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lunedì, 16 maggio 2005
Kundera versus Celan?

 

“ … Kafka, Musil, Broch, Gombrowicz. Tutti e quattro poeti del romanzo, perché supremamente interessati “alla forma e alla sua novità”, ma al tempo stesso, e con pari intensità, refrattari a ogni tentazione lirica , a ogni “ornamentazione della prosa”. E dunque in grado di concepire la forma del romanzo come “una grande poesia antilirica”.
Da un articolo di Emanuele Trevi (che scrive di suo: nel senso che scrive romanzi) in Alias di sabato, parlando del “Il sipario” di Milan Kundera. La frasi riportate fra virgolette sono di Kundera.
Non conosco niente di Kundera perché da sempre refrattario ai libri alla moda, mi rifiutai di leggere “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di cui trovavo un po’ ruffiano il titolo e, perso, l’appuntamento, poi non riuscii più a ritrovarlo. Capita spesso così, come per le persone e per le cose.
Ma qui mi interessa vedere come stanno le cose in quegli accenni che fa alla “scrittura” che, evidentemente, lui considera “giusta”, cioè eticamente rispondente alla sua Legge interiore.
Dice che deve essere massimamente interessata alla forma e alla sua novità ma che deve evitare, accuratamente “l’ornamentazione”.
Andiamo con piedi di piombo ma leggeri allo stesso tempo.
Occuparsi della “forma”, quindi, rischia l’ornamentazione: un passo più in là c’è solo “l’ornamento è delitto”di Loos (un archittetto).
Poco dopo, però, aggiunge che la “forma” del romanzo è quella di una poesia antilirica. Passo passo anche qui. Quindi esiste una poesia lirica e una poesia antilirica. Lo si sapeva? Non stupisce che il lirismo sia fatto, praticamente, coincidere con l’ornamentazione?
Vediamo cosa dice del lirismo Paul Celan, il poeta. Dovrebbe saperne qualcosa, no? Fa parte dei suoi arnesi di lavoro e, intanto, prendiamo atto che – nel senso comune di noi che scriviamo – “lirismo”, vuol dire sublimità, un certo grado di imprecisione (bisognerebbe leggere Leopardi nel suo Zibaldone per confrontarlo con tutto questo: intendo il suo indistinto come poetico. Sembrerebbe stare sulla trincea opposta: ma sarà per un’altra volta), un uso magico/prestidigitatorio delle parole. Insomma, un verso come: “il cane si leccò sotto la coda e corse, poi, dietro alle galline levando al cielo bau bau innamorati”, diventerebbe, sotto il bisturi del “lirico” qualcosa del tipo “il cane, la coda inspadata al cielo, leccatosi più volte il dolce velo, corse e ricorse alle galline intimando amore e al cielo.”
Allora, P. Celan: “Pur nella totale, irrinunciabile poliedricità dell’espressione, ciò che preme a questo linguaggio è di essere preciso. Esso non trasfigura, non “poetizza”, esso nomina e instaura, cerca di delimitare il campo del possibile e del dato …
Cioè dice del linguaggio lirico esattamente quello che Kundera dice del linguaggio del romanzo. Dice che il lirismo è precisione. Cioè anti-lirismo. Cioè, un poeta, sa che il lirismo non è niente di quello che si crede esso sia: una cialtronata per cattivi scrittori.
Quindi Kundera mira a liberarsi del “cattivo” lirismo (deve essere come per il colesterolo: ce n’è di due tipi) ma avrebbe fatto meglio a leggere “buoni” poeti (Dante, per esempio), si sarebbe evitato un falso idolo contro cui battersi anche se, a sua discolpa, dovrei dire che quasi tutta la poesia è cattivo lirismo. E per questo va vietata agli scrittori. Corrompe. Come qualsiasi cattiva scrittura, del resto.
Ad una prossima puntata e, soprattutto, se vedrò andare le cose per il verso giusto ma, comunque, anche da ora – se lo volete – la questione dell’attenzione occhiuta che ogni buona scrittura deve avere per le forme. Cosa vuol dire? Pulizia metaforica, nudità? Non mi pare che se ne potrebbe parlare per Gombrowics, per esempio. A’ suivre, forse.
 
   

Scritto da: gino tasca alle 08:07 | link | commenti (36) |


Commenti
#1   16 Maggio 2005 - 10:57
 
li|rì|smo
s.m.
1 CO carattere della poesia lirica | tono lirico
2 TS lett., tendenza della letteratura moderna a dare forma lirica a composizioni in prosa, sottolineando gli elementi autobiografici e soggettivi e ricercando un’estrema essenzialità di espressione;
3 CO estens., spreg., preziosismo formale; patetismo, sentimentalismo.

lì|ri|co
agg.
1a TS lett., nell’antica Grecia, di poesia cantata o recitata al suono della lira
1b CO nell’età moderna, di poesia, incentrata sulla soggettività
2 CO estens., caratterizzato da intensità poetica, partecipazione sentimentale: slancio, impeto l., le parti liriche di un testo letterario
3 CO che compone liriche: poeta l.; anche s.m.: i lirici greci, latini
4a CO relativo al melodramma: libretto l.
4b TS mus., che interpreta melodrammi, opere liriche: cantante, artista l.

