Non ho lo scanner e quindi mi tocca – ma è una felice necessità – descrivervi il quadro di cui vorrei parlare: si tratta di “L’angolo di appartamento” di Claude Monet, del 1875, quindi ad impressionismo già ben avviato.
Pre-notazione: credo che chiunque associ “impressionismo” a pittura molto chiara, piena di luce e sole e acque e papaveri e barche e, invece, questo quadro sembra quasi inchiostrato tanto è scuro come se un po’ del buio in cui stava di casa il Caravaggio se ne fosse uscito fuori dai suoi quadri invadendo altri territori.
E, a scacciarlo, non sembra capace neanche l’ampia porta finestra in fondo al quadro piena di luce lattea che una volta allagato il piano del tavolo appena sotto, lì si ferma, abbandonando il resto della scena a questo buio.
Anche se si tratta di un buio in cui, tutto, è immerso in bagliori lilla scuro o viola pallido (la figura femminile – forse la madre – è appena abbozzata a colpi di luce violacea come faceva il Tintoretto nei quadroni della Scuola di San Rocco dove le figure in secondo piano erano fatte allo stesso modo: fondo scuro e luminescenze a disegnarle).
C’è poi questo parquet che occupa buona parte della scena e che “crolla” dal tavolo fino al primissimo piano, nella tipica non-prospettiva verticale dei bizantini o dei primitivi, tutto illuminato di questa colata di luce viola pallido.
Due lampadari (uno con la lampada ad olio e uno con le candele: fase di transizione, evidentemente) segnano l’esatto centro della scena.
Il primissimo piano e fatto come se si trattasse delle cortine di un sipario aperto. Delle tende maculate di grandi pois di color verde marcio e rosa pesco e giallo pallido su un fondo genericamente “crema”. Ma, davanti a loro, e con loro quasi fuse, ci sono delle piante dalle foglie verde pallido-giallo, piccole, aculeate che finiscono in alcuni vasi cui fanno da pendant altri vasi, appena al di là delle tende con grandi foglie verdi appena abbozzate (con la stessa tecnica della “madre”).
Sembrerebbe, quasi, che un quadro en-plein-air di Monet si fosse aperto, per mostrare il suo cuore “borghese”.
Non fosse per la figura di cui non ho ancora parlato.
Un bambino che appare al centro della scena – solo leggermente scostato dalla verticale dei lampadari – e che giustifica tutto il quadro.
Se ne sta lì, con le mani in tasca, tranquillo – l’espressione del volto non esiste perché la pittura e accennata, come sempre anche se non si limita agli sfolgorii luminescenti con cui quasi tutto è trattato. Il visino e il corpo e il colletto bianco sono di “materia piena”.
Come se solo lui avesse “sostanza”.
L’impressione è quella di un mondo che “cola”, come cera fusa.
Ancora un poco e la superficie (che – come il folle Nietzsche insegna – è la cosa più profonda) si sarebbe dissolta per sempre.
Anche se il processo era cominciato molto, immensamente prima. Già in Tiziano - nell’ultimo Tiziano – per non parlare del Tintoretto e poi, a seguire, El Greco e Velasquez e Rembrandt. L’àncora era il “disegno” – non a caso. Cos’è il disegno se non una linea che delimita il delirio infiammato dei colori? Tolto quello, era solo questione di tempo e si sarebbe finiti all’informale anche se con tutti i necessari rétour à l’ordre, ovvio: la storia è una spirale come dice Vico: chi la scende e chi la sale.
Devo finirla, per forza: è diventata una faccenda troppo lunga.
E pensare che avrei dovuto parlare anche di come io perdoni stenografie, allusioni, abbozzi del “reale” solo se vi fanno apparire “qualcosa” che giustifichi la loro sciatteria (nel quadro di Monet, per es., il parquet è eseguito alla va là che va tutto bene: ma c’è l’ architettura della scena e l’apparizione del bimbo a giustificare tutto).
Di come avrei dovuto laurearmi sui futuristi o, poi, su Burri e sono tornato ad essere un fiamminghista e adoratore di Piero della Francesca.
Di come trovi falsa-ideologia tutta la storia che: io esprimo ciò che sento (che fa ancora più danni in pittura che in scrittura).
Di come obbligherei ogni pittore – anche sottoponendolo a torture – a sapere disegnare e dipingere perfettamente e solo allora gli permetterei di fare dei tagli sulla tela.
Del concettualismo e del perché ostinarsi a chiamare “pittura” pratiche che con la pittura non hanno più nulla a che fare (sai, la faccenda di pennelli e colori e solventi e tele o muri o tavole …).
Dell’odio platonico di Duchamp per la pittura.
Insomma, questo e altro ancora.
p.s. contro me stesso e che arrovescia quasi tutto quello che ho scritto qui sopra: ieri sono stato steso tutto il pomeriggio sul mio lettino prendi-sole ma all’ombra, sotto le fottigne e non riuscivo a leggere per via di certi fastidi fisici e avevo anche freddo e quindi mi limitavo ad abbiocarmi o ad osservare l’estrema complessità anche di un piccolo rettangolo di foglie: c’era una così svariata gamma di effetti che non vedo come un pittore avrebbe mai potuto renderli.
Ogni pittura, quindi (ed anche ogni scrittura, del resto), è solo un processo di semplificazione attraverso cui rendere – fingere – il reale.
Il più calligrafico dei fiamminghi, perciò, non è meno informale di Pollock.
Si tratta solo e sempre di colori stesi e di parole e niente permetterà mai di raggiungere anche solo un atomo di reale.
Ecco perché si fugge nel cuore, nei sentimenti. A quelli ci pare di conoscerli meglio.
Ci pare.
Cazzo, quante cose messe assieme.
Va bene – il titolo di questo pezzo sarà “Minestrone”.
(Ed ecco la seconda parte - una frase viene fuori in grassetto ma contro la mia volontà: non riesco a modificarla. Mi piace, invece, notare che - nel dividere il racconto in due per metterlo qui - ho seguito la separazione naturale che sta nella storia ((cambia tutto, anche lo stile)) e ho verificato, così', che tutte e due le parti sono esattamente di 17 pagine l'una. L'avessi ricercato, non ci sarei mai riuscito.Spero sia un buon segno.)
E’ passato un mese da quella domenica e, oggi, le cose hanno preso una piega che, decisamente, non mi aspettavo.
Oggi ha chiamato mia suocera. Ha risposto Marta e si sono messe a parlare molto piano, fitto fitto, per una buona mezz’ora. Ad un certo punto ho visto Marta impallidire. Io ero seduto in poltrona e stavo esaminando una planimetria ma, ogni tanto, la sbirciavo. Poi si è girata verso la parete e l’ho sentita – anche se sarebbe sembrato impossibile – abbassare ancora di più il tono di voce.
“Cosa succede?” le ho chiesto quando ha messo giù la cornetta.
Marta mi ha guardato con aria di sfida e – senza esitazione, brutalmente – mi ha detto che suo padre ha un tumore allo stomaco. Gliel’aveva appena detto sua madre, al telefono. In fase avanzatissima – sì e no un mese ed era spacciato.
Mi ha fissato con aria di sfida, come se si aspettasse di vedermi intonare un Gloria in excelsis Dei.
Ma io non ne avevo nessuna intenzione – era come se mi avessero sparato a pochi passi di distanza e la pallottola mi fosse passata molto vicino all’orecchio, assordandomi. Infatti, credo di aver alzato il tono di voce come ce non ci sentissi bene. In realtà non provavo nulla.
“Da quando lo sa?”
“Perché urli? …” mi ha chiesto, corrugando la fronte. “Di chi parli? Di mia madre o di mio padre?”
“Tua madre, certo. Non credo che l’abbia già detto a tuo padre, no? …”
“Dice che l’ha già capito.” E così, a questo modo, ha pur sempre finito col rispondermi come se le avessi chiesto di suo padre e non di sua madre.
“Può darsi. Credo che queste cose si sentano …”
“Mmm, lo credi?”
“Sì, ne sono proprio convinto. Io credo che sia come per gli animali. Cominci a cercare una tana, un cespuglio, della sabbia in cui nasconderti.”
“Non fare letteratura, ti prego. Non stai scrivendo uno di quei tuoi stupidi racconti.”
Ho fatto finta di niente.
“Penso anche che dipenda molto da come si comportano quelli che ti stanno attorno. All’improvviso ti trattano come se tu fossi un oggetto di cristallo e tu capisci, allora, che stai per morire.”
“Ancora letteratura. Sei insopportabile.”
Forse aveva ragione lei. In realtà non sapevo che dire e, quindi, buttavo lì le prime cose che mi venivano in mente.
“Ma sai qual è la cosa buffa?”
Gli si sono illuminati gli occhi. Nel dirlo.
“Vuole vederti.”
“Chi? Tua madre?!”
“No! Lui. Mio padre. Dice che deve parlarti.”
Sono rimasto senza fiato.
“Oh, questa sì che è una sorpresa …”, le ho detto ed ho aggiunto “Che cosa vorrà dirmi? Che è felice di morire perché almeno non dovrà più sorbirsi il mio brutto muso? …” (Anche se lui – nel caso - avrebbe detto “faccia da stronzo”, ne sono sicuro o, anche, “brutta faccia de mmerda”.)
“Non so. Sono sorpresa tanto quanto te. Ne abbiamo parlato, io e la mamma … Anche lei non capisce. Dice solo che ha aggiunto di voler sistemare le cose.”
“Non vorrà mica che ci rimettiamo seriamente a fare il marito e la moglie, per caso? … Sai, quando stanno per morire, diventano sentimentali.”
“Sei proprio uno stronzo … e lo sai, vero?”
Ed è scappata fuori dalla stanza piangendo.
Che cosa le ho detto di così grave? In che cosa ho violato l’arido cifrario del nostro amore che ha dignitosamente svolto la sua funzione per almeno quindici anni? Sarcasmo, punzecchiature, indifferenza, malignità, rancore. C’è dell’altro tra me e Marta, forse? Questo è il mio rapporto con Marta – da così tanto tempo, ormai, che stento a ricordarmi qualcosa di diverso. Perché, allora, l’ha così tanto sconvolta quella mia innocua battuta? Perché le sta morendo il padre e, quindi, per lei tutto, adesso, le cambia di segno?
Confesso che mi ha proprio sorpreso perché non avrei mai sospettato che gli fosse tanto attaccata, anzi – ad essere sincero - mi è sempre sembrato che tenesse, soprattutto ai suoi soldi e al tenore di vita che le garantivano. (Una volta che – per l’Epifania, come sempre - non le era arrivato il suo vitalizio, aveva tempestato suo padre di telefonate una più furiosa ed isterica dell’altra).
Ma potrei anche sbagliarmi. Anzi ne sono quasi certo.
A meno che quella reazione così teatrale non sia semplicemente dovuta ad una sorta di sovraccarico energetico-emozionale e, allora, basterà risistemarle i tappi e lei tornerà ad essere la donna brutale che conosco.
E vorrà dire che mi sono sbagliato adesso. Ora che ho creduto di vederla seriamente preoccupata. Quasi sconvolta, dietro alla sua solita maschera.
Ho deciso che oggi pomeriggio andrò a trovare mio suocero. Sono curioso di sentire cosa ha da dirmi. Ma non ci voglio pensare più che tanto. Sono molto pigro e se non scrivo non riesco a pensare.
A questo punto, però, credo di dovergli il suo nome. Si chiama Matteo Bartolomucci. E basta. E pare che stia per morire.
Quando Donna Federica mi ha aperto la porta non mi è sembrata particolarmente stupita di vedermi. Come se non si fosse aspettata niente di diverso.
E io non capisco. Perché tutti danno per scontato – mio suocero, Marta e sua madre – che io vada a trovare un uomo che non ha mai mancato un’occasione per manifestarmi tutto il suo più profondo disprezzo? … Fin dal primo momento in cui mi ha conosciuto … perché? Non ho nulla del buon samaritano e loro lo sanno perfettamente. Caso mai tendo alla vendetta ed al rancore per altro ben dissimulati.
Mi ha aperto la porta della loro stanza da letto e si è fatta indietro per farmi passare.
“Io, mo’, dormo de là – ne la stanza de Marta mia. De notte vie’ ‘na suora che c’a er diploma d’infermiera.”
“Sì, certo. Ma lei non entra?”
“No, no, va pure. Entra. Ha detto che vo’ parla’ solo co’ te. Va, va …”
E mi ha dato una piccolissima spinta.
Stavo per girarmi e dirle che non capivo, ma lei mi ha subito chiuso la porta alle spalle. Oh cristosanto! C’era una puzza che toglieva il fiato. Non era la solita puzza del suo alito (cacca e aglio). No. C’era qualcos’altro di più opprimente e pervasivo. Qualcosa che stava marcendo. Devo aver pensato – ma forse dire “pensato” è troppo preciso – … deve essermi passato per la testa, in maniera quasi inconscia, che mio suocero si stava decomponendo prima di morire. Il tempo di pensarlo – come quando cerchi di ricordare un sogno – ed era già sparito.
Sono rimasto sulla soglia, con le spalle contro la porta senza osare farmi avanti nella stanza, con la gola contratta come se stessi per vomitare. Lui stava sicuramente dormendo, con la bocca semiaperta e ronfando lieve e, forse – ho pensato - non sta neanche soffrendo troppo.
L’ho pensato davvero e questa cosa e mi ha molto sorpreso, anzi, quasi irritato. Era un pensiero tenero, cortese come se, da qualche parte, la morsa spietata del mio rancore stesse mollando le ganasce. Ecco perché ne ero scocciato. Non volevo cadere nella sua trappola. Era del tutto evidente che cercava di morire per qualcosa. Per me, forse. E, invece, io volevo che lui morisse per nulla. Come noi tutti moriamo.
Dopo un po’ ho cominciato ad abituarmi. Anzi, il mio naso – cui sembravo ridurmi, in quel momento - ha cominciato ad abituarsi a tutta quella puzza e mi sono fatto avanti, verso il letto.
Non vedevo l’ora di sbrigarmela con queste cose che mi doveva dire (ma chi l’avrebbe svegliato?, pensavo) e tornarmene a casa e ficcarmi sotto la doccia. Gli abiti li avrei messi immediatamente in un sacco della spazzatura, chiudendolo bene e portandoli a lavare, subito, prima che chiudesse la lavanderia cinese all’angolo della strada.
La prima cosa che mi ha colpito è stato constatare quanto poco corpo ci fosse sotto le coltri. In quelle poche settimane il corpaccione di mio suocero si era prosciugato, sfatto come una cipolla soffritta fino al punto di consumarsi. Sembrava che – non ci fosse stata la coperta a dare un po’ di volume – le lenzuola si sarebbero accomodate attorno ad un grumetto di ossa. Tenute su dagli spuntoni delle ginocchia, del bacino, delle spalle. Come una tenda afflosciata.
Ero ai piedi del letto e da lì vedevo bene solo quel po’ di pancia – della sua enorme pancia – che gli era rimasta.
Poi mi sono spostato di lato. Al suo capezzale. E mi sono seduto su una poltrona a pozzetto, di pelle bianca, al suo fianco. Cos’altro potevo fare? Stava dormendo o – almeno – così sembrava. Con la bocca semiaperta e le palpebre bluastre che lasciavano intravedere una piccola semiluna del bianco giallastro degli occhi. Come se, invece, fosse in deliquio.
Era irriconoscibile. Quello non era mio suocero. Era un perfetto sconosciuto di cui non sapevo nulla e che non potevo dire di odiare. E poi non capivo perché – mica l’avevano operato al cranio … – gli avessero completamente rasato la testa. Per cui, sotto la scatola cranica bianchissima e lucida, c’erano questi due grossi buchi scuri con le palpebre blu-nere e rosse sui bordi, un naso affilato, gli spuntoni aguzzi di zigomi che la sua gonfia faccia di prima mai e poi mai avrebbe fatto sospettare, una bocca sgonfia, senza pudore, costantemente semiaperta, con gli angoli piegati verso il basso, un mento floscio e le enormi orecchie ben staccate dal cranio.
Però quello che m’ha colpito di più sono stati i suoi denti. Fino a poco tempo fa – prima che s’ammalasse – mio suocero era famoso per aver conservato una dentatura perfetta. Sì’, forse un’otturazione ma niente più di questo. Pare che se li lavasse quattro volte al giorno, spazzolandoli accuratamente anche per dieci minuti. Io glieli avevo sempre invidiati e – in cuor mio – li attribuivo alla sua predacità. Era una brillantezza da carnivoro. Da giovane predatore ignaro di che cosa fosse un senso di colpa. Denti sciabola, da tigre siberiana, dicevo.
E, invece, adesso, si erano ingialliti e come rimpiccioliti. Come se glieli avessero limati. Sconvolgente, questo sì davvero sconvolgente.
Non so quanto tempo ho trascorso in quella contemplazione. Di sicuro molto di più di quanto abbia potuto credere perché, ad un certo punto, Donna Federica si è affacciata alla porta (ero così concentrato che non l’avevo sentita) ed è entrata con un catino di smalto bianco e degli asciugamani stesi sull’avambraccio destro.
Fermandosi, poi, poco oltre la soglia.
“T’ha parlato?”
L’ho guardata come se non capissi.
“Come? … Ah, no, no … E’ sempre rimasto così.”
Si è avvicinata al letto, dall’altra parte e ha cominciato a scoprirlo ma poi si è fermata di colpo. Come se si fosse resa conto solo allora che – con me lì, nella stanza - non era proprio il caso.
“A me nun me fa più impressione ma te nun l’hai mai visto ridotto così … Forse è mejo che te ne vai. Nun credo proprio che se svejerà prima de sera. Domani te telefono e te so di’ che m’ha detto.”
“Ma …”
“T’ho capito. Jelo dico io che lo sei venuto a trova’. Je farà senz’artro piacere. Ma me sa che te tocca torna’ ’n artro ggiorno perché dice che c’ha ‘sta cosa da ditte.”
“Di cui lei, suppongo, non sa nulla…”
“No, caro. Nun m’ha voluto di’ niente. Dice che l’ha da di’ solo a te e a nessun artro. Vedi un po’ te.”
Non mi decidevo ad andarmene. Ho guardato l’orologio. Ero stato lì mezz’ora.
“Va’, va’. Adesso lo lavo e sotto è nudo come l’ha fatto mamma sua.”
Poi, come se si fosse ricordata delle regole dell’ospitalità.
“Vuoi sta’ de là? … Te preparo un caffè …”
“No la ringrazio. Devo andare.”
“Te telefono.”
“Va bene. Buona sera Donna Federica, buona sera …”
E me ne sono uscito camminando con la schiena alla porta come si fa di fronte ai Re.
Il giorno dopo, di prima mattina – saranno state le otto – mia suocera ha richiamato e ha parlato di nuovo con Marta, per una ventina di minuti circa mentre io continuavo, svogliatamente, a sfogliare il Corriere della sera.
Non sono mai riuscito a capire cosa avessero da raccontarsi due donne così sideralmente diverse. Mia suocera, poco più di una serva, buona come una vecchia cagna che vive da sempre con i padroni e invece Marta mia (mmm, non la chiamavo così da moltissimi anni), una donna probabilmente molto infelice ma che va in giro per il mondo portando ben spiegate le insegne della gloria.
Eppure, tra di loro, c’è una confidenza assoluta. Che parlino di un abito o di un arrosto è come se parlassero sempre d’altro. Come se si parlassero piuttosto attraverso quello che non dicono più che con quello vanno dicendo, usando un codice di cui solo loro hanno il cifrario.
Non c’è stato bisogno, questa volta, che le chiedessi cosa c’era di nuovo. Marta me lo ha detto subito dopo aver messo giù la cornetta.
Suo padre si era svegliato un’ora dopo che io me n’ero andato via e si era arrabbiato furiosamente con la moglie perché non mi aveva trattenuto. L’aveva insolentita a sangue ed era rimasto quasi senza fiato. Poi, dopo aver bevuto dell’acqua, era riuscito a riprendere il discorso e si era fatto promettere che mi avrebbe richiamato il giorno dopo e che mi avrebbe chiesto di andare a casa loro prima di pranzo perché a quell’ora, di solito, era sveglio.
Marta mi ha spiegato che non era vero. Lui ne era convinto ma, in realtà, dormiva o era semicosciente quasi tutto il giorno a causa delle iniezioni antidolorifiche che dovevano fargli a ritmi ormai sempre più serrati. E non era affatto sicuro che verso mezzogiorno – quando lui beveva quel po’ di brodo che pomposamente chiamava pranzo – sarebbe stato davvero sveglio.
Ho guardato l’orologio: erano le dieci e mezza e – se mi sbrigavo – avrei potuto attraversare tutta Roma ed essere a casa loro per mezzogiorno. E l’ho fatto.
Come il giorno prima è venuta ad aprirmi mia suocera e non Consuelo. Anzi, non ho neanche dovuto suonare il campanello. Si vede che Marta l’aveva chiamata e le aveva detto che stavo per arrivare e lei s’era messa di guardia alle finestre che danno sul parco.
“S’è sveijato mezz’ora fa e ha chiesto subbito de te. Va’ de là, accomodate, la strada la conosci e io nun te servo a niente. Va’, va’ … Caso mai passo tra ‘na mezz’ora e te porto un goccetto de café … eh, che te ne pare?”
Le ho fatto segno di sì, che andava bene e sono andato di là, nel corridoio che dà sulle camere da letto.
Stavo per aprire quando mi sono ricordato di tutto quel gran puzzo e – come i coccodrilli che chiudono le palpebre quando vanno sott’acqua – ho cominciato a respirare di meno e con respiri molto brevi. Poi ho socchiuso la porta ed ho messo dentro la testa, senza entrare del tutto. Strano. Di quella puzza che mi aveva tolto il fiato il giorno prima facendomi quasi barcollare, non c’era rimasta traccia. Allora, rimanendo sulla soglia, ho respirato a pieni polmoni. Niente. Non si sentiva più nulla. Beh - ho supposto - avranno fatto una gran pulizia, aprendo per bene tutte le finestre e ficcandolo sotto un paio di imbottite per non fargli prendere freddo ...
E, poi, sono entrato.
La stanza era immersa in una penombra fonda, con le persiane quasi completamente chiuse e le pesanti tende di velluto blu notte accostate. E in quella sorta di caverna brillavano il biancore del grande letto e della poltroncina su cui mi ero seduto il giorno prima. Ed è lì, sulla poltroncina, che sono andato a sedermi anche questa volta cercando di non fare troppo rumore e mettendomi, subito dopo, ad ascoltare attentamente i rumori che provenivano dal letto. Mi sembrava che respirasse meno affannosamente di ieri ma non ho notato nient’altro. Dopo una diecina di minuti i miei occhi si sono perfettamente abituati a quella penombra e così potevo vedere la faccia di mio suocero con le coperte ben rimboccate fin sotto al mento. Ma non dava segno di vita. Le palpebre erano chiuse e la bocca – come al solito – un poco aperta, per respirare meglio.
Non capivo. Se anche avessero tenuto le finestre spalancate fino a poco prima, subito dopo, quando le avevano richiuse, avrebbe dovuto riformarsi la stessa cappa di puzzo opprimente che mi aveva tolto il respiro il giorno prima. E, invece, l’unico odore che percepivo era quello di medicine e caffelatte.
La tazza, infatti, stava ancora sul comodino.
E non sapevo come comportarmi. Non lo potevo certamente svegliare e neppure stare lì con le mani in mano, senza fare niente, fino a quando mia suocera non mi avrebbe portato il caffè che mi aveva promesso. E così mi sono messo a pensare a come risolvere quel dannato problema che avevo al cantiere di Via Panisperna. C’era questo muro che si ostinava a pencolare obliquo nonostante i miei muratori avessero lavorato come sempre, con i loro metodi che non avevano mai fallito prima. Però, quando io arrivavo al cantiere, verso sera e – con un normale filo a piombo – verificavo quello che avevano fatto durante il giorno, costatavo che l’avevano tirato su storto di nuovo. E, nonostante le loro bestemmie, li obbligavo ad abbatterlo. Per, poi, rifarlo, il giorno dopo. Eppure ci doveva essere una soluzione. Ne ero certo – ma fino a che non avessi indovinato la causa di quella malformazione non ne sarei mai venuto a capo …
Ed è così che non me ne sono accorto e ho fatto un balzo da dove stavo seduto.
