Gli chiesi se voleva che dormissi sul divano, di là, nel salotto ma lui non diede segno di aver sentito la mia domanda continuando a sorridere e a tenere le palpebre chiuse.
Perciò scelsi di prendere un affitto una stanza in una pensione molto decorosa, dove mi preparavano anche dei buoni pasti senza pretese ma cotti con cura.
E cominciarono, così, quei lunghi mesi che sarebbero terminati con la sua morte.
La Sghemba capì subito che non c’era più alcun posto per lei: avevo definitivamente vinto la partita e – pur continuando a venirlo a trovare ogni sabato – accettò il fatto compiuto: ora più nessuno poteva scalzarmi dal mio posto di Grande Infermiera. Me ne stavo nel salotto della suite e di lì controllavo tutto e concedevo tutti i permessi e i visti necessari. Doganiere, console, guardia di confine, angelo custode.
Dormivo pochissimo perché quando tornavo alla pensione, verso mattina, lì, nella pensione, cominciavano le pulizie ed era già tanto se riuscivo a dormicchiare un paio d’ore dalle dieci a mezzogiorno. Poi tornavo in clinica e non c’era più verso di fare niente. Perché Isaia dormiva, sì, ma pochissimo. Una diecina di minuti per volta e poi suonava e dovevo precipitarmi da lui per versargli da bere o per cambiargli il cuscino diventato troppo caldo e per coprirgli le gambe con il lenzuolo e stando ben attento a piegarlo perfettamente se no si irritava e pesticciava sul letto con i suoi pugnetti ed era capace anche di mettersi a frignare. Invece, per cambiarlo – dopo che avesse fatto cacca o pipì – chiamavo un infermiere.
E poi dovevo dargli da mangiare o leggergli le quotazioni dei titoli di borsa o i risultati delle corse dei cavalli.
“Potremmo collegarci con il canale tv delle corse” gli avevo detto una volta. Non mi aveva risposto e io lo avevo fatto. E – da quel giorno, quando non dormiva – passava praticamente la giornata guardando tutte le corse possibili: Hong Kong, Atlantic City, Napoli, Bolzano, Parigi, Londra, Buenos Aires. Persino la corsa reale delle Isola Tonga.
Alla fine smisi di andare su e giù dalla pensione e mi trasferii in salotto. Senza chiederglielo. Cosa avrebbe mai potuto fare, mi chiesi. Mandarmi via? Lo facesse pure. Dove avrebbe trovato un servo così ubbidiente? Uno che – in fin dei conti – l’amasse in questo modo.
Sono sicuro che se mi avesse potuto leggere nel pensiero – come sempre aveva fatto – mi avrebbe schiaffeggiato. Non avrebbe detto nulla. Sarebbe solo violentemente arrossito e mi avrebbe schiaffeggiato. Due schiaffi, sciaff e sciaff, a destra e poi a sinistra. Come un’ordinazione. Sempre più convinto che io ero il suo fallimento necessario. Aveva pronta la cassetta sacramentale di pronto-intervento e vi annaspava dentro a casaccio: cosa mai poteva servire per questo servo asinino, cocciuto, intaccato in maniera quasi irreversibile dal falso amore? La chiave inglese della confessione? Mmm, secondo lui non ero neanche in grado di riconoscermi come peccatore: troppo fariseo, diceva. Il cacciavite del matrimonio? Nooooooo! E sarebbe scoppiato a ridere. Una sessualità troppo complicata e decisamente basculante. Il dado e la vite dell’eucarestia? Sìììììììììììììì! Come offrire caviale ad una mensa della Caritas. Per il martello-estrema unzione bisognava aspettare che io fossi lì lì per crepare anche se, avrebbe aggiunto, con te, piccolo mona, bisognerebbe invertire le cose: ungerti dell’olio della morte prima che tu nasca e battezzarti alla fine, per farti nascere davvero.
Fatto sta che io, il servo stupido, mi installai nel salotto che non era poi neanche così piccolo e aveva – lo scoprii con mio grande piacere – un piccolo bagno con doccia separato, e non mi mossi più di lì. Non avrei saputo dove mettere i miei pochi vestiti ma, per fortuna, all’interno di questo piccolo locale c’era una sorta di nicchia scavata nel muro che usai come armadio. C’era anche un piccolo angolo cottura con un fornello a due fuochi più che sufficiente per preparare del buon tè e anche qualche cosina da mettere sotto i denti, i miei denti.
Quando Isaia intuì che mi ero trasferito armi e bagagli in clinica, me lo fece capire con uno sguardo dei suoi occhi albini così arreso che quasi mi misi a piangere. Voleva dirmi, sono nelle tue mani, adesso e tu puoi fare di me quello che vuoi ma ti prego, ti prego, ti prego, non lasciarmi neanche per un attimo.
Un pomeriggio, infatti, che avevo deciso di andare a visitare il Museo P****, che possedeva una delle più belle raccolte di Giacometti e non glielo avevo detto, quand’ero tornato, mi si era fatta incontro, nel corridoio, la capo-sala e mi aveva rimproverato severamente. Isaia – risvegliandosi da uno dei suoi assopimenti – aveva suonato e gli si era presentato l’infermiere cui avevo passato le consegne per quel paio d’ore. Un omone che quasi toccava lo stipite della porta con la testa e delle spalle da scaricatore e che io chiamavo Ursus. Isaia aveva cominciato a tempestare le coltri di pugni ed era diventato paonazzo e mugugnava isterico e Ursus non aveva potuto far altro e aveva chiamato la capo-sala che era riuscita a stento a capire di cosa si trattava. Perché Isaia faceva strane facce interrogative e biascicava “oè?” “oè?” “oè?” e la capo-sala che era una donna piuttosto sveglia aveva capito che le chiedeva dove io fossi.
Da quella volta – era passato poco più di un mese dal ricovero e non mi ero mai concesso un minuto di tregua – non uscii più dalla clinica se non per passeggiare una diecina di minuti nel parco o per comperare il tè quando finiva o noleggiare, giù, nell’atrio, qualche cassetta.
Avevo la mia TV, per fortuna e non ero costretto a guardare con lui, tutto il dannato giorno, corse di cavalli o altre cose del genere.
