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sabato, 04 giugno 2005
Fiaba senza senso n. 1 in cui si parla di cipolle, polli e manna.

Mangiavamo ormai solo pane e cipolle visto che l’unico pollo che ci era rimasto era il pollo che io amavo e non riuscivo ad accettare l’idea di tirargli il collo o sgozzarlo con il coltellaccio da cucina. Il nostro, poi, era un amore univoco: io amavo lui ma lui non mi amava affatto. Dopo tutti questi mesi in cui gli avevo riservato i bocconi più succulenti dando agli altri il solito mistume di semi scartati, lui si ostinava a mangiare dal pappone comune e lasciava intatto quello che gli avevo messo da parte con tanta cura lanciandomi delle occhiate che, a me, sembravano occhiate di disprezzo (come volessi dirmi: e tu credi di comperare il mio amore per così poco?).
E, del resto, a che serviva ucciderlo? Avremmo mangiato carne per un giorno e poi? Meglio non farsi illusione e restare attaccati al nostro pane fatto in casa con l’ultimo quarto di sacco di farina che ci era rimasto e le cipolle che si erano ostinate a crescere anche se nessuno le aveva seminate. Miracoli dell’impollinazione.
Franz, poi, non sapeva cucinare le cipolle. Sembrerebbe una cosa da niente che chiunque saprebbe fare senza alcun problema e invece lui riusciva a cucinarle a mezzo o a stracuocerle o a lasciarle crude. Un po’ l’avevo terrorizzato, è vero ma cosa ci voleva a capire una cosa così semplice e cioè che cipolle di diversa grandezza avevano, necessariamente, tempi di cottura diversi e che se una cipolla era grande il doppio di un’altra andava, prima di essere buttata in acqua, tagliata in due o tre parti per renderla omogenea all’altra?
Per cui, alla fine, finimmo per mangiare il pane con delle cipolle affettate crude e un po’ di quel sale che ci era rimasto.
In realtà stava finendo un po’ tutto quanto e la dispensa era desolantemente vuota anche se i topi continuavano a frequentarla durante la notte riuscendo a scovarvi chissà che rimasugli.
Fra poco, poi, sarebbe arrivato l’inverno che, qui, pare sia particolarmente freddo. Me ne sono reso conto perché la notte scorsa (e siamo solo a fine ottobre) deve essere già caduta un po’ di neve perché ne ho visto una spruzzata sui gelsomini e l’edera che si arrampicano sull’alto muro che a nord ci chiude la vista dei campi ma lascia intatta la lunga filiera dei colli (a quest’ora violetti come certi monti del deserto in Namibia). Il muro poi prosegue tutto intorno al giardino e all’orto e al frutteto (di cui abbiamo già mangiato tutto, tutto), solo un mezzo metro più basso per cui, dai quattro metri e mezzo, si arriva ai quattro metri esatti.
E da nessuna parte, in questo muro c’è una porta o qualsiasi altra via d’uscita: uno sbrego, un tunnel alla base. E’ compatto come fosse fatto di ferro. Noi, quando arrivammo qui, l’aprile scorso, vi entrammo con dei rampini attaccati ad un capo di lunghe corde e che ci erravamo portati dietro senza neanche immaginare a cosa avrebbero potuto servire o forse sì: pensavamo che da qualche parte avremmo dovuto rubare per sopravvivere.
Avevamo trovato questo giardino e l’orto e tutti gli alberi del frutteto in fiore e la casa – assolutamente deserta, sembrava fosse stata appena ripassata da una serva/uragano: lucida, incerata, profumata. E decidemmo di restare lì un po’ del nostro tempo. Che avevamo da fare del resto? Qualcuno ci stava dietro? Avevamo qualcosa di più importante da fare? Finire in un lager? Bombardare Hiroshima? Essere, comunque, messi in mezzo a cose tanto sordide? E poi ci aveva incuriosito quest’assenza di porte. E per tutti i primi giorni in cui avevamo mangiato dei buoni prosciutti e cotto alcuni dei polli (“Non quello!” avevo detto a Franz, non quello. “E perché mai?”. “Perché lo voglio io e basta.” Mi aveva guardato storto e poi aveva sgozzato una bella e grassa gallina che si era avvicinata a lui credendo le desse da mangiare) e mangiato le più buone ciliegie e albicocche e pesche che mai avessimo mangiato, ci eravamo chiesti molte cose su quella strana fattoria. Perché fosse recintata da quello strano muro così alto e solido e senza vie d’entrata e d’uscita, chi l’avesse curata così bene e perché se ne fosse andato via (ma giusto il giorno prima?) per esempio. Ci venne il sospetto che si stesse avvicinando qualche fronte di guerra e quasi quasi stavamo per decidere di andarcene ma poi ci ripensammo. Vi si stava così bene!
E così finimmo con il dare fondo a tutto quel ben di dio senza pensare a niente che non fosse mangiare e bere del buon vino spillato da un botticella che se ne stava in cantina (l’acqua, freschissima, e dal gusto leggermente metallico, ce la dava un pozzo) e dormire. Io leggiucchiavo qua e là anche la Bibbia. Era l’unico libro che ci fosse in casa ma era senza ilVangelo e tutto il resto. Quindi, dedussi, era la Bibbia ebraica e lì c’erano stati degli  ebrei. Ma non sapevo come spiegarmi i prosciutti. Non era vietato dalla loro religione avere a che fare con la carne di porco? E, lì d’intorno, non avevo notato ci fossero porcilaie. Poi capii: in un angolo della stalla, ora deserta, avevo visto un accumulo di corna di bue o vacca: avevano fatto dei prosciutti con la carne dei bovini e noi, al gusto, non ce n’eravamo accorti.
Della Bibbia, poi, leggevo solo alcune cose, della manna e del vitello d’oro e di come quel loro Dio così strano, dopo l’ennesima mancanza di fede del “suo” popolo, aveva comandato a Mosè di lasciare che gli innocenti massacrassero i colpevoli. Mi misi a tremare dal freddo ma pensai che si trattasse di una corrente d’aria che, scesa dai colli, avesse attraversato tutta la casa e fosse arrivata contro la mia schiena.
Noi eravamo al sicuro, pensai, per la prima volta e mi addormentai.
 
