Mangiavamo ormai solo pane e cipolle visto che l’unico pollo che ci era rimasto era il pollo che io amavo e non riuscivo ad accettare l’idea di tirargli il collo o sgozzarlo con il coltellaccio da cucina. Il nostro, poi, era un amore univoco: io amavo lui ma lui non mi amava affatto. Dopo tutti questi mesi in cui gli avevo riservato i bocconi più succulenti dando agli altri il solito mistume di semi scartati, lui si ostinava a mangiare dal pappone comune e lasciava intatto quello che gli avevo messo da parte con tanta cura lanciandomi delle occhiate che, a me, sembravano occhiate di disprezzo (come volessi dirmi: e tu credi di comperare il mio amore per così poco?).
E, del resto, a che serviva ucciderlo? Avremmo mangiato carne per un giorno e poi? Meglio non farsi illusione e restare attaccati al nostro pane fatto in casa con l’ultimo quarto di sacco di farina che ci era rimasto e le cipolle che si erano ostinate a crescere anche se nessuno le aveva seminate. Miracoli dell’impollinazione.
Franz, poi, non sapeva cucinare le cipolle. Sembrerebbe una cosa da niente che chiunque saprebbe fare senza alcun problema e invece lui riusciva a cucinarle a mezzo o a stracuocerle o a lasciarle crude. Un po’ l’avevo terrorizzato, è vero ma cosa ci voleva a capire una cosa così semplice e cioè che cipolle di diversa grandezza avevano, necessariamente, tempi di cottura diversi e che se una cipolla era grande il doppio di un’altra andava, prima di essere buttata in acqua, tagliata in due o tre parti per renderla omogenea all’altra?
Per cui, alla fine, finimmo per mangiare il pane con delle cipolle affettate crude e un po’ di quel sale che ci era rimasto.
In realtà stava finendo un po’ tutto quanto e la dispensa era desolantemente vuota anche se i topi continuavano a frequentarla durante la notte riuscendo a scovarvi chissà che rimasugli.
Fra poco, poi, sarebbe arrivato l’inverno che, qui, pare sia particolarmente freddo. Me ne sono reso conto perché la notte scorsa (e siamo solo a fine ottobre) deve essere già caduta un po’ di neve perché ne ho visto una spruzzata sui gelsomini e l’edera che si arrampicano sull’alto muro che a nord ci chiude la vista dei campi ma lascia intatta la lunga filiera dei colli (a quest’ora violetti come certi monti del deserto in Namibia). Il muro poi prosegue tutto intorno al giardino e all’orto e al frutteto (di cui abbiamo già mangiato tutto, tutto), solo un mezzo metro più basso per cui, dai quattro metri e mezzo, si arriva ai quattro metri esatti.
E da nessuna parte, in questo muro c’è una porta o qualsiasi altra via d’uscita: uno sbrego, un tunnel alla base. E’ compatto come fosse fatto di ferro. Noi, quando arrivammo qui, l’aprile scorso, vi entrammo con dei rampini attaccati ad un capo di lunghe corde e che ci erravamo portati dietro senza neanche immaginare a cosa avrebbero potuto servire o forse sì: pensavamo che da qualche parte avremmo dovuto rubare per sopravvivere.
Avevamo trovato questo giardino e l’orto e tutti gli alberi del frutteto in fiore e la casa – assolutamente deserta, sembrava fosse stata appena ripassata da una serva/uragano: lucida, incerata, profumata. E decidemmo di restare lì un po’ del nostro tempo. Che avevamo da fare del resto? Qualcuno ci stava dietro? Avevamo qualcosa di più importante da fare? Finire in un lager? Bombardare Hiroshima? Essere, comunque, messi in mezzo a cose tanto sordide? E poi ci aveva incuriosito quest’assenza di porte. E per tutti i primi giorni in cui avevamo mangiato dei buoni prosciutti e cotto alcuni dei polli (“Non quello!” avevo detto a Franz, non quello. “E perché mai?”. “Perché lo voglio io e basta.” Mi aveva guardato storto e poi aveva sgozzato una bella e grassa gallina che si era avvicinata a lui credendo le desse da mangiare) e mangiato le più buone ciliegie e albicocche e pesche che mai avessimo mangiato, ci eravamo chiesti molte cose su quella strana fattoria. Perché fosse recintata da quello strano muro così alto e solido e senza vie d’entrata e d’uscita, chi l’avesse curata così bene e perché se ne fosse andato via (ma giusto il giorno prima?) per esempio. Ci venne il sospetto che si stesse avvicinando qualche fronte di guerra e quasi quasi stavamo per decidere di andarcene ma poi ci ripensammo. Vi si stava così bene!
