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mercoledì, 08 giugno 2005
sul "realismo"

Mario, alias Puck, ha scritto questo suo – per certi versi – sfogo o micropamphlet per dire come e quando e quanto il realismo abbia cominciato a scassargli le uova nel paniere e, paradossalmente (e poi dirò perché) cita il mio racconto sulle cipolle come una delle possibili messe in opera o via di fuga da questa sorta di camicia di forza.
Perché dico “paradossale”? Perché io mi considero uno scrittore assolutamente realista e, quindi, tutto sta a vedere che cosa si intenda per “realismo”.
Il che significherebbe, più o meno, riprendere in esame tutta la storia del romanzo (cui il “realismo” è strettamente legato) in Europa cosa già fatta da Moretti e cosa che io non saprei certamente fare e cosa che, certamente, è di difficile contenimento nelle poche pagine che qui dentro dedichiamo alle cose. Lo dico sempre: dovremmo reinventare i caffè letterari, i salotti, le dispute teologiche.
Diciamo che il realismo cova nel romanzo inglese del settecento e nel suo cugino francese fino alla definitiva consacrazione in Flaubert.
Tenete bene a mente questo nome perché poi mi servirà per fare stare assieme capre e cavoli e adesso passo a commentare – interlinearmente – il testo di Mario.
 
 
Ce l'ho un po' su col realismo
 
Da qualche tempo, anzi, forse da sempre, ce l'ho su col realismo:
sarà che si è riattizzata questa mia antipatia negli ultimi tempi leggendo proclami o manifestazioni di intenti realistici anzi impegnati,
 
>> Alt. Sempre assoluta cautela quando si usano gli strumenti – gli unici – del nostro mestiere: le parole. Per te, quindi, “realista” è sinonimo di “impegnato”? Non credo proprio. “Realista”è lo sguardo pulito e acuto sulle cose e – se impegnato è – è impegnato a mantenere fede a questa apertura. “Impegnato” è un tardissimo concetto post-seconda-guerra-mondiale in cui agli “impegnati” ( di solito comunisti o cosiddetti compagni di strada) il “realismo” sembrava non bastare più per combattere gli elzivirismi in cui sembrava loro che si fosse rifugiata la viltà a-fascista di quasi tutta la letteratura italiana o per combattere i tecnicismi stilizzanti sperimentali il cui culmine – e come tale evade dalla sua stessa categoria/gabbia - potrebbe essere Pizzuto senza contare quell’extra-large concettuale che è Gadda. Agli “impegnati” di allora sembrava, poi, che la “realtà” da descrivere fosse – zadovnovianamente – quella della classe operaia.
Bischeri! La realtà poteva anche essere quella di una tavola preparata per la festa senza nessuno attorno, perfettamente felice del suo biancore.
E così possiamo denunciare uno dei pregiudizi più duri a morire: che il grado di realismo sia determinato dalla cosa narrata (per cui Metello è reale ma il cavaliere inesistente di Calvino, no) – per cui il neorealismo è tale anche se gronda musica e melodramma da ognuno dei suoi porri ma Fred Astaire – che è la realtà della danza in décor mezzi matti per eclettismo: vedi la Venezia di marzapane di “Seguendo la flotta” - Fred Astaire, – o i “tempi perfetti” di Cary Grant – no.
 
 
 da qualche parte forse su Nazione indiana, non so più, mi pare che la Benedetti( o era la Centovalli?) affermasse che il giallo ed il noir di questi tempi sono la massima testimonianza della realtà presente italiana.
 
>> Se così formulata, è decisamente tranché e mistificatoria. Però, come tutte le cose, anche le più sceme, contiene un briciolo di verità. Cosa ti dice una frase del genere? Anzi, cos’è? E’ una semplice presa d’atto. Noi/loro non sappiamo più fare che a questo modo. Chiunque l’abbia enunciata – a meno che non sia inpensante – sa benissimo che in altre epoche non è stato così anche se lo schema “giallo” è stato spesso alla base di molti romanzi importantissimi: uno per tutti: “Delitto e castigo”.
C’è anche un piccolo particolare tecnico che andrebbe rilevato. Di solito i romanzi/romanzi – quelli che non sono ingabbiati nel “genere”- parlano della “storia” ma, di solito, di qualche decennio prima (vedi “Guerra e pace”) non sono mai in presa diretta o degli istant-book.
Precisato ciò, trovo la frase “testimonianza (massima, poi!) della realtà italiana” francamente ridicola. Mi sembra di tornare al De Sanctis.
Si testimonia una fede, non una realtà.
 
