Mario, alias Puck, ha scritto questo suo – per certi versi – sfogo o micropamphlet per dire come e quando e quanto il realismo abbia cominciato a scassargli le uova nel paniere e, paradossalmente (e poi dirò perché) cita il mio racconto sulle cipolle come una delle possibili messe in opera o via di fuga da questa sorta di camicia di forza.
Perché dico “paradossale”? Perché io mi considero uno scrittore assolutamente realista e, quindi, tutto sta a vedere che cosa si intenda per “realismo”.
Il che significherebbe, più o meno, riprendere in esame tutta la storia del romanzo (cui il “realismo” è strettamente legato) in Europa cosa già fatta da Moretti e cosa che io non saprei certamente fare e cosa che, certamente, è di difficile contenimento nelle poche pagine che qui dentro dedichiamo alle cose. Lo dico sempre: dovremmo reinventare i caffè letterari, i salotti, le dispute teologiche.
Diciamo che il realismo cova nel romanzo inglese del settecento e nel suo cugino francese fino alla definitiva consacrazione in Flaubert.
Tenete bene a mente questo nome perché poi mi servirà per fare stare assieme capre e cavoli e adesso passo a commentare – interlinearmente – il testo di Mario.
Ce l'ho un po' su col realismo
Da qualche tempo, anzi, forse da sempre, ce l'ho su col realismo:
sarà che si è riattizzata questa mia antipatia negli ultimi tempi leggendo proclami o manifestazioni di intenti realistici anzi impegnati,
>> Alt. Sempre assoluta cautela quando si usano gli strumenti – gli unici – del nostro mestiere: le parole. Per te, quindi, “realista” è sinonimo di “impegnato”? Non credo proprio. “Realista”è lo sguardo pulito e acuto sulle cose e – se impegnato è – è impegnato a mantenere fede a questa apertura. “Impegnato” è un tardissimo concetto post-seconda-guerra-mondiale in cui agli “impegnati” ( di solito comunisti o cosiddetti compagni di strada) il “realismo” sembrava non bastare più per combattere gli elzivirismi in cui sembrava loro che si fosse rifugiata la viltà a-fascista di quasi tutta la letteratura italiana o per combattere i tecnicismi stilizzanti sperimentali il cui culmine – e come tale evade dalla sua stessa categoria/gabbia - potrebbe essere Pizzuto senza contare quell’extra-large concettuale che è Gadda. Agli “impegnati” di allora sembrava, poi, che la “realtà” da descrivere fosse – zadovnovianamente – quella della classe operaia.
Bischeri! La realtà poteva anche essere quella di una tavola preparata per la festa senza nessuno attorno, perfettamente felice del suo biancore.
E così possiamo denunciare uno dei pregiudizi più duri a morire: che il grado di realismo sia determinato dalla cosa narrata (per cui Metello è reale ma il cavaliere inesistente di Calvino, no) – per cui il neorealismo è tale anche se gronda musica e melodramma da ognuno dei suoi porri ma Fred Astaire – che è la realtà della danza in décor mezzi matti per eclettismo: vedi la Venezia di marzapane di “Seguendo la flotta” - Fred Astaire, – o i “tempi perfetti” di Cary Grant – no.
da qualche parte forse su Nazione indiana, non so più, mi pare che la Benedetti( o era la Centovalli?) affermasse che il giallo ed il noir di questi tempi sono la massima testimonianza della realtà presente italiana.
>> Se così formulata, è decisamente tranché e mistificatoria. Però, come tutte le cose, anche le più sceme, contiene un briciolo di verità. Cosa ti dice una frase del genere? Anzi, cos’è? E’ una semplice presa d’atto. Noi/loro non sappiamo più fare che a questo modo. Chiunque l’abbia enunciata – a meno che non sia inpensante – sa benissimo che in altre epoche non è stato così anche se lo schema “giallo” è stato spesso alla base di molti romanzi importantissimi: uno per tutti: “Delitto e castigo”.
C’è anche un piccolo particolare tecnico che andrebbe rilevato. Di solito i romanzi/romanzi – quelli che non sono ingabbiati nel “genere”- parlano della “storia” ma, di solito, di qualche decennio prima (vedi “Guerra e pace”) non sono mai in presa diretta o degli istant-book.
Precisato ciò, trovo la frase “testimonianza (massima, poi!) della realtà italiana” francamente ridicola. Mi sembra di tornare al De Sanctis.
Si testimonia una fede, non una realtà.
Invece io credo che la narrativa in sé stessa sia sempre e comunque la testimonianza dell'epoca, checché si scriva, brutto bello cosìcosì, qualsiasi genere si pratichi, anzi io penso che si faccia sforzo inutile, improdutttivo, direi anzi contro l'arte stessa dello scrivere storie quando con artifici si manipola, si "carica" il proprio scritto pensando di influire "positivamente" sulla realtà; credo quindi che si producano sovente testi forzati.
Ne sono pieni gli scaffali degli anni '50 e '60.
Trovo tanto migliore un testo narrativo quanto più incosciamente attinge alle profondità dello scrittore: solo così sarà un testo profondamente testimone dell'epoca nella penetrazione di umori e sentire del secolo e nello strumento linguaggio.
>> In linea di massima sono d’accordo: i libri sono stomaci con gli occhi.
Mi sento inondato quotidianamente da notiziari mediatici, (che già poco ascolto) giornali, riviste assordanti che enfatizzano terrori, le paure, omicidi, stragi, epidemie che invadono il mondo ed anche la mia testa. Non capisco perché una scrittore debba, (dico debba, non possa) per essere testimone dell'epoca parlarci, narrarci di sbudellamenti, stragi, pervicaci complotti e meretricio continuo ed abusato.
