(Questa è solo una piccolissima parte del mio diario.
Detesto dire che ho cercato di conferirgli una forma letteraria: odio la forma letteraria e la sua pratica ha per me qualcosa di sordido e moralmente inaccettabile.
E, intanto spero che nessuno si stia chiedendo che strano e poco credibile tipo di maggiordomo io sia se scrivo a questo modo. Io sono un maggiordomo piuttosto colto e – cosa che non guasta – anche moderatamente brillante. Per dire: nella casa in cui servo ora e di cui trattano le pagine che seguono, gli unici libri – non falsi – che ci siano in giro, sono i miei.
Diciamo che ho conferito un po’ di ordine a tutta la cosa e ho sistemato certe giunture troppo a vista. No, niente di puerilmente leccato: piuttosto, una prosa secca e piena di cose come nella memorialistica del grand siècle francese).
Mi chiamo Andrea Stanziali e so che - secondo i libri gialli – i maggiordomi sanno sempre tutto. Non è vero – spesso non sanno niente mentre, altre volte, poche, capita loro di sapere più del necessario. A volte intuiscono addirittura i motivi per cui i loro padroni fanno alcune cose senza che neanche questi ne sappiano niente. Solo perché hanno uno sguardo più acuto su tutte le faccende di casa.
In realtà, quello che sanno dipende molto da quello che vogliono sapere per davvero e l’episodio che costituisce la coda di questo mio racconto ne è un esempio clamoroso. Avrei potuto, molto semplicemente andarmene via discretamente lungo la passatoia del corridoio che portava alle scale (uno Shirwan quasi completamente spelacchiato: tecnicamente: dérapé). E, invece, me ne sono stato lì a guardare incantato e incapace di muovermi.
Per altro, tornando alla mia professione, basterebbe far caso all’etimologia. Noi siamo i major domus, i servi più importanti non del padrone ma della sua casa.
Capisco che sono rari i padroni, qui, nel Nord-est, che si occupino di etimologia come rari, del resto, sono i miei colleghi che ne sappiano qualcosa ma questo non cambia nulla della sostanza e chiunque faccia il mio stesso mestiere con cuore, intelletto ed occhi ben sgombri, sa - anche se non ha letto nessun vocabolario – che le cose stanno proprio a questo modo.
Io mi sento molto più moralmente legato alle tende, al prato, ai lunghi tavoli di vetro, agli orari della collazione e del pranzo e della cena, di quanto non mi senta legato da un vincolo di assoluta lealtà al mio padrone di turno (che, al momento è questo Sergio Bordon, uno che fa scarpe come potrebbe fare encicliche papali se solo sospettasse che si vendano bene a Lubjana).
Non posso proprio evitare – a tal proposito e anche se molti la considereranno una digressione ignorando quanto la digressione sia l’essenza di molte cose – un riferimento a quello che è il mio testo base, il mio vero “Libro degli esercizi spirituali”, cui ricorro nei momenti di sconforto, quello che veramente mi ha formato e che non era di certo fra i libri obbligatori alla mia scuola. Nessuno dei miei colleghi ne sapeva niente e temo che anche per i maestri fosse la stessa cosa.
Parlo di “The remains of the days” di Kazuo Ishiguro – un romanzo, dunque. Quelli erano, decisamente altri tempi – siamo negli anni ’30 del secolo scorso - e, forse, una lealtà come quella di Stevens (è il nome del maggiordomo) verso Lord Darlington, poteva anche starci.
Non vedo come, ora, potrei avere lo stesso tipo di rispetto nei confronti di questi neo-arricchiti la cui suola della scarpe puzza ancora di letame nonostante io le pulisca rigorosamente ogni sera. Quando sono in vena di scherzi – cioè quasi sempre o quasi mai – dico che è un odore metafisico contro cui niente può niente.
Quello che mi lascia un po’ perplesso, in Stevens, è che il suo amore per la casa, sia come un riflesso del suo amore per il padrone. E’ una cosa da cani! Come se avesse messo la retromarcia anziché la prima. E’ un amore, quindi, condizionato. Non so se avrebbe amato l’argenteria con la stessa ostinata cura se il padrone fosse stato un altro, ecco. Mentre io amo le cose al di là di chi le possiede.
E ora, credo, mi è del tutto chiaro come stia veramente la faccenda: le cose non sono propriamente di nessuno. Le cose sono fatte per stare tra di loro e noi siamo solo dei fastidiosi e petulanti aggeggi che stanno al loro servizio continuando a credere che sia il contrario. Di sicuro molte di loro durano assai più di noi e persino un umile tazza da tè – se non la si rompe – può servire un paio di generazioni.
Spesso mi capita di pensare come sarebbe un dialogo tra una teiera e il tavolino su cui si posa se – invece che collocarla esattamente al centro di uno dei quadrilateri in cui suddivido mentalmente il piano: di solito quello più vicino all’ospite del mio padrone – la mettessi al centro del tavolo o nell’angolo sbagliato.
Direbbe “che bestia!”, e riderebbe tintinnando?