Così il De Mauro on line.
Come si vede sono termini che possiedono una certa vaghezza e molteplicità di significati.
Dunque si adattano bene sia ad una valutazione negativa, sia un apprezzamento in positivo.
Vaghezza, vaghezza e ancora vaghezza.
Se non fosse così, il discorso sulla scrittura, narrativa o poetica che sia, non sarebbe interminabile, come invece è, per la gioia degli interessati.
Quanto poi a far coincidere i concetti di lirismo e ornamento, bè, proprio non sono d’accordo.
Teoricamente ornamento è qualcosa che si aggiunge alla struttura di un textum, anche architettonico, ma dalla quale può essere in pratica molto difficile separarlo, come accade per l’architettura barocca (il Morpurgo sostiene che nello statuto del Barocco “l’ornamento si fa struttura”), ma anche per, metti, la facciata albertiana di S.M. Novella (non esente da momenti lirici, per altro, come le tarsie marmoree delle vele gonfie di vento, eccetera).
La prosa del ventesimo secolo produce sia secchezza strutturale che lirismo, come scritture tra loro in antitesi.
Forse.
utente anonimo

#2   16 Maggio 2005 - 11:25
 
«La poesia lirica è un territorio in cui ogni affermazione diventa verità. Il poeta lirico ieri ha detto: la vita e' vana come il pianto, oggi dice la vita è allegra come una risata, e ha ragione ogni volta. Oggi dice: tutto finisce es profonda nel silenzio, domani dira': nulla finisce e tutto risuona eternamente, e tutte e due le cose sono vere. Il poeta lirico non deve dimostrare nulla; l'unica prova è l'intensità della sua emozione.
Il genio del lirismo è il genio dell'inesperienza. Il poeta sa poco del mondo, ma le parole che sgorgano da lui si dispongono in splendidi agglomerati, defitivi come il cristallo; il poeta è immaturo e ciononostante il suo verso ha in sé la definitivita' di una profezia, davanti alla quale lui stsso trasecola.
Ah, mio liquido amore!, aveva letto un giorno la mamma nella prima poesia di Jaromil, e le era parso (quasi con vergogna) che suo figlio ne sapesse piu' di lei a proposito dell'amore; non sapeva nulla della cameriera Magda spiata dal buco della serratura [mentre faceva il bagno, dr], il liquido amore rappresentava per lei qualcosa di molto più generico, una misteriosa e alquanto incomprensibile categoria dell'amore di cui essa poteva solo indovinare vagamente il senso, come si indovina il senso degli oracoli della Sibilla.
Possiamo ridere dell'immaturità del poeta, ma essa ha anche di che stupirci: c'è nelle sue parole una gocciolina che è sgorgata dal cuore e che dona ai versi lo splendore della bellezza. Ma non è stata una reale esperienza di vita a spremere dal cuore quella gcciolina, noi pensiamo piuttosto che il poeta stesso di tanto in tanto si sprema il cuore, come una cuoca spreme il limobe sull'insalata. Jaromil, a dire il vero, non si preoccupava molto della soret degli operai marsigliesi in sciopero, ma quando scriveva una poesia sull'amore che provava per loro era realmente commosso e annaffiava generosamente di quell'emozione le prpie parole, che in questo modo diventavano verita' grondante sangue.
Con le poesie il poeta lirico disegna il proprio autoritratto; ma poiché nessun ritratto è fedele, possiamo anche dire che con le poesie egli ritocca la propria immagine ……»

Eccetera eccetera. Dalla migliore critica (contemporanea) dell'ideologia lirica, dal romanzo politico di Milan Kundera La vita è altrove(1973). Ove la critica del verso di Rimbaud che dà titolo al libro regge, benissimo, una narrazione di 349 pagine
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#3   16 Maggio 2005 - 12:47
 
Post di modernità abbagliante e radicale.

Moderno perché ammette, come si fa sempre più spesso, di non avere letto il libro di cui parla, - mi pare perfino di notare che dici tra le righe che è proprio perché non l'hai letto che ne puoi parlare, perché non leggendolo dimostri di non essere modaiolo, e quindi di avere opinioni il cui peso non andrebbe sottovalutato -, radicale perché ammette addirittura di non avere letto nulla dell'autore di cui parla.
Ma, aggiungo, di modernità addirittura abbagliante, perché le poche righe da cui parti per parlare di un libro di quasi duecento pagine che non hai letto, sono state scelte addirittura da qualcun altro - fantastico!

Abbagliante nella sua modernità, il tuo post, perché non esita ad attribuire all'autore di cui ammette di non sapere nulla, concetti e idee che l'autore di cui parla non ha trattato, oppure, se lo ha fatto, lo ha fatto in modo completamente diverso.

Non so se io che ho letto il libro, sono accreditato a parlarne, ma se davvero lo fossi, farei notare che a proposito della forma, Kundera se ne occupa in modo del tutto diverso da quanto gli attribuisci, e direi che se ne occupa con una certa efficacia; dice: "L'eccezionale importanza della composizione è uno dei tratti genetici dell'arte del romanzo; è ciò che la distingue dalle altre arti letterarie..."(pag.168 dell'edizione italiana).