 
Invece io credo che la narrativa in sé stessa sia sempre e comunque la testimonianza dell'epoca, checché si scriva, brutto bello cosìcosì, qualsiasi genere si pratichi, anzi io penso che si faccia sforzo inutile, improdutttivo, direi anzi contro l'arte stessa dello scrivere storie quando con artifici si manipola, si "carica" il proprio scritto pensando di influire "positivamente" sulla realtà; credo quindi che si producano sovente testi forzati.
Ne sono pieni gli scaffali degli anni '50 e '60.
Trovo tanto migliore un testo narrativo quanto più incosciamente attinge alle profondità dello scrittore: solo così sarà un testo profondamente testimone dell'epoca nella penetrazione di umori e sentire del secolo e nello strumento linguaggio.
 
>> In linea di massima sono d’accordo: i libri sono stomaci con gli occhi.
 
Mi sento inondato quotidianamente da notiziari mediatici, (che già poco ascolto) giornali, riviste assordanti che enfatizzano terrori, le paure, omicidi, stragi, epidemie che invadono il mondo ed anche la mia testa. Non capisco perché una scrittore debba, (dico debba, non possa) per essere testimone dell'epoca parlarci, narrarci di sbudellamenti, stragi, pervicaci complotti e meretricio continuo ed abusato.
 
>> Ovviamente,come dici tu, “debba” è un “dover essere” superegoico che non ha nessun senso. Basta chiedersi chi mai dovrebbe stabilire chi e cosa si “debba” raccontare. Ma se vogliamo dare un senso etico più radicale a questo “dovere” forse qualcosa che urge per farsi narrare lo potremmo anche cogliere. Ecco, dunque, l’unico “dovere” che conosco: quello della cosa che deve potersi dire tramite le parole che uso. E’ una spinta etica interna alla cosa, però, non personale.
 
 
Mi stufo maledettamente: penso che in fin dei conti sia facile imbastire storie così, basta prendere qualche giornale, fare un collage, un bel testo di medicina legale, uno di polizia scentifica ( ne ho anch'io tre…) e vai col liscio se ci hai un po' di stile. Sovrabbondano, a mio modo di vedere storie sanguinosissime e vomitevoli e ciò mi fa pensare che valga nella narrazione quanto già vale nel giornalismo: vendono di più le forti e primitive emozioni: paura e l'orrore, poiché sembra invalso che uno compra il libro per sentirsi terrorizzato, farsi venire i brividi e nausearsi di questo  mondo e poi dire: questa sì che è una vera testimonianza dell'epoca.
 
>> Qui, Mario, fai un po’ di confusione. Quel tipo di narrazione, non a caso, la si dice di “genere” e non sarà un caso neppure che i più grandi tra coloro che vi appartengono o se ne sono un po’ vergognati (vedi Simenon che considerava vera scrittura solo i suoi grandi romanzi – prendendo un grosso abbaglio: il suo Maigret è “un” unico grande bellissimo romanzo) o ne sono usciti fuori usando il pedale dell’acceleratore: vedi Ellroy che ora praticamente scrive romanzi sulla storia del suo paese, sul periodo kennedyano, soprattutto (vedi? Il salto di qualche decennio all’indietro …).
 
 
 Ovvero siccome il mondo è brutto, noi scrittori ve lo ridiciamo, se non avete capito bene: forse credevate di vivere con Biancaneve o il Gigante buono?
Mi pare a volte che senza dirlo qualcuno risfoderi, consapevolmente o meno l'estetica lukacksiana o togliattiana e affibi per l'ennisima volta allo scrittore una missione: educate il popolo, siate fedeli all'epoca, realisti e lavorate per la causa degli oppressi, mostrate quanto son brutti, sozzi i potenti e quanto complottano.
 