Di notte, poi, potevo dormire sei, sette ore di fila perché, curiosamente, lui se ne stava sveglio ma sembrava non avere bisogno di nulla e se aveva bisogno di qualcosa, suonava il campanello che squillava direttamente nella sala infermieri. Di solito era per fare la pipì. Passava la notte a guardare televendite di tutti i tipi. Tappeti, batterie di pentole, coperte, materassi, batterie di coltelli, frullatori, creme sciogligrasso, arnesi ginnici. Ogni tanto mi svegliavo perché dovevo orinare o per bere dell’acqua e accostavo l’orecchio per sentire cosa facesse (la porta di comunicazione era sempre aperta). E mi sembrava che dormisse con la TV accesa ma poi lo sentivo che tossiva o si spostava o ridacchiava e capivo che se ne stava lì, con un sorriso beato sulle labbra a godersi cuochi che tagliavano à la julienne carote o cetrioli.
I medici – per loro stessa ammissione – non ci capivano nulla.
Isaia non aveva nessuna lesione cerebrale e ad ogni tipo di esame risultava perfettamente sano. Qualcuno buttò lì il vecchio termine di “isteria” ma tutti gli altri sbuffarono irritati. Tanto valeva dire che si trattava – disse uno di loro particolarmente spiritoso – di un miracolo all’incontrario.
E non sapeva quanto – secondo la mia umilissima opinione – fosse andato vicino al vero.
Fatto sta che non c’era nessun motivo fisiologico per cui Isaia non riuscisse a camminare e niente giustificava il fatto che non riuscisse più né a parlare né a scrivere.
In un primo momento si era pensato che non capisse neppure quello che gli veniva detto ma fu facilissimo accorgersi che le cose non stavano così. Anzi, fui io a scoprirlo, il secondo giorno dopo il suo ricovero.
Stavo leggendo qualcosa quando mi sentii pesare addosso lo sguardo di Isaia e mi girai dalla sua parte e così lui si mise a biascicare qualcosa che io, ovviamente, non capii facendolo infuriare al punto da mettersi a pesticciare le coltri con i suoi piccoli pugni, ripetendo quello strano insieme di suoni.
“Maestro, non capisco.”
Lui mi guardò fisso negli occhi chiedendomi disperatamente qualcosa.
“Vuole bere?”
Scosse violentemente la testa, e fu lì che mi resi conto che era in grado di capire perfettamente quello che gli veniva detto.
“Quindi lei capisce quello che le diciamo …”
Fece di sì con la testa.
“Quello che vuole è qui nella stanza? …”
Scosse la testa irritato.
“E’ una cosa che devo fare? …”
Fece il gesto di aprire qualcosa, di spalancarla.
“Vuole che apra la porta-finestra? E’ questo che vuole.”
Fece di sì, spossato.
Col passare dei giorni e poi delle settimane fu chiaro, invece, che non sapeva più né scrivere né parlare in maniera coerente.
Gli misi in grembo – mentre se ne stava sdraiato in terrazza, con una leggerissima coperta sulle ginocchia – un grosso blocco di fogli bianchi e gli chiesi
“Maestro, pensa di ricordarsi come si scrive?”
Mi guardò con un angolo della bocca che sorrideva ironico mentre l’altro restava paralizzato il che – visto che lui paralizzato non era – era un’impresa degna di un contorsionista (se frutto di un volontario imbroglio o di autosuggestione, poi, questo non sono mai riuscito a stabilirlo anche se io opto decisamente per la seconda ipotesi: che motivo avrebbe avuto per imbrogliarci?)
Prese la matita e cominciò a scrivere qualcosa. Mi stavo entusiasmando: se fossimo riusciti a guadagnare anche quel mezzo di comunicazione, il grosso dei nostri problemi si sarebbe risolto. Ma quando potei osservare quello che aveva “scritto”, restai profondamente deluso. Aveva scarabocchiato dei segni che sembravano un misto di caratteri cuneiformi fioriti in ideogrammi e poi spalmati in accenni di arabo con alcune lettere cirilliche e alcune latine sparse in mezzo. Qualcosa di molto simile ad un quadro di Paul Klee mischiato ad una stenografia personalissima e segreta.
Quando avevo risollevato gli occhi dal foglio, avevo rincontrato il suo sguardo che sprizzava gioia come quello di un bambino che ti abbia fatto dono di un foglio con una matassa indistinta di colori dicendoti che quello è il giardino di casa con la luna e alcuni lupi in fondo e anche un accenno di fate e streghe che mangiano un plumcake.
E – per quanto riguardava la parola – le cose andavano, se possibile (e non era affatto possibile) ancora peggio. Sembrava aver conservato soltanto alcuni frammenti e ampiamente deformati e senza che fosse assolutamente possibile capire in base a quale criterio proprio quelli si fossero salvati dalla catastrofe.
Eccone lo scarno catalogo.
“Dov’è?”. Che era diventato un “oè?” aconsonantico e puerile e che ripeteva spessissimo nel bel mezzo di qualsiasi discorso. Tu gli chiedevi, maestro vuole bere del succo d’arancio e lui ti diceva “oè?”. Oppure gli raccontavi di come Pietro Servile si fosse suicidato sparandosi con un fucile da caccia in bocca e lui se ne usciva con questo suo “oè?” irritante. E scrutava in giro per la stanza come se il succo d’arancia e Pietro Servile – fossero lì, nascosti dietro le tende e poco dopo se ne sarebbero usciti facendogli cucucià.
Alcune bestemmie. E questo era veramente strano. La parola “dio” era pressoché assente dal suo vocabolario: né la diceva, né la scriveva. Sarebbe stato inutile, mi disse, una volta. Chi ha dio sulla bocca non ce l’ha nel cuore. E aveva aggiunto: non conosci questo proverbio, mio piccola mona? … Io avevo fatto di no con la testa. Oh, sei proprio senza speranza. Sai tutte le cose ma sempre quelle sbagliate. Definitivo e spiritosissimo, come sempre.
Ecco, quest’uomo, ora, all’improvviso scoppiava in una raffica di “diane” e “cordio” “diottuto” e poi si abbandonava sui cuscini sfinito, direttamente uscito dalla lotta con l’Angelo e con uno strano sorriso sulle labbra come se gliel’avesse fatta vedere a qualcuno. Mancava solo che gli dicesse – a dio – tiè. Buffo, no?
E poi gli erano rimasti alcuni nomi di cibi e alcuni nomi propri, alcuni di facile comprensione (“troravia” per Alberto Moravia o “toelli” per Tondelli) altri, del tutto ignoti: chi era la misteriosa entità femminile che corrispondeva a questo gruppetto di suoni, “iarchi”?
E, ancora, alcune frasi di pura glossolalia.
Come quella volta che si diede una grande manata sulla fronte ed esclamò
“Purim wunderlich without nihil.”
Io sapevo solo che “purim” era una festività ebraica. Quindi avrebbe detto “Purim meraviglioso senza nulla.”
“E’ così, Maestro? E’ questo che ha detto.”