Stevens, a pag. 152 (scrive in prima persona) dice questa frase che, quando la lessi, mi fece innamorare di lui, del libro, di Ishiguro e che mi decise a chiedere l’iscrizione alla scuola per maggiordomi, a Glasgow, cui accennerò più avanti.
“In verità voi vi renderete conto del fatto che aver servito sua signoria a Darlington Hall durante quegli anni ha significato arrivare tanto vicino al fulcro della ruota del mondo, quale uno come me non si sarebbe mai sognato di fare.”
I corsivi li ho aggiunti io ed ora che ho parecchi anni di esperienza in questo lavoro, posso anche dire che niente in questa frase - che mi ha spinto ad essere quello che sono - è più vero. Il che, sia chiaro, non mette in dubbio la sua verità per me, di allora. Perché la verità è una cosa che si sposta con il tempo e niente di ciò che era vero ieri potrà conservarsi tale – necessariamente – anche domani.
Avrebbe dovuto scrivere, per esempio, “avere – a Darlington House – servito sua signoria” abbassando la voce su “sua signoria” e ficcandolo alla fine della frase e avrebbe ritrovato per intero ed intatta la gerarchia ed il giusto peso delle cose ma, soprattutto, trovo fastidiosamente improprio quel “tanto vicino al fulcro della ruota del mondo”. Mi infastidisce quel “vicino” così servile. Essere “vicino” a qualcosa non significa niente. Si accontenta di poco: lecca piedi.
O ne era il perno o tanto valeva ignorare quello che stava capitando (tutta una penosa faccenda di alti comis di stato e nobili che volevano evitare alla Germania le umiliazioni del Trattato di Versailles: fottuti pre-nazi, insomma.)
Alcuni ragguagli su me stesso come se questo fosse anche un curriculum e qualcuno, poi, mi dovesse assumere.
Mi sono diplomato alla Marcus Rydel’school for gentlemens’gentlemen. Dieci anni fa – ora ne ho quaranta. La mia è stata una vocazione tardiva e prima di seguire quel corso della durata improponibile di sei anni (forse più di un qualsiasi noviziato), avevo dovuto arrangiarmi con molti lavoretti senza nessuna importanza: distributore di giornali gratis, inserviente di Mac’Donald (a Parigi, a Marsiglia e Lione: durante il mio periodo francese), distributore di carne ai macellai ad Amburgo e cameriere – naturalmente – a Brema e Ostenda.
Fu in quel periodo – l’ultimo – che mi accorsi del piacere che provavo a sentirmi pesare sulle spalle – ricoperte da un pesantissimo telo di plastica blu scuro legato sul davanti del collo e sulla pancia – i quarti di bue che scaricavo. Non ne parlai con nessuno: pensavo che mi avrebbero preso per matto e, invece, piano piano, cominciai a tornare, il pomeriggio, in alcune di quelle macellerie e mi facevo spiegare tutti i trucchi del mestiere. Come si disossa una quaglia, come riconoscere un filetto frollato al punto giusto da uno ancora “immaturo”. Il Signor Munster mi fece notare che la carne andava mangiata appena poco prima che cominciasse a guastarsi. Ma sbagliare il momento sarebbe stato fatale.
Ah, pensai, come la frutta.
E’ da lì – e non dalla Marcus – che derivano i mie strafamosi filetti al pepe verde. Ad ogni festa i miei padroni di turno esigevano che io li preparassi e quando venivano serviti e tutti i loro ospiti cominciavano a dare segno della loro contentezza con schiocchi della lingua o mani soffregate l’una contro l’altra e con una faccia paonazza, i miei padroni mi chiamavano a cominciava la solita commedia: loro che mi chiedevano il mio segreto – io che nicchiavo – loro che insistevano – io che facevo di no con la testa e scoprivo all’improvviso che dovevo seguire il flambé delle banane (il dessert, ovvio) – loro che si arrendevano. Potevo dire loro che il segreto stava nel fatto che stavano mangiando carne quasi putrefatta?
Io, per me, mangio solo formaggi e verdura e frutta e molta pasta.
L’altra cosa che avevo scoperto – da cameriere – era il piacere che provavo a mantenere – non so come dire – il perno della mia persona ben piantato in terra ma lasciando che oscillasse lievemente, come una trottola, da una parte o dall’altra. Mi piaceva il collo che mi si irrigidiva come avessi avuto una gorgiera. Mi piaceva dare del lei a tutti, herr qui, herr là. Mi piaceva accettare le loro mance come fossi io a darle loro. Mi piaceva la rigida forma in cui mi trovavo costretto e, dopo - quando avevo capito qualcosa di poesia - capii anche che – avessi mai scritto qualcosa – l’avrei potuto fare solo seguendo qualche canone ben preciso: ma io non ho mai scritto nient’altro che il mio diario che, anzi, interpongo – come una muraglia cinese o uno scudo – fra me e i mongoli, gli Scrittori, quelli che cercano nella scrittura la loro salvezza o, addirittura – boom – di scrivere il mondo. Lascio queste stronzate a chi vuole occuparsene e io continuo ad occuparmi delle cose che faccio quotidianamente che mi danno una grande soddisfazione e che – non fosse la parola ormai diventata una pattumiera – potrei arrivare a dire che amo.