Guarda caso già da ragazzo invece mi piacevano le parabole, poi i poemi eroicomici, Pulci e pure Ariosto, Rabelais mi faceva impazzire, fino ad arrivare alla grande stagione degli illuministi con Defoe, Swift, Fielding, Diderot, Voltaire e le loro storie allegoriche o metaforiche. Guarda caso Calvino con i  suoi "antenati" già sapeva dove attingere; mi è molto più cara e mi pare universale la sua lezione del reale di quella di altri suoi contemporanei; in fin dei conti anche Pasolini da Accattone poi passò al mito per meglio aderire ad una poetica pure moralista, se volete, e parabolizzarci così profondamente il mondo moderno.
Per di più in questi anni abbiamo a iosa pure di altri realismi, basti pensare ai "rialitìsciòu" che a destra ed a sinistra impazzano sulle pestilenziali tivvusioni italiane, quasi che la "gente" necessiti di uno ulteriore specchio ributtante di sé stessa: sparatemi gente al cesso nel letto mentre si gratta si corica si alza si tira il naso il pelo l'insulto la mela marcia etc.
 
>> Tu dirai che voglio fare il bastian contrario ma trovo molto interessante che sia andato a scovare la parola “realtà” in realityshow. Si potrebbe dire che l’occhio alla Robbe-Grillet o persino quello di Flaubert – se portato alle sue estreme conseguenze – arriverebbe a tanto? “To show”, in fin dei conti, prima che dar spettacolo, vuol dire “mostrare”. Puntare il dito. Ma qui il discorso si fa troppo complicato e le forze scemano.
 
Uno potrà dire: ma che vuole questo? E' un vecchio nostalgico buonista del cazzo!
Può darsi, ma sono stufo: datemi una metafora, una allegoria ben scritta, nuova, alta sottile. Datemi delle invenzioni, non le solite storie ritrite del quotidiano.
Ho comprato Perceber di Colombati, ne ho letto brani: grazie a lui siamo in un tempo "altro" e paradossale; il macchinario scenico forse è eccessivo come in una pièce teatrale ove la scenografia sovrasta la recitazione ma mi piace il nuovo tentativo, la via del grottesco. Pure ieri mi consolai leggendo un gran bel racconto, acuto, profetico, leggero ed amaro, sul blog del mio amico Gino Tasca: http://lordchandos.splinder.com/; il titolo è "Fiaba senza senso n. 1 in cui si parla di cipolle, polli e manna."
Così vedo che qualcuno cerca e sente e pratica altre direzioni.
Mario Bianco
 
>> E questa è la parte più divertente dove io mi trovo – non incolpevolmente – a vestire strani panni. Per fortuna mi sono lasciato Flaubert nella saccoccia di riserva..
Lui disse che voleva scrivere un libro fatto di “niente” il cui unico contenuto fosse il suo stile.
Ma lui è la pietra su cui un cristo realistico ha costruito la sua chiesa.
Ecco, lui non si faceva di questi problemi.Poteva descrivere la bile verde che esce dalla bocca di Emma avvelenata e pensare a scrivere un libro fatto di niente.
Capito, vero? Un libro fatto di niente.
Si possono essere molte cose allo stesso tempo.
Occorre che precisi quanto – per il momento – io non sia né l’una né l’altra? Ci provo.
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 07:48 | link | commenti (13) |


Commenti
#1    08 Giugno 2005 - 17:40
 
dissento su tutto.
sono per il realismo assoluto, ma parlo di me, dei miei gusti.
non ritengo si possa teorizzare alcunché, oggi, con un mondo che in ogni istante supera ogni capacità, possibilità di rappresentazione, descrizione, figuriamoci le messe in scena grottesche.
mi limito ad affermare che odio il grottesco.
non capisco cosa siano le "profondità dello scrittore".
credo che lo scrivere oggi e lo scrivere di un secolo fa siano cose non paragonabili.
dunque c'è discontinuità nella letteratura, qualsiasi cosa se ne dica.
prendere il giallo e farlo diventare sinonimo di realismo è una bella toppata, mario.
tanto che mi ha tolto la voglia di proseguire nella lettura.
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#2    08 Giugno 2005 - 18:52
 
Quello che ho scritto è in effetti un minipampleth o un mininvettiva e una cacata pazzesca perché incompleta, orba di alcuni particolari.
Ma non me ne pento o dolgo.
Incazzato sono con certi, quei critici che ti dicono adesso, ora, in questo momento storico, bisogna, dico bisogna, cioè è bene, è corretto, è impegno morale scrivere così, ovvero datevi al noir o al giallo che adombri la porca realtà italiana di complotti, loschi individui etcetera. ( alla grossa)
Ciò non mi va.
Sono stato incompleto nella definizione di giallo: anche certi racconti di Poe sono dei gialli, figuriamioci se ce l'ho su con Simenon, con Ambler o con la Cristie, Chandler etc.
Ribatto che ce l'ho con la riproposizione programmatica del giallo realista, quale forma di critica politica.