Lui rise beato e mi disse “oè?” guardando in giro per la stanza come se il Gran Sacerdote del Tempio fosse lì, lì per scoperchiare l’Arca.
“Oè?”.
Dopo otto mesi di clinica, i suoi conti bancari risultavano pesantemente intaccati ed io avevo dovuto vendere – rimettendoci un buon 20% - tutte le sue Telecom per pagare l’ultimo bimestre e avere i soldi necessari per tirare avanti altri sei mesi. Poi non avrei più saputo come cavarmela. Avevo anche preso, senza parlargliene, quest’altra decisione: per quell’anno, niente beneficenza - che i poveri si arrangiassero senza di noi o facessero come i gigli del campo …
Ero sceso giù, nel parco, e stavo pensando a che senso avesse rimanere lì quando incrociai il direttore che mi disse come – nonostante il piacere che gli poteva procurare l’avere un ospite così famoso (che ruffiano!) – Isaia avrebbe potuto essere curato ed adibito, tranquillamente, a casa sua, a Venezia. Non era dipendente da nessuna macchina particolare e non era soggetto a nessuna particolare cura che non fossero le iniezioni anti-trombosi che si facevano a chiunque stesse fermo, bloccato in un letto.
Dissi che ci avrei pensato e quel pomeriggio stesso ne parlai a Isaia.
“Maestro, ho parlato con il direttore …” guardai fuori dalla finestra, imbarazzato, come se stessi per confessare che la teiera era caduta per terra andando in mille pezzi. “lui dice che non vede più nessun valido motivo per cui lei debba restare qui. Secondo lui può avere le stesse cure a Venezia, a casa sua – che ne dice?”
Non era una domanda cui lui potesse rispondermi e, infatti, non mi disse nulla e mi guardò spalancando gli occhi come a dire, vai avanti.
“Cominciano anche a non esserci più troppi soldi.”
Si rattrappì su se stesso, spaventatissimo.
“Non abbia paura. Non siamo ancora in miseria. Ma rientrare a Venezia dove le uniche spese aggiuntive sarebbero quelle di un infermiere …”
Mi interruppi, folgorato da un’idea improvvisa.
“Che ne dice? Potrei offrire il posto ad Ursus …”
Sorrise felice e scattò in una serie di “oè?”.
“E anche questa è fatta – se accetta, ovviamente … dicevo che rientrare a Venezia ci farebbe risparmiare un bel po’ di soldi. Tenga presente che ora lei non è più in grado di lavorare e che dovremo tirare avanti consumando i redditi che le procurano l’allevamento e le campagne che non sono andate a sua sorella Isolde e gli altri suoi investimenti in fondi e azioni varie. Qualcosa, credo, dovrà pure venderla.”
Respirai a fondo. Ora avrei dovuto dirgli della beneficenza e non ne avevo il coraggio ma mi feci forza.
“Ho ricevuto il rendiconto dell’allevamento e ho provveduto a trattenere i due terzi che lei avrebbe destinato alla beneficenza. Non ci potevamo permettere nulla di simile, quest’anno. Mi creda.”
Quel “ci” doveva averlo sconvolto. Teneva la testa girata dall’altra parte, verso la parete con il piccolo comò bianco e lo specchio. Poi, senza guardarmi, fece scattare il braccio sinistro, a manrovescio, e mi colpì sulla guancia, fra il naso e le labbra. Aveva poca forza e non mi avrebbe fatto nulla se non avesse avuto il suo anello al dito e fu con quello che mi procurò un piccolo taglio al labbro da cui cominciai a perdere del sangue.
Pensai che l’avrebbe pagata – avrebbe pagato anche questo anche se non sapevo proprio come (forse, scrivendo questa cosa che ho per le mani adesso?) e me ne andai nel mio piccolo bagno dove tamponai la ferita con un pezzo di Scottex intriso di acqua fredda. Avevo lasciato che scorresse un bel po’ perché gli restasse tutto il tempo necessario per godere del suo trionfo.
Quando rientrai mi accolse festoso con una salva di “oè?”. E io sorrisi.
Gli chiesi se avesse voglia di dormire un poco e lui mi fece segno di sì con la testa e, quindi, tirai giù la persiana e tirai le tende di pesante velluto color amaranto andandomene, subito dopo, in punta di piedi dopo averlo rimboccato e chiudendomi la porta alle spalle: ma non completamente. Se l’avessi fatto si sarebbe messo a frignare.
Poi mi sedetti sulla piccola poltrona di vimini con un grande cuscino regalatomi dalla Sghemba (lo so: sembra impossibile ma dopo essere stata sconfitta, non mi trovava più così repellente). Stava quasi incastrata tra il cucinotto e la finestra e – lì seduto - mi misi a pensare all’enorme quantità di problemi pratici che avrei dovuto risolvere, cercando di organizzarmi per il meglio e tenendo presente che non potevo più contare sull’aiuto di nessuno e che tutto avrebbe dovuto essere pagato in contanti. Gli “amici”, dopo un paio di mesi, erano spariti dall’orizzonte. Isaia non era più il titolare di una temutissima rubrica su “L’espresso” e non faceva più paura a nessuno anzi, sono sicuro che molti avevano brindato. L’unico che veniva a trovarlo ogni quindici giorni era Claudio A. ma questo, forse, aveva a che fare con il suo impegno a Lucerna, con la nuova orchestra. Gli altri erano venuti una o due volte e poi si erano limitati a telefonare ad intervalli sempre più distanziati e con un tono di voce sempre più burocratico e leggermente annoiato – come sta? Mangia? Dice qualcosa? Cosa vi serve? ... E poi più niente.
E finii con l’addormentarmi.
Due settimane dopo, saldati i conti con la clinica e salutato tutto il personale (Ursus aveva accettato la nostra proposta e faceva parte della comitiva), una mattina, prestissimo, alle cinque e mezzo, partimmo con una Mercedes familiare presa a nolo presso la Herz. Io guidavo e Ursus stava seduto al mio fianco. Isaia se ne stava sul sedile posteriore molto reclinato con una coperta sulle ginocchia nonostante fosse giugno inoltrato, e dormicchiava quasi sempre. Si svegliava, più o meno, ogni mezz’ora e grugniva e allora Ursus si girava e gli chiedeva se volesse bere o essere sistemato meglio o fare la pipì (avevamo un pappagallo con noi). E poi faceva la cosa che l’altro gli aveva chiesto, con naturalezza e sempre con un lieve sorriso sulle labbra.
