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sabato, 28 maggio 2005
à suivre

Andando a fare la spesa, questa mattina, al solito supermercato PAM, ho visto, esposte nella piazzetta Conciapelli (la cito perchè il nome è bello), due barche che mi sa si potrebbero anche definire "lance" esposte per il centenario della Rari Nantes Patavium 1905. Perfette. Con l'interno di un bel legno incerato, lo scalmo per i remi fatto come una grande asola d'abito, l'esterno bianco. Ma erano soprattutto le linee ad essere esattamente come dovevano essere. Mi si potrebbe dire che non sono un architetto nautico e che non posso saperne niente e io dovrei dire - fingendo - che hanno ragione. Senza pensarlo però: perché io, in quel momento, ero nell'angolazione esatta e in grado di catturare il riflesso rosa del tramonto.

E tutto questo mi si associava in testa con una bellissima dizione trovata in questo libro sulla cavalleria e l'aristocrazia: vi si parla di "eleganza etica".

Scritto da: gino tasca alle 13:08 | link | commenti (16) |

venerdì, 27 maggio 2005
svariate cose ma in fin dei conti solo una

Ieri sera stavo steso sul lettino, in terrazzo, sul tardi, non ricordo che ora fosse ma so che il sole era già tramontato al di là della cresta delle case. Bene. E c’era questo solito svolio furioso delle rondini (tenetemi: sto per darmi una botta in testa per un tasso troppo alto di lirismo) che è veramente divertente perché sembra gratuito e puramente ludico. Volano altissime e poi partono in picchiate precipitose a inaspettate. Mirando l’una all’altra ma senza, poi, farsi niente.
(Ma in natura esisterà il concetto di gratuito, fatto senza scopo, puro dono?)
Le rondini che si trovavano a mezz’aria – non quelle troppo in basso, né quelle troppo in alto, quelle che, evidentemente si trovavano in una giusta angolazione – catturavano il color rosa del tramonto di cui si dipingeva l’interno delle loro ali. Solo per un attimo, poi perdevano l’angolazione e l’ala tornava del suo color quasi-nero naturale.
 
“Sia il tuo detto, sì, sì, no, no, il resto è del maligno.”
Mmm. Vero, il resto è del maligno ma bisognerà pure passare dalla sua scuola e occuparsi accanitamente di quel resto. Solo dopo, forse, solo dopo si potrà tornare al sì, sì (quello di Molly Bloom alla fine dell’Ulisse?). E può essere che si smetta addirittura di scrivere (e, allora, saremo nel “no, no”). Ma chi è che sa respirare l’aria fine e rarefatta di queste severità? Al contrario. Si trovano mille motivi (fatui, economici, narcisi) per scodellare il proprio piccolo romanzo, i propri piccoli racconti.
 
Ho mancato di sicuro ad una promessa anche se non sapevo di averla fatta. Non ho più tempo per scrivere il “romanzo” che si occupi dei nostri tempi come hanno potuto farlo Stendhal, Balzac, Tolstoj. Chi saprebbe descrivere la Comune come ha fatto Flaubert ne “L’educazione sentimentale”?
Ma perché mi viene in mente questa cosa che – tutto sommato (ma non vale per tutto ciò che si scrive in un blog?) – potrei anche tenere per me?
Perché mi è capitato di riprendere la lettura, ieri (non sapendo cosa leggere e vagando con gli occhi lungo la filiera dei miei libri come fossero carne morta), di “Cavaliere e gentiluomo – saggio sulla cultura aristocratica in Europa (1513-1915)”, di Mario Domenichelli, Bulzoni editore, euro 35, che messo assieme al “Nietzsche, ribelle aristocratico” di Domenico Losurdo, ediz. Boringhieri, il prezzo non lo ricordo, mi ha squadernato il cervello su come aristocrazia/schiavismo, onore/realismo politico (Macchiavelli), tutto sia ancora presente, ma proprio tutto, quasi con gli stessi nomi, lievemente variate le gabbane.
 
Poi, molto dopo, mi sono chiesto se una serie di racconti (stesso protagonista? Stesso ambiente? Come fa Ellis nei racconti consequenziali di “Pioggia dal sole” … è il titolo esatto? Perché sto andando a memoria … forse è “acqua dal sole”) (racconto che io ritengo – con Carver –molto più vicino alla “forma” poesia che al romanzo: ma si può sempre cambiare, no? …) potrebbe descrivere questo permanere, questa ostinazione di ciò di cui si tratta.
Detta più banalmente, un cinicone, potrebbe cavarsela con: è tutto e sempre sesso, danaro, potere.
Sì, certo. Ma provare ad inserirci i riflessi rosa catturati dalle rondini?
 

