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lunedì, 27 giugno 2005
analisi di testi - orrore!

(in mancanza d'altro vi mando due esempi di analisi del testo a cui mi piacerebbe dedicarmi con molta più assiduità con cui lo faccio - uno, quello su Catherine l'avevo già messo in forum, l'altro, no, me l'ero scritto per me e tende al commento  minuzioso, quasi pagina per pagina: tenete presente che James ((ma chi legge James oggi? Qualcuno di voi lo legge? Con quelle frasi lunghe lunghe in cui spesso - arrivato alla fine - non ricordo più l'inizio? Vuoi mettere : lui disse, lei disse- aprì la porta - le dette uno schiaffone ...?!) che James, dicevo, ci mette quaranta e più pagine a dire qual'è il sospetto: che lo stiano comprando al parco buoi nobili.) 
La scena.
E’ Catherine Earnshow che discute con Nelly – sua vecchia quasi-tata – della possibilità che lei sposi Edgar Linton. L’altra possibilità – che lei stessa esclude – sarebbe quella di sposare Heathcliff. (Il “maledetto uomo” che ha ridotto Heathcliff al peggior grado di bassezza, è il fratello di Catherine.)
Ah, ovvio, siamo sulle cime tempestose.
 
 
“ …E se quel maledetto uomo non avesse ridotto Heathcliff a questo grado di bassezza, io non penserei a nessun altro. MA PER ME SAREBBE UN’AUTENTICA DEGRADAZIONE, SPOSARE HEATHCLIFF ADESSO; così non potrà mai sapere quanto io l’ami; e non certo perché è bello, Nelly, ma perché lui è me, più si quanto non lo sia io stessa. Di qualunque sostanza siano fatte le nostre anime, la mia e la sua sono identiche; mentre quella di Linton mi è lontana, come un raggio di luna lo è dal fulmine, o il gelo dal fuoco.”
Prima che avesse terminati di parlare , io avevo avvertito la presenza di Heathcliff; poiché mi era parso di percepire un lieve rumore, mi volsi e lo vidi mentre si alzava dalla panca, e sgusciava fuori senza farsi sentire. Era stato ad ascoltare ogni cosa, fino al momento in cui Cathy aveva detto che sposarlo sarebbe stato per lei un degradarsi, e non aveva voluto sentire altro.”
 
Quando ho letto questo brano sono rimasto piuttosto sorpreso per una serie di ragioni che proverò a dire anche se di fronte alla cosa che colgo sento tutta la ruggine che si è depositata sui miei arnesi da lavoro.
 
Il problema – detto molto brutalmente – è questo: nella lunga frase di Catherine non c’è nessuno spazio, nessun respiro, nessuna pausa. Quindi l’ha detta tutta d’un fiato, senza fermarsi. Ma c’è un punto oltre il quale Heathcliff non DEVE averla sentita altrimenti non se ne sarebbe andato via indignato. Non può avere sentito nulla di ciò che Catherine dice dopo “ … un’autentica degradazione, sposare Heathcliff adesso.
Ma dove sta lo spazio, l’intervallo che dia il tempo a H. di scappare via?
Nelly (o Emily: curioso: quasi consuonano) avrebbe dovuto raccontare qualcosa del tipo, che so? …
 
“sposare Heathcliff, adesso.
A quel punto Cathy si fermò come sopra pensiero – come se quella non fosse tutta la verità e dovesse dirmi qualcosaltro di assolutamente importante ma fu a quel punto che io sentii un fruscio dietro di noi, sulla panca e mi resi conto che Heathcliff – che era sempre stato lì e che aveva sentito tutto – aveva deciso di avere sentito fin troppo e se ne era andato. Non dissi nulla a Catherine che continuò dicendomi…”
 
No?
Così avrebbe un senso. E invece, nella grafica (un giorno, forse, riuscirò a dimostrare che ogni questione tecnica è una questione etica) non c’è nulla che segni una pausa per consentire a H. di fuggire via prima che C. dica quella superba frase sul fatto che lui è lei ancor più di quanto lei stessa lo sia.
 
Ci si potrebbe fermare qui e accontentarsi si segnalare una curiosa svista tecnica della Bronte. Un inciampo, una gaffe.
Ma da che Freud ha squinternato i suoi tre libri fondanti (sul sogno, sul witz, sui lapsus e gli atti mancati), solo una fottuta pigrizia potrebbe farci accontentare di una  spiegazione così banale.
 
