presa nel fiume).
 
Primo sottofinale – Sean va da Jemmey e gli rivela di aver beccato gli assassini di sua figlia. Credo intuisca – anzi è sicuro – cosa è successo e dice una cosa essenziale: “A volte credo che su quella macchina siamo saliti tutti e tre”. Allude alla macchina dei pedofili che avevano rapito Dave. Overossia il male è contagioso – molto più del bene.
Terzo sottofinale (del secondo parlo dopo perché mi pone dei problemi) – E’ passato del tempo e c’è una parata delle forze di polizia dello stato. Sono tutti lì. Nel trionfo dell’ipocrisia e della disfatta etica. Persino della complicità. Sean, infatti, vede dall’altra parte della strada Jemmey che esce di casa, con la faccia indifferente (dietro a quegli occhiali da sole che hanno anche la bandine e che vorrei comprarmi anch’io), e gli fa il gesto di sparargli con la mano, sorridendo. E non mi è piaciuto proprio per niente. L’avrei picchiato.
Unico segno dell’inquietudine (e bellissima trouvaille di Eastwood) è Celeste, la moglie di Dave, che corre lungo al marciapiede, angosciata, impaurita e chiama suo figlio, Michael, che sta su un carro – nella parata – con la testa sul palmo della mano, tristissimo.
Secondo sottofinale – Nella camera da letto di Jemey. Scusate, devo essere pignolo perché la cosa è molto complessa. Entra sua moglie (la sua seconda moglie, la madre delle altre due sue bambine ma non di Kathy), di cui non ricordo il nome (un caso?) e lo abbraccia e se lo coccola e comincia un discorso che sembra la solita separazione delle due leggi. Secondo la prima legge tu non puoi uccidere nessuno né vendicarti, ma per la seconda legge (quella di Antigone) tu DEVI uccidere chi ha ucciso tua figlia. Infatti gli fa un lungo discorso in cui gli dice che lui sa amare le cose che sono sue, le cose che deve amare, e che ha raccontato alle figlie – poco fa, prima che si addormentassero – che lui ha quattro cuori.
Attenzione. Non dice che lui sa amare in assoluto – dice che lui sa amare chi DEVE amare. Non è la stessa cosa. Un mafioso non parlerebbe in maniera diversa. Questa è una corruzione dell’amore.
Infatti, la scena scivola via, in maniera veramente superba (ed è chiaro che non ho neanche la più pallida idea se Eastwood lo volesse davvero – quando la scrittura avviene in questo modo, avviene per conto suo ed è la Grazia).
La donna dice che lui è un Re e mentre lo fa stendere sul letto e gli si mette sopra, dice che lui e lei sono superiori agli altri.
Buio, signori, buio, vi prego. 
 
 
 
 

 

Scritto da: gino tasca alle 08:05 | link | commenti (5) |

giovedì, 03 marzo 2005

Scusate. 

Scusate, mi tocca sprecare alcune parole per rendere ragione dell'immensa malizia e cattiveria di uno che talvolta frequenta questo blog. So che non frega quasi niente a nessuno ma vorrei che fosse un esempio - limitatissimo (vi prego di credermi: fanno di immensamente peggio) - di quella nevrosi/perversione devastante che polverizza cuori e menti di alcuni frequentatori della rete.

Allora. Non cito il suo nome per intero perché non mi ricordo se con esso si sia mai firmato e non ho nessuna voglia di star lì a controllare. Si sigla con una "d. :)" e non è - mi raccomando! - Demetrio. E' uno dei frequentatori dei forum da cui sono fuggito via ma lui talvolta viene qui e lascia quei suoi lunghi ed interessanti "preciso" storici-critici che non fanno male a nessuno. Ha anche augurato, da subito, a Puck di morire ed io ho cancellato il suo messaggio. Bene. Di recente - in "etimologia ed etica" - ho scritto di aver frequentato un triennio da "segretaria d'azienda" e un - notate la malizia - utente anonimo mi ha scritto "segretaria d'azienda?" . Non gli ho risposto né gli rispondo adesso perché non ho tempo da perdere con queste stupidaggini ma nel frattempo ho scoperto chi sia nel modo che ora vi racconto.