Scritto da: gino tasca alle 07:45 | link | commenti (19) |

domenica, 22 maggio 2005
Proust/la Chiesa

Ho finito di leggere la biografia di Proust scritta da Jean-Yves Tadié.
L’avevo lasciata perdere qualcosa come un anno e mezzo fa perché – io che amo alla follia i dettagli – non avevo retto il suo tasso di “particolarismi”. Per dire: se Proust andava a cena una certa sera, ti diceva con chi c’era stato e poi quand’era uscito dov’era andato. Mancava solo che ci informasse della ditta che ha prodotto il sughero con cui Proust rivestiva le sue stanze o del numero di calze usate da Céleste.
Poi – adesso – ho capito che questo stile, in realtà, era “mimetico” a quello di Proust stesso.
Proust sosteneva che di tutto quanto scriveva, doveva averlo prima visto. Ed era come una spugna effettivamente o come un pannello solare o come una macina. Raccoglieva tutto, assorbiva tutto – era anche e di sicuro una sorta di gazza ladra. Rubava tutto quello che pensava gli potesse servire.
Solo che a “visto” bisogna dare una significazione molto più larga di quella ristretta a cui ci si dovrebbe attenere. Proust vede anche con le mani, con il naso, con le orecchie, soprattutto. “Vedere” diventa un primo inter pares e un nome collettivo di ogni “estetica” che –come sapete di  sicuro – è la scienza del “sentire”. Per “vedere” lui intendeva: che in qualche modo sia venuto a mia conoscenza. E poteva essere stato tramite il chiacchiericcio di uno dei suoi molti amici (che, poi, quando si sposavano non lo invitavano come se si vergognassero di lui), o in un libro di memorie altrui, o in una foto, o dal vivo ad una cena o a teatro.
Uno dei suoi personaggi era fatto di infiniti segmenti (come la “condensazione” del sogno) (un solo colpo di vento e si sarebbe sfatto cubisticamente) e prima di definirlo una volte per tutte, poteva perdere per strada uno qualsiasi di questi elementi in favore di un altro personaggio o di un luogo, e farsi carico di altri tratti e cambiare di nome tre o quattro volte, sparire del tutto riassorbito in un altro. Come un puzzle variabile.
Niente era da buttare via – se trovava una buona frase in un altro autore se ne appropriava  (servendosi, a volte, del concetto “mediano” di “pastiche” che serviva da grimaldello per scassinare qualsiasi cassaforte altrui – indifferente al concetto di plagio cui tengono gli io-servi attuali).
E tutto questo mi ha fatto venire in mente che questo è il metodo con cui Franckenstein mette assieme il suo “mostro”. Con parti morte.
La metodologia è la stessa – non credo sia lo stesso il risultato.
 
Aggiungo una nota che parassitaria si aggancia a Proust senza centrare niente ma che avrebbe difficoltà a reggersi da sola.
Si tratta della Chiesa e di come credo di avere scoperto, in Matteo, la sua necessaria corruzione.
Allora, Matteo, 16,4-20.
“Giunto Gesù dalle parti di Cesarea di Filippo, fece questa domanda ai suoi discepoli: “Gli uomini, chi dicono che sia il Figlio dell’uomo?”. Gli dissero: “Certuni Giovanni il Purificatore; ed altri Elia, altri Geremia o uno dei profeti.” Dice loro: “Ma voi, chi dite che sono io?”. Gli rispose allora Simone la Roccia e disse: “tu sei l’Unto,il Figlio del Dio che vive!”. Gesù gli rispose e disse: “Felice sei,Simone figlio di Iona, perché non carne e sangue ti diedero la rivelazione, ma il Padre mio che è nei cieli. E io ti dico che tu sei roccia e su questa roccia costruirò la mia comunità, e le porte dell’Ade non saranno più forti di essa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e ciò che legherai sulla terra sarà già legato nei cieli e ciò che scioglierai sulla terra sarà già sciolto nel cielo.”
 
C’è già tutto l’apparato sui cui si basa la teoria del primato di Pietro. Ma, a parte che il potere di legare e sciogliere, poco più avanti, verrà riconosciuta a tutti gli apostoli, subito dopo – in Matteo 16,21 – avviene che Pietro decada da tutto ciò.
 
“Da quel momento cominciò Gesù a fare manifesto ai suoi discepoli che bisognava che partisse per Gerusalemme e molto soffrisse dagli Anziani e dai grandi Sacerdoti e dagli uomini della Scrittura; e fosse ucciso, e fosse ridestato al terzo giorno.
E Pietro lo affrontò e cominciò a rimproverarlo dicendo: “Lui è buono con te, Signore! No, non sarà così per te!”. Egli si voltò allora e disse a Pietro: “Via, indietro da me, Satana! Vista di male sei per me (scandalo sei per me), perché non pensi a ciò che è di Dio ma a ciò che è degli uomini!”.
 
Vertiginoso, no?
In due versetti c’è tutta la sostanza della Chiesa che è- quando crede – roccia e quando non crede Satana. E’ la sua storia. Assolutamente intrecciata.
En passant: quel gran Santo rimprovera il povero Pietro perché pensa possibile che lui non muoia e poi – nel Getsemani – è lui a chiedere al Padre se non sia possibile evitargli il calice amaro.
La traduzione di Matteo è di Enzo Mandruzzato (che ha stupendamente tradotto per la Adelphi tutto Holderlin).
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 09:05 | link | commenti (99) |

venerdì, 20 maggio 2005
Zuppa di pesce

 
 
(Per il momento non voglio dirvi di chi sia questa cosa. Poi, si vedrà.)
 
I teologi hanno lungamente studiato
l'ipocampo
(roccia pesce e cavallo
e un poco anche ideogramma)
per vedere se - crocefisso -
come altro ibrido famoso
ci redimesse dal peccato.
(Oh le lunghissime discussioni
con Ario ad Alessandria!
Mentre tutto quel sole insanguava
l'occidente
e lui quieto diceva "Non è che uomo."
ed io - che fissavo nell'acquario gemmato
l'ipocampo
"No. E' uno strano enigma
e un fantasma non creato."
 
Dioniso arabescato
la medusa, compie il suo
acquoreo peccato che fa fusa
a Beatrice circonfusa che Dante fa dannato.
 
I matematici - si sa - preferiscono
la semplice complessità
d'una conchiglia
che s'ama lungo
la spirale del suo niente
e in sé l'altro da sé
figlia.
 
Il pesce martello
- il miglior fabbro -
d'un verso zoppo e circospetto
fa un folle gioiello ben curato.
 
Con simpatia il Tao osserva
l'anguilla
che sempre tranquilla
s'adegua all'atto
non per viltà
ma perché il suo curvo moto
sa ogni antefatto.
 
Guarda quel paguro
(claustrofobia e sigillo)
e capisci perché i Narcisi
amano i paguri,
i Narcisi di sé disamorati,
che sanno dei momenti
mai esistiti
la nostalgia pungente?
 
L'estasi sta nel nero sella seppia
quando t'è tolto qui, ora e luce
e bramo
e nello scuro volto
sta scritto e ti divora
"T'amo."
 
Di certo
gli aztechi non seppero
così barocca l'aragosta e sanguinaria
se no i cuori sradicavano
e li lanciavano
ad eccitare l'aria.
 