Lo dice volendo dire: La narrazione, che esiste sin dalla notte dei tempi, si è infatti trasformata in romanzo nel momento in cui l'autore non si è più accontentato di una semplice story, ma ha spalancato le finestre sul mondo circostante. Ad una story si sono così unite altre stories, episodi, descrizioni, osservazioni, riflessioni, e l'autore s'è trovato di fronte a una materia molto complessa, molto eterogenea, alla quale, non diversamente dall'architetto, doveva dare forma; così, per l'arte del romanzo, la composizione (l'architettura) ha acquistato sin dagli inizi un'importanza basilare". (pagg.167, 168 dell'edizione italiana).

La necessità di mostrare l'esistenza e la peculiarità critiche dello sguardo sul mondo circostante per la nascita del romanzo, è la ragione, per Kundera in questo libro, di trattare il tema del lirico.

Ecco come lo fa:
Il contenuto della poesia lirica, dice Hegel, è il poeta lirico stesso; egli dà la parola al suo mondo interiore per suscitare così negli ascoltatori i sentimenti e gli stati d'animo che prova.
Avendo quindi Kundera tracciato il significato del lirismo a partire dal contenuto delle opere, facendosi guidare in questo da Hegel, Kundera trova poi una definizione del poeta lirico:
"... il poeta lirico è l'incarnazione più esemplare dell'uomo sedotto dalla propria anima e dal desiderio di farla percepire".
Da questo breve ritratto, per differenza, viene fuori quello del romanziere:
"Da tempo la giovinezza è per me l'età lirica, cioè l'età in cui l'individuo, concentrato quasi esclusivamente su se stesso, è incapace di vedere, di comprendere e di giudicare lucidamente il mondo che lo circonda. Se si parte da questa ipotesi (necessariamente schematica, ma che, in quanto schema, mi sembra corretta), il passaggio dall'immaturità alla maturità è il superamento dell'atteggiamento lirico"(pag100 edizione italiana).

E' ovvio, dal contesto del libro, che quello di Kundera non è un giudizio morale o un criterio di crescita del genere umano, ma soltanto un metro per definire e distinguere l'arte dal romanzo dalle altre - il sorpasso del lirismo fa duque il romanziere, non l'uomo di qualità.

La mia conclusione personale è che le brevi note che ho riportato non contraddicono nemmeno quelle del tuo post, Gino, semplicemente mostrano che Il Sipario, il libro di Kundera che forse avrebbero voluto trattare modernamente, parla d'altro, completamente d'altre cose.
Come del resto ci si poteva aspettare dall'ammissione che non hai letto il libro di cui volevi parlare, e nemmeno un rigo dell'autore che l'ha scritto, circostanza che qui pare un difetto, nonostante l'atteggiamento luminosamente moderno delle tue note, e la tua qualifica di "guida" alla lettura di cui ci hai informati in passato nel blog.

Quello che non mi è affatto chiaro, e che mi piacerebbe sapere da te, e che quindi ti chiedo, è: perché metterti Kundera all'occhiello, se volevi parlare delle tue riflessioni?
Non si poteva fare diversamente?
Cordialmente, palmasco
utente anonimo

#4   16 Maggio 2005 - 13:09
 
Liricizzare sarebbe allora dire in linguaggio poetico ciò che può essere altrimenti detto, e più efficacemente, e “più poeticamente” si badi bene, in una prosa diretta?
Affermarlo sarebbe ammettere che SAPPIAMO cosa sono il linguaggio poetico e la prosa diretta, il lirismo, eccetera.
Ma non è così.
Venerdì sera all’Auditorium de Roma, sala Petrassi Goffredo, Valerio Magrelli ha letto davanti ad un parterre di intellettualoni et poeti, una sua cosa sulla poesia in ventuno voci, una per ogni lettera dell’alfabeto.
Magrelli è decisamente un poeta anti-patetico e il suo lirismo è sempre pieno di ritegno, et ironia, et di un certo qual materialismo corporeo, forse corporale, e fisico, e di molto altro.
Oltre questo, è persona intelligente (esistono anche stupidi poeti, magari grandi) e di un certo humor.
La cosa letta venerdì da Magrelli, benché priva di qualsiasi paludamento et tendente alla leggerezza, era estremamente seria: tuttavia, sulla poesia, alla fine ti accorgevi che non veniva detto nulla di diretto.
Fu invece tutto un girare attorno all’argomento senza poterlo centrare, e ciò per un solo fondamentale motivo: la poesia è irriducibile.
Quindi si incontreranno cose slombate et enfie, che potranno definirsi lirismi e che tuttavia potranno apparirci bellissime, e cose secche, assolutamente prive di compiacimenti e di sbavature e di ornamenti e che tuttavia potranno lo stesso non piacerci affatto.
Vaghezza, aggiunta a vaghezza, produce ovvietà, com’è il caso di questa mia nota.