La Bronte si dimentica di fare uscire H. (letteralmente: non gliene dà il tempo) perché H. deve sentire quello che C. dice dopo e deve lasciarla proprio per quello.
Perché lui essendo  lei, solo lasciandola potrò sul serio sposarla.
Tramite interposti figli (e questa è la commedia edipica incestuosa che è l’altro grande sotto-testo delle Cime ma di cui non ho né spazio né saperi per trattare approfonditamente qui).
Che questa sia l’unica vera spiegazione lo dice anche una piccola domanda etica.
Come può la Grande Macchina Pulsionale che porta il nome di Catherine e che sa così bene cosa sia in gioco tra lei e Heathcliff, pensare di non poterlo sposare perché ne sarebbe degradata? Lei sa benissimo che, PROPRIO PER QUELLO, dovrebbe sposarlo. Quindi Catherine sta parlando a Nelly come se Nelly fosse una banale analista.  Colui a cui si rivolge (sa, sa benissimo che H. è lì con loro) è proprio Heathcliff.
Inseparabili nella separazione.
******
 
Leggendo “La coppa d’oro” di Henry James – notazioni para-tecniche.
 
Solo a pag. 42 rivela il motivo dell’inquietudine del principe.
Si sarebbe ricordato, solo ora, di dovere una visita alla signora Assingham.
Tutto qui. Ma prima lo descriveva come se fosse immerso in una sorta di nube mistica.
 
Pag. 45 – “per dirla in parole brusche”  - ecco, sembra che si tratti sempre di una sottile arte della dissimulazione o della cortesia. Come se dietro questo suo scrivere così raffinato, così rotondo, ci sia pronta al balzo e allo sbranamento una tigre volgare.
Vedi pag. 43 dove – grazie a due denegazioni dietro fila! – introduce il sospetto che la signora Assingham possa venire ricompensata per le sue arti di sensale di matrimoni. Dice “Tuttavia egli era lontano, poteva ancora ricordarlo a se stesso, dal supporre che le fosse stata data una grossolana ricompensa”. Chiaro che – anche senza il Freud della denegazione – invece, l’ha pensato e come.
 
Pag. 44 – attribuisce al Principe il ricordo del Gordon Pym di Edgar Allan Poe che – dice – “andando alla deriva in una piccola barca e spingendosi verso il Polo Nord (o era il Polo Sud?) …
Credo usi, qui, quella che io chiamo la terza persona contaminata.
Quella per cui il brusio dei pensieri del personaggio passa direttamente nella scrittura del “neutro”. A chiedersi se si trattasse del Polo Nord o Sud, infatti, non può essere che il Principe: non certo Henry James che, avendo avuto questo dubbio (e perché comunicarcelo, poi?), sarebbe bastato che andasse nella sua biblioteca  a verificarlo.
 
Pag. 45 – c’è un lungo brano composto di un elaborato paragone tra il Principe e una moneta antica di cui nessuno saprà il valore perché non verrà mai scambiata con nulla e quindi non sarà misurabile.
Che cosa poteva voler dire questo se non che, in pratica, non doveva essere mai né giudicato né messo alla prova? Che cosa poteva voler dire se non che, poiché non lo “cambiavano”, non avrebbero saputo – e non l’avrebbe saputo nemmeno lui – quante sterline, scellini e pence poteva in effetti fornire?”
E la seconda volta che il Principe allude ad una sorta di mercimonio. Lo si sarebbe, quindi, né più né meno che comprato.
Ma portandolo dal piano del valore di scambio a quello di uso.
Anzi, quasi, al valore di non-uso.
Il metro che nessuno ha mai misurato – cosicché nessuno si è ancora mai accorto che non misura affatto un metro per davvero.
 
 
 
 
 
 
 
Leggendo “La coppa d’oro” di Henry James – notazioni para-tecniche.
 
Solo a pag. 42 rivela il motivo dell’inquietudine del principe.
Si sarebbe ricordato, solo ora, di dovere una visita alla signora Assingham.
Tutto qui. Ma prima lo descriveva come se fosse immerso in una sorta di nube mistica.
 