Mi ero così distratto che non avevo visto il movimento del suo braccio e la sua mano che si posava sulla mia. Magrissima e fragile e molto fredda. L’ho guardato in faccia per vedere se mi stesse fissando o se stesse per parlarmi ma la sua faccia era come prima che mi distraessi pensando ai fatti miei. Immobile, con le palpebre calate e la bocca solo leggermente aperta ma solo per respirare meglio. Appunto, non certo per dirmi qualche cosa.
E, adesso, cosa dovevo fare? Dovevo chiedergli se voleva parlarmi? Dovevo delicatamente scostargli la mano e posarla sulla coperta? Mi stava per venire un piccolo attacco di panico e – giuro - avrei voluto essere da tutt’altra parte quando è entrata mia suocera, con il caffè e mi ha tolto dall’imbarazzo. Ha posato la tazza sul comodino e mi ha chiesto, sussurrando, se avesse detto qualche cosa. Le ho fatto segno di no e, con lo sguardo, ho attratto il suo sulla mano del marito posata sul dorso della mia mano. Lei ha sorriso e – senza farmi caso – l’ha sollevata piano piano e l’ha rimessa sotto la coperta.
“E’ pericoloso. Nun deve pija’ freddo.”
Mentre gli prendeva delicatamente il braccio e lo rimetteva sotto le coperte, ho pensato due cose. (Si pensa sempre a cose estremamente insignificanti in questi casi – ricordo che, ad un funerale, mi ero messo a contare quante lampade accese c’erano nella navata di destra della chiesa e poi ero passato a quella di sinistra mentre il prete diceva che ci saremmo rivisti, tutti, nell’al di là, dopo la grande resurrezione finale.)
Non capivo ... Se anche il semplice starsene fuori dalle coperte di un braccio era così pericoloso, come avevano potuto, prima, spalancare le finestre per rinnovare l’aria della stanza … non capivo … forse che il puzzo si era dissolto da solo? …
… E, poi, come era dannatamente comica questa sua preoccupazione per un raffreddore quando lui stava per morire. Era del tutto evidente che non ci credeva. Che stesse per morire, intendo. Nessuno mai crede di stare per morire per davvero. E’ l’unica fede veramente cattolica che abbiamo.
“Nun t’ha ancora detto niente, vero?”
“No. E’ rimasto lì, tutto il tempo, senza dirmi niente … ma mi pare più calmo di ieri.”
“Sì. C’ha ‘sti momenti de carma in dove pare che sta meijo. Respira puro più facile. E je vie’ ‘n pochetto de rosso sulle guance.”
Mi ha tolto la tazza dalla mano – seguiva tutto, come sempre, e aveva visto che avevo finito di bere.
“Torni domani?”
“Non so però a che ora. Domani mattina dovrei avere un appuntamento in Comune, credo … Devo controllare la mia agenda, in ufficio. La chiamo io dopo.”
“Va be’. Se sentimo.”
Poi, per strada, in taxi (l’ho già detto: detesto usare la mia macchina) ho percepito in maniera molto più chiara un sacco di cose. Era del tutto evidente che stavo franando. Sentivo che qualcosa mi si stava rivoltando contro e che non ci potevo fare niente. Davo per scontato che sarei andato a trovare mio suocero domani e il giorno dopo ancora. E poi tutti i giorni fino a che non fosse morto. E non era da me – cristosanto, non lo era per niente.
Mi era tutto così perfettamente chiaro che mi sarei messo a piangere dalla disperazione se non avessi provato, anche, una gioia straziante e insopportabile che – fortunatamente – avevo dimenticata quasi subito. C’è – negli atti che compiamo ma, ancor di più, in quelli che non compiamo – una tale intensità che nessuno può reggere senza che gli venga in aiuto una sorta di compassione. Ed io, seduto in quel taxi, ho dovuto pregare perché mi fosse prestata tutta. Magari ad interessi usurai. Non mi importava. Quello che importava, adesso, era che mi venisse in soccorso la coorte degli angeli al completo per evitare che io, quest’uomo colmo di rancore, incompleto, impietoso, finissi per esplodere in un grumo di rabbia e di gloria.
E’ lì, su quel sedile con la fodera strappata, che ho deciso queste cose. Alcune cose, non proprio tutte ma quelle essenziali, sì. Le altre sono solo consequenziali e sono certo che, dopo, avrò tutto il tempo necessario per organizzarle alla perfezione. Chiederò il divorzio da Marta. Non voglio nulla. Né le case, né i quadri, né i mobili. Nulla. Non voglio neanche i figli. Non nel senso che voglio siano affidati a lei (lo sarebbero comunque): rinuncio proprio alla patria potestas. In toto. Non vorrò più vederli. Non li avrò mai avuti.
Poi penserò al resto. Lavoro, soldi, amici.
Il taxista mi ha chiesto se mi sentissi poco bene.
“Perché?” gli ho chiesto.
“Perché, signor mio, me pare ‘n lenzuolo.”
“Va bene, va bene, scendo qui. Si fermi immediatamente.”
“Ho forse detto quarcosa che l’ha offesa?… Nun me pareva proprio …”
“No, no, mi scusi. Lei non ha detto nulla … sono io che … ho molta fretta.”
L’ho pagato dandogli una manciata di euro, non so quanti, tutti quelli che avevo nella tasca del soprabito e sono corso via.
E’ cominciato, proprio allora, a piovere. Io non capivo neanche dov’ero ma – anche se non lo sapevo – stavo davanti a Santa Maria in Trastevere. Non so quanto sono rimasto lì, in mezzo al sagrato, senza fare niente e senza fare nulla per ripararmi. Dieci minuti? Di più? Non lo so. Avrei potuto restare lì anche per sempre. Diventare muschio o fango e scolare via nei tombini e poi lungo le fogne nel mare. Evaporare e salire e diventare una nuvola e poi scendere su di me che stavo ancora davanti a Santa Maria, in Trastevere, come una pioggia. E poi, ancora di nuovo, riprendere tutto. Io non c’entravo più nulla con me stesso e mai avrei voluto tornare ad averci a che fare qualcosa.
Provavo una profonda vergogna di tutto me stesso. La stessa che, del resto, provo adesso nello scrivere queste cose. Anche se, del resto, non vorrei che nulla fosse diverso da come realmente è accaduto.
Il giorno dopo e tutti i giorni successivi sono tornato a casa di mio suocero. Sempre di mattina, però. E, se avevo degli impegni durante la mattinata, li spostavo al pomeriggio o persino dopo cena. Non posso andare da lui nel pomeriggio né, tanto meno, di sera perché, verso le due precipita in un dormiveglia a volte molto inquieto e la sera, poi, – intorno alle sette – cade in un sonno profondo. Sono tutte cose che mia suocera ha detto a Marta, per telefono.
Pare non soffrire troppo ma ogni due o tre giorni comincia a lamentarsi con un gemito, che sembra un guaito, costante, lungo, sempre più intenso e ad intervalli sempre più brevi. E, allora, Donna Federica telefona al primario di oncologia – grande amico di suo marito - che le dice di quanti milligrammi debba aumentare la dose di morfina. Anche se pare non si possa andare oltre una certa soglia senza che il cuore letteralmente vada a pezzi. E questa soglia l’hanno raggiunta ieri sera. Da ora in poi – quando il male diventerà insopportabile – nessuno potrà farci nulla.
Per fortuna il medico ha già detto a Donna Federica che la cosa durerà al massimo altri quattro, cinque giorni, poi il cuore cederà di schianto. Me l’ha raccontato, stamattina, quando sono andato per la mia solita visita.
(Io, però, so che mio suocero ha un cuore grande come quello di un toro e che ci metterà un po’ più di tempo e, quindi, dovrà soffrire ancora, in attesa di chissà cosa).
“… non ha mai preso in considerazione l’idea di portarlo all’ospedale?” - le ho chiesto.
“Nun se ne parla manco pe’ scherzo. L’artro ggiorno ho provato a dijelo. Sai, j’ho detto le solite cose che se dicheno in ‘sti casi ... Che te cureno mejo, che so’ pronti p’ogni emergenza … S’è girato dall’artra parte e s’è messo a piagne’. E nun ce so’ più tornata sopra. Morirà qua, a casa sua.”
Fra me e lui, dopo la mia seconda visita, non è più cambiato niente. Nel senso che fa sempre la stessa cosa. Dopo un po’ che sono arrivato (l’intervallo varia di volta in volta), mette la sua mano sopra la mia e la lascia lì – sempre più fredda - finché non entra sua moglie a rimettergliela sotto le coperte. Ma non mi dice niente. Non c’è verso che accenni a questa famosa cosa di cui mi deve parlare. Come se se la fosse dimenticata. E io faccio lo stesso, come se, anch’io, non mi ricordassi più di tutta la faccenda.
Curiosamente neanche mia suocera né Marta mi chiedono più se si sia deciso a parlarmene. Sembra un patto segreto. Nessuno più deve parlarne e aspettare pazientemente che lui si decida a farlo.
Sono passati altri quattro giorni e, stamattina, sono andato a trovarlo come al solito. Appena gli occhi mi si sono abituati alla penombra della stanza l’ho visto in faccia e mi è sembrato che stesse un po’ meglio. Non teneva la bocca semiaperta e aveva il respiro meno pesante e corto. E, quando ha posato la mano sul dorso della mia mano, mi è sembrato che il suo palmo fosse un po’ meno freddo di ieri. Sono rimasto con lui la solita mezz’ora e non mi ha detto nulla, come sempre e devo confessare che ormai non mi aspetto davvero che mi dica più niente. Anzi, comincio un po’ ad averne paura. Magari finirebbe con il dirmi una cosa di nessuna importanza. Che ne so? Qualcosa che riguarda la sua eredità.
Allo scadere del tempo gli ho delicatamente preso la mano – fragilissima e bianca come un foglio di carta velina, con le vene blu in risalto – e l’ho rimessa sotto le coperte. Non l’ho salutato perché non ci diciamo mai nulla, neppure “buongiorno” e sono uscito. Mia suocera era sulla soglia, in attesa, con la tazza di caffè in mano, già pronta. Ormai neanche più mi chiede se ne ho voglia - si limita a farmela trovare pronta, comunque. Le ho detto che mi era sembrato stesse meglio e lei ha sorriso e – con la mano – ha pulito il vetro di un quadro appeso nel corridoio.
Era un sorriso indecifrabile. Non era la prima volta che notavo in lei questo strano distacco. So che, probabilmente, non sto dicendo la cosa giusta ma ho l’impressione che lei sia l’unica, fra tutti noi, realmente atea. Intendiamoci. Va a Messa tutte le domeniche, si confessa e comunica. E, ogni tanto, si mette in cucina a recitare il rosario. Ma non si tratta di questo. Lei, in realtà, crede solo alle cose e ai corpi e alla materia di cui sono fatti. Ai cibi, alle stoffe, alle mura delle case, ai tappeti, ai mobili, alle stoviglie, alle funzioni corporali, agli spurghi, alle pustole, alle malattie, alla carne. E alle pratiche. Cucinare, pulire, rassettare, vestire, lavare. Curare. Curare i malati e i moribondi e accudirli nel passaggio.
Era come se quel sorriso mi dicesse di non ostacolare questo passaggio. Che lasciassi perdere, insomma, che non me ne occupassi. Lei non aveva bisogno di illusioni né di qualcuno che la aiutasse. Anzi. Voleva che la cosa avvenisse il più in fretta possibile per poterlo preparare. Lavare, vestire, mettergli le mani in croce sul petto.
E lasciarlo andare – mi dicevo - via nelle acque buie, fra le stelle, in esilio dall’unica vita vera che ci sia. Questa. Dove si nasce e si muore e si mangia e respira e si coita. L’unica vera vita eterna.
Per questo chi sta per morire non deve ostinarsi a non farlo e chi gli sta attorno deve aiutarlo ad accettare l’inevitabile. Ha avuto quello che doveva avere, il necessario ed è ora che si tolga di torno.
E, a chi resta, tocca tirare via tutti i granelli di polvere che ostacolino lo corsa dello scafo lungo le rotaie verso l’acqua buia del varo.
Poi sono uscito. Nevicava. E chissà da quanto tempo.
Per terra, s’era già accumulato un certo strato di neve. Ho ficcato il dito indice in quel soffice manto crocchiante, e ho visto che spariva tutto. Cinque centimetri buoni, dunque. Il marciapiede e la strada – durante la notte - si erano asciugati dalla pioggia del giorno prima e la neve, così, non aveva avuto nessuna difficoltà nell’attecchire. E ora nevicava a grandi fiochi sfaldati e così fitti che quasi non si vedevano i palazzi dall’altra parte della strada e, su tutto, era già scesa quella coltre di silenzio che attutisce ogni tipo di suono. In giro, poi, c’erano pochissime macchine e le poche che c’erano per strada andavano molto lentamente rischiando di scivolare via ad ogni accelerazione o se frenavano all’improvviso.
Mentre stavo nella stanza di mio suocero non l’avevo sentita. Le persiane – come al solito – erano quasi completamente chiuse e, quindi, i fiocchi non potevano picchiettare contro i vetri delle finestre. Ed ero troppo concentrato a non pensare a niente per accorgermi del silenzio che da sempre accompagna la neve che cade.
Ho preso un taxi e sono tornato a casa ma, prima, sono passato dallo studio ed ho detto a Giorgia – la nostra segretaria – che quel pomeriggio sarei andato al cantiere dell’EUR e che non doveva aspettarmi in studio e che non doveva assolutamente dire a nessuno dove fossi. Lei, esitando, mi ha invece ricordato che avevo un appuntamento con il dentista, alle tre e mezzo. Era vero. Me l’ero completamente dimenticato e, così, la ho pregata di telefonare e di inventarsi una qualsiasi scusa. Che ero a casa con la febbre o che ero dovuto andare al funerale di qualcuno.
In realtà sono rimasto a casa. Marta era andata dal suo pedicure, Roberta a fare i compiti a casa di una sua amica, Eliane, e Andrej in piscina. Quindi ero completamente da solo, seduto davanti alla finestra della sala da pranzo a contemplare la neve che cadeva sempre più fitta, senza inclinazione, senza un filo di vento così che sembrava collassare su se stessa. So di avere fatto la stessa cosa durante la nevicata del ’56. Qui a Roma nevica così di rado che una nevicata come quella non se l’è più scordata nessuno. Avevo cinque anni e non avevo mai visto la neve. La sera prima mia madre mi aveva fatto assaggiare dell’aringa e così, verso le cinque del mattino, mi ero alzato per andare in cucina a bere un po’ d’acqua. La porta finestra del poggiolo – che dava sulla via – era chiusa per conservare nella casa il tepore della stufa che era stata spenta da mia madre prima che tutti noi andassimo a dormire. E, quindi, in un primo momento non mi ero accorto di nulla. Anche se da qualche parte una sorta di sismografo interiore stava certamente registrando lo straordinario silenzio che avvolgeva tutte le cose. Mi ero versato dell’acqua e mi ero girato verso il balcone accorgendomi, finalmente, dello strano lucore che traspariva dalle fessure - come se fuori ci fosse il plenilunio e che allagasse la strada e il cielo. Incuriosito, avevo voluto vederlo e, tirandomi su il colletto del pigiama di fustagno, avevo aperto le finestre e messo soltanto un braccio nella stretta fessura che mi ero procurato. Poi avevo spinto il balcone di destra e ritirato velocemente indietro la mano.
Credo di aver aperto la bocca per la sorpresa. Stava nevicando. E la neve aveva già coperto il poggiolo con uno strato di almeno due palmi di mano.
Per un po’ ero rimasto lì imbambolato, a piedi nudi, senza capire. Poi il cuore mi si era messo a battere dentro al torace che avevo magrissimo, come se mi stesse esplodendo. Ricordo di essermi messo le mani l’una sull’altra premendole sul petto, come per tenerlo a bada: dovevo essere convinto che così avrei evitato al cuore di saltare fuori e, intanto, piano piano, il battito mi era tornato normale ed avevo cominciato a ridere, senza suono, solo con le labbra.
Poi ero corso in camera mia e mi ero messo in fretta e furia un maglione che avevo appoggiato sul dorso della sedia la sera prima e un paio di calzettoni di lana pesante ai piedi, tornando, subito dopo e ancora più in fretta, in cucina. Ero così agitato che avevo rischiato di buttare per terra almeno un paio di sedie. Avevo riaperto la porta finestra e spalancato anche l’altro battente poi, con calma, avevo chiuso il vetro e m’ero seduto per terra ed ero rimasto lì a contemplare quella cosa che non smetteva di cadere. Ad un certo punto mi devo essere riaddormentato perché ricordo il viso di mia madre che stava poco distante dal mio e mi diceva di svegliarmi e, “che fai!” … “io ho proprio un figlio pazzo”. Io ci avevo messo un po’ a riconoscerla e – senza farle assolutamente caso - avevo subito guardato fuori, terrorizzato all’idea che fosse stato tutto quanto solo un mio sogno. E, invece, la neve continuava a cadere, più fitta di prima, a grandi fiocchi senza peso, nel grigio delle case e dei tronchi degli alberi e del fumo dei camini dell’alba.
Mia madre aveva sbuffato e poi si era messa a preparare il caffelatte per tutta la famiglia. La sentivo che brontolava mentre versava il latte e tirava fuori il pane dalla credenza, avvolto in un tovagliolo un po’ umido per mantenerlo fresco, e mentre metteva in tavolo le tazze e i cucchiai e i tovaglioli. Ma io non stornavo il mio sguardo neanche un istante. Avessi perso anche solo una particola di quella cosa, non me lo sarei mai perdonato.
Non so se sia corretto chiamare tutto questo un ricordo. In realtà credo sia un’altra cosa. Qualcosa di più reale. Tanto reale che potrebbe benissimo non essere mai accaduta ma sarebbe, per questo, ancora più vera. Tanta è l’energia che irradia.
Ad un certo punto – probabilmente prima di riaddormentarmi - dovevo avere avuto un sogno ad occhi aperti. Mi è sembrato che la neve penetrasse dentro alle pareti e poi cominciasse a nevicare dentro alla stanza e che la neve mi cadesse addosso dissolvendomi, appropriandosi della mia sostanza, depositandosi dentro al cuore. Cominciando ed essere più me stesso di quanto io lo sia mai stato e più di quanto mai lo sarò.
Devo essermelo sognato, certo.
Poi, mia madre aveva smesso di preparare la tavola e mi era tornata vicina e mi aveva osservato con più attenzione e, accarezzandomi i capelli, aveva emesso un urlo a mala pena soffocato (gli altri erano ancora a letto – saranno state le sette e mezza ed era domenica).
“Ma tu sei tutto bagnato! … Cosa hai fatto? … Non sarai uscito sul poggiolo con tutta questa neve, vero? Ti prego, dimmi che non è così, te ne prego …”
Poi mi aveva appoggiato la guancia sulla fronte e si era messa a bofonchiare angosciata che avevo la febbre e che certamente mi ero beccato, minimo, una bronchite. Le avevo sorriso felice. Probabilmente stavo già delirando.
Il medico che era venuto a visitarmi verso le dieci aveva diagnosticato una pleurite maligna e mi aveva ordinato di starmene a letto per una settimana intera e, comunque, dopo, avrebbe deciso lui cosa fare. Era una cosa seria, aveva detto, e una ricaduta sarebbe stata molto pericolosa.
Avevo oscillato per tre giorni di seguito tra i trentanove e i quaranta gradi di febbre ma al quarto giorno, con la stessa violenza con cui mi ero malato, mi ero anche sfebbrato. Avevo subito chiesto di vedere la neve e mia madre – leggermente scocciata – aveva spalancato le imposte e mi aveva detto che stava piovendo da due giorni. La neve, infatti, era totalmente sparita lasciando qualche lieve traccia dietro certi camini dove, essendosi ghiacciata, l’acqua non era ancora riuscita a scioglierla via del tutto.
Seduto davanti alla finestra, adesso, stavo pensando a tutto questo. Ma devo confessare che parole come pensare o ricordare mi sembrano parole straordinariamente inadeguate a descrivere lo stato delle cose e vorrei non averle usate per niente.
No, non mi sembrano le parola più giuste. Stavo in attesa, ecco, mi limitavo a stare. Semplicemente mi lasciavo essere e – di sicuro – da qualche parte scorgevo una bianca fodera intatta che mi risparmiava da molto del male che avevo finito per infliggere a chi mi stava intorno, a me stesso, alle cose. E non vedo proprio come potrei dire che ci stavo pensando. Stavo lì, quieto, ridotto al mio respiro, disattento, finalmente disinteressato a tutto quello che mi stava succedendo e, proprio allora, Marta è apparsa sulla soglia, alle mie spalle e mi ha chiesto se volevo una tazza di tè. (Quando era rientrata a casa? Non ci avevo proprio fatto caso.)
Le ho detto “Siediti” è le ho annunciato le decisioni che avevo preso l’altro giorno, sotto la pioggia, davanti a Santa Maria in Trastevere. Ora ne ero più sicuro di prima. Si erano persino spogliate di quella patina di disperazione che le deturpava prima. Ora erano perfettamente sane, lucide, brillanti. Come spade o come una batteria di pentole d’acciaio, appena lavate e ben asciugate.
Marta mi ha ascoltato senza dire nulla e in lei questo era molto strano. Di solito, quando parlavamo, cominciava a smaniare e dopo pochissimo mi interrompeva, parlando velocissimamente, agitando le mani, e scuotendo minacciosa la sua gran testa di capelli rossi.
Questa volta, invece, ha preso la tazza dalla scrivania ed è uscita. Ma, prima, mi ha chiesto che cosa avrei voluto mangiare la sera, per cena.
Le ho detto che glielo avrei detto, dopo, fra un po’. Ma non ce n’è stato bisogno. Alle sette è rientrata per dirmi che se volevo mangiare qualcosa c’erano del brie e del pane del giorno prima sul tavolo della cucina. Lei doveva uscire, aveva aggiunto.
Non le ho chiesto dove stesse andando né lei me l’ha detto. Non mi risulta che abbia degli amanti in carica in questo momento né ho mai saputo che si affidasse a dei puttani per curarsi le escoriazioni del cuore. Ma se anche lo facesse, non ne resterei per niente sorpreso. Ho capito il necessario e questo è più che sufficiente a mantenermi nello sguardo una certa quantità di decorosa e santa indifferenza.
Sono andato a dormire che Marta non era ancora rientrata a casa.
Più o meno alle undici e mezza - non lo so con precisione perché non avevo più l’orologio al polso – ho sentito Andrej che rientrava e che passava in cucina dove ha spostato una sedia e, poi, ha acceso la TV. Mentre girava rapidamente di canale in canale, ho sentito la voce di uno speaker di un qualche TG della notte. Ecco perché penso che fosse più o meno quell’ora. L’ha spenta quasi subito e deve essersene andato nella sua stanza. Credo. Le camere sono sull’altro lato della casa e quando uno vi si trova e come non esistesse per chi è di qua, nelle stanze che danno sulla strada. Roberta era già tornata verso le nove e mezzo e doveva essersi ritirata in camera sua subito dopo essere passata, anche lei, per la cucina. Forse aveva mangiato un po’ del brie e del pane che Marta mi aveva lasciato sul tavolo. Non mi ha detto nulla, anzi, non credo si sia neanche accorta che ero qui, in sala da pranzo, nel più assoluto silenzio.
Dopo che Andrej ha spento la TV, è passato ancora un po’ di tempo, molto poco e il silenzio ha ripreso il suo dominio assoluto. I termosifoni erano quasi spenti così faceva molto più freddo di prima e la neve non era più fitta e larga come lo era stata per quasi tutto il giorno. Adesso era diventata una sorta di spolverio granuloso che – per via del vento - non cadeva più dritto a terra ma volteggiava a mezz’aria come una cortina di piccolissimi chicchi di riso senza peso. E tutto mi lasciava intuire che tra poco la notte si sarebbe fatta troppo gelida perché la neve continuasse a cadere.