La balena
mammifero impesciato
nel suo vastissimo e
grassissimo cuore
redime ogni peccato
persino al Redentore.
 
Il narvalo apprezza particolarmente
un piccolo pesce argentino quasi
                   totalmente
cieco che
sogna spade libri specchi
tigri e labirinti
e poi proclama dogma
dei finti fiori il fulgore più finto.
 
Umile fatti
come la sardina
ed umile il cuore,
sorpreso,
ti si affina.
 
Il rabbino consulta il pescecane
secondo la Torah
e il rituale
"Dimmi oh caro
dimmi perchè fai il male?"
Quello sospira come troppo gli pesasse
e intanto osso ad osso se lo scarna
"Non ho colpa.
In me il tuo dio s'incarna."
 
Pesce segreto
è la rana
che ha fatto abiura all'eleganza del silenzio
che però ora invoca in vanità
col suo erettile cra cra.
 
I sarti impazziscono
per i vestiti sobri della sogliola
che fonde il manto
con la sabbia
e la sua essenza
ma del non-essere
non sa la rabbia.
 
La torpedine, elettrico
pigro ventaglio
plana e t'eccita
e t'uccide.
(Per questo il poeta è
il suo scolaro prediletto).
 
Gli amanti odiano
la foia del salmone e anche (forse più)
la sua ironia
sottile. Chi - del resto -
come lui farebbe
alle cascate infuriate
il contropelo
per tutto invaginarsi
nel suo cielo?
 
Dove altro che nel deserto
i pesci potevano
credere in Dio?
Perciò dio mandò loro
il plancton
emblema della
sovrabbondante Grazia.
 
Gli amati
che amor rifiutano
ammirano del granchio la sapienza:
vince in che arretra -
di chele ha piena la faretra, ma, anche senza,
nel vuoto innamorato che ti crea
di te sterminio fa e tetro esulta.
 
Al culmine, mentre si sfa
La rosa terreste implora
la sua sorella d’acqua:
"Riscattami questo tempo
che m'è fatto di niente!"
"Taci sorella taci!
E' dio e la sua mente."
 
Veni Creator Spiritus
E dammi dei pesci la ricetta.
 
 

Scritto da: gino tasca alle 12:53 | link | commenti (17) |

giovedì, 19 maggio 2005
Una poesia di Paul Celan

Dai, un esempio. Da "Lichtzwang" "Luce coatta" di Paul Celan.

SCHWIMMHAUTE zwischen den Worten.

ihr Zeithof -
ein Tumpel,

Graugratiges hinter
dem Leuchtschopf
Bedeutung.

(il maiuscolo della prima parola è suo: dieresi sulla "a" di "haute", sulla "u" di Tumpel, sulla "a" di ...gratiges - e vi assicuro che letta in tedesco è musicalissima.)

MEMBRANE NATATORIE frammezzo le parole,

il loro alone di Tempo -
uno stagno,

qualcosa come lische grigie dietro
il luminoso ciuffo
del significato.

(traduz. di Giuseppe Bevilacqua)

Preciso? Oscuro? Di che parla? Cosa sono le membrane natatorie (che poi fanno coppia con le lische nella loro pesciosità)? Buttarsi, senza salvagente a chiedersi cosa stia dicendo. Osare le parole del bimbo: il re è nudo. Dire: nun me piace: come il presepio di Casa Cupiello. Dire: non so cosa dica ma sono con lui, comunque: è la mia posizione. Perché? Perché ho la precisa sensazione che stia dicendo qualcosa con mezzi appropriati, ben puliti, la cui lama è stata temprata poco prima di scrivere - ma se non sai cosa stia dicendo come fai a sapere che "qualcosa" dice? Mi rifiuto di rispondere: se poni una domanda del genere non sei nel "campo magnetico" appropriato.


Scritto da: gino tasca alle 08:12 | link | commenti (10) |

lunedì, 16 maggio 2005
Kundera versus Celan?

 