Tashylock, come pure nel primo commento.
utente anonimo

#5   16 Maggio 2005 - 13:17
 
Vi ringrazio tutti e tre (ma l'ut. an. non potrebbe fare lo sforzo di mettere un cacchio di nome o pseudo?).
Anche il sarcastico Palms.
Non volevo essere ultramoderno. Per niente.
Ho messo Kundera nell'occhiello perché da una sua frase sono partito. Se fossi in un bar e sentissi - fra un pernod e una sfogliatella - uno che dice: "Dio esiste", tu pensi che non potrei tornarmene a casa e parlarne con i miei amici solo perché non ho letto tutta la sua opera e so solo - perché l'ho chiesto al barman - che si tratta del famoso San Tommaso D'Aquino?
La singola frase di Kundera aveva un suo senso molto preciso che non credo di aver pervertito e mi interessava metterla a confronto con quella di Celan per far vedere, appunto, come il "lirismo" sia una bestia difficilissima da trattare.
Non ho mai intenti provocatori. Sono solo curioso delle cose. Cuccio assieme strane affermazioni. Lavoro da sarto.
Cerco di stupirmi.
E dire che non ho letto non è una protervia ma un atto di umiltà: cito sempre le mie fonti e i miei limiti.

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#6   16 Maggio 2005 - 13:20
 
Per Tashylock.
Certo. Stiamo sempre svolgendo movimenti di avvicinamento ben sapendo che mai e poi mai raggiungeremo la "cosa".
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#7   16 Maggio 2005 - 13:48
 
Sei partito da una frase di Kundera e quindi puoi dirne tutto quello che vuoi?

Per me sei troppo generoso, come sempre: in realtà bastano un paio di parole di un autore per scriverne interi saggi senza bisogno di leggere il resto.
Anzi, basta perfino l'assenza di parole: non trovi, per esempio, che Omero, che non ha mai usato la parola cristiani nelle migliaia di versi che ha scritto, sia chiaramente la vera matrice ideologica del terrorismo islamico? (ci potresti addirittura scrivere un saggio, perfino oggi che ancora ignoriamo in quale bar si recasse Omero, e quindi non possiamo più rintracciare il suo barista - per quanto mi risulta, ma potrei sbagliarmi).
utente anonimo

#8   16 Maggio 2005 - 13:50
 
qui sopra è palmasco, non so perché non sia comparso
palmasco
utente anonimo

#9   16 Maggio 2005 - 13:58
 
toh, chissirivede, il "mondo interiore".
del poeta.
utente anonimo

#10   16 Maggio 2005 - 18:03
 
Ma Palms, perché sei così accanito?
Né ho fatto dire alla frase di Kundera quello che volevo e, soprattutto, sono del tutto d'accordo con lui.
Mi stupiva solo che il lirismo che deve evitare lo scrittore di romanzi è - per Celan - esattamente quella precisione priva di sbrodolamenti che - nel lirismo - sembra intravvedere Kundera.
Ho leso qualche maestà?
E, comunque, è vero che mi sento autorizzato a lavorare anche su una singola parola di un autore: anche una sola.
Protervo, dici? Va bene: me lo tengo per detto.
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#11   16 Maggio 2005 - 20:16
 
lui è palmadoro, ricordi?
lui ha il suo inconfondibile touch.
il palmadoro touch.
tout ce qu'il touche devient une chose marron, affreuse...
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#12   17 Maggio 2005 - 07:48
 
No, Tashtego, non ricordo - non riconosco nessun inconfondibile touch.
Mi ostino a rispondere volta per volta a quello che mi viene detto.
Mi rifiuto di imbalsamare chiunque in una maschera eterna (io l'ammuffito intellettuale de provincia che non vede più in là del suo terrazzo, tu l'ognibile ironico, Palms la cosa che dici sopra ...). Sono robaccia da burattini e io credo in un ognuno di voi come in "singolarità" incastonate nel tempo. Variabili, quindi.
Non ridurmi - non ridurti al tuo sintomo.
Anche se Lacan dice che alla fine di un'analisi proprio con il proprio sintomo ci si identifica (il ché - se mai non ce ne fossimo accorti - vuol dire quello che Freud dice in analisi terminabile ed interminabile, che non si guarisce mai: si spostano solo i confini della rimozione).
Ma quel tipo di identificazione lì non è il "far colla" con il proprio sintomo. E' saperne tutto, la sostanza fantasmatica, e vivere "comunque".
Come la Regina di Amleto: con mezzo cuore, signora, sì, vivete con mezzo cuore e l'altro buttatelo ai cani.

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#13   17 Maggio 2005 - 10:03
 
salto volentieri a piè pari froid ed epigoni, per affermare che invece è sorprendente come i personaggi del web - e del non-web - si riproducano sempre uguali a se stessi e si esibiscano sempre nello stesso numero, sempre con le stesse modalità comportamentali, eccetera.
me compreso, certo.
tashero
utente anonimo

#14   17 Maggio 2005 - 18:22
 
Quanto mi piaci gino quando fai così.
Sembra che crolli seduto, scuotendo la testa, e, in silenzio, mostri quello che vedi intorno con un ampio gesto del braccio.
oppure anche con un gesto minimo: due dita piegate a forma di pistola puntata sul cuore.
Sono lirica o scema? Forse il lirismo è come essere un pò scemi, ma senza vergogna.

p.s.che succede poi se uno diventa il sintomo di un altro?