Sapevo che per tash il realismo è il suo cavallo di battaglia e fa bene così: molti suoi racconti realisti li ho amati e me li ricordo bene.
Nulla da dire, ma esistono molti gusti letterari non solo quelli alla menta e Lllu nel blog dei cartografi, guarda caso, ci ha ficcato uno dei più bei racconti del'900 di Julio Cortazar: Storie di Cronopios e Fama.
Per altro il mio romanzo ultimo "Di ruggine in rugiada" è realista fortemente, forse troppo.
Ho bisogno di un po 'di leggerezza fantastica.
grazie
PuckMario
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#3    09 Giugno 2005 - 07:50
 
"credo che lo scrivere oggi e lo scrivere di un secolo fa siano cose non paragonabili"

Questa è un'affermazione che Tashtego ha fatto molte altre volte ma non ricordo che ne abbia dato qualche exempla o detto perché - ma forse sono smemorato io. Mi piacerebbe sentirne qualcosa in più.
Non credi che sia una cosa che provino un po' tutti, sempre? I rivoluzionari, i giovanissimi, i "Rimbaud" per cui il mondo ha bisogno di qualcuno che inventi le vocali per dirlo? Ancora? E il mondo -sornione - se la ride nel suo assoluto continuismo. Io non sento questa discontinuità e potrei citarti molti esempi di assoluta continuità: Cechov-Joyce-Mansfield-Carver.
La montagna da scalare è la stessa - ci sono solo diverse cordate che compiono l'opera e, alcune, sbagliano montagna, altre dotazione, ma, per il resto non è cambiato niente.
Il mondo lì e noi che si prova a descriverlo.
Pulizia etica delle parole: attenzione: io dico "mondo" ma per mondo intendo anche le tre virtù cardinali, il mistero dell'eucarestia, tutta quella cosa che una volta si sarebbe chiamata - sprezzantemente - sovrastruttura per poi capire che spesso era la carne stessa del nostro essere.
Insomma: prova a convincerci che le cose hanno cambiato talmente pelle che ci vuole un nuovo serpente per descriverle.

Mario dice: ho bisogno di leggerezza fantastica. E perchè - gli chiedo io - la leggerezza ha da essere fantastica? Io, al contrario, trovo che niente sia più leggero del "reale".
La perfezione (che spesso nasconde la seduzione) del reale e così inesauribile che - forse - non c'è bisogno d'altro.

Comunicaz. di servizio.
Il primo anno di Holden pubblicai in quel forum "I passeri" - racconto per cui fui denunciato di plagio dimostrando così che i miei accusatori avevano un'idea un po' slabbrata di "plagio" che vuole dire saccheggio totale o parziale di altra opera e non ricorso a fatti avvenuti: cosa che dissi immediatamente appena mi resi conto delle voci che correvano in chat - e ora non lo trovo più da nessuna parte. Qualche anima buona lo ha - per caso o amore - conservato?
E - se sì - potrebbe spedirmelo alla mia e-mail: asino_t@libero.it?
In fin dei conti quella è stata la prima fiaba senza senso.
utente anonimo

#4    09 Giugno 2005 - 07:52
 
Dimenticavo un'altra cosa.
L'odio sempre più sottopelle che noto in molti per la "teoria".
Sarà mica che non frequentarla permette il Regno di Imprecisione?
Saremmo, in questo caso, nella più assoluta corruzione.
utente anonimo