Io, però, avevo deciso che non sarei andato a dormire finché fosse caduto anche un solo fioco di neve. Sarei rimasto lì, di vedetta, secondo una sorta di eroismo di cui cominciavo ad intravedere, soltanto adesso, le regole luminosamente spietate. C’era solo questo problema - che cominciavo a sentire un gran freddo e che mi sarei dovuto alzare e andare di là, nel corridoio davanti alle camere, nel grande armadio a muro a prendermi una coperta. Ma non mi decidevo a farlo e, così, mi sono limitato a raggrupparmi la ginocchia contro il petto e a circondarle con le braccia, ficcando le mani – a mo’ di manicotto – dentro al maglione. Certo, avrei dovuto, anche, urinare. Ma non se ne parlava neppure – io di là non mi muovevo.
E messo così – come in un bozzolo - mi sono addormentato.
Svegliandomi – dopo non so quanto – di soprassalto.
Non per un rumore, no, anzi, per una qualità assoluta del silenzio che mi circondava. Ho capito subito che cosa doveva essere successo ed ho guardato fuori per verificarlo. Ecco, infatti, non nevicava più. Era rimasto nell’aria solo questa sorta di grande respiro sospeso, qualcosa che – se mi potessi concedere anche solo un grammo di lirismo – definirei come un grande cavo di ceramica bianca, un fondo di tazza da tè, disposto ad accogliere molte cose senza fare domande. E, soprattutto, senza giudicare.
Allora, e solo allora, mi sono sciolto dal mio stesso abbraccio. Ero tutto intorpidito e mi pareva proprio il caso, adesso, di andarmene a letto. E l’ho fatto. Dopo essere passato in bagno per urinare.
Mi sono addormentato così violentemente, appena messa la testa sul cuscino, che anche la frase “mi sono addormentato” risulta paradossale. Non ne so nulla. Nella stessa maniera potrei essere morto.
E, quando alle tre, mi sono svegliato, rendendomi conto che stava squillando il telefono, sentendo Marta che mi diceva “Ma quanto ci hai messo …”, mi è uscita una voce impastata, greve, torpida con cui le ho chiesto “Perché? …”
“Avrò contato almeno una ventina di squilli ...” – mi ha replicato seccata.
“Dove sei? Da dove mi stai chiamando? …”
“Da casa mia.”
Per un istante non l’ho proprio capita … Da casa sua? E’ questa casa sua.
Poi ho messo a fuoco la cosa – era da sua madre.
“E’ successo qualcosa?” e i battiti del cuore già stavano accelerando la loro frequenza.
“E’ morto. Mio padre è morto un paio d’ore fa.”
Il saperlo, curiosamente, mi ha subito calmato. Sia lei che io parlavamo a bassa voce come se avessimo paura di disturbare qualcuno. E Marta parlava con una strana calma. Non aveva – al suo solito – usato giri di parole. Non era stata lì a cincischiare con le parole (niente “è mancato”, “non è più”, “ha smesso di soffrire”, niente di tutto questo). La cosa nuda, senza fronzoli. La stessa precisione con cui avrebbe descritto un tailleur o un coito (se mai me ne avesse parlato). Ora cominciavo a capirla un po’ meglio. Quello che in lei avevo scambiato per brutalità – se non, addirittura, per fatuo cinismo – era lo stesso ateismo che avevo notato in sua madre. La stessa assoluta aderenza alle cose, a tutte le cose, in qualsiasi modo si manifestassero. Ora che ne sto scrivendo – ma, fra poco tutto sarà finito, anche il fatto che io scriva – mi rendo conto che quella loro maniera di stare nel mondo era molto vicina a quella cosa priva di decoro che quasi tutti chiamano amore.
“Mi sarei aspettato che durasse di più.”, ho detto.
“Perché?”
“Mi sembrava che avrebbe lottato di più.”
“Non riusciva neanche più a lamentarsi. Se n’è stato lì, tutto il tempo, con la bocca quasi spalancata ma con un respiro abbastanza regolare … non credo che abbia avuto un’agonia vera e propria …”
“Perché pensi una cosa del genere?”
“Perché – poco prima di morire – ha detto delle cose.”
Siamo rimasti per un po’ in silenzio. Io non volevo chiederle cosa avesse detto. Non volevo sapere se, finalmente si fosse deciso a dire – anche se non a me – la cosa cui sembrava tenere in modo così accanito. E poi sapevo che Marta non si sarebbe certo fermata e che mi avrebbe raccontato tutto.
“Poco prima di morire ha aperto gli occhi.” – sono sicuro che ho sentito, nella voce di Marta, un frullio di passeri, come stesse per piangere.
“Tu non te li puoi immaginare. Non ho mai visto niente di simile e credo che non vedrò mai più niente di simile. Credo, anzi, che non vorrò vedere mai più una cosa come quella … Mi basta averla visto questa volta, credimi … Ma non era me che guardava. Fissava dritto davanti a sé e aveva negli occhi questa luce così ardente che tu, proprio tu – sei lo scrittore di casa, no? - chiameresti gioia.”
Aspettavo che proseguisse. Mi sembrava che fosse lei, adesso, a fare della cattiva letteratura. Il fatto che suo padre avesse aperto gli occhi – avessero pur avuto nel fondo il brillio della fottuta Grazia – non era certo segno che non stesse agonizzando. Ero irritato. Mi sembrava, anzi, proprio stupido che noi due ci si fosse messi a discutere di questa cosa (come quelli che al capezzale del morto discutono del ragù per la cena funebre). Non sarà stato in coma ma, di certo, stava delirando.
Pensavo questa cosa ma – nello stesso tempo – ne pensavo un’altra, più intimamente disperata. Mi chiedevo perché mai facessi resistenza a quello che sapevo essere già accaduto. Era come un vomito. In realtà io già sapevo tutto. Ma stavo avendo paura. Non volevo più andare avanti e puntavo i piedi come un asino. Che piange mentre il padrone lo picchia sulla groppa, sempre più violento, ma non può, non può proprio fare il passo che lo salverebbe. Ma non è codardia. Lui, l’asino sa che dovrebbe fare un altro passo e sarebbe salvo ma non può farlo e piange disperato.
“E, dopo un po’, si è messo a dire una cosa.” – ha proseguito – “una cosa che non capivo. Appena sussurrata. E la ripeteva di continuo …”
Non le ho detto nulla.
“Sì, certo.” Ha detto. Come se io avessi finito col chiederle se poi l’avesse capito. “Ho badato più al ritmo che alle parole e questo, curiosamente, mi ha aiutato. Era un tà-tà-tà, tre sillabe, sempre quelle. E, alla fine, sono riuscita a decifrarle.” Si è fermata un po’ – sembrava eccitata.
“Sì, e allora …”
“Diceva “ti prego, ti prego, ti prego, ti prego …” senza mai fermarsi. Poi, a preso un grande respiro, come se volesse immagazzinare aria per dopo, e si è come sgonfiato. Era morto”.
“Strano. Secondo te a chi si stava rivolgendo.”
Non mi ha risposto. Forse le sembrava e, probabilmente aveva ragione lei, una domanda decisamente fatua e senza senso.
“Vieni qui adesso o ci vediamo domani mattina? …”
“Non credo Marta … non credo che verrò né ora né domani. Io adesso vado di là e mi preparo la valigia con le poche cose che mi servono davvero e poi cerco una pensione da qualche parte. Vicino alla stazione.”
Non ha detto nulla come se anche lei non si aspettasse, in realtà, niente di diverso.
Mi ha solo chiesto cosa doveva dire a sua madre e ai ragazzi.
“Non lo so proprio. Dì loro quello che vuoi … Non credo che abbia nessuna importanza quello che potrai inventarti. Io non so cosa farò. Non lo so proprio.”
“Hai preso i documenti e un po’ di soldi?”
Comico. Sembrava che io stessi partendo per una vacanza. Da cui, inevitabilmente, prima o poi avrei fatto ritorno.
“Marta ti prego, non essere ridicola. Certo che li ho presi. Non sto fuggendo da nessuna parte. Voglio solo sparire per un po’ e non vedere più nessuno. Né te né i ragazzi … poi ti farò sapere. Dovremo divorziare, firmare documenti, parlare con avvocati … Salutami tua madre e dille che non verrò al funerale. Non avrebbe nessun senso. So che non capirà ma so anche che non mi giudicherà. E, forse, questa volta, non lo farai neanche tu, vero?”
“Può darsi. Non ti capisco fino in fondo ma ho come la sensazione che, per la prima volta davvero, tu ti stia comportando dignitosamente.”
Ho esitato un po’ come se mi stesse guardando. E provavo anche un po’ di imbarazzo.
“Bene, allora ti saluto. Mi farò vivo io … in un qualche modo.”
Ed ho messo giù la cornetta. Era, finalmente, tutto finito.
Le avevo raccontato una bugia. Io non mi sarei più rifatto vivo. Quello che doveva avvenire è avvenuto, secondo necessità.
E tutto è compiuto, per davvero. Mi spiace ma, questa volta, non c’è più tempo per nient’altro.
(A questo punto il manoscritto si conclude.
Ci sono ancora due brevi annotazioni, l’una di seguito all’altra ma ben staccate, sul retro dell’ultima pagina la prima e su una pagina nuova l’altra.
La prima diceva
“gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia”.
L’altra è più distesa ma non occupa più di una scarna paginetta .
“Sono sul treno, poco dopo Napoli. Non leggo nulla. Non leggo più nulla e, dopo queste righe, non scriverò più niente. Mi limito a pensare e non mi annoio. Non so dove sto andando. Verso Sud, credo, oltre il mare, in Algeria e poi più giù ancora, nel deserto forse. Ma senza fermarmi lì. Poi proseguirò verso Est. La penisola arabica, l’India. Ho vissuto per tre mesi in una piccola pensione vicino alla stazione Termini e – senza che mi potessero vedere – sono anche stato al funerale di mio suocero sentendo tutte quelle parole vuote sulla resurrezione. Sul fatto che lui stava solo dormendo. E sul corpo mistico di Cristo di cui lui non avrebbe mai cessato di fare parte. Ho provato la tentazione di mettermi a ridere ma poi sono riuscito a trattenermi. Mi avrebbero riconosciuto e questa era l’ultima cosa che volevo. E non mi avrebbero capito. Io non rido della loro fede. E perché mai dovrei farlo? E’ una fede e, in quanto tale, vale tanto quanto tutte le altre. Compresa la mia. Questa.
Ho ritirato tutti i miei soldi dal mio conto personale e, oggi, sono partito verso Sud (ma, altrettanto facilmente avrei potuto partire verso nord, verso la taiga siberiana e poi, oltre, verso il Polo Nord). Non so cosa farò quando i soldi saranno finiti ma non me ne voglio preoccupare. Chiederò l’elemosina.
Ma il vero motivo per cui mi sono messo a scrivere queste ultime righe - e lo giuro su quanto ho di più caro, non scriverò mai più nulla - è un altro.
Poco fa il treno ha costeggiato una gran quantità di campi coltivati a grano, punteggiati dal rosso dei papaveri ancora in boccio. Ma poi, all’improvviso, quella gran massa bionda si è interrotta per lasciare spazio ad un campo di gigli.
Mi si è spalancata la bocca. Un campo di gigli, improvviso, che seguiva tutto il dorso della collina e, forse, continuava anche sull’altro versante. Non potevo convincermi che fosse vero. E ho tenuto la faccia schiacciata contro il finestrino per non perdermene neanche un pezzettino. Il treno, però, correva veloce e, subito dopo, era ripresa la superficie compatta di grano.
Ecco. Volevo che di me rimanesse solo questa piccola cosa. Nient’altro.
Nient’altro davvero.”
(Faccio una cosa che non si fa - non in rete, almeno, dove leggere due tre pagine è già un exploit: io, invece, metto qui la prima parte di una racconto la cui seconda parte metterò domani o domenica, 34 pagine in tutto. L'avevo già messo in un forum ma l'avevo cancellato quasi subito per furia.)
"Mio suocero"
Mmm … non lo so. Sono quasi certo che mi si potrebbe fraintedere.
Se dico, per esempio, che potrei tranquillamente non scrivere neanche un rigo e – subito dopo – aggiungessi che scriverei anche se questo mi portasse a contrarre una malattia mortale. O, più esattamente, a riconoscerla. E che credo sia proprio quello che sto facendo, qui, adesso.
Anzi, è proprio questa libertà di farlo o non farlo, questa inessenzialità di tutta la faccenda che rende necessario il fatto che io scriva e che provi a raccontare alcune cose di me e della mia famiglia.
Anche se potrei però, allo stesso modo, raccontare dei cani e del loro amore o dell’uovo di Piero della Francesca nella Pala al Brera o della mia agorafobia e non cambierebbe niente.
E poi credo di aver capito anche un altro bel po’ di cose.
Non scrivo per chissà quale motivo: perché ho una famiglia da mantenere, per lustrarmi le penne con gli amici (quali?), perché me lo impone il mio super-io, perché penso che scrivere blocchi la caduta dei capelli … beh, credo che chiunque possa completare quest’elenco con quello che gli pare più giusto. Cioè aggiungendovi il motivo per cui lui scriverebbe una qualsiasi cosa. Non fosse che una lettera a suo padre o al suo editore o la nota delle cose che ha portato in lavanderia la mattina presto, appena svegliato.
Ognuno di noi ha veramente un solo motivo per scrivere quella cosa e, la maggior parte delle volte, capita che lo ignori. O che lo scambi con un altro completamente falso: che creda di scrivere perché ha le sue stramaledette cose da dire o perché sente il cuore che gli si schianta di dolore o di gioia o per le due cose insieme e dice, ecco, questa cosa – questa cosa del cuore che mi sembra esploda - la devo raccontare a qualcuno. E lo fa.
Anche se, in realtà, cosa lui veramente stia raccontando, non lo sa proprio.
Io, per esempio, credo di scrivere per rimediare al fatto che non ho messo in atto nessuna di quelle cose che fantasticavo per me stesso. Per guarire, insomma. E, invece, l’unico motivo reale per cui scrivo è perché mi è assolutamente necessario. Anche se non so proprio dove tutto questo mi porterà.
Scrivo, praticamente, da sempre anche se non ho mai fatto leggere niente di tutto questo a nessuno. Lo faccio con la stessa naturalezza con cui un’antilope disegna in aria l’elegante parabola del suo balzo sia che ad attenderla ci sia un morbido manto d’erba o le fauci del leone. Lo faccio perché non ne posso fare a meno tanto quanto non posso fare a meno di respirare o mangiare o svuotarmi. Se poi questo serva – come tornaconto secondario – a farmi guarire, ben venga. Non l’avrò fatto per quello né – ad essere sincero – ci conto troppo. Io, intanto, mi sono buttato e continuo a cadere e che lì sotto ci sia una rete pronta a salvarmi è una cosa che – una volta tanto – mi lascia del tutto indifferente.
E non so neanche se questo sia proprio un racconto – un racconto con tutte le sue coordinate apposto, che segue le regole del genere. Poche, sempre quelle. Trasmesse – nella foresta pluviale – dai tam-tam sapienziali di Cechov, Carver, Kafka e Seymour.
Per esempio, ora, qui sotto, trascriverò una frase di uno scrittore ma senza dire di chi si tratti e, nel farlo – nello scrivere questa frase - avrò già violato un’altra di quelle sacrodannate regole. Quando si narra qualcosa non si fa mai niente del genere. Ma io sento che quella frase – in un modo che non mi è per niente chiaro – è già tutto il mio racconto, da capo a fondo.
E, comunque, già sono andato fuori del seminato dicendo: si scrive per questo o per quest’altro. E’ un attacco rovinoso. Rischi che nessuno vada avanti. Non si fa e basta. Ed ora – come non bastasse - inserisco un ex-ergo a metà del preludio. Non si fa proprio. E’ una stramaledetta scortesia e lo so bene.
Ciononostante non dirò chi l’ha scritta anche perché, nel momento in cui l’avrò ricopiata, sarà diventata mia. O, al massimo, non sarà più di nessuno, res nullius. Tornata ad essere proprietà solo di se stessa. Come un cacciavite che non abbia mai rovinato il filo della sua lama mettendolo sulla croce di una singola vite. Eccola.
“… così la cosa che devi dire e il modo di dirla si mescolano come una materia unica: indissolubili come se li avessi concepiti insieme.”
Per altro – se mi si costringesse alle corde - potrò sempre fingere che si tratti di una pseudo-citazione. E fingere di confessare che si tratta, in realtà, solo di farina del mio sacco. O di quello del diavolo. Il che, in fondo, non è poi la stessa cosa?
Sono nato nell’estate del ‘51. Quindi, secondo l’anagrafe, dovrei essere – proprio ora - un uomo di quarantacinque anni nello splendore della sua maturità.
La mia carta d’identità dice che sono alto un metro e settantotto e che ho occhi castano scuro e capelli biondi e che non ho nessun segno particolare. Il che non è proprio vero o lo è solo se si allude a qualcosa che contrassegni il mio viso. Se così non fosse, avrebbero dovuto precisare che sono zoppo per via della gamba destra leggermente più corta della sinistra.
Anche se io non sono affatto sicuro che l’avrei confessato alla signorina dell’anagrafe che me lo stava chiedendo. Uso, infatti, queste ottime scarpe ortopediche che nascondono quasi completamente la cosa e, quindi, perché dirglielo? La mia carta aggiunge che abito a Roma, al n. 10 di Via Fabio Massimo e che sono sposato.
Di mio posso aggiungere che – violando la regola per cui i figli maschi prendono dalla madre – assomiglio in modo quasi imbarazzante a mio padre. Ho un viso ovalrettangolare, una bella fronte ampia che sembra ancora più grande ora che comincio a stempiarmi, orecchie leggermente a sventola, un naso dritto e dal dorsale affilato che a me sembra piuttosto chic e zigomi sporgenti. Tutto piuttosto ben equilibrato, quindi, con una vago accenno di raffinatezza involontaria.
Non fosse per questa bocca capricciosa che mi ritrovo. Ho due labbra completamente diverse l’una dall’altra – il labbro superiore – di un rosso intensissimo - é quasi invisibile e sembra poco più che la cicatrice di una ferita. Ed io, vergognandomene - per periodi più o meno lunghi - ho cercato di nasconderlo con dei baffetti discreti, rasati corti, alla Clark Gable. Quello inferiore, invece, è spesso e molle. Non ne avevo mai visti in giro di questo tipo fino a quando - con un misto di felicità e raccapriccio – non ne ho ritrovato un pattern possibile a Madrid, durante il nostro viaggio di nozze. Io e Marta – mia moglie - eravamo andati a visitare l’Escurial e c’erano tutti quei ritratti di Filippo II e dei suoi eredi. Tutti con quel labbro grosso e pendulo esattamente come il mio. L’avevo fatto notare a Marta e lei mi aveva detto che era vero e si era messa a ridere. Scordavo. Ho una vistosissima fossetta sul mento.
Ho anche due figli e la casa coniugale già tutta pagata. E un’altra al mare, a Freggene, che finirò di pagare – credo - quest’anno, in novembre o dicembre (dovrei controllare tra le mie carte ma sono sicuro che finirei col non trovare niente di quanto vado cercando). In famiglia abbiamo due macchine: una Lancia Ipsilon nera, con gli interni di pelle dello stesso colore, che usa Marta e, per me, una Honda Civic color geranio. Avevamo anche una berlina – una Golf Passat - per quando s’andava in giro con i due bebè. Ma poi sono cresciuti e abbiamo smesso di farlo e, così, l’abbiamo venduta. Adesso ognuno va per i fatti suoi e una berlina non ci serve a niente. Marta scorrazza in giro i ragazzi (solite cose: scuola piscina tennis teatro) e io mi sposto con la mia Honda. Ma raramente. La maggior parte delle volte uso l’autobus o il taxi. Soprattutto, il taxi.
E - le rare volte che uso la mia macchina – viaggio comunque sempre da solo. Anche solo l’idea di dover prendere su qualche collega, che so?, all’incrocio tra Rinascente ed Ikea, mi fa sudare freddo. Cosa dovremmo mai fare per il resto del tragitto? Dovrei sentirmi dire ancora una volta che Berlusconi è uno stronzo ma essendo uno coi soldi potrebbe fare del bene all’azienda Italia o che l’arbitro di Juve-Milan si è inventato un rigore su Del Piero che non c’era. O, ancora, “Sai, ieri sera ho scopato con Nicla, la cugina greca di mia moglie”.
Sono tutte cose che mi sono state realmente dette da Brandi, uno dei miei due colleghi, lunedì scorso, appena rientrati in ufficio dopo il week-end. Ed è venuto a dirle proprio a me che sono per necessità astinente e monogamo (anche se, ovviamente, non vedo proprio come lui potrebbe saperlo).
Mmm, necessità … è la seconda volta che uso questa parola e comincio a credere che non si tratti di un puro caso. E’ come un tic o un odore. Le usi con la stessa naturalezza con cui un cane segna il territorio. E’ la tua urina. Forse dovrei provare a spiegarla ma si dà il caso che sia convinto che non ne valga proprio la pena anzi, che non lo si debba fare. Che senso avrebbe mettersi lì a spiegare questa parola/chiave? Se non si riesce a dire – meglio - a far vedere cosa sia questa necessità senza ricorrere a delle spiegazioni è meglio non scrivere più nulla – è meglio, sì, è proprio meglio dedicarsi al marketing o al giardinaggio e, in mancanza di meglio, scopare o – meglio ancora – legarsi al collo una macina e buttarsi in acqua.
Io so cosa sia la necessità.
Necessità è quando – nel mio “Onore e gloria postuma di un’anatra monofisita” (ultraineddito, ovvio) - Joseph e Beata – entrambi insegnanti di teologia alla Gregoriana - si mettono a discutere della SS. Trinità e, dopo una diecina di minuti, lei si spoglia restando completamente nuda e dice che va un attimo di là, in cucina a preparargli un tè e lui non la vede tornare indietro e si affaccia sulla soglia e la vede stesa a terra con le vene dei polsi tagliati e non riesce a fare il numero del telefono anzi, il cellulare non gli si accende proprio e poi gli cade per terra perché gli tremano le mani e si rompe e lei, Beata, non ha il telefono fisso e allora corre dai vicini e chiama qualcuno, non sa neanche lui chi, se il pronto soccorso o i vigili urbani e la segue all’ospedale dove gli dicono che non deve avere più paura, nessuna paura signor P. e lui prende le mani di Beata come fossero giunte in preghiera e le mette fra le sue, chiuse a libro, come un toast o un “Ave!” e le dice ti voglio sposare e la sposa, certo che la sposa, e la prima sera in cui restano da soli nell’albergo di Merano, le dice, cara, ti faccio un tè e va di là, nel cucinotto del piccolo appartamento che hanno affittato e si taglia le vene e lei non fa nulla per salvarlo. Perché tutto è stato necessario e lei stava pensando alla questione della natura di Gesù Cristo. A volte le sembrava che non potesse esserci che una sola natura, quella divina e che il cristo che tutti hanno potuto vedere non era che un fantasma e, altre, le pareva che, no, cristo fosse solo un uomo, estremamente buono ma forse anche un po’ troppo – come dire? – naif e, nel frattempo, Joseph, di là, stava accasciato tra il frigo e le gambe del tavolo, in acciaio, e respirava sempre più piano, ad intervalli sempre più lunghi, addormentandosi e sognando che qualcuno stava morendo su una croce senza più sangue, con sangue misto ad acqua, con un enorme cielo buio sopra di lui, e lampi e pavoni sorridenti oltre la decenza.
Ecco questo è necessario. Una sorta di cupa gioia – un lampo che attraversi rasoterra tutto l’orizzonte, in fondo al cielo, mentre tutto il resto è un enorme cortina di nubi nerissime, ecco, qualcosa di questo tipo. Ed occhi sgombri. Lo stesso tipo di sguardo che vorrei avere, adesso, mentre scrivo queste note sulla mia famiglia.