Pag. 45 – “per dirla in parole brusche”  - ecco, sembra che si tratti sempre di una sottile arte della dissimulazione o della cortesia. Come se dietro questo suo scrivere così raffinato, così rotondo, ci sia pronta al balzo e allo sbranamento una tigre volgare.
Vedi pag. 43 dove – grazie a due denegazioni dietro fila! – introduce il sospetto che la signora Assingham possa venire ricompensata per le sue arti di sensale di matrimoni. Dice “Tuttavia egli era lontano, poteva ancora ricordarlo a se stesso, dal supporre che le fosse stata data una grossolana ricompensa”. Chiaro che – anche senza il Freud della denegazione – invece, l’ha pensato e come.
 
Pag. 44 – attribuisce al Principe il ricordo del Gordon Pym di Edgar Allan Poe che – dice – “andando alla deriva in una piccola barca e spingendosi verso il Polo Nord (o era il Polo Sud?) …
Credo usi, qui, quella che io chiamo la terza persona contaminata.
Quella per cui il brusio dei pensieri del personaggio passa direttamente nella scrittura del “neutro”. A chiedersi se si trattasse del Polo Nord o Sud, infatti, non può essere che il Principe: non certo Henry James che, avendo avuto questo dubbio (e perché comunicarcelo, poi?), sarebbe bastato che andasse nella sua biblioteca  a verificarlo.
 
Pag. 45 – c’è un lungo brano composto di un elaborato paragone tra il Principe e una moneta antica di cui nessuno saprà il valore perché non verrà mai scambiata con nulla e quindi non sarà misurabile.
Che cosa poteva voler dire questo se non che, in pratica, non doveva essere mai né giudicato né messo alla prova? Che cosa poteva voler dire se non che, poiché non lo “cambiavano”, non avrebbero saputo – e non l’avrebbe saputo nemmeno lui – quante sterline, scellini e pence poteva in effetti fornire?”
E la seconda volta che il Principe allude ad una sorta di mercimonio. Lo si sarebbe, quindi, né più né meno che comprato.
Ma portandolo dal piano del valore di scambio a quello di uso.
Anzi, quasi, al valore di non-uso.
Il metro che nessuno ha mai misurato – cosicché nessuno si è ancora mai accorto che non misura affatto un metro per davvero.
 
 
 
 
 

Scritto da: gino tasca alle 08:59 | link | commenti (25) |


Commenti
#1    27 Giugno 2005 - 15:14
 
Sulla battuta di Catherine: per me è perfetta così, è letteraria, permette l'uscita di Heathcliff non nel punto in cui, in un dramma o in un film, si sarebbe giocoforza costretti a metterla in scena (cioè rispettando il tempo naturale), ma nel punto in cui è pù giusto che sia rivelata: cioè alla fine di tutto il discorso, in modo che l'equivoco sia più drammatico.
Non trovi che proprio questo sia il potere della letteratura? Alterare i tempi, per esempio, con questa disinvolta eleganza? Per me, nessun altro mezzo espressivo ha altrettanto potere.

Anonima Giovanna
utente anonimo

#2    27 Giugno 2005 - 17:00
 
si, sono d'accordo con l'anonima giovanna, per quanto anche il ragionamento di Gino non fa una piega, ma lo vedrei più esatto per una sceneggiatura di film.
Chi dice che la conversazione, qui riportata, non sia comunque su piani anche paraverbali, un chinare la testa, un sospiro, un'occhiata , una piccola pausa, così piccola da non meritare i puntini di sospensione.
Non necessariamente tutto deve essere descritto.
Il potere della parola scritta sta anche nel dare spazio a tempi che decide il lettore.
in una sceneggiatura, invece, che pure è scritta ma che deve essere "tradotta" in parole e immagini, non sarebbe possibile.
Lì tutto deve essere calcolato con precisione.
I tempi li decide il regista, poi.
ciao gino
laura
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#3    27 Giugno 2005 - 18:14
 
Sì, vero, avete ragione tutte e due. Merci.
Diciamo che se - quando scrivo - ho bisogno di dire che un toro fa le uova, devo poterlo fare senza che se ne accorga nessun caccadubbi come me.
Ma bisogna essere buoni scrittori.
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#4    27 Giugno 2005 - 18:20
 
sì è vero, avete ragione tutt'e tre.
forse abbiamo ragione tutt'e quattro.
si aspetta un quinto.
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#5    27 Giugno 2005 - 18:29
 
La quinta sono di nuovo io, la prima. E adesso, come la mettiamo?
A. G.
utente anonimo

#6    27 Giugno 2005 - 19:59
 
la mettiamo che io non intendevo dare del cagadubbi a gino?
mi sa che si è capito il contrario nell'altro post.
la sestapopps.
utente anonimo