“ … Kafka, Musil, Broch, Gombrowicz. Tutti e quattro poeti del romanzo, perché supremamente interessati “alla forma e alla sua novità”, ma al tempo stesso, e con pari intensità, refrattari a ogni tentazione lirica , a ogni “ornamentazione della prosa”. E dunque in grado di concepire la forma del romanzo come “una grande poesia antilirica”.
Da un articolo di Emanuele Trevi (che scrive di suo: nel senso che scrive romanzi) in Alias di sabato, parlando del “Il sipario” di Milan Kundera. La frasi riportate fra virgolette sono di Kundera.
Non conosco niente di Kundera perché da sempre refrattario ai libri alla moda, mi rifiutai di leggere “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di cui trovavo un po’ ruffiano il titolo e, perso, l’appuntamento, poi non riuscii più a ritrovarlo. Capita spesso così, come per le persone e per le cose.
Ma qui mi interessa vedere come stanno le cose in quegli accenni che fa alla “scrittura” che, evidentemente, lui considera “giusta”, cioè eticamente rispondente alla sua Legge interiore.
Dice che deve essere massimamente interessata alla forma e alla sua novità ma che deve evitare, accuratamente “l’ornamentazione”.
Andiamo con piedi di piombo ma leggeri allo stesso tempo.
Occuparsi della “forma”, quindi, rischia l’ornamentazione: un passo più in là c’è solo “l’ornamento è delitto”di Loos (un archittetto).
Poco dopo, però, aggiunge che la “forma” del romanzo è quella di una poesia antilirica. Passo passo anche qui. Quindi esiste una poesia lirica e una poesia antilirica. Lo si sapeva? Non stupisce che il lirismo sia fatto, praticamente, coincidere con l’ornamentazione?
Vediamo cosa dice del lirismo Paul Celan, il poeta. Dovrebbe saperne qualcosa, no? Fa parte dei suoi arnesi di lavoro e, intanto, prendiamo atto che – nel senso comune di noi che scriviamo – “lirismo”, vuol dire sublimità, un certo grado di imprecisione (bisognerebbe leggere Leopardi nel suo Zibaldone per confrontarlo con tutto questo: intendo il suo indistinto come poetico. Sembrerebbe stare sulla trincea opposta: ma sarà per un’altra volta), un uso magico/prestidigitatorio delle parole. Insomma, un verso come: “il cane si leccò sotto la coda e corse, poi, dietro alle galline levando al cielo bau bau innamorati”, diventerebbe, sotto il bisturi del “lirico” qualcosa del tipo “il cane, la coda inspadata al cielo, leccatosi più volte il dolce velo, corse e ricorse alle galline intimando amore e al cielo.”
Allora, P. Celan: “Pur nella totale, irrinunciabile poliedricità dell’espressione, ciò che preme a questo linguaggio è di essere preciso. Esso non trasfigura, non “poetizza”, esso nomina e instaura, cerca di delimitare il campo del possibile e del dato …
Cioè dice del linguaggio lirico esattamente quello che Kundera dice del linguaggio del romanzo. Dice che il lirismo è precisione. Cioè anti-lirismo. Cioè, un poeta, sa che il lirismo non è niente di quello che si crede esso sia: una cialtronata per cattivi scrittori.
Quindi Kundera mira a liberarsi del “cattivo” lirismo (deve essere come per il colesterolo: ce n’è di due tipi) ma avrebbe fatto meglio a leggere “buoni” poeti (Dante, per esempio), si sarebbe evitato un falso idolo contro cui battersi anche se, a sua discolpa, dovrei dire che quasi tutta la poesia è cattivo lirismo. E per questo va vietata agli scrittori. Corrompe. Come qualsiasi cattiva scrittura, del resto.
Ad una prossima puntata e, soprattutto, se vedrò andare le cose per il verso giusto ma, comunque, anche da ora – se lo volete – la questione dell’attenzione occhiuta che ogni buona scrittura deve avere per le forme. Cosa vuol dire? Pulizia metaforica, nudità? Non mi pare che se ne potrebbe parlare per Gombrowics, per esempio. A’ suivre, forse.
 
   

Scritto da: gino tasca alle 08:07 | link | commenti (36) |

sabato, 14 maggio 2005
reset - conversione

Mi vengono in mente questo paio di paragoni.

Il blog è come una veranda, un luogo che è della casa ma che pur rimanendo tale, entra in comunicazione con l' "aperto". L'aria passa ma la ringhiera dice: stai entrando in un luogo che non è tuo. Che predispone all'ospitalità e persino all'allegria ma - se vieni come ospite - non puoi farne il tuo bivacco, la tua cuccia e pisciare contro la parete con le icone.

Il blog è una partita a tennis in cui da una parte c'è un signore che scrive/lancia la pallina e dall'altra parte ci stanno non un solo ribattitore (meglio se pratica il serve and volley) ma più ribattitori che si danno il cambio o insistono nel loro turno o fingono di colpire la pallina.

In origine questo blog era stato pensato come una "compagnia di scrittura". Due-tre persone da me personalmente invitate (fra cui Giovanna che ci ha detto per bene perché non lo può fare) avrebbero dovuto alternarsi settimanalmente come in una sorta di cassettiera con i giorni segnati. Non è stato così e quindi tanto vale che ora e qui - ma non in eterno - dichiari che questo è il "mio" blog che resterà, comunque aperto a chi vorrà spedirmi qualcosa di una certa organicità cui lui riconosca un po' di valore tanto da poter essere letto da una piccola comunità come questa.

E passiamo alle regole - ma, prima, vorrei fare alcuni esempi (non ne conosco moltissimi, eh - non sono un navigatore bulimico, anzi, tendo all'anoressia) di come interagiscono di solito i commentatori dei blogs.

- il silenzio. E devo dire che ho sinceramente ammirato - almeno in questo - Palmasco che, al di là del giudizio (su cui spero nessuno vorrà più tornare o lo casso) che si può dare su quanto scrive, ha resistito sulle sue trincee indifferente se c'erano commenti o meno a quello che scriveva. Ho trovato che abbia praticato una qualche forma di eroismo.

- il gossip-pettegolezzo-frullio di voliera: ah come stai, ci ci cocò, ma va! Sul serio sei a Tortona?!! ... e pensare che avrebbero il telefonino.

- i variantisti. Ne è un esempio assoluto la Société des Cartographes foux. In cui si dà abbastanza poco peso a ciò che è stato scritto e si svaria. Una variante dei variantisti sono gli associazionisti d'idee. Nel senso che tu scrivi dei rapporti fra Anna Freud e suo padre e - per puro caso - citi la gonna che indossava in un certo incontro e uno dice, ah sì, anch'io avevo quel tipo di gonna.

- i miei preferiti e quasi (è un quasi puramente scaramantico) innesistenti. Quelli che io chiamo gli "occhi-attenti" con dei fili direttamente collegati al "cuore" (simbolo, Tash, simbolo!: so che è solo un muscolo ((sto mentendo: so che è molto più di un muscolo)).) Spiritosi - che praticano la cattiveria oggettiva ma solo dopo averla messa alla prova su se stessi. E che siano intelligenti non guasta. Ecco. Questa è la comunità cui mi rivolgo e se da oggi in poi non ne trovassi uno/a, amen, non avrò comunque sprecato il mio tempo. Non avrò nessun commento? Amen ancora. Imparerò l'arte del deserto.

Regole pratiche.

Da oggi in poi, quindi, cancellerò qualsiasi commento che si occupi, semplicemente, d'altro. O resterà sur le motif (attenzione: non è un dogma: so essere elastico) o verrà cancellato e verranno cancellati anchi gli incolpevoli messaggi che gli rispondevano. Niente più storie di forum (a meno che di quelle storie uno - un santo - non sappia fare altro). Niente più qualcuno che viene a dire a qualcun altro quanto lo trovi, bla bla bla ...