Mio figlio Andrej ha quindici anni.
L’ho chiamato così per via del Principe Andrej in “Guerra e Pace” ma non è che, per questo, mi senta migliore di chi ha chiamato sua figlia, Sue Ellen solo perché adooooooooorava! Dallas. L’impulso è lo stesso. Adorazione. Io amo il principe Andrej allo stesso modo geloso e acuto con cui amo le poche cose che amo nella mia vita. Come fosse carne della mia carne. Andrej – il principe, non il mio Andrej – è nato dentro al mio cuore nel momento in cui ho letto del cielo che gli stava sopra, ferito alla battaglia di Borodino.
Il mio Andrej, invece, è come non fosse ancora nato. E se proprio assomiglia a qualcuno è al fatuo Anatole Kuràghin, il corruttore di cuorsplendido, Natascia. E’ come lui bellissimo e, probabilmente, come lui corrotto. Di quella corruzione che spesso – in certi maschi – è inscindibile dallo splendore fisico.
In fin dei conti, però, non saprei neanche dire se sia davvero figlio mio.
Quando è nato io e Marta facevamo vite quasi separate. Lei si era incapricciata di Giuliano – un concessionario della Chrysler, giù a Tor Pignattara - che io chiamavo l’aprostata, perché era più vecchio di lei di almeno una ventina d’anni. Lei, una sera di metà gennaio, a cena, mi aveva comunicato che da quel momento in poi avrebbe fatto a meno dei miei servigi e che per lei le cose si sarebbero sistemate come se io non esistessi o quasi. Mi aveva anche chiesto di non fare storie e di comportarmi col suo stesso aplomb. Così, brutale, senza aggiungere una spiegazione o un lamento. Senza il preavviso che si sarebbe dato anche ad un servo. Aveva aggiunto che, di fronte al mondo, non doveva cambiare nulla, anzi, mi pregava di non mettermi in lutto o di piantarle il muso. “E” – aveva aggiunto – “di divorzio non se ne parla proprio”.
E’ comunque sicuro che noi, dopo quella sera, non s’è più fatto sesso.
La settimana prima, però, il sabato sera, dopo essere stati al cinema a vedere un film iraniano (una di quelle pellicole terrificanti in cui i ciliegi in fiore sono tutto quanto ci si possa immaginare in fatto di copula), l’avevamo fatto per l’ultima volta. Anche se io, naturalmente, non lo sapevo. Che era tale, l’ultima, intendo.
Marta mi aveva girato a pancia in su e mi si era messa a cavalcioni. In fatto di sesso è sempre stata sbrigativa. Se le veniva voglia di farlo, si spogliava e cominciava a toccarmi e baciarmi, senza dire niente. Come un maschio. Ogni tanto mi capitava di pensare che invidiasse ai maschi la possibilità di stuprare qualcuno.
Io – devo essere sincero – quella sera non ne avevo nessuna voglia ma la pura meccanica sessuale (lei che mi strusciava la sua cosina giù, in basso) aveva ottenuto i suoi effetti e così mi si era potuta imperniare sull’uccello e si era messa di buona lena a sollevare su e giù il bacino coronato da quel suo culo regale (sarà permesso, ad un architetto, di chiamarlo “barocco”?) tenendomi bloccato sul letto con le palme delle mani. Poi le aveva staccate e aveva cominciato a strofinarsi in alto, nel regno dell’altra cosina, continuando ad andare su e giù mollemente col suo grosso culone fino a che non aveva avuto quello che doveva avere. Poi si era afflosciata sulla mia pancia come un sacco che si sgonfi all’improvviso di tutta quell’aria trattenuta e aveva emesso un lungo piccolo sospiro e aveva riaperto gli occhi. Chissà a chi aveva pensato mentre mi fotteva. Sembrava sorpresa e che dicesse, con lo sguardo, “ah sei tu!” Sembrava proprio che dicesse così, ah sei solo tu. Sei solo questo.
Io pure, svogliatamente – anche se lei non lo aveva messo in conto - avevo seminato un po’ di sperma non provando quasi nessun piacere e il coso mi si era rapidamente ammosciato e un po’ raggrinzito. Marta lo aveva guardato accennando ad un sorriso e l’aveva schiaffeggiato con una sorta di buffetto, un pat pat colloquiale: loro due – gli stava dicendo - sapevano benissimo come stavano le cose e nessuno dei due se la sarebbe presa certo per quell’addio da opera buffa.
Credo, quindi, che non saprò proprio mai di chi sia frutto il mio piccolo Andrej. Se di questa cavalcata onanistica (ero stato forse, per Marta, qualcosa di più di un vibratore?) o se non sia, invece, un piccolo bastardo di Giuliano. Non ne ho le prove ma sono certo che loro facevano sesso da un bel po’. Almeno da quattro mesi, da quando Marta aveva cominciato ad uscire tutti i giovedì pomeriggio dicendomi che andava a fare shopping o al cinema con sua cugina Ottavia. Anche se, questo, naturalmente, l’ho capito solo dopo.
A guardarlo bene, però – ora che è diventato un giovane uomo - non si capisce proprio. E, di esame del DNA, non ne voglio sentire parlare. Sarebbe come credere che Padre e Figlio dipendano dalla casualità di una stringa da scarpe cosmica avvoltolata su se stessa.
Ha la stessa faccia di sua madre – larga, tartara, occhi stretti e lunghi come punti esclamativi, bocca carnosa e piccola, da bambola, gli stessi capelli fini e biondo rossicci, ma lisci e le orecchie quasi appiccicate al cranio. Di mio ha soltanto gli zigomi ma di Giuliano ha il corpo: slanciato, vigoroso, asciutto. Fianchi strettissimi e un culo molto piccolo con delle natiche che sembrano due meloni (questo non l’ha preso certo da sua madre che ha un culo imponente, né da me che ce l’ho quasi piatto). Ha delle mani enormi e sapete, no?, quello che si dice. Che chi ha mani e piedi grandi è dotato di un eccellente corrispettivo tra le cosce. Mi è capitato di sbirciarlo in costume da bagno, ovvio, e –a meno che non fosse sempre in erezione – mi sa che la vox populi stavolta sia proprio vox dei.
E’ uno strano ragazzo. Non mi parla mai di nulla. Ha una sua vita di cui io non so niente ma non credo che neanche sua madre, Marta, ne sappia molto più di me. Li vedo che, a volte, parlottano con un’aria complice ma poi lei mi dice che le aveva soltanto chiesto altri soldi. Eppure hanno un sorriso da complici come se stessero tramando chissà cosa alle mie spalle. Non che la cosa mi interessi poi così tanto, anzi, quasi mi diverte. Un figlio e la madre credono sempre di appartenersi fino alla morte e io voglio lasciarglielo credere. So essere molto snob all’occorrenza e non mi prenderò il fastidio di avvisarli che le cose non vanno affatto a quel modo. I figli sembrano un diretto possesso delle madri. Sono le fornaci da cui escono, vero e, per questo, credono che si tratti di carne della loro carne. In realtà, invece, io ho sempre pensato che i figli – soprattutto i maschi – siano soltanto opera del padre. Del padre e basta. Ma mi sa tanto che questo è solo un mio sogno. Cioè, io, proprio io, vorrei essere il figlio di un padre senza che mia madre ci avesse messo del suo in tutta la dannatissima faccenda.
(Credo che mi si sia colto sul fatto. Chiunque, ora, capirebbe perché scrivo. Anche un idiota o un ipocrita – persino io stesso.)
Io sono, quindi, almeno anagraficamente, un uomo maturo ma vivo una vita che sembra sforzarsi in tutti i modi di non corrispondere in niente a quello che tutti si aspettavano da me. Sono diventato un caso clamoroso di soccombente di successo. E in questo almeno sono stato davvero brillante. Ne spettegolano tutti i nostri amici e mia madre – due anni fa, quando ho rifiutato di aprirmi uno studio per conto mio con i suoi soldi - si è fatta venire un infarto perché fossi almeno preda di atroci sensi di colpa. Lei era disposta a vendere la sua grande casa ai Parioli e ad andare a vivere con sua sorella a Bracciano, pur di aiutarmi. Ma io non ne volevo sapere e così, la sera – avevamo litigato furiosamente tutto il pomeriggio – si era fatta venire un bell’infarto.
Poi, all’ospedale, quando l’infermiera le aveva detto che poteva parlare ma solo per qualche minuto, la prima cosa che aveva detto era
“Ci hai ripensato? …”
Io mi sono lasciato scivolare le sue parole addosso ed ho pensato, crepa, madre mia, crepa ma lei deve averlo capito ed ha deciso che non riuscirò a passarla liscia così a buon mercato. Ed è sopravvissuta. Non per questo io sono diventato più rispettoso del quarto comandamento: non la onoro affatto né lei mi rispetta. Come sempre è stato, del resto.
Mio padre si aspettava che io diventassi magistrato e che il mio cursus honorum surclassasse il suo di molte lunghezze. Lui si era fermato al grado di presidente onorario di corte di cassazione e per me voleva almeno una procura e che fosse una sede prestigiosa. Non voleva che finissi - che so io? – a Caltanissetta o Livorno o Treviso. Se non era proprio Roma, doveva essere almeno Firenze o Napoli.
Ma è morto così in fretta – ictus, un ictus a quarant’anni - che non ha fatto in tempo a sentirsi defraudato di qualcosa. Così io sono diventato un architetto senza che un qualche senso di colpa mi pesasse sul cuore. Un architetto che vivacchia con le briciole che cadono dalla ricca tavola di Epulone. Epulone è mio suocero, il padre di Marta, titolare dello studio di architetti più prestigioso di tutta Roma – lui, perché ne sia chiaro peso ed influenza, ha progettato la nuova Cattedrale di Bombay, e sta progettando, da un paio d’anni, la sede dell’Unicef a Mosca. Oltre ad essere da più di vent’anni il presidente dell’ADAR (l’Associazione degli Architetti Romani) – secondo tutti poco meno che un’investitura regale.
Epulone, ovvio, ha anche un nome reale ma non voglio citarlo, non voglio che se ne conservi traccia, lettera su lettera, in quello che scrivo. Mi sembrerebbe, in un qualche modo che non conosco ancora, di salvarlo. Ed è proprio questo che non voglio assolutamente fare.
Ora, credo, si sia arreso e che si sia messa l’anima in pace ma nei primissimi anni del mio matrimonio con sua figlia, lui si era illuso che sarei diventato il suo protegé e il suo successore (non ha figli maschi – solo quattro femmine e lo sa dio quanto la cosa gli bruci). E mi aveva predisposto questa strada larga, ben connessa, con l’asfalto fresco, che portava dritta dritta al successo. Una cuccia dorata dove spulciarmi ed una moglie di un certo fascino, decorativa ed imponente.
Marta ha, infatti, spalle molto larghe e una testa di capelli rosso Tiziano (non li ha ancora mai tinti ma non le crede nessuno) che tiene raccolti annodandoli a se stessi costruendosi, tra la nuca e la sommità del capo, una sorta di cespo vaporoso pieno di fili persi che, quando ha una fonte di luce alle spalle, le irradiano sulla faccia larga e bianca, un lustro color di rame (per via di quella sua pelle così grassa che luccica sempre un po’ nonostante il gran tamponarsi il viso che fa con la cipria).
Ma ciò che fa veramente impazzire tutti – me compreso - è la regalità con cui sa tenere in equilibrio quella sua grossa testa massiccia di capelli su un collo tanto esile.
Il resto del corpo, brutale e greve - direi sbrigativo – corrisponde meglio al suo modo semplificato di stare al mondo. E lei lo nasconde con abiti molto ampi, tendenti alla tunica o al caffettano. Cambia solo la stoffa. D’estate ne porta alcuni del lino più impalpabile e d’inverno, invece, di un velluto pesante blu notte o di cachemire (se lo può permettere: il paparino le passa una rendita annua di quasi cento milioni per compensare il magro reddito che le procura suo marito: io, Monsieur Impotenza: è sempre stato convinto che i nostri figli siano di chissà quali padri ma non certo miei. E me l’ha fatto capire. Ma la cosa più buffa è che non immagina neanche lontanamente quanto sia vicino alla verità.)
Del resto, sarebbe bastato che mi mettessi sotto la sua ala protettrice e avrei avuto ai miei piedi tutto quello che potevo desiderare. E’ vero, lui mi disprezza e se lo potesse mi prenderebbe a pedate come si fa con un randagio pulcioso ma se - anche solo per finta - lo avessi adorato, prosternandomi alla sua massiccia presenza, mi avrebbe procurato tutto quello che desideravo. O, almeno, tutte quelle cose che lui ritiene dovrei desiderare in quanto maschio normodotato, in età riproduttiva, passabile, non castrato (anche se su questo si è ricreduto prestissimo) e con un conto bancario congruo. Porche, case a Capri e sulla Costa Azzurra e a Cortina, Rolex, sartorie e cuoierie londinesi, ogni semestre una capatina in Thailandia, beauty-farm in Tirolo ogni estate, in giugno, a fare i bagni di fieno, palestra nell’attico. E, ma solo più avanti, quando il denaro comincia a moltiplicarsi da solo, un jet personale. Ma, soprattutto, fica con cui ostentare tutto questo ben di dio.
Mi pare inutile aggiungerlo – credo proprio che si capisca a vista d’occhio - il prototipo di tutto questo è lui.
In tutti gli alberghi in cui si ferma, paga il portiere perché gli procuri mignottine fresche fresche (non le chiama puttane per non avvilirsi) che non devono avere più di ventidue, ventitre anni. E, soprattutto, devono essere molto pulite e avere il certificato apposto e piuttosto aggiornato (non più vecchio, certamente, di una settimana). Non poteva rischiare di beccarsi l’AIDS visto che lui fa sesso rigorosamente e sempre senza preservativo. Niente negre perché sono sporche e niente marocchine perché sono sporche e non sanno fare i pompini. Dice. (Queste cose me le raccontava quando avevo appena sposato Marta, sua figlia, e pensava che io fossi fatto della sua stessa pasta e che fosse giusto dirozzarmi in fatto di know-how e finesse sessuale.)
E mantiene quattro amanti fisse.
Carla, a Roma, in via ***, discendente di un cardinale Aldobrandini, che ha studiato dalle orsoline e che a vent’anni voleva entrare al Carmelo.
Pauline a Parigi, in Avenue Foch, cantante lirica, una mezzosoprano. Dice che ha fatto un’audizione con Von Karajan a Salisburgo, per una Carmen del Festival di Pasqua ma che, poi, lui ha scelto quella troiona della A.B. perché pare – dicunt, eh - fosse piuttosto brava ad aprire la bocca non solo per darle fiato.
Una qualche Cio Cio San a Tokjo, di soli quindici anni - figlia dell’ambasciatore giapponese a Nuova Delhi – che frequenta in una casa di geishe senza che il padre di lei – più giovane di Epulone di una ventina d’anni – ne sappia niente. Mio suocero ha corrotto la maestra di te della bambina e così lei – quando lui passa per Tokio - va agli appuntamenti e gli porta i suoi piccoli slips intrisi di pipì. Da annusare.
La quarta – ed ultima – è Elizabeth. Abita a Londra dove fa la scenografa in teatrini off (i soliti Beckett, Pinter, Stoppard) ma, ad un fischio di mio suocero, molla tutto e lo segue a Dallas facendogli da segretaria-mignotta. Lui progettava – e progetta ancora, arredandole chiavi in mano - mastodontiche fazendas, in Texas, per i vaqueros snob del luogo. Nel più puro stile neo-babilonese. Lui dice che con quelle ci tira su l’argent de poche.
Sono case veramente oscene. E cinque anni fa – facendomi coraggio – ho provato a farglielo notare.
Eravamo alla cena annuale degli architetti romani e – per carità! - non mi sono certo permesso niente di così esplicito come “oscene”. Se non ricordo male, credo di aver osato qualcosa come “dal gusto non propriamente chic” … Lui mi è scoppiato a ridere in faccia (cosa per niente piacevole perché aveva, ha un alito misto di aglio e cacca che il dio incazzoso della Bibbia potrebbe usare per sterminare filistei, cananei ed amorrei e sumero babilonesi). Poi si è preso tra le mani, il “pacco” – l’insieme seminale di scroto e verga – scuotendolo platealmente. E, mezzo tossendo per il troppo ridere e rosso come una rapa, ha biascicato che lui, così, rifilando paccottiglia ai selvaggi, quello lo ficcava dove gli pareva.
“Va, va” – aveva aggiunto – “va dagli amichetti tua. Gne gne gne, comunisti e froci e puro stronzi”.
Ed era stato davvero uno spettacolo vedere quell’omaccione di cento e trenta chili, dimenare il culo come lui supponeva facessero le checche.
“E magara – già che te ce ritrovi - ce disegni la sala de le scoregge de quel’artro rottinculo. Er Calvinuccio tuo… Leggerezza, esattezza, brevità. Seeeee. Quello che conta” – e quasi boccheggiava – “quelo che conta è chiava’, magna’ e dormi’ e caca’ e puro molto e fa’ tanti de quei sordi da pulittece er culo. Ce l’hai capito, stronzo?!”
Epulone – quando si trova tra amici o anche solo tra conoscenti – ritiene sia molto snob parlare questo suo romanesco greve e bisunto come uno stinco di maiale al forno. Rischiando, ad ogni pie’ sospinto, la parodia di se stesso. Ma quella volta mi stupì citando Calvino. Cristo santo! Mio suocero leggeva Calvino al punto da poterlo citare con esattezza … Giuro. Se me l’avesse raccontato qualcun altro, avrei creduto si trattasse di una gossip privo di fondamento.
Io, comunque – nonostante avessi perfettamente capito quello che mi aveva detto - ho continuato a frequentare i miei amici comunisti e – a dire il vero – sul serio un po’ froci. Poi, passati gli anni ’80, mi sono ritrovato quasi senza lavoro e senza amici. Due o tre di loro, adesso, ancora adesso, lavorano per Epulone e ne sono plagiati a tal punto e a tal punto gli leccano il culo che fingono di adorare fica e pajata e poi, quando vanno a casa, leggono Rilke e chiedono alla moglie di scoparle da dietro (solo perché non hanno il coraggio di chiedere loro se, per caso, non possano scoparle direttamente in culo).
Ora faccio progetti per una ditta che lavora in sub-appalto per mio suocero ma sia io che lui facciamo finta di non saperlo. L’AmBeSta – è un acronimo per Amministrazione Beni Stabili. Progetto villette a schiera o mattatoi o parkings per il comune ma mio suocero non lo vedo quasi più. Da quando non gli fotto più la figlia, fra di noi non esiste più nessun tipo di comunione.
Sì, ci si vede giusto una domenica al mese, a pranzo e tutte le altre feste comandate. Ma niente di più.
Credo che mi porti un rancore così assoluto che – se lo potesse – mi cacherebbe dentro al cuore. Lui mi aveva regalmente conferito lo scettro perché gli mettessi Martasua incinta almeno ogni due anni. Per procura, chiaramente visto che non lo poteva fare lui. E, invece, io gliela lascio da parte, inutilizzata come fosse il sacco delle cose pronte da lavare, buttato in un angolo della lavanderia. O, almeno, questo è quello che lui crede visto che non sa come stanno realmente le cose fra me e Marta.
La Gran Massoneria della Fica ha perso un Muratore, è vero - moi, adieu. Ho restituito martello, squadra e grembiule e lui – morendo di vergogna di fronte a tutti gli altri maschi massoni – ha dovuto ammettere che sì, ero quello che avrebbe dovuto chiavargli la figlia. E giù le insegne, mosce nella pioggia.
E’ chiaro che Marta gli ha spifferato tutto. Anche se non riesco ad immaginarmi in che termini possa averlo fatto. Che ne so? Gli avrà detto che le cose, tra noi due, non funzionavano più troppo bene. O qualcos’altro del genere e lui avrà subito capito l’antifona e si sarà certamente precipitato a tradurla nel suo esperanto, nun chiaveno più, ecco. E - da quel momento - ha cambiato atteggiamento nei miei confronti. Mentre prima cercava in tutti i modi di trovarsi con me per mostrarmi quanto mi disprezzasse (e se c’era qualcuno presente parlava più forte, quasi urlava, perché lo sentissero), ora mi evita addirittura come la peste. Deve essere convinto che l’astinenza sia contagiosa. Lui che ancora adesso, a sessantotto anni, pretende che - dopo pranzo, tutti i santi giorni - la moglie si accomodi nella loro stanza da letto “pe’ daije ‘na botta” anche se – viste le sue pretese in fatto di standards coitali – dovrebbe trovarla repellente.
Come sia fatta mia suocera io lo so bene.
Due anni fa s’è fatta ricoverare “pe’ levasse via tutto” (erano queste le parole quiete e indifferenti che aveva usato con sua figlia) ed io, naturalmente, accompagnavo Marta nelle visite che le faceva all’ospedale. Beh, orami non era più – e non è - che una sorta di otre gonfio, un enorme, informe bolo di carne dal collo fino alle cosce con sotto un paio di gambette magre magre simili a sedani o zampe d’uccelli.
Ma conserva fra le cosce un pertugio e lui – nella più completa abiezione dell’amore – punta solo a quello. Come un cane da caccia punta alla volpe, con la stessa determinazione per cui, una volta sentito l’odore della preda, non può far altro che stanarla ed attaccarla anche se gli stessero dando fuoco alla coda. Credo sia intimamente e disperatamente convinto che se non lo facesse più, morirebbe il giorno dopo. Essendo stato nella sua vita solo quello (e poco altro: bocca e culo, buchi da cui entra e buchi da cui esce qualcosa), sa che il giorno in cui l’uccello si rifiutasse al Te deum laudamus, lui sparirebbe dentro ad un enorme cloaca nera diventando, finalmente, una femmina, un buco da fottere, un senza palle, un castrone, un merdoso femminiello che ognuno può chiavare quando gli pare.
Un paio di domeniche fa, la martire, Donna Federica, la madre di Marta, l’ha pregata di andare a pranzo da loro e di portarmisi dietro. Ha detto proprio così “portate appresso quello là”, me l’ha confessato Marta dopo aver messo giù la cornetta. “Portatelo appresso perché c’è sta zia Marta”, aveva precisato. Questa Marta è la prozia di cui la mia Marta porta il nome. Viene in città a Natale e una qualche altra volta durante tutto l’anno. Quest’anno, appunto, è capitato proprio la domenica di cui sto parlando. E vuole vedere tutta la famiglia, seduta al tavolo con lei, felice.
Devo essere più preciso. In realtà a lei importa solo di Martuccia sua e dell’altre, invece, non gliene importa proprio niente. E, comunque, non ha mai dato segno che le mancassero. Le chiama “le vecchie” e dice che sono noiose e “che puzzeno”. Ada ha sposato un ingegnere del Wisconsin e vive lì ormai da vent’anni. Lucilla vive a Palermo, divorziata da un coltivatore di agrumi, Dorotea non abita poi così lontano – ad Ancona - ma odia la prozia e Maria è carmelitana a Loreto e non va mai da nessuna parte. E comunque sanno benissimo che la prozia ha occhi solo per la sua Marta e che lascerà tutto alla sua cocchina. E, quindi, le capisco benissimo, che tornaconto mai potrebbero trarre dal venirsene, qui, in pellegrinaggio a Roma, per omaggiare questa sorta di balena/regina madre? Credo proprio nessuno.
Lei pretende che si cucinino tutte le cose tradizionali. L’amatriciana, l’abbacchio, la pajata, i carciofi a la giudia. Ma – quel che conta - è proprietaria di duecento campi di buona terra coltivata a tabacco e granoturco e viti, vicino a Gaeta e di una ventina di appartamenti a Roma, all’Eur e non ha figli. E stravede per la mia Marta cui ha già promesso di lasciare tutto. A lei, però - come tutrice dei nostri figli. Io non c’entro nulla e, naturalmente, io e Marta siamo sposati nel più rigoroso dei regimi di separazione dei beni.