Io non leggo più quel forum e quindi non so cosa vi si dica ma  ho amici che continuano a leggerlo e che, a volte, mi telefonano raccontandomi le cose che vi si dicono. Con parsimonia che se no mi ritrovo in quel letamaio. Allora, poco fa, mi chiama M. e mi dice: sai che il nick ****** rivolgendosi ad un nick con cui avevo guerreggiato per anni, le racconta che "ginone" ha detto di aver frequentato un corso per segretarie d'azienda ... Voi capite, vero? Io so che quel nick non è che il "d. :)" che talvolta scrive qui e che, quindi, per farmi quella domanda maliziosa era ricorso all'anonimato. Capito lo squallore. A chi mai può interessare una simile sciocchezza? Perchè farne argomento di pettegolezzo? Capite ora perché sono dovuto andarmene via.

Messaggio per D. :) - gradirei proprio che tu non frequentassi questo blog: non ho mezzi per proibirtelo perché hai solo un IP - mi limiterò a cancellare ogni cosa che lascierai scritta fosse anche il più interessante degli approfondimenti. Sei una persona indecente con cui non voglio avere niente a che fare: spero avrai il buon gusto di non replicare e di non scrivere più niente.

FATE COME SE QUESTO MESSAGGIO NON FOSSE SCRITTO - DOVEVO SCRIVERLO MA MI INFASTIDISCE ENORMEMENTE L'AVERLO FATTO.

Scritto da: gino tasca alle 12:43 | link | commenti (8) |

(E' un racconto, uno dei pochi, scritto alcuni anni fa che, sgrassato da certi lirismi di troppo, conserva per me una sua dignità e, per questo, rivisto e corretto, ve lo sottopongo - è un po' lungo, quattro, cinque pagine ma spero reggerete la distanza.)
SUMO.
Yukio Ishimura doveva incontrare Asashoryu e, per questo, se n’andò a dormire molto presto, alle otto di sera, dopo aver bevuto una piccola tazza di tè e dopo essersi lavato accuratamente il bel corpo cercando di non scordarsi nessuna delle pieghe di grasso che ricadevano l’una sull’altra.
L’avversario con cui si sarebbe battuto il giorno dopo era molto giovane, aveva solo diciotto anni e non era giapponese. Veniva dalla provincia di Ulan Bator e il suo vero nome mongolo era Dolgorsuren Dagvadori. Alto due metri giusti e pesante 170 chili. Mentre lui, Ishimura, aveva trentadue anni ed era alto poco più – due metri e cinque – ma pesava 198 chili.
Ishimura era allo zenith della sua carriera. Al punto in cui splendore e rigore sono indistinguibili ma dove, anche, si capisce che sta per iniziare il declino.
Il declino, poi, avrebbe potuto arrivare anche solo dopo altri quattro o cinque anni, ma chiunque abbia l’occhio esercitato sa leggere i segni della sconfitta già in quel momento.
Il maestro di Ishimura era addirittura più preciso e crudele.
Per lui il culmine “era” la sconfitta.
E un giorno che Ishimura gli aveva chiesto come si potesse riconoscerlo, il maestro si era girato verso il tramonto e si era messo a scuotere la testa salmodiando dei mantra.
 