Ma ora che non avevamo più niente da mangiare e la casa si era riempita di polvere (da un mese ci curavamo ansiosi solo a cosa mangiare e non facevamo più le pulizie), non pensavamo neanche lontanamente di fare il percorso all’inverso. Anzi, non sapevamo dove avessimo messo o se fossero spariti i nostri rampini. Scale non ce n’erano e noi non avevamo le ali.
E, se devo essere proprio sincero, e non vedo perché non dovrei esserlo, non credo che, neanche avessimo ritrovato i nostri rampini, li avremmo usati. Anche se lì fuori, di sicuro, avremmo trovato di che sfamarci. Se non ricordavo male, a mezzo chilometro, più o meno, c’era una cittadina di polacchi o moravi o cechi, dove avevamo visto molte porcilaie e orti e piccoli campi ben curati e noi avevamo ancora con noi un po’ dell’oro fuso che ci eravamo portati dietro.
Semplicemente, non volevamo più uscire di lì, stranamente concordi. Franz continuava a guardarmi, ogni tanto, con quel suo sguardo protervo e intorbidito come a dire, guarda in che stronzo di posto mi hai portato, ma durava poco. Ormai dormiva quasi sempre e sono sicuro che oggi o domani o domani ancora, lo troverò morto, magari sotto un ciliegio, ravvolto in una coperta: lui, da buon marinaio, odia i luoghi chiusi.
E poi toccherà a me e sono sicuro che tutto questo non mi rattristerà affatto.
Era quello che doveva capitare e qui o in un altro posto non sarebbe cambiato poi molto.
Anzi, sarà bene che tiri fuori la mia coperta e anch’io elegga un posto sotto qui stendermi e poi tenere ben chiusi gli occhi. Non vorrei mai che mi apparissero, incise nel muro, parole in una lingua antica che non conosco e che mi descrivano la mia completa felicità senza che io la comprenda.
Addio.
 