Lasciamo che i morti seppelliscano i morti.

Scritto da: gino tasca alle 08:34 | link | commenti (13) |

giovedì, 12 maggio 2005
Cose

Uno dice: non ho niente da scrivere e intanto per dire che non ha niente da scrivere scrive che non ha niente da scrivere. In realtà io avrei da scrivere alcuni pensieri di furore ma di furore calmo come un fuoco quasi spento. Sarà perché ieri ho passato il pomeriggio a vomitare (ecco la vita! Ah la vita ((segue la voce di Shirley Bassey)), ah la vita! Avrò così soddisfatto ai comandamenti tromboni di Tashtego che se non parli di vita sei morto (sic!).).

Sarà che 'stamattina ho letto almeno due post interessanti e a tutti e due avrei voluto rispondere ma mi sono accorto che tendevo al sarcasmo spinto e ci ho rinunciato. Uno era di Tashtego, proprio suo e mi sembrava un gioco puerile di ruolo: scribacchiato non male ma pur sempre un gioco. E l'altro era un lungo racconto di Palmasco che avrei voluto, addirittura, riportare copia-incollato qui (ma si può fare senza chiedere il permesso?) per commentarlo molto attentamente ma poi indispettito mi sono ricordato che lui ha un elenco di link che non è il solito elenco che fanno alcuni con cinquanta, sessanta nomi che è come non segnalare niente. No.Il suo è accurato. Ci stanno proprio solo quelli che lui ritiene sia giusto fare leggere: e io non ci sono. Cioè lui ritiene che la mia scrittura non sia quella utupicoscrittura bloghettara che sogna. E quindi perchè commentarlo? Si cuoccia nel suo brodo. Sono vendicativo, puerile, un po' scemo? Sì, forse ma di fondo c'è una lotta sorda ed interessante su cosa sia un blog.Detta anche più brutalmente: lui è un altro a cui non piace come scrivo. Amen. E questo era il secondo introibo digrignante.

Sto poi leggendo (e io cosa faccio - di solito - se non parlarvi di cosa leggo? E quella, si sa, lo dice Tashtego, mica è vita? E chissà cosa sarai mai la vita? Il Gran Razionale, alle strette, si rifugia in concetti irazional-vitalistici di questo peso) cose di cui non può interessare un bel niente a quasi nessuno.

Il testo dell' "Anello del Nibelungo" di R. Wagner in cui l'alitterazione - cui Wagner mirava ostinato - raggiunge vertici ossessionanti ed ossessivi. Ve ne cito solo un esempio ma ce ne sono mille.

Dalla scena seconda del primo atto de "L'oro del Reno", è Fasolt, il gigante, che parla:

Immaginetevi (ma, appunto, a voi che ve ne importa di immaginarvi una cosa simile) Verdi o Puccini che musica qualcosa del genere: "Sale il sole sol se il sale in sylos giace."

Sto leggendo (seciento pagine fitte fitte e piene di nomi da farmi impazzire) "Gli uomini si Stalin" (il titolo originale, però è più fascinoso: "Stalin, the court  of the Red Zar") che è fin troppo pignolo ma che è, in realtà, un romanzo su uno dei due uomini che ho odiato e odio maggiormente (Stalin e - beh, chi altro può essere l'altro? ...). Come si raggiunge, per esempio, una tale indifferenza alla macelleria? Quando iniziò la grande purga, nel 1937, furono inviate ai vari Commissariati locali delle sorte di "cifre da raggiungere". Si dovevano uccidere un tot di persone e imprigionarne un altro tot. Quote da raggiungere: come grano da mietere, capite? E, intanto, Gogolo, pensava che si dovessero riscrivere tutti i libri del mondo.

Io, un giorno, magari - scavando il fondo del barile della mia onestà- dovrò chiedermi perchè odio tanto queste cose eppure ne leggo sempre con tanta passione. Sarà che sono nato il 21 dicembre come Stalin?

Ecco, ve l'avevo detto che non avevo niente da raccontare. Ora esco a comperare i giornali e vorrei provare i sughi pronti della Bertolli. Mentre non proverei mai quelli della Barilla e non parliamo, poi di quelli della Star. "Bertolli" mi piace - mi suggerisce accuratezza e buon olio.

Buon giorno a voi (voi chi, poi?).

 

 

Scritto da: gino tasca alle 08:16 | link | commenti (65) |

domenica, 08 maggio 2005
Risposta a Giovanna (alias Misery)

  Caro Gino, caro compagno,

  mi hai scritto una lettera che definisci scoperchiata, che definisco ribollente, con una domanda che affiora pulita pulita e mi chiama d’urgenza ai fuochi: perché non scrivi più niente in rete?

 >> Preciso: la vera domanda andrebbe posta così: perché non scrivi più niente nell’unico posto dove – fino ad adesso – avevo la possibilità di leggerti? Che sia in rete, poi, o in un pacchetto avvolto nella carta oleata lasciato ai giardini davanti alla Cappella Scrovegni, poco conta per me.

  Perché, dopo che a dicembre ti esposi il mio progetto di creare un blog aperto a più utenti, una vera «compagnia di scrittura», dopo avermi in parte promessa la tua adesione (una promessa, commento io, attenuata dalla mia consueta, incomprensibile a molti, ritrosia) l’hai fatta mancare: né compagnia né commenti? Perché mi hai piantato qui da solo in questo blog?

 >> Veramente ho usato un verbo molto più sanguinolento: abbandonato, ho detto abbandonato e non “piantato” anche se le croci si piantano da qualche parte: sui calvari o sui bordi delle strade e, quindi,sempre lì si torna.

  La mia risposta è del tutto banale, e il fatto che sia banale aumenta, non diminuisce, credimi, il mio imbarazzo a risponderti: io non ho niente da scrivere, nemmeno commenti a quello che ogni giorno leggo (perché ogni giorno leggo, con assiduità maniacale, tutto quello che viene scritto nel tuo blog e in altri). Non ho niente di mio da dire. Lascio solo qualche frase qua e là, per esempio da matisse e dai cartografi, da qualche tempo: per divertimento, solo per divertimento.