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#15   17 Maggio 2005 - 18:27
 
No cara 520 (avete mai fatto caso voi/noi della société che quella cifra sembra quella - come si dice? - incisa a ferro e fuoco sul braccio di quelli che stavano nei lager), non sei né scema, né lirica ma precisa (ambedue gli atteggiamenti mi appartengono).
Ciao.
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#16   17 Maggio 2005 - 18:29
 
Scordavo.
Alcuni psicanalisti sostengono che sempre e poi sempre il sintomo è dell'Altro (solo che,poi, dell'Altro danno mille significati: il linguaggio, l'inconscio, la fottuta madre, bla bla bla ...).
Ci si ammala sempre per qualcuno.
Vedi poi il teatro dell'isteria da cui tutta la psicanalisi trae sostanza ed origini (qualcuno ha messo dei tappi di cera nelle orecchie di Ulisse/Tashtego, vero? ...)
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#17   17 Maggio 2005 - 18:34
 
fuggii ben prima di identificarmi col sintomo, ma non prima di aver consentito al mio psicoanalista di allora di comprarsi un bel rembrandt coi soldi delle mie infinite, annose sedute.
nessuno sarebbe mai stato in grado di controllare la correttezza di quella "terapia", perché di fatto la sicoanalisi è non-falsificabile, come tutte le vere attività ciarlatanesche.
venghino signori, sembrano dire gli sicoanalisti, che voi siete il rimedio per il problema delle nostre vacanze: siamo onesti, ve lo diciamo prima, non guarirete, però che esperienza ragazzi!
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#18   18 Maggio 2005 - 08:30
 
Tra il non-falsificabile e il ciarlatanesco, niente vie di mezzo?
La psicoanalisi è non-falsificabile come lo sono mille atti della nostra vita e non per questo si trapassa nella ciarlataneria.
Dante dice di aver provato dio, nell'ultimo canto (ah, il prossimo settembre ricomincio il mio corso di lettura con l'ultimo canto della Divina), è non è assolutamente falsificabile, no?
Eppure mica dici che è un ciarlatano.
E' un' "altra" cosa.
Ci sono arti che si occupano d'altro che dell'equivalenza : se a uguale a b, b uguale ad a.
In alcuni casi se a è uguale a b può essere che b, a sua volta, non sia uguale ad a : vedi i sogni e la loro logica/scrittura.
Da lì, con molta umiltà, è partito Freud. Dagli scarti, dalle frattaglie.
E questo ne mantiene saldo l'interesse.
Se poi uno mi dice che dei sogni, dei lapsus, degli atti mancati, dei witz,non gliene frega niente perchè dicono e disdicono la stessa cosa, niente di male.
Ci si occuperà di cose diverse.
Senza che il dolore per essere rimasti intatti dopo anni e anni di psicanalisi inquini la vista.
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#19   18 Maggio 2005 - 08:42
 
Di Analisi della psiche, psicanalisi, psicologia analitica ce ne sono tante e ce ne saranno ancora.
Le loro teorie sono provvisorie.
Sono solo interpretazioni, quindi, in generale, sono tutte valide e no.

Quello che conta nel successo di una terapia, non solo per me, son le qualità del paziente e del terapeuta e soprattuto il loro rapporto(transfert).

Il terapista bravo è sempre un po' mago.

A volte per guarire basta andare da un medicone in cui si ha fece cieca:

"La tua fede ti ha salvato/guarito"...
Non è Cristo il guaritore ma la fede del fedele.
Pucksemifedele
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#20   18 Maggio 2005 - 10:49
 
è vero, almeno in parte.
l'atto mancato è quello che più mi presiede oltratutto, ma non ne conosco il significato psicanalitico nonostante anni e anni di.
anche questo in fondo è un atto mancato: la voglia di scrivere e non poterlo più fare. per mia scelta, non tanto per la nuova "regolamentazione" di gino, se così si può dire.
piacerebbe tanto capire dell'atto mancato, ma prenderò un libro, grazie,
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#21   18 Maggio 2005 - 12:45
 
Marypopps non devi comprare "un" libro: devi comprare "il" libro:"Psicopatologia della vita quotidiana" di S. Freud.
E' un libro - come quello su il moto di spirito - divertentissimo.
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#22   18 Maggio 2005 - 14:46
 