Scritto da: gino tasca alle 06:52 | link | commenti (23) |


Commenti
#1    04 Giugno 2005 - 17:51
 
Lo sai che è un bel racconto,
Gino, tu lo sai, vero?
E' l'hortus conclusus.
E' singolare in queste epoche di un quotidiano pesante noioso imperante, questa storia tra il surreale e il metaforico.
Forse è la più bella cosa che hai scritto, seconde me.
E' il secondo racconto valido e non pedissequamente realista che leggo oggi;
l'altro è quello sul blog di manginobrioches,
http://manginobrioches.splinder.com/

Puckammirato
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#2    04 Giugno 2005 - 18:26
 
Anche per me, assolutamente la più bella cosa che hai scritto.
Bellissima – e so, perché li vedo, che i colli sono davvero violetti, e di nessun altro colore.
Giovanna
utente anonimo

#3    05 Giugno 2005 - 06:57
 
Nonostante sia così mancante di forze fisiche che il sonno sembra una battaglia, mi sveglio ogni ora, e sembra che mi abbiano bastonato, provo a rendere conto di qualcosa.
Sono stato un po' vile: per via che volevo si capisse che non mi ponevo limiti, l'ho chiamato "fiaba" e - come non bastasse - anche senza senso.
E via!
In realtà sapete quanto io odii il fantastico e, quindi, COMUNQUE, voglio - vorrei - che ogni elemento, anche il più strano, risulti, a-simbolico, materialissimo, pesante.
Prendiamo il "muro" - questo muro senza entrate e senza uscite.
E' quello che rischia più facilmente la domanda: ma che vorrà dire? Cosa mi rappresenta?
Niente - io voglio che la polvere dei matoni si depositi sulle vostre mani e che vi diciate:ah, sì,ecco un muro piuttosto interessante: quasi altro.
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#4    05 Giugno 2005 - 07:50
 
In moltissimi, la magior parte dei letterati o scrittori persiste un presunzione ancora fortissima, cioè che scrivendo del reale lo si possa mutare o correggere, vedi l'estetica lukcsiana che imperò tra il 1940 ed il '50/60.
Il resto secondo dozzinali miracoliste definizioni, presenti ancora, sarebbe "evasione".
Puck
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#5    05 Giugno 2005 - 07:51
 
Ancora dico, o Gino, che nel tuo racconto parlò un incorrotto tuo inconscio
Ripuck
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#6    05 Giugno 2005 - 12:50
 
un "muro molto interessante", Gino.
e lo dico soffiandomi via la polvere dei mattoni sbrecciati dalle mani.
Anche per me uno dei tuoi racconti più belli.
Hai raggiunto la necessaria "leggerezza".
A mio parere.
un abbraccio
laura
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#7    05 Giugno 2005 - 13:04
 
io non sapevo cosa dire. davanti a certe cose non riesco ad esprimere nessun parere. credo di aver bisogno di molto tempo per definirle.
il che le colloca se non altro in "altrove e differente".
se fosse stato brutto avrei detto "bruuutttoo".
ma non è così; quindi ho bisogno di un aiutino. o di molto tempo.
bello già dal titolo, direi.
ma io ricordo sempre i lottatori di sumo. monomanie.
utente anonimo

#8    05 Giugno 2005 - 22:14
 
Non si è ancora diffusa
la buona novella.....?