 >> Questo posso capirlo bene – capita. All’improvviso il patto sottilissimo che si è fatto con la scrittura, si incrina. Non ne vuole più sapere di te. Provi a scrivere qualcosa e ti viene solo “il mattino ha l’oro in bocca”. Cominci a scriverlo e a riscriverlo e, Wendy!, sai come finisce vero? Meglio che l’Overlook Hotel sia vuoto.

  Già, e perché d’improvviso non ho più avuto niente da scrivere?
La ragione è che il mio «rapporto con la scrittura» (l’espressione non mi piace, ma ci capiamo) si è finalmente modificato, dopo diversi piccoli (per me enormi) incidenti di percorso: alcuni occorsi in rete; altri, più importanti, fuori. Su questi ultimi potrei pure aprire un blog, in cui raccontare dei miei mastodontici progetti editoriali (parlo ovviamente del mio lavoro di redattrice di testi scolastici), ripieni di ingenuità, presunzione e forsennato amore. Questi progetti sono falliti proprio mentre tu aprivi il blog.

  >> Non oso chiedermelo: sarà stato il mio blog a portarti sfortuna?

  Non occorre, in fondo, che io te li racconti meglio. Ti basti percepire in questi progetti, caro compagno, il tratto della grandiosità, un segno che nella mia personalità è una vera e propria crepa orizzontale – intendo dire una di quelle crepe di cui ti devi preoccupare vedendole su un muro di casa.

 >> Non occorre, vero. Quindi dai a “grandiosità” un certo valore negativo di megalomania, mi sbaglio? E’ così?

  Il mio investimento nella scrittura (qui l’astratta espressione «scrittura» ritrova il suo significato, perché include anche tutti i capricci, le fantasticherie, le reverie, gli inciampi, le eccitazioni corticali, le depressioni, e soprattutto gli stati ossessivi che per me circondano il pensiero di scrivere – dunque non solo il modesto atto, lo scrivere, in sé un’attività umilissima, con quel semplice abbassare la penna sul foglio o le dita sulla tastiera, quel semplicissimo chinarsi che per me è tutto e niente) il mio investimento nella scrittura, ti dicevo, è stato nel tempo enorme e del tutto sproporzionato sia rispetto ai miei mezzi che alle cose che avevo da dire. In questo investimento, come ti dicevo, rivivo quell’aspetto di grandiosità o di presunzione o di idiozia (l’efferato proposito di imporre al mondo il proprio linguaggio) che, come ho capito, è la causa dei miei principali guai. Ammetterlo, è stato per me trovare quasi subito una migliore salute.

 >> Ecco, ci avviciniamo meglio al tratto essenziale. Quindi la “grandiosità”/malata starebbe nel voler imporre il proprio linguaggio al mondo. Ci sarebbe molto di cui chiacchierare se questo fosse un blog che funziona. Molti grandi scrittori sono restati proprio sul crinale semi-psicotico del voler imporre un “nuovo” linguaggio al mondo. Vedi Finnegans. Vedi – a modo loro – tutti i grandi romanzi opera-mondo (per usacchiare la categoria messa à la page da Moretti non quello di “dì una coooooooosa di sinistra!). Franco Moretti. Altri si sono “accontentati” del mondo. Ora scopro che ti devo iscrivere alla prima categoria e ne sono sorpresissimo. Mai l’avrei detto. Tu, la segreta, la minima, l’arrossente che si accusa di aver avuto questo tipo di tentazione (assomiglia molto – questa tentazione – a quelle che subì Cristo nel deserto). Posso solo dirti- un po’ di autobiografia? – che non ho mai provato una tentazione del genere. Forse sono meno malato di quanto pensassi.

 Quasi dieci anni di psicanalisi non mi sono ancora bastati a capire fino in fondo che cosa mi lega disperatamente alla scrittura, e i motivi della mia necessità di segregare la gran parte delle mie risorse in questa inconcludente (non: creativa!) attività. Di certo mi sento stupida.

 >> E spero non te ne bastino neanche altri ottanta così sarai costretta a scrivere, per capirlo.

  Ma altrettanto certamente ritengo che nella rete la mia tendenza alla grandiosità, alla mancanza di contenimento, all’eccitazione indiscriminata dei miei appetiti espressivi abbia trovato un alimento senza fine (anche solo leggendo, se puoi capirmi): penso-elaboro-scrivo; sento-elaboro-scrivo; esperisco-elaboro-scrivo, sempre crescendo — e in quel «sempre crescendo», e nell’ansia di controllo che si accompagna (controllo dovuto, a sé e agli altri, considerata la completa mancanza in Rete di un contenimento fisico), in quel «sempre crescendo» sta per me una grande angoscia.

 >> Vero. Questo è un luogo di sovreccitazione ma io mi sa che sto guarendo infatti, spesso, ultimamente, mi dimentico di avere un blog e mi ritrovo a pensare, oh sì, oggi è mercoledì, dovrei scriverci sopra qualcosa ma senza preoccuparmi se questo qualcosa capita.

  Resta da dirti — e dire ai compagni ai quali sono in questi mesi sfuggita, spesso bruscamente o incomprensibilmente — che il ridimensionamento al quale mi sono sottoposta (mio malgrado, eh!) mi ha portato a scrivere nuovamente delle cose, piccole cose per le persone che ho intorno: i miei studenti a scuola, mio figlio, destinatari immaginari che ho in mente.

 >> Ecco, intravedo già la luminosa via della guarigione. Come Lord Chandos. Dopo il grado zero si riparte da capo. Piccole cose come dici tu. Un biglietto con su scritto “la crostata di ciliegie era buonissima. Te ne sono grato.” Cose così.