Sospetto che lei e suo nipote Epulone (è la sorella di sua madre), debbano aver spesso spettogolato di quello che succede a casa mia. Li immagino. Lei quasi sorda, una scrofa, con pochissimi cappelli ma - i pochi che le resistono sul cranio - accuratamente tinti di un nero pece che, quando fa caldo, le cola sulla cute rosata - la faccia che sembra un sacco di quelli che si fanno con le budella e che si riempiono di strutto e che ti verrebbe voglia di comprimere con le dita per vedere se resta il segno del polpastrello. E l’altro che le dice quanto io sia un rottoinculofrociosenzapalle. Che non chiava più la sua bambina. Tradotto: sai zia, fra *** e Marta le cose non vanno più bene come prima. Pare che lui sia molto stanco e che dorma poco. Un esaurimento nervoso, forse.
Non le dice – ovvio – che la sua bambina si serve dei cannoli di cui va ghiotta, in altre pasticcerie. L’avrebbe diseredata immediatamente – bisognava quindi farle credere che il martirologio delle Sante Femmine Martiri cresceva, cresceva e cresceva ancora. Sconfinato come la Via Lattea.
Invece - dopo un anno soltanto, anzi, meno – Marta s’era stancata del suo caro Giuliano (rimasto in carica, quindi, soltanto per una brevissima stagione, da gennaio a novembre). Poi – era il giorno di ognissanti – anche a lui era stato dato il benservito.
“Non sto più con Giuliano.”
Me l’aveva detto rientrando dal cimitero (si erano visti lì?), buttando la Jackie O. di Gucci sul divano e mentre si scioglieva via dal collo, infastidita, il foulard di Hermés (quello con stampati dei ferri di cavallo).
Da quella volta non si era mai dimenticata di avvisarmi quando un flirt finiva.
Si limitava a dirmi “non sto più con” e seguiva il nome del principe consorte non più in carica. Non le ho mai chiesto perché lo facesse ma non le ho neanche mai detto di non farlo. In qualche modo mi rassicurava sapere in che punto della sua vicenda amorosa fosse. Lei un aereo impazzito ed io un radar anestetizzato.
Praticamente cambiava partner ogni semestre. Come fossero gli abiti della saison in corso di una qualsiasi casa di moda. Ma eravamo tutti e due troppo dannatamente discreti – o ipocriti – per parlarne apertamente e a fondo. Non le avevo neanche mai chiesto perché, quella sera, avesse deciso di non fare più all’amore con me. Non ero il suo schiavo né il suo barboncino e se lei proprio non voleva più saperne di me, che si accomodasse pure. Le avevo augurato – sinceramente ma senza dirglielo – che trovasse qualcuno con cui appagarsi. Uno stallone ben dotato, esperto, che sapesse fare le cose che vanno fatte, nel tempo necessario, con le opportune variazioni, senza complicare la cosa con tutta questa stronzata dell’amore.
Ma non mi pare che sia andata – o stia andando – a questo modo.
Si mette quasi sempre con persone più vecchie di lei e, a volte, tremendamente più vecchie (vedi Giuliano) - a cui, probabilmente, chiede troppo. Sbagliando. E non ottenendo mai quello che cerca. Sempre che sappia sul serio cosa stia cercando e le auguro – di cuore davvero – che non si tratti del suo paparino edipico.
Una cosa non ho mai capito. Perché non abbia mai chiesto il divorzio.
La ricca di casa è lei – non ho una posizione prestigiosa – non so farla godere.
E Quindi? … Dovrò forse sospettare che mi ami?
Nel’95 aveva avuto contemporaneamente – nello stesso semestre autunno-inverno - due amanti e Andrej l’aveva pescata a letto con tutte e due, alle tre del pomeriggio, tornando dalla piscina perché si era dimenticato di portarsi dietro il costume da bagno. Marta ne stava inculando uno con un cazzo falso, di avorio, legato sulle reni con una cinghia mentre l’altro le teneva la testa tra le cosce.
Andrej aveva aperto la porta della stanza da letto e cominciato a dire “mamma mi sono dimenticato il cost …”. Poi aveva visto quel curioso tableau vivant e se ne era uscito con una risatella isterica, andandosene in camera sua.
Andrej non mi parla mai di niente. L’ho già detto. E, invece, quella volta ha ritenuto di dovermi accuratamente raccontare la cosa, a cena, mentre Marta stava lavando i piatti in cucina, con la porta chiusa. Me l’ha raccontata come se non ci fosse nulla di strano in quello che diceva. Senza alzare mai la voce, come uno che si stia confessando. Aveva solo un piccolo sorriso che gli increspava quella sua dannata bocca di bambola.
Mio figlio – la mia famiglia.
Cosa mai saprei di tutto questo splendore se non lo scrivessi?
Due domeniche fa, quindi, siamo stati a pranzo da mio suocero. Era di questo che stavo parlando, credo. E’ così dannatamente difficile tenere il timone della barca con tutti questi venti maligni …
C’erano anche Andrej e Roberta, l’altra mia figlia. Ha solo tredici anni ma capisce molte più cose di quante non ne capisca l’altro. Quindi ha certamente capito che non è figlia mia ma fa come se la cosa non la riguardasse.
A volte mi giro e la scopro mentre mi fissa con uno sguardo atono, senza luce – come se lei vi abitasse dietro, al riparo – come se, dietro a quello sguardo sfibrato, grigio, lei si tenesse pronta ad ogni possibile attacco o ad attaccare.
I miei due figli erano ostentatamente scocciati e non facevano neanche lo sforzo di nasconderlo. A Roberta la cosa riusciva meglio per via di quel suo sguardo indecifrabile ma Andrej sbuffava e, appena arrivati, si era messo a guardare, in TV, il Gran Premio di Formula Uno, a Suzuka. Rispondendo a monosillabi a chiunque gli rivolgesse la parola.
Anche a Marta, la prozia, che di Roberta non si ricordava neanche il nome e si rivolgeva solo a lui come se l’altra non esistesse. Pretendendo – come sempre – che lui le raccontasse della scuola e, anche, delle sue fidanzatine. Ha usato proprio il plurale, fidanzatine e – mentre lo diceva – ha ammiccato come una ruffiana. (Quel giorno, poi, puzzava più del solito di naftalina e fumo di sigarette stantio).
“Io, a quella, gli darei volentieri fuoco” ha detto Andrej girandosi per andarsene via. Rischiando che quella lo sentisse. E Roberta che ci stava ascoltando, ha girato la testa verso la finestra e, da come scuoteva le spalle convulsa, mi è sembrato che stesse ridendo e che non fosse più in grado di fermarsi. Quasi certamente era in preda ad un attacco di fou rire. E anch’io, allontanandomi dalla poltrona in cui stava seduta zia Marta, ho sorriso. Lei stravedeva per Andrej. Era il maschio che avrebbe proseguito la stirpe e, anche se il sangue della loro famiglia era stato inquinato dal mio, pazienza. Il vero maschio, in casa nostra, era Marta e di sicuro – secondo le loro complicate genealogie famigliari – era stata lei a fecondarsi da sola, usandomi come un prestanome.
Per questo, del resto, anche fosse stato figlio di Giuliano sarebbe cambiato ben poco.
Alle una in punto è cominciato il gran rito del pranzo a cui nessuno poteva sottrarsi. Epulone s’è messo a capotavola e Donna Federica, sua moglie, per una volta, ha ceduto il posto – alla destra del marito – alla prozia Marta e si è seduta alla sinistra, al posto che, di solito, quando siamo gli unici ospiti, è riservato alla mia Marta.
Per cominciare, Consuelo, la cameriera filippina, ha posato al centro del tavolo un enorme vassoio di antipasti che la prozia aveva portato dalla sua tenuta di Santa Fosca: acciughe, lampascioni, coppa, lardo, salame nigro (una speciale pasta di salame che sapevano mescolare solo i suoi norcini) e avemaria, delle gallette sottilissime cucinate con pochissimo sale. Andrej e Roberta erano schifati da tutta quella roba unta e neanche la guardavano. Sembravano sul punto di vomitare e così, Marta – la mia Marta – ha ritenuto di doverli giustificare e ha cominciato a farfugliare una serie di scuse che nessuno ascoltava. Forse neanche lei stessa.
E, naturalmente, la vecchia ha fatto pffui e ha cominciato a riempirsi la bocca di tutta quella roba, a gara con suo nipote. Mancava poco che grugnissero di piacere. Si indicavano l’un l’altro i pezzi che avevano appena assaggiato e si incitavano a mangiarne un po’. I lampascioni, quando si rompevano tra i denti, rilasciavano un liquido che collava all’angolo della bocca di quella grassa vecchia Madame. Che non si curava certo di pulirlo via. Donna Federica e sua figlia spiluccavano appena e io anche. Ma tutti e tre guardavamo ipnotizzati quei due che si ingozzavano e parlavano con la bocca piena di salame un po’ maciullato, nero, che gli scuriva la lingua e il palato.
Durante tutto il pranzo non si è quasi parlato.
Sua madre – mia suocera – ha chiesto a Marta dove avesse comperato il tailleur che indossava quel giorno - un tailleur turchese, di lana a grossi nodi, con i bottoni d’un oro non liscio, grumoso, a forma di bocciolo. Marta l’ha comprato al nuovo Chanel Center, sul Lungotevere Testaccio. Ma non ho davvero capito perché si sia persa a spiegarle il punto esatto dove si trovava, dietro l’edicola del giornali, quando sa benissimo che sua madre non mette più piede in centro da almeno cinque anni e che l’ascoltava solo per cortesia senza capire nulla di quello che le stava spiegando.
Mia suocera non ha detto quasi più altro. Controllava Consuelo perché non inciampasse sul tappeto di bukara e badava che tutti avessero i piatti sempre pieni (anche se poi, spesso, venivano portati indietro, in cucina, pieni di roba non mangiata).
A me non ha mai rivolto la parola anche se di me deve aver parlato a Marta. Lo fa sempre. La solita litania: che suo padre avrebbe potuto procurarmi del lavoro se solo l’avessi voluto. E’ la solita cosa che ripete da quando mi ha conosciuto e che, sempre, sottolinea alla stessa maniera, come un formulario di un canto epico. Come nella Bibbia, quando, trentamila versetti cominciano tutti con “E dio vide che la cosa era buona …”, bla bla bla. Insopportabile. Solo che in lei si traduce in uno scuotimento della testa, con le palpebre semichiuse e una piega delusa della bocca.
Io ho fatto finta di non sentirla e ho chiesto a Roberta di passarmi il sale.
Epulone smetteva di masticare e ingurgitare cibo solo per parlare con sua zia delle portate che arrivavano in tavola. E, avendo trovato che l’abbacchio fosse poco cotto, è riuscito a litigare furiosamente con la moglie che l’aveva preparato fin dalla sera prima.
Sarà – gli ha replicato seccatissima Donna Federica - che alla settima costoletta che te magni, nun capisci manco più se te lo stai a fica’ ner culo o ne la boca. Hanno riso tutti. Anche Marta. Anche Andrej e, curiosamente, anche Roberta ed io, per un attimo, li ho guardati come fossero dei babbuini allo zoo. Poi, dopo una zuppa inglese triumphans - l’unica cosa su cui si siano gettati anche i miei figli - e il caffè e dei liquori, Epulone si è stiracchiato e ha steso la pancia in avanti, inarcandosi e mi ha guardato. Uno strano sguardo. Come se fossi all’improvviso diventato trasparente.
(Sia chiaro. Non mi ha detto nessuna delle cose che gli attribuisco qui sotto. E, fino a quella domenica, non mi era mai apparsa la Madonna di Fatima né mi ero mai ritrovato in balia dello stesso stato di alterazione mentale degli sciamani o – molto più semplicemente – di chi ha bevuto troppo, fino ad ubriacarsi. Fatto sta che io l’ho visto mettersi a biascicare senza che, dapprima, capissi quello che stava borbottando. Ma poi, isolandomi da tutto il resto, ho sentito queste parole
ce lo sai – diceva - che mo’ vado de là e a quella che nun è più manco ‘na donna e che nun sa più cucina’ l’abbacchio, je do ‘na botta. Perché se nun lo faccio so’ sicuro che divento come te, Sor Senza Cazzo. Tu m’appesti, ce lo sai, vero? Tu te credi, signorino, che io so’ ‘no stronzo de cane in sinagoga – io lo so che c’hai in quella testa de mmerda che t’aritrovi, oh se ce lo so. Che nun so parla’, che chiavo e caco e piscio e rutto e scoreggio e nun so manco perché i Numeri che decidono l’esseri m’hanno scerto me invece de te pe esse’. Pensace, coglione. Pensace.
Potrebbe esse’ che, pe’ ‘na vorta in vita tua, t’abbiano inculato e che te nun hai capito ‘na mazza de tutti ‘sti segni che te stanno intorno.
Mio suocero, Epulone, non può parlare a questo modo – non è lui che mi sta parlando così, ne sono certo. Anche se io sono sicuro di averlo sentito dire queste cose e usando esattamente quelle parole.
Ha detto proprio “Numeri”, “essere”, “segni”, “esseri” quasi tutto d’un fiato con pezzi di agnello fra i denti, con quella sua faccia tumefatta ma – nello stesso tempo – sono perfettamente conscio che lui – in realtà – non ha detto niente tanto quanto questo brano non è mai stato realmente scritto.)
Poi si è alzato dalla sua sedia, lentamente, spostandola indietro e si è avviato come sempre verso la camera da letto.
Anche se poi tutto finisce nello scannatoio coitale, la cosa, di solito, avviene secondo un cerimoniale poco meno rigoroso che alla corte bizantina. Lui piega il capoccione all’indietro, lo piega sulla spalla sinistra e poi lo riporta dritto e – se si è seduti da quella parte – si può osservargli sulla faccia rossa e piena fino quasi a scoppiare, un accenno di sorriso. Come se quell’omone vecchio, gonfio, che puzza poco meno di una latrina, danzasse leggiadro. Lo si sente, poi, fare i più svariati rumori nella stanza da letto. Tossicchia, scattara, sposta sedie.
Passati pochi minuti Donna Federica dice, scusate, e si alza anche lei da tavola. Va in cucina come se si fosse dimenticata il sale o l’acqua e poi, dalla cucina, esce nel corridoio e va nella stanza da letto.
E’ capitato più volte di sentire l’ansimo di Epulone mentre copulava con sua moglie. Ma quel giorno non stavo sentendo niente. Ho pensato che si trattenesse per via dei ragazzi che se ne stavano seduti sul divano ridacchiando con la televisione spenta (l’avessero accesa, non mi sarei preoccupato di niente).
Dopo cinque minuti mi è sembrato di sentire dei singhiozzi brevi, sovracuti e la voce di Donna Federica che sembrava sussurrare una nenia. Dunque quel pianto non era il suo. La cosa mi lasciava esterrefatto: era il pianto di un bambino, ma, lì dentro, non c’erano che loro due e questo non poteva significare che una cosa soltanto. Che a piangere era proprio mio suocero, Epulone.
Sembrava che gli altri non se ne fossero accorti o che – non volendo essere scocciati - fingessero di non sentire. La prozia si era abioccata sul divano, davanti alla televisione, mentre Marta e Roberta guardavano distrattamente le stronzate di Costanzo. Andrej era sparito, in bagno, forse.
Allora mi sono alzato come se non sapessi bene che fare e mi sono avviato verso la porta che immetteva nel corridoio del settore notte e mi ci sono infilato furtivamente anche se non avevo la più pallida idea del perché lo stessi facendo. Ero curioso anche se non sapevo precisamente di cosa. Il pianto si era già calmato e sentivo solo un brusio come se qualcuno stesse pregando. Camminando sulla passatoia cercavo di non fare rumore e, poi, quando sono arrivato davanti alla porta della camera dei miei suoceri, ho accostato l’orecchio al battente per sentire cose stesse succedendo. C’era un silenzio quasi perfetto (solo qualche macchina che passava nella strada, oltre il parco, attutita). E così ho potuto sentire mia suocera e quello che stava dicendo.
“Nun t’è successo niente amore.”
Alla parola “amore”, mi è sfuggito un “oh” stupefatto che ho cercato di soffocare portandomi una mano alla bocca. Per un po’ – nella stanza – si è fatto silenzio ed ho temuto che mi avessero sentito.
Poi Donna Federica ha ripreso.
“Sapessi te a quanti mariti delle amiche mia j’è capitato … Capita, che ce voi fa’. A te te fa tutta ‘st’impressione perché nun t’è mai capitato niente prima. Tutti li ggiorni dell’anno – puro ne le feste comannate – me te portavi a letto …Per questo, mo’, te pare d’avecce ‘na spada piantata ner core. Ma nun è così. Credeme.”
Allora lui ha ripreso a piangere – ma non era più lo stesso pianto di prima. Ora si stava compiangendo. Frignava. Come un topolone preso nella trappola.
“Io, poi, a dirtela tutta, me c’ero puro un po’ stufata. Non c’avemo più l’età pe fa’ ‘ste cose. E io nun ce so’ mai stata fanatica, e tu ce lo sai. Lo facevo perché me pareva che nun te potevo dì de no. Tutti li santi giorni … credime – amore mio – nun era proprio più cosa. Ora vado de là, in cucina, e te preparo un caffè … mettete apposto che nun te vojo trova’ a ‘sto modo quanno torno … Va bene? Se semo intesi? …”
Ho fatto appena in tempo – con un balzo – a mettermi tutto appiattito contro la porta della stanza successiva, tremando, terrorizzato all’idea che mia suocera si girasse e mi vedesse e convinto – come ero – che non sarei riuscito, lì per lì, ad inventarmi una scusa plausibile per la mia presenza, lì, davanti alla loro camera da letto.
Ma lei è uscita a capo chino e – senza girarsi indietro – se n’è andata per la porta in fondo al corridoio. Lasciando la porta della loro camera da letto socchiusa.
Stavo per andarmene via, il più piano possibile, maledicendo la suola di cuoio delle mie scarpe nuove che scricchiolava anche sulla passatoia rossa del corridoio, quando, arrivato all’altezza della stanza di mio suocero, di scatto, senza pensarci su due volte, ho cambiato idea e sono scivolato attraverso lo spiraglio lasciato aperto da sua moglie. Silenzioso. Trionfante. Mi sentivo come una spada sguainata e lampeggiante. Ed ero così eccitato che mi sembrava di vedere in giro, per la stanza, il fuoco di alcuni candelabri a sette fiamme che brillassero nella penombra.
Quell’uomo grassissimo, stava seduto sul bordo del letto, ripiegato su se stesso così che la pancia gli si posava sulle ginocchia e debordava dalle cosce bianchicce, quasi implumi. Teneva la testa ripiegata sul petto. E, ogni tanto, piagnucolava. I pantaloni e le mutande erano calate sulle caviglie e non dava cenno di volersi ricomporre. Non avrei potuto restare in quella stanza per molto: giusto il tempo che sua moglie tornasse con il caffè, e dovevo essere fuori di lì. E lui sembrava non accorgersi della mia presenza. Allora, con passi elastici, quasi di danza, mi sono spostato verso la parete e mi sono piazzato davanti a lui. Che, finalmente, ha alzato la testa e mi ha guardato anche se mi è stato subito chiaro che non mi vedeva e che non mi riconosceva. L’ho fissato attento tra le cosce. Ecco, ho pensato, ecco a cosa ti riduci.
Ho accennato un sorrisetto sarcastico e con lo stesso passo leggero con cui mi ero messo di fronte a quel corpaccio, me ne sono uscito.
Mia suocera stava venendo con un vassoio in mano, con una tazzina di caffè e lo zucchero. Appena mi ha visto ha fatto la faccia di “ma te che ce fai qui” ma poi non ha aspettato la mia risposta ed è passata oltre. Se me lo avesse chiesto le avrei risposto che mi ero vendicato – penso proprio che glielo avrei confessato. Ma non me l’ha chiesto e quindi questo resterà un segreto tra me e le mie scarpe.
I’m singing in the rain, I’m singing in the rain.
Gae Aulenti – intervistata da Laura Laurenzi su “la domenica di Repubblica” scorsa (pessimo questo inserto de “la repubblica” che sembra solo una extension del “Venerdì” anche se, ogni tanto, vi si trova qualche intervista interessante) – rispondendo a proposito di un orologio da lei disegnato per la Louis Vuitton dice
“… Ecco: l’intensità che si mette in un lavoro è la stessa … Che si tratti di progettare un orologio o un museo.”
L’ho letta e sono entrato un po’ in crisi essendo il concetto di “intensità” uno dei miei preferiti e che trova una perfetta incarnazione nello stile di direzione d’orchestra di Claudio Abbado. Ecco, lui è perfettamente intenso.
Eppure l’ “intensità” non ha etica.
E anche De Sade può essere molto intenso ed è intenso un incidente stradale con tutti che si precipitano a vedere cosa sia successo ed è intenso il biancore di una distesa di neve senza interruzioni ed è intenso tutto ciò che interrompe la medietà del vivere: un temporale, un incendio.
Ricordo che da bambino, nel paese dove sono nato, potei “ammirare” l’incendio che distrusse il “castello” e che minacciava anche casa nostra, del tutto ignaro del rischio e totalmente preso dalla bellezza dello spettacolo.
Cosa ci poteva essere di più affascinante di quelle enormi fiamme che divoravano le mura e i tetti e ruggivano e sfavillavano contro il cielo notturno?
Che abbia colto allora che la bellezza può portare con sé la distruzione?
Ed è probabile che sia intenso anche un campo di battaglia (non sto inventando nulla: ricordo di aver letto, molto tempo fa, le dichiarazioni di alcuni soldati che dichiaravano di aver provato eccitazione ((non-sessuale o, almeno, non lo precisavano)) combattendo)
L’ “intensità” è la spinta pulsionale, lo zwang direbbe Freud. Chiede solo di essere dispiegata. E in ciò possiede una sua terribilità o sacralità che dir si voglia: il sacro è il terribile.
E, probabilmente, necessario.
Quindi prima che tutto questo si trasformi in uno scritto, in un quadro, in un quartetto, in un’architettura, ci deve essere un qualche processo (un fare, un atto) che ne qualifica la direzione. E non so se si tratti della sublimazione.
Qualcosa avviene tra il momento della pura “intensità” e quello della “messa in atto” in un’opera.
Qualcosa che pur conservando tutta la “misura” dell’ “intensità”, riesca a imporle una direzione.
Ed è forse perché – alla fine – Tolstoj ha colto tutta la minaccia necessaria implicata nel sorriso di Nastasja , che ha deciso di condannare la scrittura.
Ha capito, forse, che l’ “intensità” che tu credi di imbrigliare, alla fine e sempre, doma te e ti guida.
Si potrebbe anche dire così: chiunque apra un libro o ascolti della musica o osservi un quadro senza coglierne la minacciosità, è nel regno del Principio di Piacere.
Sotto il sole di Satana, quindi.
Siamo al corso di lettura.
L. mi dice: senti un po’ questa frase e dimmi se non è leziosa, se non è una di quelle frasi che tu ci hai insegnato ad esecrare. Colma di patetismo, di sentimentalismo, inutile. E apre il suo volume dei racconti di K. Mansfield a pag. 291. Il racconto è “Garde-party”.
“E c’erano due minuscole chiazze di sole , una sul calamaio, l’altra sulla cornice d’argento di una fotografia, che sembravano giocare anche loro. Deliziose. Specialmente quella sul coperchio del calamaio. Era tutta calda; una calda stellina d’argento. Laura l’avrebbe baciata.”
Come darle torto? E, infatti, non le do torto. Mi sposto – con la mossa del cavallo su un altro terreno. Che altro posso fare? Io avevo provato la stessa ira e non solo per quella dannata frase ma per molti altri paragoni scontatissimi. In “Bliss”, “Felicità”, per esempio, come diavolo era la superficie di alcune pere? “Come la seta”, risponde in coro la scolaresca (ormai li ho svezzati – l’alternativa era “come la gota di un bimbo”). Eppure. Eppure.