Ishimura non si sentiva per niente tranquillo perché Asashoryu veniva da una serie di vittorie fastidiosamente regolari: degli ultimi venti incontri, infatti, ne aveva vinti diciotto e, negli altri due, l’avversario – più semplicemente -  si era ritirato.
E sebbene lui pure da ben due anni non fosse mai stato sconfitto, sentiva che qualcosa si era incrinato nel cerchio della sua consapevolezza che, nel suo caso, era quasi totalmente corporea e il suo corpo gli pareva, allora, in uno stato di grazia assoluta.
Eppure da qualche parte c’era un limio, un sordo raspare di topolino che gli sfarinava le difese, cortese, senza invadenza, ma con ostinazione.
Era stato persino dal suo medico che si era limitato a dargli un colpo amichevole sullo stomaco e a dirgli – guardando in su – che era solo una faccenda di nervi – che stesse calmo e che prendesse una pillola al giorno di Xanax, o mezza e solo se proprio si sentiva inquieto e mai prima di una gara.
Lui si alzava tutte le mattine e faceva tutto quello che doveva fare: preghiere, esercizi, pasti, ma quando smetteva di fare delle cose (esercitarsi, pregare, magiare, andare per strada o al cinema) e si ritrovava a pensare, gli pareva come se un’ombra bianca gli calasse sugli occhi – gli pareva di aver perso peso anche se la sua bilancia non segnalava niente del genere.
E due settimane prima, quando il maestro della casa imperiale gli aveva appuntato la medaglia de “Il Pavone D’Oro Che Nella Coda Non Tutta Dispiegata Significa L’Incompletezza Della Rivelazione”, si era sentito barcollare sulle gambe per un improvviso mancamento.
Non se n’era accorto nessuno, ma lui era rimasto turbato e quasi infastidito durante tutto il pranzo ufficiale tanto che un cugino dell’imperatore gli aveva fatto chiedere se non desiderasse qualcosa. Umiliato dall’umiliazione che così aveva inflitto ad una persona legata alla casa imperiale, Ishimura aveva chiesto il permesso di tornare a casa perché si sentiva poco bene.
La notte poi, aveva pianto come non gli era mai successo.
 
Non lo aveva detto neanche a suo padre ma – due settimane prima – era andato a vedere un incontro di Asashoryu, al Shintoist Theatre, nel quartiere delle geishe, e, per non farsi riconoscere, aveva chiesto al direttore del teatro – che era un suo grande amico – se poteva starsene nel suo ufficio che aveva una parete a specchio da cui si poteva vedere senza essere visti.
Lui non se ne era accorto ma il direttore sì.
Man mano che l’incontro proseguiva, il suo viso aveva assunto una stranissima espressione che era fatta di una leggera gelosia e di ammirazione.
Quel giovane uomo aveva quello che lui, forse non aveva più. Una gran fame. Ed era anche, evidentemente, privo di quel “rispetto ed imperturbabilità” che doveva contraddistinguere un buon lottatore. Esultava scompostamente ad ogni buon colpo meso a segno. E alzava i pugni al cielo quando vinceva squotendo la testa come a dire, sì, sì, ce l’ho fatta. E ricevava il bouquet del vincitore con la mano sinistra anziché con la destra anche se aveva dichiarato ai giornali che lui era mancino.
Se n’era andato subito dopo la premiazione senza farsi vedere e senza fare caso agli inchini del direttore.
Poi, a casa, aveva ripensato con cura ad ogni cosa che aveva visto.
Asashoryu aveva una maniera di far scattare il braccio lungo i fianchi dell’avversario che lui non aveva mai visto e che – tanto meno – aveva mai eseguito.
Chi glielo aveva insegnato?
Aveva dormito male e il giorno dopo si era precipitato dal suo maestro e gli aveva ripetuto quella strana mossa.
L’altro aveva fatto solo pfui! e gli aveva detto di pensare ad allenarsi senza occuparsi d’altro.
Ma, anche se non aveva detto niente, un certo crollargli delle spalle, stava a dire che dal momento in cui ti preoccupavi delle mosse dell’avversario, eri proprio finito.
 