Apprezzavo molto la tranquillità con cui Ursus faceva fronte ad ogni evenienza senza farsi prendere da inutili angosce e trovando sempre la maniera di risolvere ogni problema. Mi acquietava, mi rendeva più ospitale e calmo come se Isaia fosse stato un simpatico cagnolino e Ursus il suo dog-sitter. Per quattro-cinque ore (il tempo che ci sarebbe voluto per arrivare a casa), potevo distendermi e pensare solo alla guida, scambiando qualche parola con Ursus come se Isaia non ci fosse. O quasi.
Ursus mi raccontò di sua sorella che stava in una clinica per schizofrenici a *** e di sua madre che si era uccisa con il gas, a casa loro, quando lui aveva quindici anni. Era rientrato da scuola e l’aveva chiamata ed era corso in cucina con una fame da lupi (frase fatta, frase fatta, frase fatta – dice Isaia: forse che qualcuno sa com’è la fame dei lupi? E forse che qualcuno l’ha paragonata a quella – che so? – dei trichechi o degli altri canidi? …) scoprendola lì, per terra, con lo sportello del forno della cucina a gas aperto e tutt’ora sibilante. Si era precipitato alla finestra con un fazzoletto sulle labbra e sul naso e aveva spalancato le imposte, buttandosi fuori con tutto il busto per respirare aria pulita e già piangendo disperato.
Mi raccontava queste cose come se fossero capitate a lui e – allo stesso tempo - non a lui. Aveva stile, ecco, devo proprio dirlo, aveva uno stile senza sbavature come quei musicisti che non hanno mai visto un rigo eppure hanno l’orecchio assoluto e sanno intonare perfettamente qualsiasi nota.
E non si aspettava niente da me in contraccambio, nessuna confidenza speculare. Non mi fece, infatti, nessuna domanda che mi riguardasse e dopo un po’ che avevamo passato il grande raccordo anulare di Milano, si assopì contro il finestrino – per una ventina di minuti perché poi il “nostro” signore si mise a grugnire e si dovette interpretare cosa mai volesse: era il pappagallo, questa volta e bisognò fermarsi alla prima piazzola per fargli fare la pipì.
Poi ci fermammo per mangiare un boccone: all’autogrill di Desenzano, portando con noi Isaia, sulla sua nuova sedia a rotelle elettrica che aveva tutta una serie di comandi sui braccioli e delle grosse e tozze ruote più simili a quelle dei pattini che alle grandi ruote da ciclista tipiche dei vecchi modelli. L’avevamo provata proprio il giorno prima di partire e Isaia era scoppiato in una serie di “oè?” giubilanti e si era messo a premere i bottoni l’uno dopo l’altro piombandovi addosso – vista la sua miopia – come se li sapesse leggere. Poi, per fortuna, se ne era stancato come un bambino di un nuovo gioco e aveva lasciato che Ursus si prendesse cura della cosa. E, ora, lo guidava sul piazzale e su per la salita ricoperta di gomma a piccole bugne, usando la tastiera che stava sul retro dello schienale: esatto duplicato dell’altra.
Ci sedemmo intenzionati ad ordinare un bel po’ di cibo - erano quasi le due del pomeriggio e sia io che Ursus avevamo una gran fame – ma non prima di aver chiesto ad Isaia cosa volesse, leggendogli il menù ed escludendo le cose che già sapevo non erano di suo gradimento. (Se non lo avessi fatto, mi avrebbe tenuto il muso per tutto il pomeriggio, frignando ad intervalli regolari e rispondendo con un alzata di spalle se gli avessi chiesto che cosa avesse.)
Era diventato golosissimo e dovevo frenarlo se no avrebbe mangiato almeno due o tre volte la stessa portata, chiedendomi – dopo aver spazzolato il piatto – “oè?” che stava per “ancora”, “dov’è un altro po’ di cibo come questo”.
Anche se – devo confessarlo – non era ingrassato di un grammo. Anzi. Gli era quasi sparita la pancia come se si fosse sgonfiata.
Il cameriere che attendeva l’ordinazione, ovviamente, se ne stava in piedi al mio fianco e non mi fu facile fargli capire che non doveva starsene lì impalato. Trovai che dovevamo pensarci e gli dissi che lo avrei richiamato.
Potevo, forse, farlo assistere allo spettacolo di me che dicevo “bistecca alla fiorentina” e Isaia che scattava su a dire “oè?” che voleva dire, sì, vada per la bistecca alla fiorentina?
Lo richiamai solo quando potei fornirgli un’ordinazione sensata: consommè (per quello andava ancora pazzo), una bistecca alla fiorentina di almeno quattro, cinque etti, dell’insalata con cipolla e ravanelli e una doppia porzione di sacher.
Ma – mentre stavo per ordinargli le nostre consumazioni – sentii una voce alle mie spalle che guaiva … sì, guaiva: un misto di moina, di uggiolio, di servilismo … dicendo
“Isaaaaaaia???!!! Isaaaaaaia Greco?! … E’ lei, Maeeeeeestro? Non ho le allucinazioni, vero?”
Mi voltai a guardare chi fosse questo maledetto scocciatore (e intanto feci segno al cameriere di portarci le poche cose che ero riuscito ad ordinargli e che avrei completato l’ordinazione dopo) mentre Isaia si limitò ad alzare lo sguardo: lui era di fronte a me e, quindi, lo scocciatore se lo ritrovava davanti, d’emblé e in cinemascope.
Era il Grande Alberto. Oh oh oh, pensai.
Il tavolo era per quattro ma lui non aspettò che gli si offrisse da sedere cosa che – per altro – avrebbe potuto attendere fino al giorno del Giudizio Universale. Si sedette e basta.
E – per un po’ – rimase fermo in una posa da tableau vivant. Il capo lievemente reclinato con grazia sulla destra, un sorriso amabile, gli occhi socchiusi perché dietro Isaia c’era una grande vetrata che dava sul parcheggio ed era mezzogiorno e l’aria tremolava per il gran caldo e per i gas di scarico e il riflesso lo accecava.
Indossava un completo di lino bianco e una camicia bianca, di cotone, senza cravatta ed io pensai: mica sei alle Bahamas, idiota.
“Lei si ricorda, Maestro …” occorre precisare che diceva “maeeeestro”, strascicandolo come fosse il corpo di Ettore dietro al carro di Achille e con l’aria di dire, sì, maestro del cazzo! … Occorre? …
“…ricorda, vero?, quel mio romanzo …”
Ma cosa ti aspetti, stronzo? – pensai - che ti risponda? Non l’hai letto su tutti i giornali – perfino nel tuo giornale – che non parla più con nessuno?
“Sì, sono certo che lei se lo ricorda perfettamente.”