Puck
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#9    06 Giugno 2005 - 06:17
 
cosa vuol dire puck?
possibile che io non capisca mai niente di quello che succede intorno..
lidia
utente anonimo

#10    06 Giugno 2005 - 07:30
 
la buona novella, perdindirindazzo,
la fiaba di Gino, no...!?
Vorrei che si diffondesse in tutto questo web/log italiano, tanto mi piace e ne sto facendo propaganda massiccia

PuckpropagandistallievodiGoebbels
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#11    06 Giugno 2005 - 07:30
 
Grazie Laura. Merci.
Ma aspetto anch'io che Mario ci dica di quale buona novella si tratta.
Hai vinto qualche premio letterario con il tuo libro?
Sarebbe un po' presto: l'hai appena pubblicato.
Attendi un figlio?
Boh!
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#12    06 Giugno 2005 - 09:51
 
dice che è la tua fiaba, gino. pubblicala a destra e a manca, dice così lui.
utente anonimo

#13    06 Giugno 2005 - 09:52
 
lidia
utente anonimo

#14    06 Giugno 2005 - 11:04
 
hai riscritto un paradiso terreste, il mito del paradiso terrestre, ma l'hai fatto diventare un Eden che 'si consuma', in cui il ben di dio non è illimitato.

questa cosa mi ha colpito: e se la grazia di dio non fosse infinita? essendo dio non onnipotente o almeno non ancora completamente onnipotente?

demetrio

utente anonimo

#15    06 Giugno 2005 - 11:43
 
è proprio così demetrio. ho avuto la stessa identica sensazione: un paradiso terrestre pieno di fiori e frutti, ma al tempo dell'atomica. e del muro di berlino.. o un altor muro analogo, insomma.

l'avrà fatto apposta credo.
utente anonimo

#16    06 Giugno 2005 - 11:44
 
si decidesse a loggare bene.
lidia
utente anonimo

#17    06 Giugno 2005 - 19:52
 
non è bellissimo.
ma è un buon racconto, con qualche cosa da mettere a posto.
ma ripeto, è buono.
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#18    07 Giugno 2005 - 09:06
 
per un attimo mi son sentita il pollo.

come se non avessi mai apprezzato abbastanza le cose intelligenti che hai postato.

ci racconti di più su quel pollo? ma tu che sei l'uomo-che-non-finisce-mai, non lo farai. già so.

ps: il muro. il muro del pianto. il muro delle preghiere. un paradiso ambientato nell'oriente in guerra, ormai è rimasto in piedi solo il muro del pianto a dividere quella terra. bello.
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#19    07 Giugno 2005 - 17:41
 
improvvisamente il pollo ..
mi è sembrato che somigliasse a tash.
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#20    08 Giugno 2005 - 07:45
 
(ma questo amore, io narrante lo sente per un uomo, non? o sia, non è verso una donna, l'amore univoco

Si che i polli e le cipolle li danno un aria di cucina di casa alla fiaba

bene, io passavo solo a guardare le colline viole come erano da fuori)

ciao


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#21    08 Giugno 2005 - 14:05
 
L'amore univoco era per il pollo, sicilia.
Che ha il sapore di rinuncia, non di arrosto.O forse è proprio il contrario della rinuncia: è la perpetuazione.
Mi ha riportato alla mente il racconto zen dell'uomo appeso al ramo del dirupo e il ramo sta per spezzarsi e sotto lo aspetta la tigre.
L'uomo vede una bellissima fragola spuntare da un cespuglio accanto a lui.
La coglie e se la mette in bocca pensando: che ottimo sapore.
La differenza è tutta qui.
Non so affatto qual è, ovviamente:
non c'ho capito niente, com'era auspicabile e giusto.
Bello, Gino.
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#22    08 Giugno 2005 - 14:25
 
boh
ma io prima d'innamorarmi di storie cupe, voglio che i fundamenti delle cose di cui si parla siano messi bene alla luce
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#23    08 Giugno 2005 - 14:31
 
(le colline non pasavo a vederle da fuori -che immagino sia il desde fuera spagnolo- se non senza muro. E questo forse sia effettivamente un arrosto sotto un pergolato di estate non una rinunzia. che imbroglio)
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