#7    27 Giugno 2005 - 20:52
 
si dice caCa-dubbi.
i problemi d'analisi dei testi riportati da Gino non li ho capiti.
testi anglo-sassoni, tradotti, pieni di problemi sentimental-relazionali tipo m'ama-non m'ama.
tipo sposo lui o sposo l'altro?
cose lontane dalla mia rozza sensibilità. e poi froid, ormai...
saremmo davvero degli ingenui se dopo freud ancora...
er lapsus, capisci...?
er witz, non trovi?
il sogno, certo, signora mia.
vabbè: e gli atti mancati dove me li metti?
froid, capisci?
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#8    27 Giugno 2005 - 21:17
 
pieno di accapi
quasi uno stornello
utente anonimo

#9    28 Giugno 2005 - 15:55
 
"Ma che ce frega ma che c'emporta se l'oste ar vino c'ha messo l'acqua".
(canzone popolare romana)

"Io, vagabondo che son io, vagabondo che non sono altro.
Sogni in tasca non ne ho, ma lassù m'è rimasto dio"
(nomadi)

utente anonimo

#10    29 Giugno 2005 - 07:38
 
...........che meravigliose giornate d'estate..........

:(
utente anonimo

#11    29 Giugno 2005 - 17:18
 
è più forte di me.
quando si nomina la psicoanalisi comincio ad offendere.
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#12    29 Giugno 2005 - 22:45
 
Psicoanalisi.
utente anonimo

#13    30 Giugno 2005 - 06:51
 
Faccio più fatica che mai a sopportare la cosiddetta "ironia" di Tashtego.
Intanto a me pare più sarcasmo. Niente contro il sarcasmo - basta capire che si tratta di quello e non di altro:

Vado con ordine e li cito tutti (gli es. di sarcasmo di questi messaggi, ovvio).

Giovanna anonima dice qualcosa.
Laura dice che è d'accordo.
Io dico avete ragione.
Una legione come vedete?
Arriva lui e che fa - mi ci metto anch'io e facciamo quattro.
Ah ah ah ah - roba da scompisciarsi dal ridere - è la famosa ironia tashteghiana,ormai un marchio di fabbrica "Made in Tashteghia" (è un regione transcaucasica dove è nato quell'altro spiritosone di Bill Landen).
E, siccome l'ironia è quella cosa che serve a dire determinate cose cattive ma poi tirar via la mano dicendo, ma dai, volevo solo dire che eravamo in tre come le figlie di MadamaDoré, ecco il significato offensivo della cosa: sì, sì, dateve sempre raggione tra de voi, fate nicchietta ... Ed eravamo solo tre - se eravamo in sei ci accusava di fare partito?
Lui, il Grande Isolato e Furibondo, il Gadda de Tor Pignattara.

Secondo e più complesso.
"Le analisi dei testi ... non li ho capiti": quando non vuole approfondire, fa il finto tonto.
"Pieni di problemi sentinemtal-relazionali". Già, che noia vero? Per fortuna che, poi, tutti i romanzi se ne sono liberati e ora parlano solo se sia meglio la mortadella semplice o quella con il pistacchio.

"E, poi froid ..."
E mi va a toccare- lo sciocchino - proprio i tre libri essenzali che non trattano di cura, quelli sul witz e lapsus/atti mancati, sogni.
E ci aggiunge quel suo ormai insopportabile e arbasiniano "signora mia!".

Lui dice: sento nominare la psicanalisi scatto a 'sto modo.
E fate trattenè da li coatti come te ah sfronnato!

Ma questa è (faticosa:per me che la sto a scrivere) aneddotica.
La cosa più sostanziale e micidiale è un'altra.
L'uso che Tashtego fa - ormai quasi esclusivamente - di questa sua arma. Se prima era una maschera, quella di quel romanaccio simpatico che scriveva li sonnetti contro ar papa e li attaccava al muro, ora è il mascherone marmorizzato della SuaVerità con cui sa dire solo, ma che stai a dì, so' solo fregnacce, rompendo li cojoni all'oste e ar Papa.
Chiudesse quella boccaccia 'na vorta tanto.
Ma io sospetto in lui un uso quasi strategico, decostruttivo: una maniera neanche tanto sottile de manna' tutto in vacca.

Psicanalisi,psicanalisi, psicanalisi, psicanalisi, psicanalisi, psicanalisi,
ad libitum ... e che se ce strozzi.