>> Ovviamente,come dici tu, “debba” è un “dover essere” superegoico che non ha nessun senso. Basta chiedersi chi mai dovrebbe stabilire chi e cosa si “debba” raccontare. Ma se vogliamo dare un senso etico più radicale a questo “dovere” forse qualcosa che urge per farsi narrare lo potremmo anche cogliere. Ecco, dunque, l’unico “dovere” che conosco: quello della cosa che deve potersi dire tramite le parole che uso. E’ una spinta etica interna alla cosa, però, non personale.
Mi stufo maledettamente: penso che in fin dei conti sia facile imbastire storie così, basta prendere qualche giornale, fare un collage, un bel testo di medicina legale, uno di polizia scentifica ( ne ho anch'io tre…) e vai col liscio se ci hai un po' di stile. Sovrabbondano, a mio modo di vedere storie sanguinosissime e vomitevoli e ciò mi fa pensare che valga nella narrazione quanto già vale nel giornalismo: vendono di più le forti e primitive emozioni: paura e l'orrore, poiché sembra invalso che uno compra il libro per sentirsi terrorizzato, farsi venire i brividi e nausearsi di questo mondo e poi dire: questa sì che è una vera testimonianza dell'epoca.
>> Qui, Mario, fai un po’ di confusione. Quel tipo di narrazione, non a caso, la si dice di “genere” e non sarà un caso neppure che i più grandi tra coloro che vi appartengono o se ne sono un po’ vergognati (vedi Simenon che considerava vera scrittura solo i suoi grandi romanzi – prendendo un grosso abbaglio: il suo Maigret è “un” unico grande bellissimo romanzo) o ne sono usciti fuori usando il pedale dell’acceleratore: vedi Ellroy che ora praticamente scrive romanzi sulla storia del suo paese, sul periodo kennedyano, soprattutto (vedi? Il salto di qualche decennio all’indietro …).
Ovvero siccome il mondo è brutto, noi scrittori ve lo ridiciamo, se non avete capito bene: forse credevate di vivere con Biancaneve o il Gigante buono?
Mi pare a volte che senza dirlo qualcuno risfoderi, consapevolmente o meno l'estetica lukacksiana o togliattiana e affibi per l'ennisima volta allo scrittore una missione: educate il popolo, siate fedeli all'epoca, realisti e lavorate per la causa degli oppressi, mostrate quanto son brutti, sozzi i potenti e quanto complottano.
Guarda caso già da ragazzo invece mi piacevano le parabole, poi i poemi eroicomici, Pulci e pure Ariosto, Rabelais mi faceva impazzire, fino ad arrivare alla grande stagione degli illuministi con Defoe, Swift, Fielding, Diderot, Voltaire e le loro storie allegoriche o metaforiche. Guarda caso Calvino con i suoi "antenati" già sapeva dove attingere; mi è molto più cara e mi pare universale la sua lezione del reale di quella di altri suoi contemporanei; in fin dei conti anche Pasolini da Accattone poi passò al mito per meglio aderire ad una poetica pure moralista, se volete, e parabolizzarci così profondamente il mondo moderno.
Per di più in questi anni abbiamo a iosa pure di altri realismi, basti pensare ai "rialitìsciòu" che a destra ed a sinistra impazzano sulle pestilenziali tivvusioni italiane, quasi che la "gente" necessiti di uno ulteriore specchio ributtante di sé stessa: sparatemi gente al cesso nel letto mentre si gratta si corica si alza si tira il naso il pelo l'insulto la mela marcia etc.
>> Tu dirai che voglio fare il bastian contrario ma trovo molto interessante che sia andato a scovare la parola “realtà” in realityshow. Si potrebbe dire che l’occhio alla Robbe-Grillet o persino quello di Flaubert – se portato alle sue estreme conseguenze – arriverebbe a tanto? “To show”, in fin dei conti, prima che dar spettacolo, vuol dire “mostrare”. Puntare il dito. Ma qui il discorso si fa troppo complicato e le forze scemano.
Uno potrà dire: ma che vuole questo? E' un vecchio nostalgico buonista del cazzo!
Può darsi, ma sono stufo: datemi una metafora, una allegoria ben scritta, nuova, alta sottile. Datemi delle invenzioni, non le solite storie ritrite del quotidiano.
Ho comprato Perceber di Colombati, ne ho letto brani: grazie a lui siamo in un tempo "altro" e paradossale; il macchinario scenico forse è eccessivo come in una pièce teatrale ove la scenografia sovrasta la recitazione ma mi piace il nuovo tentativo, la via del grottesco. Pure ieri mi consolai leggendo un gran bel racconto, acuto, profetico, leggero ed amaro, sul blog del mio amico Gino Tasca: http://lordchandos.splinder.com/; il titolo è "Fiaba senza senso n. 1 in cui si parla di cipolle, polli e manna."
Così vedo che qualcuno cerca e sente e pratica altre direzioni.
Mario Bianco
>> E questa è la parte più divertente dove io mi trovo – non incolpevolmente – a vestire strani panni. Per fortuna mi sono lasciato Flaubert nella saccoccia di riserva..
Lui disse che voleva scrivere un libro fatto di “niente” il cui unico contenuto fosse il suo stile.
Ma lui è la pietra su cui un cristo realistico ha costruito la sua chiesa.
Ecco, lui non si faceva di questi problemi.Poteva descrivere la bile verde che esce dalla bocca di Emma avvelenata e pensare a scrivere un libro fatto di niente.
Capito, vero? Un libro fatto di niente.
Si possono essere molte cose allo stesso tempo.
Occorre che precisi quanto – per il momento – io non sia né l’una né l’altra? Ci provo.