Il sole quella mattina si alzò indeciso e nulla faceva pensare che avrebbe cambiato d’umore durante il giorno. Non faceva che uscire e rientrare in qualche grossa nube..
Ishimura aveva sognato ma non ricordava cosa e, anche l’avesse ricordato, non l’avrebbe di certo raccontato a nessuno. Aveva mangiato dell’ottimo pesce crudo preparato da sua madre e costolette di agnello e riso e dolcetti alla vaniglia poi era andato nel suo bagno dove aveva pulito accuratamente il suo bel corpo enorme dentro alla vasca grande che usava di solito, guardandosi per un attimo nello specchio ammirato della sua bellezza.
Sì, era ancora lui, aveva pensato.
Ma subito dopo, come succedeva ormai sempre, aveva sentito un astio stupido per tutto e tutti.
Cos’era questa cosa, cos’era questo rancore, cos’era questo male?
Aveva cercato di distrarsi e c’era riuscito lasciando che il suo servo cominciasse la lunga operazione che – partendo dai capelli fino al suo stupefacente kimono – l’avrebbe fatto diventare l’idolo di carne che tutti adoravano (ma lui?).
 
Quando l’acconciatura era finita Ishimura s’era mosso lentamente, dentro a quel suo kimono nero, verso la porta dove suo padre e sua madre lo attendevano per i soliti inchini e, fuori, c’era una limousine che l’avrebbe portato al Shintoist Theatre per l’incontro con Asashoryu.
 
Durante il percorso da casa sua al teatro era sprofondato nella solita trance che precedeva tutti i suoi incontri.
Parlava – poco – e si muoveva come fosse in sé ma in realtà era in un altro luogo, anzi, non era da nessuna parte. Non era.
E in questo stato eseguiva tutto il lungo rituale che precedeva l’incontro.
Le snervanti preghiere scintoiste, l’accurata messa in scena dei saluti con l’avversario, i colpi di gong, gli incensi bruciati.
 
Poi, finalmente, cominciò l’incontro.
Non guardava mai negli occhi gli avversari perché sapeva che sarebbe stato come riconoscerne la presenza. Durante lo scontro c’era solo la sua carne sapiente e, dall’altra parte, un ostacolo tra lui e la pienezza, che andava annichilito.
Non avrebbe, dunque, saputo dire perché questa volta, invece, guardò Asashoryu negli occhi: uno sguardo breve e quasi privo di contenuto ma che era bastato a capire tutto.
Quel giovane lottatore l’avrebbe battuto. Ne era certo.
E, infatti, alle prime prese aveva cominciato a sentirsi meno fermo sulle gambe, come se tutta la sua sicurezza si fosse incrinata all’improvviso – le sue mani scivolavano via dal corpo di Asashoryu come non avessero forza.
Ad un certo punto Asashoryu riuscì a scivolargli via di lato come non era mai riuscito a nessuno.
Ed fu allora, mentre la guance gli diventavano lievemente rosse, che Ishimura lo agganciò una seconda volta e con il palmo della mano sinistra nascose la sua mano destra.
E con la nocca della mano destra, così accuratamente resa invisibile, premette una vertebra di Asashoryu con una piccolissima pressione, quasi inesistente, è l’enorme massa del giovane lottatore crollò a terra come si fossero slegati i fili che la tenevano in aria.
Il teatro scoppiò ad urlare di gioia  e gli assistenti di Asashoryu avevano dovuto aiutarlo a tirarsi su mentre si guardava intorno inebetito senza capire cosa gli fosse successo.
 
Ma Ishimura non restò lì per i ringraziamenti.
Come avrebbe potuto? Ishimura era già morto e tutto quello che segue (il ritorno a casa, la cena con i genitori ingrugnita e silenziosa, la camera da letto al buio, la rapida corsa della lama da sinistra verso destra per squarciarsi il ventre, l’odore molliccio delle budella che fuoriescono, il tempo di dirsi ah questo è morire, e poi quell’addormentarsi come un bambino che delira per la troppa febbre e poi niente più niente) è racconto.
La madre, alle due di notte, si svegliò come se qualcuno l’avesse strattonata via dal cuscino, prendendole con un pugno violento i capelli grigi, sciolti per la notte.
Chi aveva lasciato la parete che dava sul giardino aperta e perché questa cosa le faceva tanta paura come quando era bambina?
Eppure – pensò – dovrò alzarmi per chiuderla e cercare di non fare troppo baccano per non svegliare Ishimura. Che dormiva nella stanza accanto.
E lo fece. Ma mentre stava per chiudere la parete facendola scivolare piano piano e facendo attenzione che non sbattesse quando l’avrebbe chiusa per bene, s’accorse che fuori stava nevicando.
 