E così finimmo con il dare fondo a tutto quel ben di dio senza pensare a niente che non fosse mangiare e bere del buon vino spillato da un botticella che se ne stava in cantina (l’acqua, freschissima, e dal gusto leggermente metallico, ce la dava un pozzo) e dormire. Io leggiucchiavo qua e là anche la Bibbia. Era l’unico libro che ci fosse in casa ma era senza ilVangelo e tutto il resto. Quindi, dedussi, era la Bibbia ebraica e lì c’erano stati degli ebrei. Ma non sapevo come spiegarmi i prosciutti. Non era vietato dalla loro religione avere a che fare con la carne di porco? E, lì d’intorno, non avevo notato ci fossero porcilaie. Poi capii: in un angolo della stalla, ora deserta, avevo visto un accumulo di corna di bue o vacca: avevano fatto dei prosciutti con la carne dei bovini e noi, al gusto, non ce n’eravamo accorti.
Della Bibbia, poi, leggevo solo alcune cose, della manna e del vitello d’oro e di come quel loro Dio così strano, dopo l’ennesima mancanza di fede del “suo” popolo, aveva comandato a Mosè di lasciare che gli innocenti massacrassero i colpevoli. Mi misi a tremare dal freddo ma pensai che si trattasse di una corrente d’aria che, scesa dai colli, avesse attraversato tutta la casa e fosse arrivata contro la mia schiena.
Noi eravamo al sicuro, pensai, per la prima volta e mi addormentai.
Ma ora che non avevamo più niente da mangiare e la casa si era riempita di polvere (da un mese ci curavamo ansiosi solo a cosa mangiare e non facevamo più le pulizie), non pensavamo neanche lontanamente di fare il percorso all’inverso. Anzi, non sapevamo dove avessimo messo o se fossero spariti i nostri rampini. Scale non ce n’erano e noi non avevamo le ali.
E, se devo essere proprio sincero, e non vedo perché non dovrei esserlo, non credo che, neanche avessimo ritrovato i nostri rampini, li avremmo usati. Anche se lì fuori, di sicuro, avremmo trovato di che sfamarci. Se non ricordavo male, a mezzo chilometro, più o meno, c’era una cittadina di polacchi o moravi o cechi, dove avevamo visto molte porcilaie e orti e piccoli campi ben curati e noi avevamo ancora con noi un po’ dell’oro fuso che ci eravamo portati dietro.
Semplicemente, non volevamo più uscire di lì, stranamente concordi. Franz continuava a guardarmi, ogni tanto, con quel suo sguardo protervo e intorbidito come a dire, guarda in che stronzo di posto mi hai portato, ma durava poco. Ormai dormiva quasi sempre e sono sicuro che oggi o domani o domani ancora, lo troverò morto, magari sotto un ciliegio, ravvolto in una coperta: lui, da buon marinaio, odia i luoghi chiusi.
E poi toccherà a me e sono sicuro che tutto questo non mi rattristerà affatto.
Era quello che doveva capitare e qui o in un altro posto non sarebbe cambiato poi molto.
Anzi, sarà bene che tiri fuori la mia coperta e anch’io elegga un posto sotto qui stendermi e poi tenere ben chiusi gli occhi. Non vorrei mai che mi apparissero, incise nel muro, parole in una lingua antica che non conosco e che mi descrivano la mia completa felicità senza che io la comprenda.
Addio.