Devo confessare alle mie amiche – c’è solo un altro uomo (sarà un caso?) – che nonostante tutto, il racconto era così perfetto che io avevo perdonato quelle frasi così insopportabilmente liquorose e, curiosamente, nessuna di loro ha detto che erano frasi “femminili”. Nessuna ha fatto ricorso alla “femminilità”.
Ora, a rileggere, la frase – ma la “giustificazione” vale solo per “questa” frase – mi accorgo anche di un’altra cosa. Quel “deliziose” così paratattico che è un’esclamazione di Laura, la giovane donna protagonista del racconto. E, quindi, la calda stellina d’argento che rischia l’effetto-vomito, diventa più accettabile se commisurata al suo entusiasmo così fresco ed ingenuo. Insomma. E’ accettabile che a Laura quella macchie sembrino stelline d’argento: un po’ meno se lo sembrassero ad una donna matura che stia scrivendo quel racconto.
Che la Mansfield – e io, sia chiaro, non sono d’accordo – rischiasse l’effetto “rosa”, viene fuori anche da alcune lettere della Woolf.
In una si fa scudo di una sua corrispondente: “Tu trovavi che fosse troppo artefatta e affettata …” e in un’altra dice: “Ho letto Bliss; ed era così brillante – così duro, così superficiale e sentimentale, che sono dovuta correre alla libreria per bermi qualcosa: Shakespeare, Conrad, persino Virginia Woolf. Ma lei inganna tutti i critici …”
Non ho voluto evitare il problema. Ho solo provato a prenderlo da un’altra angolazione.
Notando che nei suoi racconti non ci sono quasi mai le coordinate spazio-temporali. In “Prelude” si parla di “una città” – i tempi (tipo, eravamo nel 1917, in agosto …) non ci sono quasi mai o mai. Non è piuttosto strano? Come mai?
Io mi sono dato una risposta, questa: che lei sia, in realtà una “teorica”, quasi una matematica che mette in scena teoremi psichico-sentimentali per cui la scena sembra svolgersi così: dei giovani, una festa, una madre, qualcuno muore, bellezza e morte.
Così. Mumble mumble, come posso mettere in scena questa cosa. Basta una casa signorile, una prato, degli specchi che non mancano mani e dove si guardano sempre e solo le donne.
E che la severità di quello che ci sta dicendo lei la mascheri – ma non c’è più e sarà impossibile chiderglielo (o bisognerebbe aver letto il suo epistolario e il suo diario) – dietro un frasario a volte quasi fatuo. Ci conduce in mezzo alla felice caducità, blandendoci, “ingannandoci”, come fossimo dei bambini cui far vedere come si decapita un’anatra (vedi: “Prelude”).
Esempio.
Pag. 299 di "Garden-party". La madre ha regalato a Laura un suo vecchio cappello.
"Lì, proprio per caso, la prima cosa che vide fu un'affascinante ragazza nello specchio, con un cappello nero guarnito di margherite dorate e un lungo nastro di velluto nero. Non aveva mai immaginato di poter sembrare così bella."
pag. 305 (sta parlando del cadavere dell'uomo morto cui Laura si è recata in visita) "Era tutto preso dal suo sogno. Che cose gliene importava delle feste in giardino, dei panieri e dei vestiti di pizzo? Era a mille miglia da tutte quelle cose. Era stupendo, bellissimo. Mentre loro ridevano e la banda suonava, quella meraviglia era arrivata nel vicolo. Felice ... felice ..."
Laura - con il suo cappello nero che porta il lutto della sua bellezza - ha la stessa bellezza del morto?
Per finire. Lei dice in una lettera (trovato in: Cristina Campo, “Sotto falso nome”, Adelphi – “Introduzione a Katherine Mansfiled, “Una tazza di tè ed altri racconti”).
“Dalla tecnica nasce il vero stile; non vi sono vie traverse.” “Io amo appassionatamente la tecnica. Amo appassionatamente la compattezza e l’unità dell’opera …” “L’artista non ha problemi: sai dirmi tu quale sia stato il problema di Chaucer o di Shakespeare? L’artista guarda lungamente la vita . Dice sommesso: “Dunque è così, la vita?”. E questo comincia ad esprimere, escludendone tutto il resto.”
Questo stupore così vicino alla stupidità (la radice è la stessa) e alla divinità, e al restare “hébeté” di Proust che inciampa … eh sì, queste saranno cose di cui parlare un’altra volta.
"... e poco il tempo ama-are e un posto al sole ancora ci sarà."
Insomma, se Natalia Aspesi non perde una puntata di “Beautiful”, io potrò non perderne una di “Un posto al sole”?
Per i non-vedenti (intellettuali che non guardano mai la TV e – se lo fanno – solo quella satellitare, Arte, quelle cose lì e nella miserabile TV generalista – quella per i poveri – guardano solo Fazio – ah, Fazio, sì, Fazio … - e la Dandini e la Parigi-Roubaix e il tenente Colombo e se gli dici “Simona Ventura” pensano che sia il nome di uno dei sillogismi di Aristotele) … per i non-vedenti – dicevo - “Un posto al sole” è la prima soap-opera italiana, in onda su RAI 3 da non so più ormai quanti anni e che si differenzia dalle altre per la location volutamente alto-bassa: una brutta enorme villa primi-novecento che ha molto del castello e del condominio, che dà sul mare. La materia, poi, è sempre quella. La nuda e pura narrazione. Sì, la poltiglia amore-odio-danaro-gelosia-morte-vita da cui tutti noi, poi, partiamo.
… che, poi, sembra mi stia giustificando.
Ma proprio no. Io guardo questa soap proprio per la “nudità” del meccanismo narrativo e perché – come in Dickens – parteggio, mi arrabbio, odio, amo, con questi mediocrissimi personaggi girati in un medium “televisivo” molto sporco, del tutto privo di shinning. (Avete mai visto una qualche puntata di “Beautiful”? Fate caso alla luce da cera fusa che hanno tutte le scene dette perciò, anche, “pattinate”. E’ come se lo sguardo della macchina da presa fosse sempre infuso di calde lacrime o di quello scintillio che denota ricchezza e oro e diamanti ((una sorta di caricatura del “luxe, calme et volupté” di Baudelaire)) – “Un posto al sole”, no. Fa la scelta contraria. ((La trama del visibile nelle soap sud-americana è altra e nelle soaps di Mediaset altra ancora)). )
Ma, se vorremo parlare dell’estetica delle soap, lo faremo.
Ora vi volevo raccontare un piccolissimo particolare colto in una delle puntate di alcuni giorni fa. La storia è questa: c’è questo Michele che dirige uno di quei giornali che ti distribuiscono per strada e c’è Emma che lavora come sua segretaria e che segretamente lo ama. Nel bar della ex-moglie di Michele hanno messo una sorta di messale su cui chi passa può lasciare un libro che ha letto: con messaggio o meno: il famoso book-crossing.
Uno dei primi libri era Sidharta, se non ricordo male.
Ma in quella puntata il libro che Michele prende in mano è “Un uomo senza qualità”. Eh, certo! Peccato che quello che teneva fra le mani fosse, se andava bene, un libro di, al massimo, centoottanta, centonovanta pagine.
Ora tutti sanno che anche solo il primo volume dell’edizione tascabile (sic) Einaudi è di oltre ottocento pagine.
Cosa vuol dire? Che nessuno di quelli che si curavano della messa-in-scena avevano la più pallida idea di che cosa si trattasse e, soprattutto, che devono avere pensato: ma vuoi mai che uno che legge “Un uomo senza qualità” guardi la nostra soap-opera??!!
E’ andata loro male – c’ero io.
Quello che mi ha dato più fastidio, però, è stato questo: la violazione del patto segreto tra autori della soap e lettori. Si vede che uno di loro era uno di quei frustrati che hanno in mente la nuova Récherche e finiscono per scrivere i testi di Beppe Grillo (se gli va di lusso) o quelli di Maria de Filippi.
Aveva questo brufolo che doveva scoppiare. Ha fatto split, splash (non so quale sia l’onomatopea di un brufolo che scoppia) e ha fatto sapere a tutto il mondo che lui, lui sì, legge il suo Musil (epico Scotti che, a Passaparola, tutte le volte, dice, Robert Mussil). Generazione del ’68?
Cosa farsene di tutti questi che leggono la ricerca, il loro ulisse, l’uomo che non ha qualità e poi vorrebbero fare gli scrittori?
Tornare ad una cultura non di massa?
Non credo. Eppure, da qualche parte, c’è qualcosa che non quadra.
p.s. - Io l’avrei licenziato.
Ma solo per farmi assumere al suo posto e costellare i dialoghi dei protagonisti di citazioni segrete di Angelo Silesius, Meister Eckart, T.S. Eliot.
Ah, Mario Bianco ha pubblicato il suo romanzo cui hanno imposto l’orrido titolo di “Di ruggine in rugiada” (la storia di un vecchio chiodo che sopporta tutte le intemperie tenendo unite due assi di una staccionata e che si innamora di una goccia di rugiada), presso la casa editrice Ambaradan.
Andate sul blog di Markelo Uffenwaken e ci sta scritto anche quando lo presentano a Torino.
Alcune brevi.
Mi rendo conto che, quasi certamente, ho sbagliato a pubblicare quella mia vecchia lettera in cui racconto della strana M*. A me sembrava che le persone e le cose narrate fossero abbastanza lontane nel tempo per lasciare che – della faccenda – si cogliesse soprattutto la psicopatologia. Che fosse possibile freddezza e limpieza dello sguardo. Che le spade avessero smesso di balenare lungo il crinale del tramonto … Joués, vi ho giocati. Questa frasaccia iper-lirica l’ho scritta proprio perché diceste: ah, lo vedi, che se molla la frizione viene fuori il mostro …
Per farmi perdonare (ma ciò che non uccide, dicevano le massaie, ingrassa e da tutto, proprio da tutto bisogna trarre nutrimento) vi cito una cosa piuttosto bella che ho trovato in una lettera di Virginia Woolf che scrive lettere sempre splendide anche quando debba, semplicemente comunicare un orario dei treni.
L’ho trovata durante una ricerca che ho fatto su tutto quanto avesse scritto la Woolf, nelle lettere, a proposito della Mansfield perché venerdì prossimo, al corso di lettura, affrontiamo i suoi “Prelude” e “Garden-party”.
Eccola. Lettera del 12 agosto 1919 a Katherine Arnold-Forster.
“Sicuro, la letteratura è l’unica occupazione spirituale e umana. (mi è permesso di farle il contropelo? Questa è una frase molto banale – se ne accorge e quindi ingrana la quarta e …) Persino la pittura tende all’inespressività, e la musica stimola l’erotismo, mentre più scrivi, più buono diventi.”
Platone applaude in platea anche se pensa non sia vero.
(Tolstoj avrebbe detto che più buono diventi, meno scrivi.)
Se c’è qualcuno che può credere nello wrestling non vedo perché io non possa credere alla comunione dei santi.
Da “It’s all true”, interviste con Orson Welles.
“No. Appartengo a coloro di cui apprezzo la compagnia: coloro di cui ho letto i libri, con cui mi piace conversare … Appartengo a questa comunità che ha radici nell’antica Grecia, e di cui alcuni membri sono miei contemporanei …”
Gli chiedono: “Il critico inglese Cyril Connolly una volta ha detto cha la conversazione, per un artista, è “una cerimonia di autodissipazione”. La frase la colpisce?”
Welles risponde “No, ma mi ricorda Thornton Wilder e la sua teoria della “conversazione lampo”. … Thrornton poteva esibirsi in tre minuti su Gertrude Stein o su Lope de Vega. Ecco come risparmiava la sua energia. Ma io non credo che uno abbia più energia se ne risparmia.”
Per dire due delle generosamente stupide idee che mi hanno guidato qui dentro. Non vuoti e patologie da curare. Sopranumerarietà – plusvalore – pila elettrica.
Allora. Come promesso. Questa è la lettera-relazione che inviai ad un' amica dopo lo strano incontro oggetto della lettera stessa. Fra parentesi ci sono alcune spiegazioni in corsivo per rendere più agevole la lettura che è tutta fatta di sigle e censure. Credo che il "reperto" abbia una qualche significanza per via della "malattia" che può essere la rete. Cosa ha spinto la giovane donna di cui parlo a venire fino a qui, dove abito, per parlarmi di quello che mi racconta? Perché proprio a me? Perché poi è totalmente sparita? Era una trappola? E, se sì, di che tipo? Non credo di essere un topolone così interessante: che vuoi catturare? Sono un signore che guarda films al pomeriggio, non ho case editrici, non sono un editor, non conosco scrittori con cui arruffianarmi salvo Giulio Mozzi che sarebbe come arruffianarsi con la carta vetrata anche se a volte riesce a sorprendermi con tratti di curiosa generosità ... quindi?
Magari riassumo i luoghi e le persone per una più semplice lettura: tutto parte dall'Holdenforum dalla cui diaspora/esplosione sono nati poi tutti gli altri forum vedovili fra cui anche quello di cui parlo spesso. M*, dunque, è la giovane donna, S. è la persona che mi accompagna, anche lei nell'Holdenforum. **** è il noto critico/persecutorio e X è uno dei nick storici dell'Holdenforum.
Buona (?) lettura.
"Allora.
Ricevo una e-mail da M*. Non credo che tu abbia mai messo piede nel vecchio Paparagno (è un altro dei forum nati dalle ceneri dell’Holden) e quindi ti dirai: chi diavolo è mai costei?
E’ l’ex (segue un terzetto di nicks usati da M*) e qualche altro nick che non ricordo dell’Holdenforum. Non è mai molto intervenuta e, quindi, potresti non ricordartene lo stesso.
In questa e-mail mi dice: possiamo sentirci o vederci perché dovrei raccontarti delle cose che mi sono successe, delle calunnie che sono state messe in giro sul mio conto, ecc.
Mia ovvia domanda: è perché non me le scrivi?
Lei mi fa: no, preferisco parlarne a voce. Esclusa la motivazione “vorrei conoscere l’asino (era il mio nick principale nell’Holden) e la sua ormai leggendaria (e, ahimé, poco corrispondente al vero, bellezza)” perché mi dice, “porta pure dei testimoni”, mi chiedo ovviamente cosa possa volere da me (che c’entri io con le calunnie? Boh …) ma poi accetto e ci diamo appuntamento al Pedrocchi per due sabati dopo (due sabati fa). Però chiedo a S. di accompagnarmi, di farmi, insomma, da chaperon. Sai, la mia proverbiale (e, questa sì, vera) timidezza (sì, sì, so che si fa fatica a crederci …).
Bene.
Arriva quel sabato e io e S. siamo già seduti sulle poltrone di velluto rosso della sala centrale del Pedrocchi. Sono passate da poco le tre e pensiamo che ci abbia ripensato. Forse tiriamo un sospiro di sollievo, entrambi. Ma, invece, arriva.
E’ una ragazza molto giovane (tua età, credo: 32 anni) e si chiama M*. Il cognome non lo ricordo. Soliti convenevoli. Prendiamo delle cose. Lei dell’acqua e menta che non berrà quasi per niente. E poi comincia a raccontarci questa storia.
Tieni presente che si incanta spesso. Sembra non ricordarsi quello che deve dire, come avesse scordato il copione.
Poi ne ho parlato con S. dicendole che questa cosa mi ha inquietato ma lei mi ha fatto notare che potrebbe essere stata la prima volta che ne parlava a quelli che – in fin dei conti – erano per lei degli estranei e che le catarsi possono essere faticose.
Ha i capelli lisci e molto lunghi. Un faccino che si potrebbe anche definire grazioso ma senza vita (forse lievemente spaventato, mmm, questo è probabile – mi viene in mente ora…)
Si iscrive ad un corso di scrittura a Roma – dice – così, per divertirsi.
Le faccio notare che se la cosa fosse stata solo in questi termini poteva, allora, dedicarsi all’uncinetto o cosa consimile. Abbozza. E’ chiaro che vuole solo arrivare a dirci le cose che ha da dire.
Questo corso è tenuto da **** (un noto critico letterario) (che, però, aveva sostituito chi doveva sul serio tenerlo: A. Camilleri). Bien. Dopo un po’ lei smette di parteciparvi in carne ed ossa e prosegue le sue prove via pc. Ma – comincia il nodo – **** (che, evidentemente, le corregge), comincia a mandarle delle e-mail. Lei risponde e comincia una sorta di delirio scrittorio. Lui le manda anche venti e-mail al giorno. Lei ci sta, per un mese o poco più, poi rallenta la sua “corrispondenza”.
Le ho chiesto se ne fosse innamorata (lei, ovviamente, scantonava su questo argomento) e mi ha detto di sì. Ma fra di loro, di fisico, non c’è stato nulla.
Poi ha commesso il suo “fatal error”. Ha voluto sganciarsi.
Scusa, dimenticavo un passaggio essenziale. Nel frattempo scopre che lui è uno dei nick dell’Holdenforum, uno dei più “importanti”, dice. Ovvia ed immediata curiosità mia e di S. ma lei dice: ve lo dico dopo, come uno Scotti qualsiasi.
Dicevo, allora, commette il fatale errore di volersi sganciare da lui. E questo, con “lui” non si fa – può essere solo lui a lasciarti. Dall’alto della sua Regalità Psicotica.
Sei pronta, vero e l’avrai già capito. “Lui” è X. Boooooooooooom.
M* quando io formulo l’equazione papale papale ha qualche esitazione ad ammetterlo e S., figurati, neanche aveva capito che le cose stavano così. Lei aveva capito che “uno” dei professori era X ma non che si trattasse proprio di ****. M* non vuole neanche sentire quel nome ma conferma la mia ipotesi.
Per lei comincia un inferno.
Fatto di e-mail violentissime, cattive, sessualvolgari, controllo delle telefonate. Sì, hai capito bene. Dice – M* – che lei diceva delle cose al telefono dell’ufficio o a casa e lui le riportava a pezzi nell’holdenforum facendole capire che sapeva tutto. Dice che sapeva anche della sua venuta a Padova.
Ora pare, però, che sia tutto finito.
A favore dell’identità X/**** (se diamo per buono il racconto di M*) stanno:
- ossessività psicotica
- furia
- cattiveria
- vendicatività
(ho censurato altri due elementi di riscontro perché renderebbero forse un po’ troppo riconoscibile X che scrive ancora in rete: ma c’erano, credetemi ed erano, anche, elementi molto “materiali)
contro:
- il fatto che lo stile di **** (me l’ha detto S. perché io non l’ho mai letto) non corrisponde in nulla a quello di X.
- il fatto che non si capisce perché mai un uomo di successo come lui perderebbe il suo tempo in simili trame
- la nordicità di X che nulla sembrerebbe avere a che fare con la romansudità dell’altro.
Che ne pensi?
Ciao
Gino tasca"
Musica per le miei orecchie - overossia: come volevasi dimostrare.
Da un'intervista con Orson Welles di André Bazin e Charles Bitsch(1958)
"L 'unico momento di vera regia nha luogo durante il montaggio."
"Ma quanto allo stile, nella mia concezione del cinema, il montaggio non è un aspetto del fil, è l'aspetto principale."
"... la singola scena deve "suonarmi" come un motivo musicale, e l'esecuzione è determinata dal modo in cui è montata ... Le immagini da sole non bastano. Sono molto importanti, ma sono solo immagini. La cosa essenziale è quanto dura una singola immagine, e ciò che segue."
"Non posso fare a meno di pensare che il montaggio sia lo cosa essenziale per un regista. ... L'unico luogo in cui ho un controllo assoluto, però, è la sala di montaggio."
"Io cerco un ritmo preciso tra ogni inquadratura e la seguente. E' una questione d'orecchio. Il montaggio è il momento in cui il film coinvolge il senso dell'udito."
"E' una questione di ritmo, e per me questo è essenziale ... di pulsazione."
Quindi, al di là del fatto che lo stesso Orson Welles abbia usato poi musica aggiuntiva nei suoi films o gliel'abbiano imposta i produttori, la cosa dovrebbe essere di un'evidenza assoluta anche per i ciechi e i sordi: l'unica musica ammessa da un "vero" film è quella del suo montaggio. Arrendetevi: finirò con il convincervi e se ancora vi ostinate a voler quella dannata cosa "sotto" al film, è solo per questi motivi: vi sieti abituati ad un fatto di cultura che è diventato di natura (come capita spesso) - vi fa un enorme piacere sentirla (e, quindi, siete in preda al "principio di piacere") - in realtà credete di vedere un'altra cosa: una pantomima, un balletto, un melodramma, ecc. - pensate: "ma che male fa, in fondo?"
Lette le dichiarazioni di Welles, sono rimasto ancora più sconvolto dal fatto che Huston (raccontato in "Pictures" di Lilian Ross), girasse le scene e poi desse loro, bene o male, un qualche ordine molto rozzo ma poi le spedisse ad Holywood per il montaggio che veniva eseguito da un altro. Attenzione. Che il montaggio - nel senso del taglia e cuci - lo esegua un "tecnico", di questo non mi stupisco affatto. Il mio stupore sta nel fatto che Huston non stava lì a vedere cosa ne facesse del suo film.
"Suo"?
(E' un lungo frammento di circa 15 pagine - lo dico per chi non vuole saperne di cose lunghe in rete -
inoltre non posso dirvi perchè sarà molto difficile che io riesca ad andare oltre - fra l'altro, non sono neanche sicuro che ce ne sia bisogno. Ha un titolo provvisorio "Diari" - e uno dei motivi per cui mi risulta difficile proseguire è questo: oltre alla gioia che mi dà, sempre, scrivere, a questo testo si associa anche qualcosa che sembra una sorta di sudorazione di sangue - una fatica assoluta - un puntare i piedi d'asino che ho - tutto questo senza che io esiga nessuna Veronica - mi basta dello Scottex. Grazie per l'attenzione.)
Io non lo so se quello che sto facendo sia un bene.
Ho qui davanti i loro diari.
Quello di mia moglie – Malwina Crociani – e quello di mia figlia Irene e, in questi fogli, io mi limiterò a metterli assieme come se si trattasse di un lavoro di intarsio.
Io amo il modellismo e mi è sembrato, nel farlo, di fare le solite cose che faccio quando assemblo un magnifico vascello spagnolo della Grande Armada: attaccare piccoli pezzi di legno con la colla facendo ben attenzione che non sbavi e ognuno di essi sia ben commesso con gli altri.
No, mi accorgo che, forse, il paragone non tiene. Non del tutto almeno perché io, nella scatola dei modelli, trovo tutto quello che dovrò far stare assieme per riprodurre la loro forma mentre nei diari ho trovato anche molte cose che ho scartato: ricette di cucina, descrizioni di mostre viste, elenchi di cose da comprare. Questo vale soprattutto per Malwina che, a dirla proprio tutta, rischia la grafomania e – ne sono quasi sicuro – si pensava come una scrittrice.
Ed è curioso. Ha solo un diploma di computisterista e non ha quasi mai comprato dei libri né mi risulta che fosse abbonata a qualche biblioteca. Gli unici libri che leggeva erano alcuni fra quelli che portavo a casa io (con una particolare predilezione per le biografie e i libri di storia) e la sua Bibbia.
Quella, per lei, era come un feticcio. Nessuno doveva toccarla e non so quando se la fosse comprata. Era una di quelle Bibbie con la copertina nera, molto flessibile, con il taglio delle pagine rosso, poco più grande del palmo della mano eppure non ingombrante perché stampata su carta riso. L’aveva tempestata di annotazioni ai margini, scritte con la sua solita matita, in caratteri piccolissimi e quasi illeggibili e anche con aggiunte di piccoli pezzi di carta quando i bordi non le bastavano. E non le bastavano quasi mai così che la Bibbia aveva assunto l’aspetto di un panino imbottito e lei la teneva chiusa con un elastico rosso per non farla – letteralmente – scoppiare.
Praticamente era come un secondo diario.
Nessuna delle due sapeva del diario dell’altra – né, io, sapevo niente del diario di mia figlia - ma tutte e due, poco prima di morire, mi hanno fatto promettere che li avrei bruciati, senza leggerli.
Io non sono un uomo coltissimo ma qualcosa so di Franz Kafka e di come avesse detto al suo amico (?) Max Brod di bruciare tutti i suoi scritti e ho sempre pensato che Brod fosse stato uno stronzo a non farlo.