Le cose non-falsicabili per le quali ci si fà pagare, sono, fino a prova contraria, truffe ciarlatanesche.
Nessun “dolore” per la sicoanalisi fallita (eh, il linguaggio sicoanalitico del quale sei intriso...), perché l’esperienza fu ripetuta con gli psicoterapeuti, altri anni e altri soldi, ma il risultato fu sempre lo stesso. Oggi con quei soldi ci farei il giro del mondo e mi farebbe pure bene.
Niente da dire sulle attività di Sigmund Freud (non nel merito, ovviamente, che troppo ci sarebbe da cianciare, ed è proprio quello che vogliono i “credenti”), è sul seguito, sulla scia che ha lordato di sé l’intera cultura del Ventesimo secolo, e infinocchiato milioni di poveracci sofferenti, trasformati in “credenti” per impinguare le tasche di gente senza né arte né parte, auto-proclamatasi psico-analista, avendo come unico titolo una patente rilasciata da gente a sua volta autoproclamatasi sicoanalista e così via, sino al capostipite. Se la sicoanalisi fosse restata una teoria della sofferenza psichica, complessa, contraddittoria, misticheggiante, spiritualista e affabulata quanto si vuole, niente di male, anzi, se ne sarebbe potuta riscontrare l’innegabile poesia, come l’interpretazione dei sogni eccetera, l’innegabile “sapore” di verità. Si sarebbe potuto seguitare a pensare, “potrebbe aver ragione”, in attesa di una qualche prova in un direzione o nell’altra. Il problema è che, pur restando pura teoria senza uno straccio di riscontro sperimentale (non ti azzardare a dire che questo non è vero), si è però fatta terapia, dichiaratamente stregonesca. E questo, se permetti, è inaccettabile, perché la sofferenza umana merita almeno il rispetto della scienza. Come vedi non sto affermando che Freud ed epigoni dicono cazzate, ma che non c’è nessuna vera PROVA che non siano cazzate. E aggiungo che in mancanza di ciò, non si può consentire di farne una terapia. Certo, esistono anche i prano-terapeuti per dire, e “qualche volta” funzionano anche loro: nessuno pensa di impedirgli il mestiere. Perché si dovrebbe farlo con gli psicoanalisti? Ma tu sei cresciuto in quel brodo, ti sei nutrito di quella cultura, Gino, sei un vero “credente”, inutile pretendere, non dico che ti ravveda, ma che riesca a prendere almeno un po’ di distanza.
utente anonimo

#23   18 Maggio 2005 - 15:26
 
La neurofisiologia sta andando molto avanti, invece.

Le teorie psicoanalitiche hanno il bello che si rifanno spesso al mito, quindi vanno a radici ancestrali e non credo sia solo per comodo freudiano.
Penso sia una forma metaforica che aiuta gli(cioè molti)uomini occidentali ad intendere.
Pur accettando spiegazioni freudiane su complessi, traumi etc, possiamo ritenere
opinabili le varie terapie, che pur partendo dalla stessa interpretazione, possono avere diversissime attuazioni terapeutiche.
A me interessavano molto le teorie reichiane e la loro applicazione pratica in terapia.
Molto corporali, si andava al sodo.
Però il povero Wilelm Reich fu internato in manicomio anche(o forse solo) per motivi ideologici negli USA.
Puck
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#24   18 Maggio 2005 - 17:42
 
sulle teorie reichiane nulla da eccepire.
conoscevo una ragazza che ne era un'adepta convinta e la cosa era assai vantaggiosa anche per me.
lei raccontava di aver fatto uso di un accumulatore orgonico e di essersi trovata bene.
non faticavo a crederle.
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#25   18 Maggio 2005 - 18:32
 
Non voglio né posso rispondere niente (o quasi) a Tashtego. Ha un linguaggio così sprezzante che fa passare la voglia di dire altro ma, siccome non sono uso fare affermazioni di cui non dia, poi, un minimo di dimostrazione, ecco due esempi di linguaggio protervo e presuntuoso (spesso sa molto poco di quello che scrive o lo vede nel suo specchio rovesciato e immutabile ((vedi la mistica)), parla di cose di cui non sa niente:meglio: le conosce tramite l'odio che vi dedica il ché - dal punto di vista di un narratore non è neanche poi così ininteressante).

"Sulla scia che ha lordato di sé l'intero ventesimo secolo".
E certo. I conti con la psicanalisi li hanno fatti tutti, Svevo, Joyce, Proust, Faulkner, tutta la teoria del dannato monologo interiore viene più o meno da lì, le migliori menti - Foucault, Deleuze, Barthes,Orlando, Lavagetto ... che li elenco a fare: tutti, praticamente tutti - hanno creduto di doversi chiedere - magari con asprezza e odio e rovesciandola- se nella psicanalisi ci fosse anche solo un grammo di verità e lui, tutto questo lo riduce a una scia che ha lordato ... che linguaggio graveolente, poi, Monsieur.

Poi afferma che io sarei un credente, nutrito in quel brodo di cultura, che non potrò - che dire? - ravvedermi ma manco prendere un po' di distanza.
Fa tutto lui - sa lui - parla ex-cathedra.
Io parlo di Monet, di musica, di scrittura, di montaggio e musica nei films ma lui sente solo l'odore (è un ottimo cane da tartufi - io, invece, lo sono da Tartufi) del credente cioè dello scemo.
E' darwiniano, inutile, nessuno potrai mai cambiarlo.
E si dovrà accettare di essere - nel suo specchio - quello che non si è dando di gomito a Pirandello che tutto questo ha già detto mille anni fa.
(Quello che non riuscirò mai ad accordare sono il suo corpo, la sua faccia che ho accompagnato qui, a Padova, camminando, io, molto veloce e parlando a raffica, mentre lui era calmo e posato e sembrava una sorta di Enrico VIII inoffensivo, ironico, con la maschera quasi feroce che sempre più spesso si fa calare in faccia, qui, in rete. Come se il suo disprezzo non sopportasse più niente e, aggiungerei - as writer not as psycanalist - soprattutto se stesso. Libera me Domine.)
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#26   18 Maggio 2005 - 19:26
 
boh.
nella psicanalisi si può solo credere, fino a prova contraria.
non era sprezzante, il mio "credente".
il mio odio non è per te, gino (lascia stare il sembiante, peffavore, che qui non conta), ma per i guasti che ha provocato la scia di freud, che per me è solo una diversa forma dell'eterno spiritualismo.
lascia stare i soliti testimonial e il principio di autorità culturale al quale continuamente ti inchini.
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#27   18 Maggio 2005 - 22:14
 

Da qualche anno teneva una rubrica di cultura su un giornale locale.
Scriveva racconti.Quasi sempe brevi.