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#14    30 Giugno 2005 - 09:51
 
Quanto sei prevedibile, Gino.
Questa stronzata del romanaccio - che solo un veneto un po’ stordito e senza molta cognizione del vasto mondo può ancora pensare quando sente parlare un dialetto che non è il suo - la tiri e ritiri fuori, usandola come un insulto.
E invece di qualificare ME, scioccone, qualifica TE per quello che sei, ma più ancora per quello che credi di essere.
Torpignattara è un nobile quartiere un tempo sotto-proletario, del quale tu non sai nulla, naturalmente.
Sono nato in Piazza Mazzini, esattamente in Viale mazzini 73, parecchi chilometri a nord di Torpignattara.
Ma anche di questo luogo tu non sai nulla, dunque perché citare e parlare?
Meglio lasciare da parte le origini e le città di origine, perché è una cosa tipica del servizio militare, quando ti chiamano col nome della tua città: dunque, mon caporal, io qui per te sono “Roma”.
Il bello è che hai chiamato i tuoi farfugliamenti – che hai anche raddoppiato, per giunta – “analisi di testi”, aggiungendo anche un “orrore” come per dire: eh lo so che a voi rozzoni, che non capite un cazzo, non ve ne può fregare di meno, eccetera.
Tutto questo era già ben chiaro nel tuo post precedente dove in pratica dicevi ah, rozzoni, mai che mi accendeste fuochi di risposta alle mie lucide e fervide fiammate, eh.
A contenuti di questo genere non si può non rispondere con ironia: but tu non lo capisci.
Ma torniamo a quella che tu pomposamente chiami l’”analisi di testi” e che forse si potrebbe più modestamente chiamare “breve commento ad alcuni brani di romanzi ottocenteschi”: sorvolo sul senso di tutto quello che hai scritto, che francamente mi sfugge e cito solo l’ultimo brano.

Pag. 45 – c’è un lungo brano composto di un elaborato paragone tra il Principe e una moneta antica di cui nessuno saprà il valore perché non verrà mai scambiata con nulla e quindi non sarà misurabile.
“Che cosa poteva voler dire questo se non che, in pratica, non doveva essere mai né giudicato né messo alla prova? Che cosa poteva voler dire se non che, poiché non lo “cambiavano”, non avrebbero saputo – e non l’avrebbe saputo nemmeno lui – quante sterline, scellini e pence poteva in effetti fornire?”
E la seconda volta che il Principe allude ad una sorta di mercimonio. Lo si sarebbe, quindi, né più né meno che comprato.
Ma portandolo dal piano del valore di scambio a quello di uso.
Anzi, quasi, al valore di non-uso.
Il metro che nessuno ha mai misurato – cosicché nessuno si è ancora mai accorto che non misura affatto un metro per davvero

Ecco Gino, mi sai dire cosa cazzo volevi dire questo commento?
Hai provato a rileggertelo?
E mi sai dire come fai a pensare che dopo Freud eccetera davvero si disponga di uno STRUMENTO DEFINITIVO di analisi della coscienza e dunque - con estensione logica non autorizzata, e quella sì che è “ingenua” - dei testi?
Ammettiamo che tu creda davvero che queste siano “analisi di testi (orrore)”.
Se tu davvero sai cos’è l’analisi di un testo, sai anche che esistono molti metodi e molto diversi tra loro, per compierne una.
Sai che esistono scuole in aperta opposizione reciproca, eccetera.
Voglio dire che è un campo vasto, anzi vastissimo e importantissimo per la scuola del pensiero Novecentesco, eccetera (mi fai diventare saccente, io di solito invece così rozzo e “romano”).
Bene.
Se lo sai, sai anche che quanto meno dovresti dichiarare almeno il METODO CHE USI, invece di citare in continuazione Freud eccetera per dire che dopo, si sa, “saremmo davvero ingenui se...”, senza sostanziare mai e poi mai quello che dici con uno straccio di dichiarazione di intenti che non sia la solita menata che sotto al testo c’è il sotto-testo e questo lo leggi SOLO se c’hai Freud.
Tutto quello che qui scrivo, con ironia o no, è del tutto inutile perché sei impermeabile ad ogni obiezione, ad ogni apertura, come tutti i parvenu che hanno imparato a memoria UNA lezione, ma non TUTTE le altre, successive, precedenti o concomitanti, e dunque si attengono pateticamente solo a quella.
Ora mi taccio, perché l’irritazione rischia di trascinarmi dove non voglio.