E ora io sto mi sto comportando esattamente come lui a meno che - trascriverne una buona parte, come farò adesso – non risulti la più comica maniera di non farli leggere mai da nessuno.
Mi sono anche chiesto perché non avessero provveduto da se stesse a distruggerli. Perché chiedere a me di farlo? Perché io fossi il loro esecutore testamentario?
Ci ho pensato un po’ su ma ho trovato solo questa risposta: che contavano, ancora, di tornare a casa e di poterci scrivere sopra, di aggiornarli e che solo quando avevano capito che non ci sarebbe più stata nessun’altra occasione per farlo, si erano arrese e mi avevano dato questo incarico.
Malwina, mia moglie, usava soltanto dei grossi quaderni dalla copertina nera che avevamo trovato, cinque anni fa, in una cartoleria che stava liquidando tutti i suoi fondi di magazzino. Gliela avevo segnalata io perché era lì che compravo le mie grandi scatole di modellismo e quel pomeriggio di novembre inoltrato, avevo notato un reparto con esposte tutte queste strane cose: pennini a campanile, pennini a punta quadra, cannotti, stilografiche di tutti i tipi, pennelli, boccette di inchiostri e chine i più svariati (io me ne ero comprate almeno venti boccette ed ero particolarmente contento di una china color ambra che mi avrebbe permesso di ottenere una sorta di color caco chiaro) e, poi, ogni tipo di quaderno anche quelli con il Pinocchio di Walt Disney in copertina.
Malwina era tornata in quella cartoleria il giorno dopo, da sola, e aveva comprato un centinaio di quaderni neri – ottanta di quelli belli spessi e venti di quelli con molte meno pagine.
E poi, appena tornata a casa, con fare furtivo, rispondendo a mala pena al mio saluto, si era ritirata nella nostra stanza da letto e si era chiusa a chiave dentro.
Non avevo mai capito dove avesse nascosto tutta quella roba e non ho mai scovato il posto dove nascondeva il diario. E quella sera stessa mi aveva detto
“Sai. Ho deciso che terrò un diario.”
Non avevo ritenuto fosse il caso di farle sapere quanto la cosa mi sembrasse inopportuna: lei era, ormai, una donna adulta, di cinquant’anni, e quella cosa lì, quella cosa di tenere un diario a me sembrava proprio una cosa dannatamente da adolescenti e anche un poco ridicola.
Ma siccome ero sicuro che – se glielo avessi detto - mi avrebbe guardato fisso con quei suoi occhi molto chiari e leggermente strabici e mi avrebbe detto
“Ne sei proprio sicuro?”, non le avevo detto niente.
Avevo solo pensato che, in qualche modo, stesse cercando di sfuggire al mio controllo.
Malwina scriveva a matita, con una scrittura molto ordinata e quasi bella, andando a capo spesso, con pochissime correzioni – come se tutto quello che aveva deciso di scrivere fosse stato, prima, rimasticato più e più volte nella sua testa e poi lasciato cadere sul foglio con una sua pesantezza, senza ripensamenti.
In realtà – devo confessarlo – ho avuto subito l’impressione che si trattasse di racconti. Per un po’, infatti, non ho neanche capito che stesse parlando di lei.
Come poteva – per dirne solo una – ricordarsi tutti i dialoghi che aveva avuto? E’ vero, ha sempre avuto una memoria fenomenale (era capace di ricordarsi per filo e per segno il menù di un pranzo di battesimo di sei anni prima o tutto un dialogo fittissimo di un film) ma io non me la sento di escludere che si tratti, in questo caso, di un’opera di ricostruzione. Quasi di finzione, direi.
Solo alcuni punti erano ripetutamente cancellati, tanto che la pagina era diventata quasi trasparente – in altri casi, invece, aveva semplicemente tirato un rigo sulla parola sbagliata e l’aveva sostituita con un’altra. E ho sospettato che, nel primo caso, dovesse esserle sfuggito qualcosa di troppo reale o, al contrario, di assolutamente inadeguato alla cosa che voleva dire.
Ho, anche, scoperto che, due anni fa, si era innamorata in una maniera quasi svergognata – è lei che si esprime a questo modo – di un uomo di cui non dice niente e di cui dopo un paio di mesi spariva ogni traccia – come se non fosse mai esistito, tanto che ho pensato si fosse potuto trattare di una fantasia.
Anche se lei ne parla come di una cosa condivisa. Si vedevano in svariati posti che frequentavo anch’io (rischiando, quindi, che li scoprissi), mangiavano assieme o prendevano semplicemente un tè e poi lei trascriveva tutto nel diario. Un paio di volte aveva perfino incollato dei conti del ristorante. Doveva essere, questa, una sua mania perché le pagine dei quaderni sono piene di vari altri scontrini e di conteggi.
Un giorno – non so quando – quando sarà passato tutto questo dolore – guarderò meglio e scoprirò qualcosa di più profondo su mia moglie da tutti questi particolari ma ora devo fare caso a qualcosa di più immediato che non esige, da parte mia, che una totale accuratezza ed attenzione.
Irene, invece, usava ogni tipo di agenda - di quelle che ti regalano le banche a Natale. Scritte fittissime, a biro o – a volte - con pennarelli colorati o, anche, a matita se non aveva nient’altro a portata di mano, evidentemente.
E il supporto - dotato di limiti ben precisi (una paginetta per ogni giorno) – la obbligava a scrivere le sue cose in uno stile secco, senza una parola di troppo, anzi, abbreviando talvolta i termini che usava. Per cui mi sono ritrovato spesso a fare quasi un lavoro da filologo anche se i suoi “abbreviatori” erano, in fin dei conti, di una semplicità quasi disarmante.
Chi non avrebbe capito che am. stava per amore se lo leggeva all’interno di una frase come questa “Decidere se quello che provo è am.?”.
Io, forse, prima che capitasse tutto questo. Ma ora, tutto questo, è capitato.
La sigla DM starà per: diario di Malwina e DI, ovvio, per: diario di Irene.
E ora comincio e da questo momento in poi interverrò molto raramente (in corsivo), per non disturbare il loro dialogo in cui nessuna delle due sapeva di parlare all’altra.
DI, mercoledì 10 marzo 2004
Mi manca il fiato – ho fatto le scale – i soliti due piani di casa mia – e mi manca il fiato. Troppe sigarette dice quello str. di Marco – non si è neanche accorto che, ormai, fumo solo dopo i pasti perché faccio fatica a respirare – mica mi sarà venuta l’asma?
DM, giovedì 11 marzo
Ho telefonato a Irene, ieri mattina. Le volevo chiedere se aveva voglia di venire con me a fare shopping. Le ho addirittura proposto di prenderci per tempo con i regali di Natale - si sa, arriva così in fretta e io odio andare per negozi durante l’ultima settimana di vigilia. La gente puzza e i camerini sembrano qualcosa di sicuramente molto poco pulito.
Doveva essere appena rientrara perché ha ansimava nel dire, “pronto”.
“Cara, che c’è? Sei appena arrivata a casa? …” le ho chiesto e lei mi ha risposto che, sì, era appena rientrata e che le mancava il fiato.
Sono rimasta un po’ in silenzio. Irene è una giovane donna molto atletica che – cascasse il mondo – fa footing quasi tutti i giorni e che – un paio di volte alla settimana – va in piscina dove fa almeno una cinquantina di vasche quando io, sua madre, a male pena arrivo a due terzi di una singola vasca.
Sì, sì, lo so. Fuma un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno ma non mi è sembrato che questo le abbia mai fatto venire il fiatone.
Perché, allora, respirava così male dopo aver fatto le scale di casa sua? E’ una cosa che fa da almeno dieci anni – da quando, cioè, si è sposata con Marco – e, quindi? …
Gliel’ho chiesto.
“Come mai, cara? …”
“Come mai, cosa, mamma?”
“Come mai hai il fiatone?” le ho detto.
“Non lo so. E’ da un po’ di tempo che mi capita. Sarà lo stress …”
E, a quel punto, tutte e due sapevamo che io le avrei detto di consultare un dottore (tutte le mie amiche mi prendono in giro per la mia ipocondria) e che lei si sarebbe irritata. E, infatti, è accaduto. Le ho detto che io – fossi stata al suo posto – avrei consultato un dottore e lei ha sbuffato,
“Non è nulla mamma. Deve essere lo stress di sicuro … Non ho ancora avuto risposta dalla Kompass e Marco è insopportabile perché non sa con chi giocherà il torneo di tennis la settimana prossima …”
“Ma, cara, che ti costa andare da …”
“No, mamma! Stammi bene a sentire. Non ho niente – sono solo molto stanca e la settimana prossima sarà tutto come prima. Tutto, hai capito?”
Le ho risposto che andava bene così e che ci saremmo sentite il giorno dopo.
Ho messo giù la cornetta e mi sono ripromessa di chiamare Andrea Sensi, il nostro medico di famiglia, domani – cioè oggi ed è quello che ho fatto, poco fa.
E Andrea – che è un nostro vecchio amico – mi ha rassicurato dicendomi che non c’era niente di cui preoccuparsi e che – se proprio volevo starmene più sicura – avrei dovuto mandargli Irene per una visita di controllo.
Ci proverò sabato prossimo quando tutti noi andremo a Rapallo, per vedere Marco che gioca in quel suo stupido torneo di tennis. Io non ci capisco niente. Vedo questa pallina che va da una parte o dall’altra e mi pare tutto enormemente idiota. Ma non mi posso esimere: Irene mi terrebbe il muso per un paio di settimane se non facessi atto di presenza.
Anche se tra lei e Marco le cose non vanno più tanto bene. Non hanno bambini e questo li obbliga a vedersi di continuo e quasi a sbattersi addosso.
L’ho notato domenica scorsa, a pranzo.
Marco stava condendo l’insalata (è un tale ragazzone! Si ostina a fare quello per cui non è tagliato: il marito, l’amante, condire delle cose) e una foglia è sfuggita al controllo dei due grandi cucchiai di legno che stava usando, cadendo in grembo a Irene, sulla sua bella gonna nuova, un kilt scozzese con dei cinturini lungo il fianco.
Irene l’ha guardato con uno sguardo furente e io l’ho colto e ho capito molte cose. Quei due, secondo me, non passano la prossima estate.
E tutto questo è dannatamente complicato.
DI, sabato 13 marzo
Mia madre deve aver parlato con Andrea – ne sono quasi sicura – l’ho incontrato per str. e lui mi ha chiesto come stavo – ha insistito – e io ho capito. E’ riuscito a farmi promettere che lo andrò a trovare la sett. pr. – chissà – credo (spero?) che riuscirò a dimenticarmelo.
Bisognerà che chieda a mia madre cosa sa di me e Marco – secondo me ha già capito tutto - l’unico che non ha ancora capito niente è lui.
Ricordati di comperare la torta per domenica - una sacher o una millefoglie?
Spero che Malwina (a volte Irene chiamava sua madre così, per nome) sia distratta e non si metta a parlare di come respiro male o di come le cose vadano male tra me e Marco – lo spero – anche se con lei non si sa mai bene dove si andrà a parare.
DM, domenica, 14 marzo
E’ stato uno strano pranzo. Eravamo in questa trattoria, a Rapallo - qualcosa come “Il bronzino d’oro”, mi pare (possibile che mia moglie non sapesse che il “Bronzino” era un pittore manierista e lo confondesse con il “branzino”?) e Marco era radioso perché era riuscito ad entrare nelle finali del doppio: lui e un suo collega niente male.
Ho anche notato che Irene guardava questo giovane uomo (biondo, occhi quasi neri, bocca piccola e molto rossa, spalle larghe e fianchi eleganti, piccole natiche) in uno strano modo e mi sono fatta l’idea che tra di loro ci possa essere una storia.
Marco parlava senza mai smetterla, eccitatissimo e mangiava quasi niente – giusto un po’ di insalata pressoché scondita e una mezza trota lessa con poco sale. Ma lei non lo stava ad ascoltare e non gli ha neanche risposto quando lui le ha chiesto di passarle la saliera. E ha sorriso. Sì, ma all’altro.
Bisognerà proprio che gliene parli. Non sopporto l’idea che qualcuno, oltre ad essere tradito, sia anche preso in giro a quel modo. Non c’è niente – maledizione – assolutamente niente che giustifichi una tale slealtà: neanche l’assodata ottusità di Marco. In che cosa Marco sarebbe, poi, più sciocco di tutti gli altri uomini? Forse che Mattia non lo è (sta parlando di me, suo marito!)? E’ vero, sono fatti di una pasta più grossa. Noi siamo tritate più finemente ed è per questo che spesso finiamo con il passare inosservate. Ci fosse un settaccio, insomma, loro risulterebbero fatti di pepite d’oro – poche, grossolane – ma evidenti, lì, contro la maglia metallica, splendenti. Noi, invece, saremmo passate al vaglio, sparpagliate per terra. Senza fasto, mischiate alla polvere e al concime.
E in questo, lo riconosco, ognuno si sarebbe limitato ad avere la Croce che gli compete. Niente di più.
Poi Marco é uscito con mio marito ed é andato a giocare questa sua finale e io sono rimasta da sola con Irene, davanti alla tavola con le tazzine di caffè con lo zucchero mal mescolato rimasto sul fondo e i cucchiaini sporchi e le briciole del dolce. E lei mi fa
“Ho visto Sensi.”
“Ah, davvero? …” dico io – finto stupita, sgranando gli occhi.
“Sì, davvero, mamma … e mi ha chiesto come stavo e poi ha aggiunto che avrei proprio dovuto farmi una visita di controllo.”
Non ho detto nulla. Tanto sapevo dove andava a parare.
“Tu non ne sapevi niente?”
“Di cosa, cara?”
“Non fare finta di non capire, mamma.”
Non ho ritenuto il caso di far finta di niente e le ho subito confessato che sì, ero stata io a dirglielo.
“Ma perché, mamma, perché?”
“Ma come, perché, cara? Tu hai sempre avuto una salute di ferro …”
E, all’improvviso, come se l’avessi notato solo in quel momento, mi sono accorta di come era diventata pallida e tirata, quasi verdastra. E i suoi zigomi, poi, erano sempre stati così puntuti, quasi sul punto di trapassarle la pelle? E il collo? Il collo era sempre stato così smagrito con le “corde” così in evidenza.
“Che c’è, mamma? … Pare che tu abbia visto …”
“Cosa, cara? Cosa? … No. Non ho visto niente” gli ho detto mentre il cuore mi perdeva alcuni colpi. Tà, tà, tà, un colpo a vuoto, tà.
“Devi smetterla di preoccuparti per me. Non sono più la tua bambina, ricordi? Mi sono sposata …”
Sì, ma non puoi aggiungere: ho fatto dei bambini, vero? – ho pensato.
“Sì, mamma, lo so a cosa stai pensano. Che non ho fatto dei bambini …”
Ha sempre avuto questa capacità quasi indecente di leggermi nei pensieri. Fin da piccola. Io potevo starmene seduta in poltrona a pensare che tra me e suo padre c’era quello che io chiamavo il grande gelo, e lei mi si metteva davanti – aveva solo sette anni – e mi diceva “Mamma, tu non vuoi bene a papà quanto gliene voglio io.”
Strega!, pensavo e guardavo oltre la sua buffa sagoma per non detestarla e perché non notasse come gli occhi mi si erano incupiti.
“Non ci riesco, mamma. Non ci riesco, ecco tutto.”
Ho pensato che non era vero ma non glielo ho detto. Lei i bimbi non li ha mai voluti e così non sono capitati. Io sono solo una piccola donna senza arte né parte, stupida come può esserlo un asino, ma so bene che i figli nascono per la violenza infuocata di un desiderio che mette in moto – per pura finzione biologica – la gran macchina del coito, della fecondazione, della gravidanza. Ma questo è solo teatro. I figli nascono per una misteriosa combinazione di amore e fuoco.
“Ma sei ancora in tempo.” - le ho detto.
Irene mi ha guardata divertita. Lei è una giovane donna di trent’anni e come potrebbe, quindi, non essere ancora in tempo? Come mi è passato per la testa una simile idea? Ha ragione. Non lo so neanch’io.
E’ come se io sentissi una gran fretta.
E non so spiegarmelo. Che cosa mai mi fa pensare che lei non sia più in tempo per farlo? Come posso essere così dannatamente stupida. Più stupida di quanto io stessa sia disposta a riconoscermi. Come se mi mettessi sulla bilancia per pesarmi e spostassi l’aggeggio – lì – quel coso che serve a misurare la “diecina” entro cui ti posizioni – cinquanta chili, di solito – e poi devi muovere l’altro aggeggio per i chili, e scoprissi che il primo aggeggio, crudelissimo, ti chiede di passare alla “diecina” successiva. E tu ti chiedi, e quando diavolo ho messo su questi sei sette chili?
Le ho sorriso e ho guardato fuori. C’era uno yacht che stava manovrando per uscire in mare aperto e il cielo era di un grigio slavato e compatto.
E quasi non mi sono accorta della frase di Irene.
“Ho anche delle perd …”
Più che le sue parole, ho colto il movimento brusco della sua testa mentre si girava da un’altra parte. Chiaro: si era già pentita di averlo detto.
Ma “perd …” non poteva essere che “perdite” e io mi sono sentita girare la testa e pulsare violentemente il sangue alla tempie.
Irene se ne deve essere accorta e mi ha guardato con l’aria che faceva da bambina quando era imbronciata.
“Qualcosa non va, mamma?”
“No. Sto bene. Ho avuto un giramento di testa. Ma tu, piuttosto, cosa stavi dicendo? Parlavi di perdite … ho capito bene? Di che perdite stai parlando, cara? …”
E così mi ha raccontato che un mese prima, togliendosi lo slip per lavarlo, aveva visto che c’erano tracce di sangue e non era di certo il suo periodo. Non ci aveva fatto caso più di tanto – mi ha detto – ma alcuni giorni dopo il fenomeno si era ripetuto e in proporzioni più preoccupanti. Poi non era più successo niente per i dieci giorni successivi e così se l’era quasi dimenticato.
O hai voluto dimenticarlo, ho pensato.
Se l’era dimenticato fino al mercoledì scorso, quando ci eravamo telefonati e lei aveva il fiatone.
Mi ha detto che, subito dopo, era andata in bagno per farsi una doccia e aveva visto che gli slip erano sporchi di sangue – di nuovo.
“Ecco perché, quando ho incontrato Sensi per strada, gli ho promesso che questa settimana andrò a trovarlo.”
DI, domenica 14 marzo
E’ molto tardi – guardo l’orologio: le due di notte – ma non riesco a dormire. Dev’essere tutta quella stupida cena che Marco ci ha offerto per str., tornando da Rapallo – non la finiva più di raccontarci del lob con cui aveva vinto la partita – e di come aveva saputo difendere la rete e di come l’arbitro gli avesse fatto i complimenti per il suo serve and volley – quando siamo rientrati a casa mi si è stretto il cuore – c’era un silenzio così sgradevole che avrei voluto girare i tacchi e uscirmene – e andare in qualsiasi posto – anche sotto i ponti, coi barboni, da qualsiasi altra parte fuorché restarmene lì dove le mura, i quadri, i divani, le tende, i tavoli, le posate, i vestiti, i lampadari, i tappeti, tutti sanno tutto.
E chissà come – lui che, di solito, non mi parla mai di niente – ha dovuto dirmi, ridacchiando, arrossendo, incespicando sulle parole (poteva starsene zitto, no?) che nella doccia aveva visto il cazzo di Emanuele – mi ha detto – sai, ce l’ha più piccolo del mio – e ha ridacchiato ancora un po’ – io gli ho girato le spalle e sono andata in bagno – sul serio non sa che io e Emanuele scopiamo dallo scorso Natale? – sì, jingle bell, jingle bell, questo è stato il mio regalo di Natale per il mio caromarco – mi sono messa con il suo migliore amico che dice di lui le stesse cose – che ha, cioè, un uccello da pigmeo – ma cosa hanno nella testa i maschi di così dannatamente stupido per cui la misura del mondo è la misura del loro cazzo?
(qui era finita la pagina della “domenica” e Irene – come farà altre volte – aveva strappato, in malo modo, un foglio da qualche quaderno e lo aveva aggiunto all’agenda, piegandolo in due e ficcandolo tra le altre pagine.)
Quando Marco mi ha detto della doccia io ho pensato – forse, caro, sarà anche così, ma Emanuele mi scopa – con quel piccolo coso che a lui sembra, comunque, più grande del tuo – con una sapienza che tu non hai mai posseduto - poi sono scoppiata a piangere – così, senza un motivo – ma forse perché ho visto nello specchio del bagno una brutta donna di trent’anni, incattivita e senza più speranze – e, per associazione, ho pensato a mia madre – lei non mi ha mai parlato di sesso e fino a poco tempo fa io ho dato per scontato che tra lei e mio padre non ci fosse più niente – poi, una sera dello scorso ottobre, l’ho chiamata alle undici di sera perché avevo voglia di litigare con qualcuno e ho nettamente percepito che mi stava rispondendo con un leggero ansimo – ora, non mi risulta che leggere faccia di questi effetti ed escludendo che stesse facendo della ginnastica da camera, mi è toccato prendere in considerazioni che mia madre scopi ancora con mio padre – e, devo confessarlo?, ne sono stata profondamente disgustata – anche se lei ha solo cinquanta cinque anni, non credo le sia più concesso – come non dovrebbe essere mai concesso a nessuna donna – scopare – voglio dire e ora mi devo asciugare gli occhi – perché sto piangendo. Come se mi avessero battezzato di nuovo.
Ora andrò di là, in bagno e mi laverò per bene la faccia (non mi ero ancora struccata) e poi andrò a letto – vicino, ancora, al mio bue – Oh be’, se fosse per lui, faremmo all’amore ancora tutti i giorni – più volte al giorno – senza mai porsi domande su quello che si sta realmente facendo – come se scopare fosse la stessa cosa che mangiare, respirare, defecare, pisciare, dormire e non quella cosa così cocciutamente complicata che chiunque – si guardi anche solo una volta in fondo al cuore – sa essere.
Non credo che vedrò più Emanuele – domani gli telefonerò e gli dirò qualcosa di molto sgradevole: che ha il pube grasso, che atteggia la bocca in un modo lascivo (sono vere entrambe le cose), che si tocca i capelli come se fosse l’amante di se stesso, che sembra una troia sacra, che secondo me quello che desidera davvero è essere fottuto in un lupanare - e anche tutte queste cose sono vere: insomma, non devo inventare proprio nulla – ma tu scopavi con lui, cara o con che cosa? Mi chiede una vocina qui dietro, appollaiata sulla mia spalla: un corvo o un grillo – e io non so che rispondere se non che mi sento, finalmente, libera - e, domani, andrò a trovare Andrea - così sapremo di cosa si tratta.
DM, lunedì, 15 marzo.
Non mi ha ancora chiamata. Ma io devo stare calma: del resto, che cosa potrebbe dirmi? Andrea le avrà prescritto tutti i soliti esami e, quindi, ben che vada se ne saprà qualcosa solo fra una quindicina di giorni. Per fortuna Irene è ricca e non ha bisogno di aspettare i comodi degli ospedali. Io le ho consigliato la Clinica del nipote della marchesa Grandi. Un dottorino niente male – ha solo l’alito un po’ pesante – ma di cui tutti dicono che presto o tardi diventerà famoso. Un dottorone.
DI, lunedì, 15 marzo.
Sono stata da Andrea – mi ha auscultato i polmoni, il cuore, misurato la pressione, il polso – e poi mi ha guardato con quello sguardo assente che devono avere i medici quando non ti vogliono allarmare – ottenendo (ma lo sapranno?) l’effetto opposto – mi fa: sì, c’è qualcosa nei polmoni che va controllato e poi ha aggiunto, è tanto che non ti fai vedere dal tuo ginecologo? Per via delle perdite, naturalmente. Gliel’ho detto: è dall’ottobre scorso. Mmm, ha mugugnato – prendi un appuntamento con lui e vedi un po’ cosa ti dice – e poi si è messo a scrivere tutti gli esami che dovrò fare – una quantità impressionante – ho qui i fogli del suo ricettario sottomano – vorrei fare una cosa molto semplice – bruciarli – Che cos’ha a che fare con me tutto questo?