Si girò verso il parcheggio incuriosito da un pullman di giapponesi – o così, almeno, sembrava.
“Lo hanno tradotto un po’ da per tutto e ne sono state vendute duemilioni di copie.” Disse duemilioni abbassando vistosamente il tono della voce e affrettandosi come se provasse, sul serio, una qualche forma di imbarazzo.
Guardai Isaia. Fissava un punto imprecisato tra il piano del tavolo e il petto dell’altro. Sempre con quel suo lieve sorriso sulle labbra e un filo di bava che gli colava dall’angolo sinistro della bocca.
Cosa potevo fare? Umiliarlo pulendolo? Lasciare che l’altro lo vedesse e ne trionfasse? Fu Ursus a risolvere la faccenda con la sua solita naturalezza, alzandosi e pulendolo come se questa fosse la cosa più scontata del mondo, accompagnando il gesto con poche parole sussurrate, qualcosa come “signore, adesso la pulisco io”.
“Dovremmo mangiare … se non le spiace.”
Ero io che parlavo e - devo ammetterlo – ne fui stupito io per primo.
Per qualche secondo sembrò che il Grande Alberto non si rendesse ben conto da dove provenivano quei suoni o che lo fingesse ed io propendo per questa ipotesi. Dannato istrione!
“Dovreste mangiare, eh sì, me ne rendo conto … E’ una cosa che tutti fanno, vero? … mangiare, viaggiare in macchina, incontrare graaaaandi scrittori di cui non si è capito un cazzo …”
Sembrava parlare a se stesso ma, all’improvviso, gli si illuminarono gli occhi. E si alzò di gran fretta, facendo quasi cadere la sedia e sussurrando un “aspettatemi qui, non andate via … torno subito …”.
Era già a metà del percorso (ma dove stava andando, per dio!) e corricchiava quando si rigirò indietro, preoccupatissimo, facendoci segno con le mani che non andassimo via, che restassimo lì ad aspettarlo.
Mi sarei aspettato che Isaia sbottasse nel suo solito “oè?” ma non lo fece. Teneva le mani in grembo, l’una sull’altra, e sorrideva quieto come se si aspettasse qualcosa di nuovo e curioso ma anche di dannatamente serio. Ursus aveva cominciato a mangiare e – anch’io – stavo per ficcarmi in bocca la prima forchettata di pasta (solito salmone, solita panna, solita mediocritas) quando vidi apparire da dietro una colonna il Grande Alberto. Camminava un po’ ripiegato su se stesso o, meglio, curvo – come a proteggerla – sulla cosa che teneva tra le mani. Un pacchetto di carta – di quella carta grigiastra con cui ci si asciuga le mani. La teneva sul palmo della mano sinistra e – con la mano destra – vi posava sopra una salvietta intatta e ve la premeva come se potesse scivolargli via.
Fu lì lì per scontrarsi con un signore che aveva appena fatto il pieno con il suo vassoio al self-service ma poi riuscì a raggiungerci senza danni di alcun tipo.
Si fermò al nostro tavolo, leggermente affannato (era molto ingrassato dall’ultima volta che l’avevo visto … a un qualche Premio Strega, due anni fa) e per un po’ non disse né fece niente. Poi, lentamente, sollevò la mano destra dal malloppo e – con delicatezza – levò la salvietta non ripiegata e, poi, sciolse la cocca del sacchetto: un elastico che aveva trovato chissà dove.
Era una cacca. Una sua cacca?
“Ecco. Vedi un po’, maestro” niente strascinamenti, ora, nel dirlo – anzi, quasi una fucilata “vedi un po’ cosa te ne puoi fare di questa …”
E se ne andò via, arretrando e senza guardarsi alle spalle, rischiando di travolgere altri clienti o i tavolini, accennando con la mano sinistra ad una benedizione.
Io rimasi pietrificato ma – devo confessarlo? – anche leggermente ammirato da una simile audacia.
E fu Ursus, come sempre, a risolvere la situazione. Come se la cacca fosse un torsolo di mela o un pezzo di pane, la prese, la riavvolse nelle salviette e si avviò verso le toilettes.
E - solo allora - mi decisi a guardare Isaia. Mi sarei aspettato che fosse arrossito, che frignasse, che si mettesse a battere i pugni sul tavolo e, invece, non capitò niente di tutto questo. Aveva conservato la stessa espressione di prima e non aveva mosso le mani da dove se ne stavano, nel suo grembo. Ma era diventato, improvvisamente, bellissimo. Non capivo. Apparentemente era tutto come prima e, quindi, perché a me sembrava tutto anche così diverso? Cosa gli era successo?
“Maestro? …” quasi sussurravo e sembravo un bambino intimidito che non osi interrompere una cosa che fanno i grandi, una cosa eccitante anche se non è sicuro di capirne il vero significato.
Non si girò dalla mia parte, conservando rigorosamente le mani in grembo e quel suo sorriso in faccia.
Non so perché lo pensai ma anche adesso non riesco a liberarmi di questo sospetto. Teneva gli occhi semichiusi, come se stesse dormicchiando.
Ed io pensai – che dio mi perdoni – che ci stava fottendo tutti.
Che lui era perfettamente in grado di parlare e che per un suo disegno segreto non lo faceva.
Tornò Ursus e Isaia girò la testa verso di lui sorridendogli.
Ma non era più il solito sorriso quasi ebete e- soprattutto – niente salve di “oè?” demenziali.
“Maestro, vuole che ce ne andiamo via? …”
Io e Ursus non avevamo praticamente mangiato nulla ma pensavo che Isaia si sentisse imbarazzato a restare lì dove tutti avevano assistito alla scena con il Grande Alberto anche se, difficilmente, avevano potuto intuire il contenuto del fagottino che quell’imbecille aveva deposto nel suo piatto.
Magari la puzza, pensai, ecco, magari quella l’avevano sentita. Io l’avevo sentita. … Chissà cosa diavolo aveva mangiato quell’enorme sacco di merda … Certo che – pensavo ancora – la merda era la cosa che produceva con più naturalezza …
E non mi accorsi che Ursus aveva già deposto Isaia nella sua sedia a rotelle.
“Mi scusi Ursus, stavo pensando che … Ha detto di sì? Ha detto che vuole andarsene? …”
“Sì, ha fatto di sì con la testa … ci fermeremo al prossimo grill. Mi pare di averne visto uno annunciato a venti chilometri. Dovremmo farcela per le due, prima che chiudano il self-service. Non ha mangiato nulla e fra poco potrebbe cominciare a frignare per la sua pappa.”