Da Torpignattara (che non sai dov’è e cos’è), cordialmente
tuo Tash
utente anonimo

#15    30 Giugno 2005 - 12:24
 
Bene - neanche ho letto quello che scrivi - brutto cafone falsario e imbecille - mi è bastato quel "parvenu": va a farti fottere e non riapparire più in queste pagine: saresti regolarmente cancellato.

Senza nessun affetto e senza nessunissima ma proprio nessunissima stima.

gino tasca
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#16    30 Giugno 2005 - 12:50
 
l'uso strategico-decostruttivo, l'ho sempre sospettato anche io per la verità.
utente anonimo

#17    30 Giugno 2005 - 13:12
 
Mi auto-convoco come moderatrice perché quando Gino e Tash si confrontano tendono a sfrangiare i termini della questione. Vado allora a verbalizzare, con il supporto di alcune utili domande sotto alle quali piazzerò il mio illuminato parere, i termini della contesa.





1) Si può fare analisi dei testi senza dichiarare il metodo impiegato?

(Tash vs Gino). Io dico di sì, se uno considera il testo come l’unica fonte del proprio diritto, della propria autorità (critica). Il metodo lo si può dicutere dopo, perché viene modificato e costruito, appunto, con l’analisi testuale. Bisogna però fare attenzione agli estremismi, come quelli che si prospettano ponendosi la domanda che segue.





2) Ci si può appropriare di un metodo (di lettura) anche in assenza di una scuola (di un maestro)?

Tash pensa di no, Gino pensa di sì. Io penso di sì perché sono provinciale, e so che tash può capire questa posizione, perché l’ha detto qui una volta.
Io penso che un metodo di lettura si possa apprendere anche da soli, entro certi limiti, dati dall’assenza di un Maestro. Ogni metodo infatti si apprende da un Maestro, attraverso conversazioni, confronti, correzioni, lavoro e legame d’affetto.
Essere provinciali vuol dire spesso non aver avuto Grandi Maestri. I Grandi Maestri (innovatori o anche solo cattedratici ben formati, uomini di cultura, intellettuali, giornalisti e opinionisti eccetera) risiedono per lo più nelle Grandi Città. Chi nasce in un paese piccolo ha pochissime probabilità di essere formato da un Grande Maestro, se non molto a distanza e attraverso la mediazione delle parole scritte (libri, riviste, giornali). Gli resterà sempre lo stigma di una conoscenza mediata e non diretta. Il rapporto con un Maestro è, invece, un’esperienza di reciproca conoscenza che il nato in un villaggio difficilmente sperimenterà. È anche l’esperienza di appartenere a una comunità intellettuale (una scuola). Anche questa mancherà al nato in villaggio.
In mancanza di queste esperienze, il provinciale è più propenso a sviluppare un’autentica e insaziabile fame di conoscenze, un fiuto per l’autentico, un rigore personale che sovente difetta al già sazio non-provinciale. Al provinciale resterà sempre il dubbio (dovrebbe restargli) sull’effettivo funzionamento di quanto ha appreso con tale disperata dedizione individuale in assenza di un Maestro. E questi sono i limiti entro i quali secondo me ci si può appropriare individualmente di un metodo di lettura.
[Ah, dimenticavo: al provinciale che, uscito dal villaggio, approdi eventualmente in Piccole Città, verrà tuttavia riservato la dolcissima possibilità di incontrare Piccoli Maestri. Imparerà allora poche parole definitive, incerti metodi, molta attenzione. Accolto in un simile insegnamento, l’eccesso di passione potrebbe allora sfumare in saggezza.]



3) Sono utili le analisi dei testi?
(Tash vs Gino e
Gino vs Gino).
Io dico: non saprei.





4) È ancora attuale il metodo di analisi dei testi impiegato da Freud?
(Tash vs Gino)
Freud ha imparato molto dalla letteratura. Con un’iperbole, dico che c’è più Freud in un racconto di Hoffmann di quanto ce ne sia in Freud stesso, e Freud stesso ammetteva la maestria dell’arte rispetto alla scienza che si proponeva di fondare. Qualcuno ha qualcosa di specifico da aggiungere su Freud come analista di testi?





5) È vero che nella cultura veneta esiste un pregiudizio anti-romano?
(Tash vs Gino)
Sì, è vero. È un reciproco pregiudizio pre-leghista e, credo, anche pre-napoleonico.