 
 
 
 
 
 

 

Scritto da: gino tasca alle 07:49 | link | commenti (6) |

mercoledì, 02 marzo 2005

Brevi, brevi.

"I miei ... mi hanno fatto capire che il mondo ha senso solo se lo costringi ad averlo ."  Difficile crederlo ma lo dice Batman, sceneggiatura e disegni di Frank Miller (i grassetti sono suoi).

Hanno - finalmente - rieditato "Colazione da Tiffany" di Truman Capote che ormai era rintracciabile solo nei Meridiani. E mi è successa una strana cosa: io che non leggo mai un libro se non in moltissime sessioni di lettura detestando che arrivi alla fine, ho letto queste 128 pagine, senza interruzione, in un pomeriggio. So che altri appartengono al "partito" avverso: leggere tutto e subito come fosse un budino che si inghiotte intero e scivola via in gola lieve e fresco. Ma che l'abbia fatto io mi ha stupito soprattutto perchè non posso dire che - al di là di una splendida capacità di organizzare la narrazione - lo trovi un'opera perfetta: lo è "quasi". Credo, quindi, che due stiano stati i meccanismi che mi hanno tenuto legato alla lettura per tutto quel tempo (non ho grande autonomia "lettoria": mi interrompo di continuo per bere qualcosa o mangiare o guardare un film): il confronto con il film - il personaggio di Holly Golightly. (Ma così queste "brevi" diventano delle semi-brevi).

Chiunque abbia la mia età o qualcosa di simile non riesce più a leggere i Karamazov senza che Ivan abbia la faccia di Umberto Orsini. Bene. Qui non succede niente del genere. Nonostante Audrey Hepburn sia - nel film - un'icona assoluta, la sua faccia non mi si è mai imposta durante la lettura come se questa volta il personaggio avesse un tale potere in sé da risultare iconoclasta: purezza di parole e niente immagini: come il dio ebraico. E questo nonostante il nome così pesantemente significativo che avrebbe stroncato, con il suo carico di significazione, le spalle di uno scaricatore: holly golightly, cosa sacra va leggermente. Chi avrebbe mai retto ad un simile destino inscritto nel suo nome? Minimo, a noi nevrotici, sarebbe successo di coabitare con i porci. Invece Holly è un personaggio "assoluto", come Natasha (toh, anche lei interpretata dalla Hepburn). E io, poi, sostengo che Holly è una dandy. Non "un" dandy: ho detto proprio "una" dandy violando, così, un quasi dogma per cui dandy è solamente figura maschile.

Confronto con il film. Un bel pareggio anche perché - se non ricordo male - Capote partecipò alla sceneggiatura dello stesso. Le due uniche grandi variazioni sono queste: "Fred", nel romanzo, non è il mantenuto di quella ricca arredatrice che gli trova casa, gliela arreda, e gli passa l'argent de poche e poi lo fotte. E, soprattutto, nel romanzo (o lungo racconto?) non c'è il "lieto fine" imposto, evidentemente, dalla logica hoolywoodiana: qui, nel romanzo, non ritrovano il gatto assieme e, poi, sotto la pioggia, tornano a casa. No. Holly parte e il gatto lo ritrova Fred solo dopo un po' di giorni e capisce che finalmente ha trovato il suo posto. Dice, infatti "ero sicuro che era arrivato in un posto che era il suo posto. E, capanna africana  quel che sia, spero lo stesso anche per Holly". Lui, il suo posto, lo trova raccontando la storia.

Detto altrimenti: avete smarrito un gatto ultimamente?

Terza breve, veramente breve: ho rivisto "Hombre" di Martin Ritt. Un finto-western, con uno splendido Paul Newman: non c'era quasi musica e non c'era un momento di noia: grazie al montaggio.

Scritto da: gino tasca alle 12:57 | link | commenti (4) |