  Ma fuori dalla rete: perché se ricominciassi a metterle giù qui dentro, dovrei farmi domande sul loro Significato, sulla loro Natura, sul loro Genere, sulla loro Qualità, e aspetterei ansiosa i Commenti, e non potrei più chinarmi a scrivere con la stessa allegra umiltà che adesso mi consola.

 >> Non vedo perché, in Rete, non sia possibile quella stessa allegra umiltà che ora ti consola. Basta fottersene dei Significati, della Natura, del Genere (queste cose lasciale a me) e, soprattutto dei Commenti. Se non di quelli che stimi e ami. Che possono essere feroci ma vengono detti con il lato cortese della bocca. Il sinistro. 

  So che con questo comportamento mostro dell’ingratitudine per i miei compagni e una selvatichezza non da poco. Ma ti assicuro, caro Gino e cari tutti, che così stanno ora per me le cose, e che quando non sono presuntuosissima, allora sono proprio così: un po’ selvatica, ingrata, duretta. Tocca contentarsi, alla mia età non ci sono più giochi da fare.

 >> Vero. Resta così come sei. Ma pensaci.

Scritto da: gino tasca alle 07:50 | link | commenti (26) |

giovedì, 05 maggio 2005

Ricevo da Giovanna alias Misery questa buonissima lettera di risposta ad una mia lettera molto furiosa (nel senso di agitata) in cui le chiedevo come mai mi avesse "abbandonato" senza accettare la mia proposta di farmi compagnia in questo blog e senza neanche mai apparirvi. Lei molto più calma e paccata di me mi risponde così (ma lei mi ha visto, è stata a casa mia e sa che non sbrano nessuno).

Caro Gino, caro compagno,

mi hai scritto una lettera che definisci scoperchiata, che definisco ribollente, con una domanda che affiora pulita pulita e mi chiama d’urgenza ai fuochi: perché non scrivi più niente in rete? Perché, dopo che a dicembre ti esposi il mio progetto di creare un blog aperto a più utenti, una vera «compagnia di scrittura», dopo avermi in parte promessa la tua adesione (una promessa, commento io, attenuata dalla mia consueta, incomprensibile a molti, ritrosia) l’hai fatta mancare: né compagnia né commenti? Perché mi hai piantato qui da solo in questo blog?

La mia risposta è del tutto banale, e il fatto che sia banale aumenta, non diminuisce, credimi, il mio imbarazzo a risponderti: io non ho niente da scrivere, nemmeno commenti a quello che ogni giorno leggo (perché ogni giorno leggo, con assiduità maniacale, tutto quello che viene scritto nel tuo blog e in altri). Non ho niente di mio da dire. Lascio solo qualche frase qua e là, per esempio da matisse e dai cartografi, da qualche tempo: per divertimento, solo per divertimento.

Già, e perché d’improvviso non ho più avuto niente da scrivere?

La ragione è che il mio «rapporto con la scrittura» (l’espressione non mi piace, ma ci capiamo) si è finalmente modificato, dopo diversi piccoli (per me enormi) incidenti di percorso: alcuni occorsi in rete; altri, più importanti, fuori. Su questi ultimi potrei pure aprire un blog, in cui raccontare dei miei mastodontici progetti editoriali (parlo ovviamente del mio lavoro di redattrice di testi scolastici), ripieni di di ingenuità, presunzione e forsennato amore. Questi progetti sono falliti proprio mentre tu aprivi il blog.

Non occorre, in fondo, che io te li racconti meglio. Ti basti percepire in questi progetti, caro compagno, il tratto della grandiosità, un segno che nella mia personalità è una vera e propria crepa orizzontale – intendo dire una di quelle crepe di cui ti devi preoccupare vedendole su un muro di casa.

Il mio investimento nella scrittura (qui l’astratta espressione «scrittura» ritrova il suo significato, perché include anche tutti i capricci, le fantasticherie, le reverie, gli inciampi, le eccitazioni corticali, le depressioni, e soprattutto gli stati ossessivi che per me circondano il pensiero di scrivere – dunque non solo il modesto atto, lo scrivere, in sé un’attività umilissima, con quel semplice abbassare la penna sul foglio o le dita sulla tastiera, quel semplicissimo chinarsi che per me è tutto e niente) il mio investimento nella scrittura, ti dicevo, è stato nel tempo enorme e del tutto sproporzionato sia rispetto ai miei mezzi che alle cose che avevo da dire. In questo investimento, come ti dicevo, rivivo quell’aspetto di grandiosità o di presunzione o di idiozia (l’efferato proposito di imporre al mondo il proprio linguaggio) che, come ho capito, è la causa dei miei principali guai. Ammetterlo, è stato per me trovare quasi subito una migliore salute.

Quasi dieci anni di psicanalisi non mi sono ancora bastati a capire fino in fondo che cosa mi lega disperatamente alla scrittura, e i motivi della mia necessità di segregare la gran parte delle mie risorse in questa inconcludente (non: creativa!) attività. Di certo mi sento stupida.

Ma altrettanto certamente ritengo che nella rete la mia tendenza alla grandiosità, alla mancanza di contenimento, all’eccitazione indiscriminata dei miei appetiti espressivi abbia trovato un alimento senza fine (anche solo leggendo, se puoi capirmi): penso-elaboro-scrivo; sento-elaboro-scrivo; esperisco-elaboro-scrivo, sempre crescendo — e in quel «sempre crescendo», e nell’ansia di controllo che si accompagna (controllo dovuto, a sé e agli altri, considerata la completa mancanza in Rete di un contenimento fisico), in quel «sempre crescendo» sta per me una grande angoscia.

Resta da dirti — e dire ai compagni ai quali sono in questi mesi sfuggita, spesso bruscamente o incomprensibilmente — che il ridimensionamento al quale mi sono sottoposta (mio malgrado, eh!) mi ha portato a scrivere nuovamente delle cose, piccole cose per le persone che ho intorno: i miei studenti a scuola, mio figlio, destinatari immaginari che ho in mente.