#5    09 Giugno 2005 - 14:40
 
Sono cambiate le condizioni in cui la scrittura di manifesta, è cambiato il mondo ed è cambiata la nostra mente per effetto della coabitazione, in essa, di una quantità di stimoli e di narrazioni provenienti dalle più diverse direzioni e viaggianti sui più diversi media, che un secolo fa non esistevano.
Non so dire nulla della sequenza che citi.
Po’ esse che sia come dici tu, ma questo non cambia il fatto che la scrittura non sia più il mezzo, principale e più efficace, col quale narrare il cosiddetto mondo e la cosiddetta realtà.
Metafora: puoi certamente continuare a suonare il tuo violino come faceva Paganini, molte differenze non ne troverai, ma se il pubblico non ti considera più come il centro del suo universo musicale e ti sostituisce con Kurt Cobain, per dire, qualcosa sarà cambiato oppure no?
Aggiungo che secondo me si può teorizzare sulla scrittura (figuriamoci sulla Letteratura) solo se qualcosa ci appare non dico ferma, ma visibile, valutabile nella sua interezza.
Non dico tutto, ma almeno qualcosa devi riuscire a fissarla.
Ma se tutto si muove, se tutto si mescola con tutto, a cosa miri?
Che cosa dici che si debba “dire”?
Accettare il fatto che oggi il mondo è incontenibile dalla scrittura è una buona premessa per ogni buona scrittura.
Altra cosa è teorizzare sul passato e la “sua” letteratura.
Certo, come nessuno impedisce a nessuno di dipingere, metti alla Lorenzo Lotto, così nessuno può impedirti di scrivere alla Dickens, ferma restando la sua grandezza assoluta.
Ciò non significa che per assimilare la lezione di Dickens, o di chiunque altro, devi sentirti in assoluta continuità con lui.
Semmai il contrario, non trovi?

Tash
utente anonimo

#6    09 Giugno 2005 - 17:24
 
uff.
non mi piasce il mio post qui sopra.
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#7    09 Giugno 2005 - 18:30
 
egregio signor Tasca,
sappia che io ho memorizzato nel mio pc ben 24 files di sua opra, tuttavia tra questi i passeri non li trovai, purtroppo.
devoto
Mario
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#8    09 Giugno 2005 - 22:08
 
Caro tash
ma a te piace Kafka?
Non è scherzo.
Puck
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#9    09 Giugno 2005 - 22:18
 
Aggiungo con questa mia che per singolare e strambo fatto si può di nuovo impostare con i propri vecchi nick in Holdenforum!
Puck
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#10    10 Giugno 2005 - 03:36
 

Durante la carestia (una delle tante), poco prima della Grande Rivoluzione Culturale, in Cina, qualcuno obiettò che i passeri - decisamente più numerosi degli uomini - si stavano mangiando tutto il raccolto ancora prima che fosse mietuto.

Il Comitato Centrale del PCC - sotto l'occhiuta guida del Grande Timoniere -
decise che bisognava sterminare tutti i passeri e tutti si misero a proporre le loro soluzioni.
Non se ne veniva fuori quando uno scienziato di Shangai - Shu Lin - si alzò dal suo posto e disse che i passeri avevano un autonomia di volo di sole due ore.
Poi sarebbe scoppiato loro il cuore.

La domenica successiva tutta la Cina si mise per i campi con pentole, tamburi, bastoni, e sollevò un tale furioso baccano che tutti i passeri, spaventatissimi, si levarono in volo.

Dopo due ore - o poco meno o poco più - i passeri cominciarono a cadere coi loro
cuori esplosi.

Dio morì ancora una volta.
E chissà di chi fu il peccato.
E chi lo perdonerà.
'Stanotte ho sognato un passero.
Il suo cuore ha cominciato a nevicare e sono morto senza sapere se avevo ottenuto
il suo perdono.

utente anonimo

#11    11 Giugno 2005 - 08:02
 
Manca un pezzo. I passeri morivano cadendo verso l'alto, se ben ricordo.
utente anonimo

#12    11 Giugno 2005 - 10:53
 
Solitamente si ringrazia quando qualcuno ti fa un favore.
utente anonimo

#13    11 Giugno 2005 - 13:06
 
Va bene, grazie - ma tu non ti firmi e io non potrei ringraziare un xy qualsiasi.

Mancano però gli altri due pezzi in cui la vedova di Mao indossa i suoi Chanel e poi, effettivamente, i passeri cadono verso l'alto.
utente anonimo

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