Ursus parlava di Isaia come se Isaia non ci fosse o come se non potesse sentirlo. Lo avevo già notato in clinica, un giorno, che se n’era uscito con un “il signore sembra un po’ tonto” mentre Isaia era nella terrazza e noi due nella sua camera.
Gli avevo fatto “sssssssstttt”, stizzito e poi avevo controllato la faccia di Isaia. Non stava dormendo ma sembrava non avere sentito nulla.
Che avesse ragione lui? Ursus, intendo. Forse, sul serio, bisognava fare come se Isaia non ci fosse.
Il resto del viaggio fu molto tranquillo.
Ci fermammo ad un grill successivo, prima di Verona e mangiammo alcune bistecche molto spesse e grosse e con del grasso ben rosolato, bevendo del vino rosso senza etichetta mentre Isaia se ne stava compostamente seduto sulla sua sedia a rotelle, sorridendo e guardando tutto quello che facevamo con grande curiosità, spostando solo gli occhi e con le mani in grembo.
Non sapevo che non avrebbe più detto nulla. Neanche i suoi “oè?” o le sue frasi prive di senso. Ma da quel giorno fino al giorno della sua morte non emise più alcun suono. Si limitava a fare segno di sì o di no con la testa o ad inarcare le sopraciglia per significare stupore – riuscendo a comunicare un bel po’ di sfumature con la mimica facciale. Ma niente più suoni.
A Venezia, dopo la prima settimana in cui, senza Ursus, sarei impazzito, tutto si sistemò per il meglio.
Avevo licenziato Toni Meneghello, quello che mi faceva da factotum. Mi era sempre risultato antipatico - malmostoso, maligno, invidioso, curioso, pieno di rancore, pettegolo e con le ascelle sempre sudate.
I soldi non erano più una quantité négligeable della cui esistenza si poteva essere certi come di quella di dio e io non potevo più pagare due stipendi: il suo e quello di Ursus. Glielo dissi e lui mi guardò con una certa aria insolente dicendo, solo: “Capisco.” Ma in quel “capisco” c’era – più o meno – questo: ah, ti sei stancato di farti fare il culo da quella vecchia checca – ora ti sei portato Big Jim in casa.
Mi sentii avvampare in faccia e mi girò la testa ma poi mi sistemai il nodo della cravatta anche se non ce n’era proprio bisogno e lo pregai di lasciare le consegne alla Tata, per le pulizie.
“E la liquidazione? …” fece.
“Non si preoccupi – le sarà versata il prossimo mese, con l’ultimo stipendio.”
“E gnente trucchi, mi raccomando.”
“Cioè?” ed ero, di nuovo, violentemente arrossito.
“Gnente, gnente … niente – stia ben attento a non sbagliarse … non se sa mai, no? I conti li ga sempre fatti eo e se el signor se fida me fidarò anca mi … me toca …”
Stronzo Arlecchino di merda! Capivo bene a cosa alludeva. Doveva aver pensato – da sempre – che rubassi. Come se non sapessi cosa lui faceva – d’accordo con quell’altra – in cucina o con la benzina del motoscafo o con molti degli oggetti preziosi che erano finiti in soffitta nel corso degli anni. Avesse potuto, avrebbe venduto anche le assi del pavimento o i coppi del tetto.
Mi stava offrendo – nello stesso piatto – un banale ricatto o una sordida complicità: se io non lo avessi fregato nessuno – mi diceva – avrebbe invaso le acque territoriali dell’altro.
“Non si preoccupi.” Gli risposi freddamente. “Avrà quello che le spetta.”
E sorrisi benigno - si vede che qualcosa dovevo pur averla imparata dal mio padrone perché, in realtà, stavo pensando, lo so io quello che ti spetterebbe, cialtrone: una dozzina di randellate su quella tua testa fatta ad uovo, cartillagginosa, gommosa come una palla. E, invece, sorridevo.
Simulazione e dissimulazione, caro, con questo il saggio sale, mascherato, sul proscenio del mondo – mi diceva Isaia. Già, dico io, già.
“Solo, mi raccomando, sia ben sicuro che Ursus impari a guidare il motoscafo.”
“Oh, queo! …”
“ “Queo”, cosa!”
“ El sa fare ben altre cose.”
“Scusi?! … Per esempio.”
“No vogio essere indiscreto.”
Era chiaro che lo odiava.
“Ecco, allora, per una volta non lo sia. Ursus è molto intelligente e sa fare un sacco di cose davvero e nessuna del tipo cui allude lei e non avrà certo difficoltà ad imparare come si fa.”
“Va ben. Posso andare?”
Gli feci segno di sì con la testa e quando fu uscito buttai fuori una gran quantità d’aria come se quel nostro dialogo tra servi fosse stato una puzza ed io avessi trattenuto il respiro per non riempirmene i polmoni.
Devo essere sincero? Io ero convinto che non saremo mai più usciti in giro con il motoscafo – ero certo che Isaia non lo avrebbe più desiderato. Ma, tuttavia, non potevo certamente rischiare che me lo chiedesse trovandomi a rispondergli che non c’era nessuno che sapesse guidarlo.
E, per fortuna, tutta la faccenda si risolse nel giro di una settimana alla fine della quale Ursus sapeva guidare il motoscafo con elegante nonchalance concedendosi alcune manovre che a me parevano quasi acrobatiche. Una volta, infatti, riuscì a scansare due gondole con una gincana disinvolta e sono sicuro – anche se lo vedevo di spalle – che sulla faccia gli era apparso un sorriso compiaciuto. Da bambino.
Mi sto avvicinando alla fine.
Dopo solo una settimana dal nostro ritorno, Isaia mi chiamò nel suo grande studio suonando il campanello che gli avevo fatto installare sulla scrivania appena il giorno prima. Lui se ne stava seduto sulla sua sedia a rotelle, rivolto verso le grandi bifore che davano sul Canal Grande e - quando entrai – non ritenne il caso di girarsi a guardarmi. Se ne stava con la testa rivolta ai palazzi sull’altra riva e al cielo morchioso che vi galleggiava sopra. Era una di quelle giornate di luglio che – curiosamente – sembrano ostinarsi ad imitare qualche loro consorella di novembre stendendo su tutto un’opaca e compatta coltre grigio pallidissimo. E faceva un caldo opprimente.
Mi spostai mettendomi davanti a lui ma – per ancora un mezzo minuto – fu come se lui mi vedesse attraverso.
Sapevo cosa dovevo fare ed estrassi di tasca un piccolo quaderno dove avrei preso nota delle cose che intendeva comandarmi.
