“ … Kafka, Musil, Broch, Gombrowicz. Tutti e quattro poeti del romanzo, perché supremamente interessati “alla forma e alla sua novità”, ma al tempo stesso, e con pari intensità, refrattari a ogni tentazione lirica , a ogni “ornamentazione della prosa”. E dunque in grado di concepire la forma del romanzo come “una grande poesia antilirica”.
Da un articolo di Emanuele Trevi (che scrive di suo: nel senso che scrive romanzi) in Alias di sabato, parlando del “Il sipario” di Milan Kundera. La frasi riportate fra virgolette sono di Kundera.
Non conosco niente di Kundera perché da sempre refrattario ai libri alla moda, mi rifiutai di leggere “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di cui trovavo un po’ ruffiano il titolo e, perso, l’appuntamento, poi non riuscii più a ritrovarlo. Capita spesso così, come per le persone e per le cose.
Ma qui mi interessa vedere come stanno le cose in quegli accenni che fa alla “scrittura” che, evidentemente, lui considera “giusta”, cioè eticamente rispondente alla sua Legge interiore.
Dice che deve essere massimamente interessata alla forma e alla sua novità ma che deve evitare, accuratamente “l’ornamentazione”.
Andiamo con piedi di piombo ma leggeri allo stesso tempo.
Occuparsi della “forma”, quindi, rischia l’ornamentazione: un passo più in là c’è solo “l’ornamento è delitto”di Loos (un archittetto).
Poco dopo, però, aggiunge che la “forma” del romanzo è quella di una poesia antilirica. Passo passo anche qui. Quindi esiste una poesia lirica e una poesia antilirica. Lo si sapeva? Non stupisce che il lirismo sia fatto, praticamente, coincidere con l’ornamentazione?
Vediamo cosa dice del lirismo Paul Celan, il poeta. Dovrebbe saperne qualcosa, no? Fa parte dei suoi arnesi di lavoro e, intanto, prendiamo atto che – nel senso comune di noi che scriviamo – “lirismo”, vuol dire sublimità, un certo grado di imprecisione (bisognerebbe leggere Leopardi nel suo Zibaldone per confrontarlo con tutto questo: intendo il suo indistinto come poetico. Sembrerebbe stare sulla trincea opposta: ma sarà per un’altra volta), un uso magico/prestidigitatorio delle parole. Insomma, un verso come: “il cane si leccò sotto la coda e corse, poi, dietro alle galline levando al cielo bau bau innamorati”, diventerebbe, sotto il bisturi del “lirico” qualcosa del tipo “il cane, la coda inspadata al cielo, leccatosi più volte il dolce velo, corse e ricorse alle galline intimando amore e al cielo.”
Allora, P. Celan: “Pur nella totale, irrinunciabile poliedricità dell’espressione, ciò che preme a questo linguaggio è di essere preciso. Esso non trasfigura, non “poetizza”, esso nomina e instaura, cerca di delimitare il campo del possibile e del dato …”
Cioè dice del linguaggio lirico esattamente quello che Kundera dice del linguaggio del romanzo. Dice che il lirismo è precisione. Cioè anti-lirismo. Cioè, un poeta, sa che il lirismo non è niente di quello che si crede esso sia: una cialtronata per cattivi scrittori.
Quindi Kundera mira a liberarsi del “cattivo” lirismo (deve essere come per il colesterolo: ce n’è di due tipi) ma avrebbe fatto meglio a leggere “buoni” poeti (Dante, per esempio), si sarebbe evitato un falso idolo contro cui battersi anche se, a sua discolpa, dovrei dire che quasi tutta la poesia è cattivo lirismo. E per questo va vietata agli scrittori. Corrompe. Come qualsiasi cattiva scrittura, del resto.
Ad una prossima puntata e, soprattutto, se vedrò andare le cose per il verso giusto ma, comunque, anche da ora – se lo volete – la questione dell’attenzione occhiuta che ogni buona scrittura deve avere per le forme. Cosa vuol dire? Pulizia metaforica, nudità? Non mi pare che se ne potrebbe parlare per Gombrowics, per esempio. A’ suivre, forse.