Visto, ma non riletto e tuttavia firmato

Anonima Giovanna
utente anonimo

#18    30 Giugno 2005 - 13:30
 
Eccellente, Giovanna.
giap.
utente anonimo

#19    30 Giugno 2005 - 14:17
 
Grazie Anonima Giovanna.

Vorrei far notare due cose:

- quello lì mi accusa di non dichiarare nessun metodo e poi mi accusa di essere un leccaculo del principio di autorità.

- il tema era: mi sono rotto le palle dell'uso distruttivo che fa dell'ironia.
E lui che fa? Resta sul tema? Ma figurarsi!. Ne conosco un altro che faceva così. Uno che fa A.M. - tu parlavi di sonetti e lui ti chiedeva se andavi a puttane (è un es. inventato ma lo schema è quello).

- c'è ancora Giap in giro????!!!!
Si facesse vivo un po' più spesso, maledizione a lui (o "benedizione"!)

- Ho appena ricevuto da Bisanzio una crisobolla di Alessio Comneno che dichiara quello lì "Gran Mona e Grande Nena di Aquileia, Grado e Venezia".

- Mi spiace: non sto scherzando e se vorrai ancora leggere cose di Tash dovrai leggerle sul suo blog.

E' la persona che è riuscita ad ingannarmi più a lungo: prima scusavo tutto con la sua ombrosità, ora credo sia distruttivo e cattivo in maniera sordida.
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#20    30 Giugno 2005 - 14:25
 
Dimenticavo:
Quello lì sembra attribuire alla mia parola "orrore" un significato offensivo per i miei ospiti: siete degli stronzi e figurarsi se mai capirete le perle che sto buttando nel truogolo.

Il significato è tutto un altro.
Mi sono identificato nel lettore ed ho detto (pensando che questo sia il suo pensiero): che orrore.

Ora, c'è qualcuno che osi - dico "osi" - dire che in tutti questi anni (cinque)(quasi sei) abbia visto molte analisi dei testi qui dentro, nello strafottuto web? Quante volte ha visto andare oltre un bello un brutto un così e così?
Non dico che sia obbligatorio (ma sì che lo dico, dai!) ma dirmi che un certo "orrore" al mettere il dito sulla piaga, me lo sia inventato io (non dico che lo dica Quello lì), beh, francamente mi sembrerebbe quasi osceno.
E ben due volte, in questi giorni, ho chiesto da dove venga questo orrore nel parlare dei mezzi della scrittura e l'unico che mi ha risposto è stato - ahimé - quello lì.
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#21    30 Giugno 2005 - 16:56
 
basta con i buonismi, è ora di finirla!

basta dire "eh sì avrà sbagliato ma è una brava persona in fondo in fondo ....", è ora di finirla coi vvolemose bbene, il pesce che puzza va gettato in pattumiera.....
utente anonimo

#22    30 Giugno 2005 - 19:48
 
mi hai cancellato.
mio povero gino.
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#23    30 Giugno 2005 - 23:16
 
non in maniera sordida: involontaria.
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#24    01 Luglio 2005 - 08:20
 
.. e tirano delle bombe
che sembrano dei giocattoli
che ammazzano le persone
ma risparmiano gli scoiattoli..
utente anonimo

#25    08 Luglio 2005 - 06:34
 
non c'è un momento in cui, ascoltando una persona che parla di qualcosa di molto importante, a cui tieni molto, si può diventare improvvisamente e istericamente sordi dal dolore?
se senti una cosa che ti sconvolge puoi, credo, smettere all'improvviso di sentire il mondo esterno, e quindi anche il fluire del discorso, il seguito.
perché l'angoscia, il dolore, la sensazione che ti venga sottratta una cosa a cui tieni molto ti taglia fuori.
molti pensieri si affollano e non senti più nulla?
una cosa molto "romantica" e forse anche molto nevrotica. umanissima, una grande rabbia che rende ciechi, sordi.
.. forse nel periodo, e nello stile, con cui scrive emily bronte, tutto questo alternarsi di sentimenti furiosi era quasi scontato?
non so, chiamandosi "cime tempestose" le tempeste erano in arrivo e bene accette.
quelle rivolte d'animo improvvise che si sono viste moltissimo in certi film d'epoca, dove la passione era rappresentata come una cosa che cancella tutto il resto.
ma forse è solo una scusa. non so.
mp.
utente anonimo

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