Aveva un pubblico che pian piano era cresciuto.
Molti gli inviavano commenti di simpatia ed approvazione.
Più di qualcuno lo considerava un bravo scrittore anche se non aveva mai pubblicato per case editrici note.
Ma c'era da sempre un lettore, tra i tanti, che gli aveva più volte dichiarato la propria disapprovazione. Un lettore che gli si rivolgeva con tono pungente e sarcastico.

Lui rispondeva, nel piccolo spazio concesso a piè di pagina, cercando d'indagare, di capire, di approfondire i motivi che inducevano l'altro a disprezzare così tanto la sua scrittura.
A furia di scambi aveva ben inquadrato il personaggio, e quello aveva in qualche modo inquadrato lui.
Inquadrato però non è il termine esatto per descrivere le sensazioni che lo scrittore provava. Inchiodato, ecco, si, come inchiodato alla croce della sua stessa scrittura.

Iniziò a sperimentare molteplici stili. E, ogni volta che mandava alle stampe, aspettava col batticuore i commenti alla pagina.
Saltava a piè pari tutte le altre lettere, e leggeva avidamente solo le righe, spesso striminzite, che il suo nemico aveva inviato.
E poi restava a dibattersi tra rabbia e infelicità, perchè l'altro sapeva essere impietoso, come un carnefice.

Iniziò a sognarlo. Sognava se stesso scrivere e un grande occhio che, di lato, dietro le sue spalle, scorreva le righe in silenzio.
Un vento caldo come un alitare gli minacciava il collo.

Chi era quell'uomo così crudele da non concedergli nemmeno un commento di conforto?
Come cazzo devo scrivere? Avrebbe voluto gridare.
Come cazzo devi scrivere? Chiedeva a se stesso, tormentandosi come in lotta con un diavolo interno a cui offriva cibo, il cibo delle parole, per ricevere in cambio rifiuto, ma ancora fame insaziabile.
Perchè non te ne vai? Vattene se non ti sto bene, rivolgi altrove il tuo sguardo.
Ma quello continuava a leggere e a disapprovare.
E lui non sapeva fare altro che alternare rancore e appassionate richieste di spiegazione e, perdio, chiarezza.

Lo blandiva, mostrandosi disponibile a modificare qualsivoglia rigo del testo, o spiegando, quasi con tenerezza, le motivazioni della scelta di un vocabolo anzichè di un altro.
Ma a volte, quando non ne poteva più, assumeva un tono esaltato, tronfio, e scriveva proprio nel modo che sapeva irritare maggiormente l'altro, quasi a sfidarlo, a dirgli: vedi quanto me ne fotto di te.
Ma poi tornava a farsi martellare il cuore, sfogliando la rivista nei giorni successivi alla pubblicazione.

In certi momenti, mentre scriveva, bloccandosi di colpo, gli pareva di capire una verità paradossale, ma siatanziale: se gli avesse dato quello che voleva, il lettore avrebbe detto: "si, adesso va bene", e sarebbe scomparso per sempre.
E quello che lui temeva in sommo grado, in fondo, era proprio questo.

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#28   19 Maggio 2005 - 06:55
 
l'apologo è bello.
ma io non voglio nulla da gino.
anzi no: voglio esigo pretendo che gino resti gino e so che lo farà, naturalmente, anche senza le mie esortazioni.
quello che nessuno qui capisce è che ho somma stima di lui.
altrimenti non perderei tutto questo tempo qui a commentare.
aggiungo, in un'outing imbarazzante, che in rete, ormai, ho solo gino come riferimento: misery si è defilata, mauins pure, mario è evaporato, panna sta in altri luoghi, melo è pazzo, eccetera.
a questi nomi storici non sono riuscito, in tutto il tempo che frequento la rete, ad aggiungerne altri.
dunque mi resta gino.
col quale spesso non sono d'accordo.
col quale vale la pena di non essere d'accordo.
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#29   19 Maggio 2005 - 07:19
 
sono evaporato,
singolare passaggio di stato,

pazienza
MarioPuck
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#30   19 Maggio 2005 - 07:43
 