Fin dai tempi della clinica avevamo messo su una sorta di cerimoniale dotato di alcuni codici con cui comunicare. Qualcosa di molto simile al gioco dei mimi. Sapete, no? Sta in questa stanza? E’ un oggetto? Dice messa a San Marco tutte le domeniche mattina alle sette? Dovevo, insomma, con tutta una snervante serie di domande, riuscire a circoscrivere il campo del suo interesse immediato.
E – se non lo facevo in fretta – si accigliava e stirava in giù gli angoli della bocca come se facesse “puah!”.
Lui aveva a sua disposizione, adesso, solo i movimenti della testa e delle mani e, naturalmente, la mimica facciale.
Anche se avevo già avuto modo di sorprendermi di che spropositato bagaglio di espressioni fosse dotata la sua faccia. Lui, proprio lui, Isaia che avevo conosciuto ed ammirato per la sua maschera di cera e quel suo eterno sorriso o – tutt’al più – per tutta le variazioni del disprezzo e del sarcasmo, ora, disponeva di mille sfumature incredibili, raffinate, quiete e molto molto cerimoniose.
Un attore cinese-bizantino – o qualcosa di molto simile.
“Desidera qualcosa, signore?”
Fece di sì e abbassò le palpebre sugli occhi scuotendo solo un po’ la testa come a dire: che domande!
“Qualcosa che deve fare lei?”
No, no.
“Ursus, forse? …”
Neppure.
“Io, allora.”
Ci sei arrivato finalmente - ma il “mona” sottinteso, quello neanche lui lo poteva mimare e forse neanche lo voleva (ultimamente era diventato molto più benevolo nei miei confronti).
“E’ qualcosa che devo fare proprio ora?”
Sì, certo.
“Vuole mangiare qualcosa?”
Scosse violente della testa, ma no, ma no – come ti passano per la testa certe idee?!
“Vuole che la porti a dormire.”
Come un bambino mi fece segno di sì ma - con le palme delle mani che spingevano l’aria – di aspettare un po’, calma. Voglio sì dormire – e portò le mani unite a preghiera lungo la guancia – ma qui. Indicò il pavimento più volte e vi battè sopra con il piede, indispettito. Qui, qui, brutto macaco. Voglio dormire qui.
“Vediamo se ho capito, signore … lei vorrebbe dormire qui, nel suo studio. E’ così? …”
Sì, certo - ce l’hai fatta finalmente.
“Potrei farla stendere sul divano ma ho paura che scivolerebbe e potrebbe farsi male.”
Scosse la testa più volte, freneticamente.
Poi avevo capito la sua disperazione: gli restava ancora da ficcarmi in testa che – da oggi - avrebbe dormito lì, per sempre. Sulla sua vecchia brandina da campo (sì, ha dell’incredibile ma quell’uomo era stato anche un brillante ufficiale nella campagna di Russia). E, probabilmente, disperava di riuscire a farsi capire.
E come dargli torto? Come tradurre in gesti un concetto come sempre?
Fatto sta che, alla fine, riuscii a scrivere tutte le cose che mi aveva comandato (prendere la sua vecchia brandina militare – metterla al centro del suo studio, davanti alla scrivania – chiudere le imposte anche durante il giorno) e – in giornata stessa – andare in soffitta con Ursus a prendere quel vecchio oggetto con la stoffa ammuffita in alcuni punti, pulirlo alle bene e meglio e ficcarci su uno dei suoi tatami giapponesi e situarlo al centro del suo studio, davanti alla scrivania, come aveva detto. Stavamo – io e Ursus – per metterci delle lenzuola ma lui aveva fatto segno di no, irritato e aveva strappato di mano la coperta a Ursus. Voleva dirci: mi basta questa – questa cosa semplice, color topo, mi va bene. E’ più che sufficiente per quello che mi resta.
Mi guardò quasi con odio. Ma poi distolse lo sguardo, imbarazzato, verso la solita finestra mentre io sistemavo i piatti della cena sul vassoio per portarli dabbasso, in cucina. Doveva essersi convinto di aver lasciato trasparire qualcosa di banalmente vero e non se lo perdonava né mi perdonava il fatto che io non gli avessi nascosto d’averlo capito – io il signore, per una volta e lui il dannato servo in trappola – topo senza scampo
A proposito – non mangiava quasi più nulla – riuscivo, a stento, a fargli prendere un sorso di tè al mattino e un pezzetto di formaggio al pomeriggio. Poi, la sera, a mala pena mandava giù una tazza piccola di brodo.
O, almeno, era questo di cui ero convinto. E poi spiegherò come venni a sapere che le cose non stavano neanche così – lui non mangiava quello che gli portavo ed era per quello che esigeva che io me ne uscissi prima che lui cominciasse a mangiare.
Ci furono altre due lunghissime ed estenuanti sedute dei mimi.
Una delle quali risultò quasi comica. Io ero molto stanco e mi ero buttato sul divano che stava di fronte alle sua scrivania, sudato fradicio, con la camicia appiccicata alla schiena (ah sì – lui mi criticava perché non indossavo mai qualcosa di diverso ma l’unica volta che mi ero presentato senza cravatta, mi aveva tirato addosso un pesante calamaio di vetro, mirando male, per fortuna) – lui sembrava ormai aver rinunciato a farsi capire e s’era girato verso la finestra con un’espressione di disgusto. In quel momento sentii un fruscio alle mie spalle. Mi girai di scatto, quasi impaurito. Era Ursus.
“Oh, Ursus! Eri tu ... non ti avevo sentito entrare.”
“Non poteva. Ho trovato la porta accostata e sono entrato per chiederle se potevo uscire per un’ora.”
“Sì, certo. Basta che tu sia qui per l’ora di cena, alle sei, come sempre.”
“Credo di aver capito …”
“Che vuol dire, Ursus? … Come “credi” di aver capito? …”
“Mi scusi, non avevo finito la frase.”
E, così, mi aveva anche dato del maleducato. Gli sorrisi – io non potevo prendermela con Ursus, mai (o quasi).
“… credo di aver capito cosa vuole il signore.”
Lo guardai stupito, girando appena la testa, con un sorriso ironico sulle labbra come a dire: su, dai, dai, fammi un po’ vedere.
E, con la coda dell’occhio, mi accorsi che anche Isaia si era rigirato verso di noi e lo stava scrutando attentamente.
“Il signore ha fatto il segno di croce ortodosso, con le tre dita.”
“Sì, e quando l’ha fatto io gli ho chiesto se voleva un prete.”
“Certo signore, è di quello che parlava ma il signore voleva un prete ortodosso.”
Guardai Isaia. Sorrideva compiaciuto e faceva molti sì con la testa.