Ma fuori dalla rete: perché se ricominciassi a metterle giù qui dentro, dovrei farmi domande sul loro Significato, sulla loro Natura, sul loro Genere, sulla loro Qualità, e aspetterei ansiosa i Commenti, e non potrei più chinarmi a scrivere con la stessa allegra umiltà che adesso mi consola.

So che con questo comportamento mostro dell’ingratitudine per i miei compagni e una selvatichezza non da poco. Ma ti assicuro, caro Gino e cari tutti, che così stanno ora per me le cose, e che quando non sono presuntuosissima, allora sono proprio così: un po’ selvatica, ingrata, duretta. Tocca contentarsi, alla mia età non ci sono più giochi da fare.

 

Un abbraccio

 

Misery, Giovanna




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Scritto da: gino tasca alle 19:12 | link | commenti (36) |

martedì, 03 maggio 2005

 

Mi si chiede – anche con un cipiglio un po’ intimativo - cosa sia un “corso di lettura”. Visto che ne ho condotto uno dal settembre dell’anno scorso ad oggi, dovrei saperlo, vero? E, invece e più che ovviamente, non ne sono affatto sicuro.

In prima istanza – ed è anche stato fatto – mi hanno chiesto che bisogno ci fosse di imparare a leggere. Non lo sappiamo già fare tutti fin da bambini? Io, di solito, li guardavo un po’ sornione e rispondevo: “Sì, lo crediamo”. Gli strumenti del leggere (occhi, cervello, mani per girare le pagine, libri) sono tutti lì a nostra disposizione ma – come capita in moltissimi altri campi – la troppa confidenza con i nostri (?) mezzi, ce li rende invisibili. Il che sarebbe un bene: nessuno che voglia nuotare può star a chiedersi ad ogni bracciata se sia il caso di alternare un buon crawl al delfino. Va e basta.

Come capita coi paragoni, anche quelli più perfetti, però, le cose con la lettura non stanno così, anzi, stanno proprio al contrario.

La lettura è l’esatta combinazione – come i denti di due seghe – ed è l’equilibrio fra un primo grado in cui si colloca la lettura “ingenua” e un secondo grado in cui la lettura si apre come un ventaglio che cattura altri sensi.

Non ci sono regole, però. Chiunque può fermarsi alla lettura naif. E se legge che Dartagnan fa delle guasconate, non è tenuto a pensare che sia una sorta di Re risorto a primavera secondo il Frazer de “Il ramo d’oro”.

La “seconda” lettura – dopo parecchio esercizio (ecco una delle cose di cui si è parlato) – dovrebbe diventare contemporanea alla prima.

Per cui si va avanti a leggere come se si avesse una sorta di lettore automatico. Una sorta di attenzione distratta come quella degli psicanalisti ai discorsi dei loro analizzanti che – se correttamente praticata – dovrebbe tenere l’ascoltatore in una sorta di stato fluido dove testo e ipo(o iper)testo, galleggiando a mezz’aria in uno stato di non resistenza.

Né il testo fa resistenza al lettore né il lettore al testo.

Perché quando leggiamo, in realtà, dovremmo sgombrarci la testa e il cuore da ogni cosa e invece quel giorno tua figlia ti ha detto vaffanculo mamma e tu odi il racconto che stai leggendo perché c’è una figlia che dice alla madre, fottiti e cominci a pensare che non valga la pena fare figli o leggere quel racconto.

Mentre, ovviamente, se tu fossi passata (dico “passata” perché è di una madre che ho fatto esempio) alla “seconda lettura”, forse avresti capito perché le figlie odino così spesso le madri.

E, se si leggesse proprio bene e con l’attenzione dovuta, magari, si scoprirebbe il motivo di quest’odio in una frase insignificante che la madre ha rivolto al lattaio al mattino presto.

Occhi selvaggiamente aperti e attenzione sempre all’erta.

Ecco a che cosa miro nell’accompagnare qualcuno nella lettura.

E non può farlo da solo? Mi si dirà. Evidentemente, no. Bisogna imparare a leggere lo spartito e muovere le mani sul violoncello. Non tutti ci riescono e molti non ci hanno mai provato, prigionieri del plot, della storia mi dicono che faticano ad accorgersi di come la cosa sia scritta (e lasciando per un’altra volta l’idea che se non colgono il come si vietano anche il cosa) .

Altri mi obiettano, terrorizzati che questo rovinerebbe il loro “piacere” della lettura. E questi sono i più pericolosi perché chi l’ha detto che leggere sia un piacere? O, meglio, lo è al primo grado.

Poi diventa un’altra cosa.

Diventa scrivere la cosa che si sta leggendo.

 

 

 

Scritto da: gino tasca alle 19:04 | link | commenti (26) |

domenica, 01 maggio 2005

Ho finito il mio corso di lettura e - coram populo - abbiamo deciso che ci si rivede a settembre e si va avanti ancora per un anno. Ho imparato - fingendo di insegnare - molte cose. Per es. credevo che non avrebbero sopportato Franny e Zooey e, incece, l'hanno adorato. Mentre molte non hanno sopportato "Felicita", il racconto di Flaubert. Altre hanno scoperto Cechov e se ne sono perdutamente innamorate.

Soprattutto mi hanno detto che io "non" insegnavo ma coinvolgevo tutti con la mia passione e questo mi si è legato in testa ad una strana definizione che ho letto in una critica: si tratta - diceva - di "saggi affettivi". Niente male, no? Scrivere amando.

E' la soperta dell'acqua calda, si dirà - e, certo, lo è pure ma quanti in realtà scrivono per professione o perché il blog va comunque tenuto aperto e, allora, una cosa biosgna pure ficcarcela. E si sente che manca l'amore.

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Tutt'altra cosa. Come mai Simenon - nei Maigret che, di solito, sono di120 pagine - riesce a non fare mai ricorso ai clichés. Alla stenografia per cui un cielo nebbioso è sempre lattiginoso o assomiglia a fiocchi di cotone o bla bla bla ...

Scritto da: gino tasca alle 07:54 | link | commenti (23) |