Aggiungo un appunto per spiegare la mia evaporazione:
1.Penso spesso che il gironzolare sul web anche sui siti letterari mi faccia solo perdere tempo
2.Per scrivere un romanzo, un racconto ho bisogno di concentrazione, cosa che non ottengo disperdendomi qua e là
3.La scrittura per il cartaceo, per la pubblicazione "vera" è per me un lavoro di faticose riscritture e revisioni quindi è diversa da quella che lascio qui, improvvisata.
4.Non intendo più scrivere racconti o cose del genere da pubblicare sul web perchè praticamente nessuno li legge, ce ne sono migliaia di migliaia, altra perdita di tempo e energia.
5.Alla mia età in cui il tempo che rimane è poco mi è doloroso perdermi. Mi rimprovero, tuttavia continuo ad aduggiarmi in lidi inutili.
6.Sulla Sociétè dei cartografi scrivo cose allusive tutti i giorni perchè mi diverto ed il luogo è immaginoso, surreale, stimolante e ringrazio enormemente P.M. per averlo ideato: hortus conclusus, dopo tante battaglie inutili e snervanti.
7.Vengo qui ogni dì e anche sul blog di tash perché trovo spesso stimoli/saggi interessanti ed io commento, come si vede e si vide
8.Però io commento,tuttavia mi pare di gettare un secchio d'acqua in un lago: quasi nessuna considerazione.
Credo permanga il giudizio o pregiudizio: Mario è scemo o pazzo o strambo.
9.Un po'( forse tanto) mi dispiace, perchè sono affezionato, mi ritengo amico di Gino e Tash che stimo ambedue.
10.L'apologo di Irene è bellissimo ed azzeccatissimo.
11.Parte di queste cose le avevo già scritte a Giovanna privatamente.
Mario
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#31   19 Maggio 2005 - 07:56
 
"misery si è defilata, mauins pure, mario è evaporato, panna sta in altri luoghi, melo è pazzo, eccetera."

Questo vuol dire che ero uno dei tuoi punti di riferimento?
utente anonimo

#32   19 Maggio 2005 - 07:57
 
Fra l'altro, un pezzo di discussione, proprio quella sul lirismo, è emigrata - per le strane alchimie di questi luoghi - nel blog di Palms.
Lui, lì - per l'esattezza - ha preso me e un signore che scrive su Nazione Indiana, di Arbasino, dichiarando di non averlo mai letto, come esempi di questa maleodorante tendenza del parlare di cose di cui non si sa niente. Ma poi è intervenuto Demetrio che ha riportato la discussione su il "lirismo" e dio solo sa perchè non lo abbia fatto "anche qui" e Palms - da me ostinatamente spinto - ha proseguito sulla stessa strada.
Ma, vedete, io non ho niente contro il "lirismo" in sé: vorrei solo che mi si dicesse cos'è. Soprattutto da parte di chi lo usa e mi stupivo, appunto, che la stessa parola/concetto, potesse assumere colore di vituperio in me (dai, lascio stare Kundera che se no Palms mi salta alla gola) e valore di "precisione" in Celan che poi Demetrio dice essere ermeticissimo.
Bel contrasto - un altro - no?
Precisione e oscurità (Celan è l' "oscuro" quasi pour excellence). Come possono stare assieme?
Uno pensa a "precisione" e gli viene in mente: luce, clairté, purezza del dire, no?
E invece uno dei massimi poeti lirici del nostro tempo che afferma essere il lirismo anti-poeticità e precisione, risulta poi il più oscuro dei poeti.

Non vorrà dire, per caso, che ogni pensare poetico è ossimorico?
Che il culmine della chiarezza è scuro ome la noche obscura di San Giovanni della Croce?
Che il poeta sa quanto luce e buio sono fatti della stessa materia?
Ecco, era di questo che volevo si parlasse.
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#33   19 Maggio 2005 - 08:32
 
venerdì scorso Magrelli nel suo piccolo dizionario di poesia non approfittò della lettera esse per affrontare il concetto di SENSO.
peccato.
utente anonimo

#34   19 Maggio 2005 - 13:16
 
Naturalmente quello che ho scritto era una libera interpretazione, anzi che dico, una libera associazione, trasformata in scrittura.
Ma sono desolatamente andata fuori tema.
Ti chiedo scusa gino e cancellami, assolutamente.
Inoltre non costituisco riferimento webbico per tashtego, e anche questo è abbastanza triste.
Lasciami però, in extremis, ringraziare qui, proprio qui, Mario Bianco che è per me, come sempre, fonte di consolazione scrittoria e umana.
ciao.

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#35   19 Maggio 2005 - 15:08
 
Gino, tu non dovresti "volere che si parli" di alcunché. Ciò di cui si finisce a parlare sfugge completamente al nostro controllo, e meno male se no sarebbe una palla.
(Panna, da altri luoghi ma più che altro in viaggio sempre)
utente anonimo

#36   19 Maggio 2005 - 18:19
 
Cara I. non cancello proprio niente.
Così dimostro di essere elastico soprattutto con la buona scrittura.

Cara Panna, facevo per dire.
Tu capiscimi bene: io scrivo una cosa sul lirismo e mi ritrovo a parlare di psicanalisi. Niente di male,proprio niente, te l'assicuro. Purché sia un parlare tra persone spiritose e acute.
Dopo anni di frequentazione di questi luoghi figurati se non ho ancora preso atto che qui si funziona come delle metonimie: A dice "ho visto dei gabbiani", B risponde "non credo che si possa veramente vedere mai qualcosa", C controbatte "Tu credi in Dio?" and so on.
Poi arriva sempre quello che dice fanculo a tutti voi. Ma ormai non faccio più caso neanche a lui: lo cancello.
Si scivola - si pattina via.
Ma ogni tanto sento il bisogno di richiamare i viandanti con una campana. Siamo qui e ora, in questo punto della carta: rientrare tutti alla base.
(Ho visto il tuo nuovo blog: è graficamente molto bello e te lo invidio un po'.)
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