“Era questo che voleva?”
Fece una smorfia – con te non ci parlo, voleva dire: bocca in giù come un paralizzato.
“Poi il signore le ha indicato il calendario e ha fatto un segno circolare. Credo volesse dire, tutti i giorni.”
Isaia stava diventando radioso e io cominciavo a sentirmi crescere due enormi orecchie d’asino come in un cartoon della Warner Bros.
“E poi, mi scusi, ma questa era veramente facile: ha estratto la lingua e chiuso gli occhi. E mi sono meravigliato che lei non l’abbia capito subito. Penso che voglia fare la comunione tutti i giorni ma esige che l’ostia gli sia portata da un prete ortodosso.”
Ad Isaia brillarono gli occhi e fece clap clap clap con le mani, senza realmente sbatterle, solo accennandovi. Accennò, anche e addirittura, ad un piccolo inchino. E fu così che dalla domenica successiva un prete ortodosso venne tutte le mattine da noi ed entrava nello studio di Isaia e recitava la Santa Messa e lo comunicava mentre io stavo di guardia fuori dalla porta perché nessuno entrasse. Io per primo.
Dopo un paio di settimane incontrai Ursus per le scale. Era appena stato da Isaia (avevo, infatti, sentito il campanello squillare nella sua stanzetta). Alzai lo sguardo su di lui – io stavo salendo – e tutti e due, nello stesso istante, cominciammo ad aprire la bocca per dirci qualche cosa.
“Prego, dica lei …” fece Ursus, sorridendo impacciato.
E, alla sua frase, si sovrappose la mia “Dimmi, Ursus ...”
Scoppiammo a ridere e per almeno un altro paio di volte non ci fu verso che uno di noi la smettesse con i salamelecchi e dicesse quello che doveva dire.
Alla fine mi decisi.
“Parlo io, allora?” – fece segno di sì ancora rosso in viso per l’imbarazzo.
“Non hai notato, Ursus, che il Maestro dimagrisce ogni giorno che passa sempre di più …”
Ursus aprì la bocca come se volesse interrompermi, colpito da qualcosa di strano.
“Sì? …”
“E’ curioso – mi stavo giusto chiedendo se fosse il caso di parlarne.”
“Ah, bene … che ne pensi? Ti ha mai detto di sentirsi poco bene? Sarà il caso di consultare un dottore? … Va be’, mangia pochissimo ma non ha mai mangiato molto più di così. Direi che l’unica vera grande differenza è che ora non divora più quell’enorme porzione di sacher che si pappava tutte le sere, prima … avresti dovuto vederlo! …”
“Non è questo il problema, signore …”
“Va bene, allora, qual è la questione, dimmelo tu …”
Forse non ero riuscito, quella volta, a togliermi via dal tono di voce un che di indispettito: sembrava che ora sapesse tutto lui, che capisse tutto, oh oh oh, il Grande Interprete di Delfo, la Sibilla culturista.
“Isaia non mangia più nulla da un paio di settimane …”
E lasciò lì la frase sospesa per vedere se abboccavo.
Abboccai, infatti – non mi ero ancora del tutto istupidito.
“Vuoi dire da quando è cominciato a venirci per casa quel pope puzzone? …”
“Sì, esattamente.”
“Mi stai dicendo” degluttii spaventato dalla cosa che mi stava capitando di pensare “che si nutre solo della particola con cui si comunica? E’ questo che mi stai dicendo? …”
“Sì, signore. E’ questo.”
“E tu come lo sai?”
(Avrei pensato dopo a cosa volesse dire tutta questa dannata cosa. Prima volevo sapere come ne era venuto a conoscenza e se dovevo darla per certa.)
“Lunedì mattina, il secondo giorno in cui era venuto quel prete, lei era dovuto uscire di casa e mi aveva chiesto di portare il pranzo ad Isaia … se lo ricorda? …”
Gli feci segno di sì, spazientito, e che andasse avanti. Ursus amava i dettagli quasi come una sarta d’alta moda.
“Bene. Alle 11,30, come sempre, ho portato il mezzo panino e un po’ di emmenthal ad Isaia. Lui non è sembrato troppo stupito di vedere me anziché lei. Mi ha sorriso e mi ha fatto cenno che depositassi tutto sul tavolo. L’ho fatto e sono uscito.”
“Sì, e allora? … Ursus, ti prego, vai più in fretta – non devi scrivere un racconto e partecipare a qualche concorso, mi pare …”
“Certo, signore. Ma le cose vanno raccontate come sono, non le sembra? … Ero a metà delle scale – come adesso io e lei – quando mi sono reso conto di non aver stappato la bottiglia d’acqua minerale che gli avevo portato. E, così, mi sono riavviato verso la sua stanza e sono entrato …”
“E non hai bussato?”
“No, signore. Me ne sono dimenticato o forse contavo che Isaia non ci facesse caso. Almeno questa volta. Fatto sta che l’ho proprio beccato, signore. Si era accostato alla finestra e stava nutrendo un gruppo di piccioni con il suo pane e il suo formaggio.”
Aggiunse che, poi, si era girato verso di lui con il piatto ancora in mano e le dita che facevano scivolare sul davanzale il pane accuratamente sbriciolato e il formaggio a pezzettini. E l’aveva guardato sornione.
“Come se, signore, mi volesse far capire che io non lo avrei mai tradito con nessuno. Lui, di me, si fidava.”
“E tu, invece, hai deciso di dirmelo. Come mai?”
“Io, signore, sono innanzitutto un infermiere. Non se lo dimentichi.”
“Va bene. Ora vedrò cosa fare.”
Ero furioso ed entrai da Isaia senza bussare, aprendo la porta violentemente mandandola a sbattere contro una sedia che cadde a terra facendo un fracasso del diavolo (e chi diavolo, appunto, l’aveva lasciata così fuori posto? …)
Lui stava alla finestra, di profilo, contro la luce del tramonto e quindi risultava poco più che una sagoma scura – non aveva acceso nessuna luce e sembrava in attesa di qualcosa.
Non si girò a guardare dalla mia parte neanche per vedere che cosa avesse causato tutto quel baccano e io raccolsi la sedia continuando a fissare quel suo profilo e la sistemai dove avrebbe dovuto stare (dovevo ricordarmi di rimproverare la Tata, mi dissi). E, poi, mi feci più vicino alla sua postazione sempre in silenzio, ma con le spalle ben dritte e la testa in guardia come se vi fosse spuntata una gran cresta di gallo e io fossi tutto preso e portarmela in giro con una regalità – spero in dio – non troppo ridicola.