DM, lunedì, 15 marzo.
Ho telefonato a casa di Irene. Saranno state le sette di sera ma non l’ho trovata. Mi pare che avesse appuntamento con Andrea verso le cinque e quindi dovrebbe essere già tornata a casa.
Poi ho richiamato, verso le nove, prima che iniziasse il film alla TV – tanto lei non lo guarda di sicuro – e mi ha risposto Marco.
“Mi passi Irene? …” gli ho detto, senza neanche salutarlo e lui se ne sarà sicuramente stupito: non sono mai così cafona.
“E allora? … Cosa ti ha detto?”
Mi è sembrato di cogliere il movimento di fastidio con cui Irene si deve essere ritratta dalla cornetta del telefono – detesta quando le faccio pressing a questo modo.
“Ha detto che secondo lui i polmoni hanno qualcosa e che devo farmi vedere dal nostro ginecologo per via delle perdite.”
Credo di avere balbettato.
“Ma, ma ch-che vuol dire che i polmoni … che i polmoni hanno, qualcosa? …”
“Mamma! Mi ha solo auscultato. Non può vederci dentro. Ora dovrò fare i raggi e una dannata TAC e gli esami del sangue e poi sapremo.”
“Quando?”
“Quando, cosa, mamma?”
“Quando fai questi esami? ...”
“Mamma! Quando fai così non ti sopporto … Sono stata da Andrea solo oggi pomeriggio. Mi spieghi, quindi, come faccio a saperlo? …”
“Hai ragione, cara, scusami … E’ che io non riesco a stare ferma. Mi sta venendo un attacco di panico e se non ti parlo mi toccherà correre di là a prendere il mio Xanax …”
“Ma no, mamma. Non preoccuparti. Mi sono solo affaticata troppo, ecco.”
“Ti prego …”
“Di cosa, mamma? …”
“Ti prego. Vai alla Clinica G* … tuo padre conosce il direttore amministrativo e ti farà avere gli appuntamenti subito, il più presto possibile e – per i soldi – chiedi quello che ti serve … Non c’è niente che possa contare di meno in momenti come questo …”
Irene non ha detto nulla. Deve avere pensato che la stessi dando già per morta.
E poi mi ha detto che i soldi non erano un problema.
E ha messo giù la cornetta senza salutarmi.
DI, lunedì, 15 marzo.
Mia madre è proprio straordinaria – a volte non si riesce a capire cosa stia pensando – altre, invece, è nuda – lo so, sto parlando come lei – lo so – si vede che – da qualche parte – sono proprio sua figlia – lei non sa attendere che il cancro faccia la sua apparizione alla porta e dica, ehilà, eccomi a cena – no, lei gli sta già offrendo il dessert - io sono già una malata in fase terminale per cui bisogna spendere tutto quello che si ha per salvarla – non ha discrezione – non ne ha mai avuta – galoppa con la fantasia e non sa più cosa sia reale e cosa sia frutto della sua mente sempre lievemente sovreccitata – e io l’ho sempre sospettato che dietro tutte quelle sue mises da signora – borsetta e foulard Hermés, scarpe Gucci, tailleur Armani, filo di perle, trucco très nuancé, calze color carne, capelli alla Catherine Deneuve - si nascondesse una donna dai muscoli setosi come quelli di una tigre – e sia chiaro che io nulla so della setosità di quei muscoli ma mi va di dire così e lo faccio – e dotata di un cervello infiammato – è così fin da quando ci conosciamo – buffo, no, dire così della propria madre? – ma io non ho mai dato per scontato nulla del nostro rapporto – non conosco nulla di meno naturale del rapporto tra una madre ed una figlia – spesso l’ho sentita come un’estranea – oh dio, avrò anch’io, come tutte, patito le pene dell’inferno da piccolina nella mia doverosa fase edipica: quando la sera lei e mio padre – il mio adorato inutile padre – si chiudevano alle spalle la porta della camera da letto, io avrei voluto dare fuoco alla casa – e io con loro.
Ma, per il resto, poi, mi è sempre sembrata una stramba signora che gira per casa intenta a non fare nulla più del necessario e convinta che se quello che fa, deve avere proprio un senso, questo senso non può stare che
(cambio foglio.)
… non può stare che – dicevo – nel quieto ordine in cui lo si esegue – con, ogni tanto, sobbalzi emotivi per cui mi capitava alle spalle, nella mia camera, mentre stavo leggendo e si metteva ad accarezzarmi i capelli anche per una buona mezz’ora – lei, mia madre – l’oggetto più bizzarro fra tutti quelli che mi vedevo intorno.
Ma credo che – di fondo – nessuna di noi due abbia mai perdonato all’altra - anche se nessuna delle due – nello stesso tempo – saprebbe dire quale sia la cosa da perdonare –forse non sappiamo di cosa si tratta o forse sì – non lo so - e io non ho voglia, ora, di mettermi a pensarci – non voglio che la paura di essere malata mi acuisca i sensi – non voglio fare come quelle che approfittano di un gran dolore per dimagrire – la mia malattia sta lì, come un gatto che ronfa, ma non la voglio trattare con nessuna confidenza – non l’ho invitata a casa – non deve pensare che gliene sono grata – perché è questo che uno pensa, vero? – che devi essere grata a quella cosa – perché ti affina – perché poi non sarai più lo stessa persona.
Io so di essere molto malata e non ho bisogno dei loro esami per saperlo.
Stamattina ho fatto colazione con Marco – il solito muesli – poi lui se ne è uscito e mi ha chiesto di passare dal negozio dove ha portato a sviluppare le foto del suo torneo di tennis – ho fatto appena in tempo a dirgli che andava bene, che l’avrei fatto e a sentire la porta che si chiudeva che sono scoppiata a piangere.
Ma non posso descrivere quello che ho provato – era una sorta di sì.
Un sì e un no. Un sì che era un no e un no che era un sì.
Ma ora sono stanca e penso che andrò a letto e farò finta di leggere per non dover chiacchierare con Marco – lui non sa ancora niente e ultimamente, puzza – anche se non saprei bene dire di cosa.
DM, sabato 20 marzo.
Ci siamo sentite martedì pomeriggio e non aveva ancora telefonato alla clinica e così ho dovuto insistere e fare la solita parte della madre stronza. La ho costretta a promettermi che l’avrebbe fatto il giorno dopo – mercoledì – e lei me lo ha promesso, sbuffando e facendomi capire che le risultavo più noiosa del solito. E devo dire che non ci contavo affatto. Invece, il giorno dopo, quando le ho telefonato poco prima di cena, mi ha detto che era tutto fissato per la settimana successiva, quella che comincerà domani.
Sta succedendo una strana cosa.
Sembro io quella in pericolo e quella che ha bisogno di essere rasserenata.
Ieri sera – per esempio – l’ho chiamata e mentre stavo parlandole di Dora che ha deciso di separarsi da Giulio perché ha scoperto che aveva messo incinta una loro cara amica – Caterina, sai – le ho detto – quella che stava quasi per sposarsi il tuo Marco … bene, sono scoppiata a piangere e lei ha dovuto calmarmi e poi consolarmi. Mi ha detto
“Mamma, sai mamma, non sono ancora morta.”
Ed è scoppiata a ridere.
Irene – la mia Irene, è scoppiata a ridere e io – dopo aver esitato e respirato più a fondo - mi sono messa a ridere con lei.
“Anzi, mamma, ufficialmente, non sono ancora malata … Andrea ha solo detto che ha visto qualcosa nei miei polmoni … ma per quello che ne sappiamo, potrebbe trattarsi anche solo di una cultura di muffe, no? …”
E ha ridacchiato, ancora.
Non abbiamo mai avuto lo stesso senso del comico, io e lei.
Ci capitava di stare seduti davanti alla TV e di vedere – per l’ennesima volta – Sordi che dice ai maccheroni, anzi, al maccarone, mò me te magno, ed io scoppiavo a ridere tenendomi la mano davanti alla bocca come ho sempre fatto fin da piccola anche se ho denti che tutti dicono molto belli, mentre lei restava lì, al mio fianco, muta, con le labbra neanche increspate da un sorriso.
E poi, magari, rideva perché uno inciampava su di un gradino.
“Mamma, promettimi una cosa …”
“Sì? …”
“Di tutti questi dannati esami sapremo qualcosa – se va bene – solo fra una quindicina di giorni … Mi prometti che fino ad allora non parleremo più di tutta questa faccenda …”
L’ho interrotta.
“Quale faccenda, cara?”
“Tutta questa – come diresti, tu? – spiacevole? … tutta questa spiacevole faccenda.”
“Ma cara …”
“No, mamma – non ci sono condizioni. Questa è una guerra senza prigionieri. Io ora sono in guerra e me ne sto seduta in cima alla mia montagnola di terra battuta, e osservo il campo di battaglia e sto preparando i miei stratagemmi. E decido io le regole con cui si combatte. Se hai voglia di seguirmi devi ubbidire alle mie regole, in perfetto silenzio. Sei sicura di poterci riuscire? …”
“No, Irene, non ne sono affatto sicura. Anzi non te lo voglio promettere. Io non sono la figlia – la figlia sei tu, ricordi?”
“Ne sei proprio sicura, mamma?”
Credo di avere risposto – no, anzi, ho risposto di sicuro di sì, ma con la voce leggermente incrinata.
Poi l’ho salutata e ho messo giù il telefono.
Oggi ci siamo viste per il pranzo domenicale e lei ha fatto finta di niente anzi, mi è sembrata più tonica degli altri giorni. Non aveva più quella tinta grigiastra ma forse aveva solamente scovato un nuovo fard.
Mattia e Marco non sanno nulla di tutto questo ed è curioso.
Che Marco non ne sappia nulla lo so perché lo ho chiesto ad Irene e lei me l’ha confermato. Mi ha detto che non aveva ancora trovato il modo per dirglielo.
“Cosa posso dirgli, mamma?” – mi ha detto – “Marco ho un cancro? … Te lo vedi? Sarebbe capace di sorridere per l’imbarazzo. Non ti pare che il fatto di essere sposati comporti molta confidenza ma non fino a questo punto? …”
Le ho detto che avrei dovuto pensarci su. Avrei anche voluto dirle che lei non aveva un cancro ma lei – come se avesse capito cosa stavo per dirle (come sempre, del resto) – si è girata verso di me smettendo per un po’ di asciugare le posate e mi ha fatto capire che non occorreva parlarne. Mi stava dicendo che lo sapevamo perfettamente tutte e due di cosa si trattava. Poi ha rapidamente distolto lo sguardo e mi ha chiesto
“E tu? …”
“Sì?”
“Tu l’hai detto a papà? …”
“No, cara. Non l’ho ancora fatto. Vorrei aspettare gli esiti degli esami.”
“Vedi che anche tu vuoi proteggerlo.”
“Sì, è vero, hai proprio ragione. Ho come l’impressione che si potrebbe spezzare anche se poi, subito dopo, si metterebbe davanti alla TV … Hanno questa capacità di cancellare le cose che mi ha sempre colpito … Sai, come quelle lavagne magiche che dai ai bambini per giocarci … Non pare anche a te?”
Mi ha detto di sì e siamo tornate di là, in sala da pranzo, con la torta che lei aveva portato.
Stavano discutendo di politica.
Ho mangiato svogliatamente la mia fetta di crostata – una crostata piena di mirtilli e more e fragole e lamponi – pensando che era proprio vero: tutte e due diamo per scontato di cosa si tratti. Irene parla apertamente di cancro mentre io non oso neanche pronunciare quella parola. Lei non è scaramantica e quindi non lo fa per fare lo sgambetto alla sfortuna. Io lo sono, io sì. Io potrei anche andare in pellegrinaggio in tutti i santuari di ogni religione, profondamente incredula nel dio che vi abita ma del tutto convinta dei loro sacramenti e riti e benedizioni. Sgranerei rosari cattolici e buddisti, reciterei mantra, bacerei pietre nere, tutto, insomma, farei di tutto, ma lei no. Lei guarda in faccia la realtà senza sbattere le palpebre, decisa, incrollabile. Povera figlia mia – che le resta contro quello che a lei sembra inevitabile?
Ma non gliene posso parlare.
Deve pensare – in qualche modo – che io ne sia indegna.
DI, domenica 21 marzo.
Non ho voglia di scrivere niente – oggi, come ogni domenica, del resto - siamo stati a pranzo da mia madre. Stavamo chiacchierando in cucina ed ho scoperto che neanche lei ha detto nulla a mio padre. Ho paura di cominciare a somigliarle troppo – mi sembra che anche la nostra faccia si somigli sempre di più – non ci avevo mai fatto caso – ma oggi sì – abbiamo la stessa fronte bombata – le stesse narici disgustosamente frementi come se annusassimo in giro ogni sorta di odore o di preda – gli stessi occhi piccoli, molto incavati, che ogni tanto balenano – e, trattandosi di mia madre, non si sa mai per che cosa – a volte sembrano balenare e basta – come fosse un tic – sono riuscita ad ottenere una tregua – so che non la rispetterà ma so che, così facendo, limiterò i danni – la conterrò – la obbligherò a difendersi nella sua metà campo.
Le ho parlato di guerra ed è strano – ora pare che la guerra la debba condurre contro di lei, povera mamma.
DI, lunedì mattina 22 marzo.
Ho sognato molto – ma non so cosa – e, anche lo sapessi, non lo scriverei qui dentro – odio leggere sogni – odio che me li raccontino – so solo che c’era molto fuoco da per tutto – stamattina mi pare di stare un po’ meglio – e, paradossalmente, ora, mi sento così forte e non so perché – ormai è chiaro che mi scopriranno un cancro – ho perdite quasi tutti i giorni anche se non l’ho detto a Malwina per non farla agitare – e respiro malissimo e ieri avevo anche un forte dolore vicino alla gola per cui faticavo a parlare e Marco mi ha chiesto cosa avessi – niente, gli ho detto, niente, un po’ di mal di gola – gli è bastato! – oh dio, a quello basta sempre tutto –anche una capanna di sterco di zebù – forse non l’ho mai capito davvero – troppo semplice per essere capito da una donna così dannatamente complicata – ma ora non devo più preoccuparmi di queste cose – passo molto tempo a chiedermi quando sia cominciata tutta questa faccenda – possibile che non me ne fossi mai accorta prima? – le malattie covano e sono gentili e bussano alla porta – di solito. Perché non hanno rispettato anche con me lo stesso galateo? – io ho cominciato a stare male solo da un mese e tutto sembra precipitare con una fretta ingiustificata – mi hanno, forse, fissato un appuntamento senza avvisarmene?
DM, lunedì 21 marzo.
Poco fa ero seduta vicino alla finestra con il mio tombolo fra le mani. Faccio merletti, da sempre da quando – in collegio - me l’hanno insegnato le Suore Canossiane. E’ una cosa che mi calma e su cui mi posso concentrare e – nello stesso tempo – lasciare che le mani lavorino da sole mentre io penso a quello cui debbo pensare in quel momento. Ma, prima, non stavo pensando a nulla, ero solo concentratissima su di un mazzo di rose piuttosto complicato e non pensavo a nulla. Poi ho sollevato la testa per guardare fuori e, anche, asciugarmi un velo di sudore freddo che mi sentivo addosso appena sotto l’attaccatura dei capelli e ho fissato il globo del sole che stava sospeso sulla linea dell’orizzonte. Avrei dovuto ricordarmi che il sole non va mai fissato perché porta grande sfortuna. E, invece, ho continuato a fissarlo e mi sono sentita svuotare dentro – non so se riesco a formulare la cosa. Poi tutto è finito e sono corsa in bagno a vomitare e non ho più ricordato nulla e neanche adesso ricordo quasi niente. Credo che qualcosa si sia formulata. Qualcosa come una preghiera. Ecco. Potrebbe trattarsi proprio di qualcosa di questo genere.
Ho letto in un libro cosa era successo agli abitanti di Hiroshima quando scoppiò la bomba atomica sopra la loro città. Era tale la potenza di quella cosa che alcuni di loro, molti di loro, erano semplicemente spariti, dissolti nell’aria. E’ questo che mi pare sia successo anche a me o qualcosa di molto simile. Qualcosa di simile ad un risucchio. Come se rovesciassero un guanto. Come se l’interno della pelle, diventasse l’esterno.
E qualcosa è stato detto anche se io non saprò mai cosa – so solo che … no, non so proprio niente – non voglio sapere niente – voglio che mi si lasci vivere in pace.
E ora mi rimetterò seduta sulla mia poltrona e mi occuperò del mazzo di rose fino all’ora di cena e non vorrò che nessuno mi disturbi per nessun motivo.
La sera dello stesso giorno.
Abbiamo cenato, io e Matteo, senza scambiarci quasi una parola che non fosse, passami il sale, per favore ti dispiacerebbe avvicinarmi la bottiglia dell’acqua, cosa c’è in TV stasera.
Ma non mi è pesato, anzi, mi è servito per chiarirmi alcune cose.
Stavo spezzando un filone di pane in due parti – una per me ed una per lui (anche se io non avevo quasi fame) – e mi sono ricordata di una cosa che devo aver pensato questo pomeriggio mentre lavoravo al mio mazzo di rose. Qualcosa come “prendi me”.
E’ questo che è successo, quindi? Ho pregato Dio di prendersi me al posto di Irene (in tutto il diario mai Malwina ha chiamato Irene “mia figlia”).
Non è possibile. Io non sono così buona. Io sono disperatamente attaccata a tutto questo che esiste e sarei disposta a dare battaglia anche a me stessa pur di conservarlo. Non ne voglio perdere un grammo. E’ stato tutto destinato a me e troverei immorale rinunciare alla mia parte.
Quindi io non posso avere pensato niente del genere – sarà una frase che ho sentito alla TV – quelle sono cose che si dicono nei film. Prendi me e non lei, signore. Nessuno ama nessun altro a questo modo.
Su alcuni pittori: amati, amati poco, indifferenti (quasi mai) od odiati. Prima.
Esercizi.
“Qualcuno chiuda le finestre … l’aria si smuove ed io non riesco a morire.” Pare l’abbia detto Calder sul letto di morte.
Giacometti si sveglia da un incubo ed esce per strada, delirante, con il pigiama tutto appiccicato per il sudore freddo, a piedi nudi sulla neve fangosa della strada, e si mette ad urlare “mangiate, mangiate! O diventerete come loro …” e – con gli occhi spalancati - indica il suo studio e, intanto, distribuisce quasi a caso lasciando che alcune cadano a terra, nella fanghiglia, delle pagnotte di pane.
“Meer licht!”* invoca Goethe morendo. Passa un Angelo Vendicatore e spegne tutte le lampade della casa e il sole e tutte le stelle e la luna. Non farsi bastare la luce che si ha è così poco chic.
(* “Più luce!”)
Schonberg apre la porta di casa e qualcuno gli spara. Lui muore come muore chiunque se gli si spara addosso. Ma prima di cadere a terra con tutto quel sangue che gli cola fuori, fa in tempo a trascriversi – mentalmente – la serie dodecafonica perfetta racchiusa in quello che a noi tutti – fossimo stati lì – sarebbe sembrato un semplice “pum” o “bang”. Ecco perché l’hanno trovato che sorrideva, contro lo stipite della porta e con le grandi mani ripiegate sulla ferita come se gliele avesse disegnate Schiele.
Pare che Marthe, la moglie di Pierre Bonnard, afflitta da non si sa quali seri problemi psicologici, passasse gran parte del resto della sua vita (dopo che Renée si era uccisa e Pierre l’aveva ripresa presso di sé) immersa in una vasca da bagno. Una vasca da bagno?
Negli ultimi anni della sua vita Monet era accudito da una sorta di governante factotum cuoca che gli serviva – facendogli credere che fossero dei fiori di zucca o degli zucchini – delle ninfee impannate. Si è poi scoperto che si trattava di una figlia illegittima di Cézanne.
Monet – fosse stato meno attento alle ninfee, alla cattedrale di Reims e alle sua poche altre fisse – avrebbe dovuto fare caso alla strana faccia della donna e capire subito di come si trattasse di una quinta colonna in casa sua. Aveva una faccia così spigolosa, quasi pre-cubista!
Renoir l’avrebbe sgammata subito.
Una bimba – visitando lo studio di Renoir.
“Mamma! …” e strattonò la gonna di sua madre che se ne stava in posa con le mani su di un ombrellino mentre Auguste la ritraeva.
“Che c’è cara? … Sai che non posso parlare …”
“Ma questo signore dipinge con il miele?”
Bacon sta morendo – lo sente anche se nessuno gli ha riscontrato niente di preciso. Lo sa perché quando si guarda allo specchio vede la faccia di Innocenzo X, il suo Innocenzo. Ma non è tanto questo che lo spaventa. Perché mai dovrebbe spaventarsi? L’ha dipinto lui, con quella faccia che cola via come un’omelette spiaccicata contro il muro. Non è questo a spaventarlo. Piuttosto quest’altra cosa: che, ora, la faccia del papa è bella come quella di uno dei suoi amanti e sorride sovrana mentre il corpo, sotto, continua a liquefarsi. Questa orribile resistenza della bellezza ad ogni sua possibile corruzione lo fa cosciente della sua ora. E dice, sì, signore, vieni a prendere questo tuo umile servo.
Hanno visto un quadro di Mondrian entrare in un bordello.
Ho letto da qualche parte che vogliono riesumare il cadavere di Picasso per l’esame del DNA di alcuni suoi quadri. Perché? Li dipingeva forse con qualcosa di diverso che con il suo sperma? Maleodorano, infatti, quasi tutti.
Mi sarebbe piaciuto conoscere il parere di Caravaggio sulla luce in Renoir. Secondo me avrebbe vomitato.
Una gallina si è messa a scaccazzare su una grande tela girando in largo come fanno le galline che sembrano non sapere dove stanno andando mentre loro aguzzano gli occhi per pescare qualche succoso lombrico o un po’ di grano. E’ passato di lì un critico famoso e ha subito messo in giro la voce di un nuovo Pollock.
Mi scuso. Questa settimana, anche grazie alla discussione su Heidegger, non sono riuscito a mantenere il ritmo che mi ero prefissato di scrivere qualcosa ogni due giorni. E' una questione di ritmo. Se si comincia a perdere colpi poi succede che tra una cosa e l'altra si allargano spazi sempre più vasti e sgradevoli. Io, poi, che - andando per mare - mai potrei allontanarmi da riva, è come se vedessi la terra sparire dall'orizzonte. Quello che scrivo - anche se in apparenza sembra essere una serie di cose non collegate l'una all'altra - ha, in realtà, tempi e temi sempre uguali. Ribatto sempre sulla stessa incudine. Noioso e a volte, spero, un po' meno. Se dovessi descrivere graficamente lo status delle cose che vado scrivendo, direi che si tratta di un arcipelago in cui ogni isola e visibile all'altra e in cui, a volte, quando è bassa marea, si può raggiungere la spiagga che sta di fronte, camminando nell'acqua bassa.
Acchiappo, quindi, al volo (in attesa che riesca a mettere assieme qualche notazione su Franny e Zooey) una frase che mi è stata detta da una delle poche amiche che sono riuscito a beccare qui, in rete. Pesci entrambi dello stesso pescatore. Lei mi dice, sai, gino, io credo nella comunità dei santi. Ed io le ho risposto che - nella mia "stramba" religiosità - ci credo anch'io. Mi ha colpito molto che me l'abbia scritto prorpio mentre stavo preparando F & Z dove la santità è un tema ribattuto come un calice barbaro un po' rozzo ma in cui uso e forma sono la stessa cosa.
Alla prossima volta: spiegare cosa sia un "stramba religiosità" - spiegare come alcuni concetti del cristianesimo siano comodi come guanti molto usati - spiegare, soprattutto, cosa sia "essere santi" (sì, certo! E poi avere un altro paio di vite per farlo.)