Devo anche sbrigarmela con qualche accenno alla mia figura fisica e alla mia psicologia: scarni, l’uno e l’altra, fino quasi alla patologia e più la seconda della prima. Non ricordo di essermi mai interessato a niente che mi riguardasse per più di un paio di minuti. Superata l’adolescenza in cui avevo scoperto alcune cose sul sesso che mi seccavano per la loro insistenza nel riproporsi sempre uguali, avevo deciso alcune regole precise e senza possibili variazioni, così, ex-cathedra.
Che il sesso non faceva per me: si suda troppo e si perde l’aplomb. Per cui decisi che un coito al mese con qualche signora ben lavata e con il certificato sanitario aggiornato sarebbe stato più che sufficiente.
Che l’amore è una cosa molto impegnativa e, probabilmente, molto falsa.
Che colpisce soprattutto le donne e ne fa strage: non conosco niente più dell’amore che le umilii.
Che l’amore – nel maschio – è qualcosa di più semplice e chimicamente stupido.
Per tutto il resto mi regolo secondo una mia personale entropia che consiste nello svolgere la più grande quantità di lavoro con il minor dispendio possibile di energia. E se mi si presenta qualche pensiero fastidioso (oggi devo vedere mia madre – devo rinnovare il bollo della macchina – devo ricordarmi di Giorgio e Alberta che hanno consumato, oggi, venticinque anni del loro matrimonio), lo scaccio via come una mosca attratta dal mio sudore e mi butto a capo fitto nelle cose da fare. Stirare le camicie del padrone, per esempio, e, intanto, ascoltare la filodiffusione, è una cosa che mi rilassa moltissimo.
Prima di raccontare il fatto devo ammettere di essere stato un po’ reticente sul tipo di sessualità che mi compete ma ora ho deciso (intanto ho finito di servire la cena agli indigeni) di essere più sincero non fosse altro perché, poi, sarebbe difficile capire il mio comportamento.
Mi piace guardare chi fa sesso. Proust ci ha messo più o meno tre quattro volumi della sua opera per dirci che gli piaceva spiare Jupien o Charlus. Oggi si può essere più diretti e decisamente meno interessanti. Chiunque, infatti, potrebbe rispondermi: e a chi frega niente? A nessuno, credevo fosse assodato. Niente di quanto sto scrivendo può interessare realmente qualcuno che non abbia il mio stesso DNA per cui scrivere è solo un velo dietro cui qualcuno dovrebbe stare a vedere come, oplà, l’acrobata sia sempre sul punto di cadere ma poi non lo faccia, anzi, ti sorrida e sembri suggerirti l’idea che lui voleva divertirti ma che neanche per un istante avrebbe abbandonato la corda con cui poi ti avrebbe impiccato al senso della sua aristocrazia.
Sì, sì, sì – fuffa, paglia del demonio:quello che conta è stirare alla perfezione.
Era, dunque, un tardo pomeriggio di giugno e la temperatura aveva cominciato ad imbizzarrirsi verso l’alto - il termometro delle stalle aveva già segnato trentacinque gradi, ma non oggi, ieri. C’era stato – nella nottata – un piccolo temporale, uno di quei temporalicchi che si presentano con le insegne dell’esercito imperiale e poi risultano figure di cartone e scorreggine. Brooooom broooom strabroooooooooom e poi due minuti di pioggia secca, arida, petulante. Comunque, anche solo così, la temperatura era discesa tra i trenta e i trentun gradi nel momento in cui io, appunto, rientrai in casa dopo aver raccolto le foglie che quello stupido temporale scenografico aveva sbattuto dai peri e dai ciliegi del giardino. In casa non ci sarebbe dovuto essere nessuno: il patron (“patron” cossa? –mi diceva ogni volta che lo chiamavo così – “patron” ‘sto par de coioni, mona: mi so el paron e ti te ghe da esser un poco cu(l)aton co’ ‘sto francese che te fichi da par tutto) era nella sua fabbrica e sua moglie (non l’ho ancora descritta? Male) – la signora Vera – era andata a fare shopping a Mestre ignorando che le boutiques più importanti erano quasi tutte nei paraggi di San Samuele. Diceva che Venezia puzzava.
I figli – il padroncino Berty e la padroncina Susy(ovviamente “Roberto” e “Susanna”) – dovevano essere a casa dei Sanmontana dove Gabry e Tony avevano una piscina grande quanto quattro campi da tennis messi assieme fatta a forma di … beh, non so se lo avessero fatto apposta: probabilmente volevano dare l’idea di una colonna ionica ma, arrovesciata, sembrava proprio un cazzo con le sue palle.
Avevo chiesto cosa dovevo preparare per cena ma il padrone avrebbe mangiato fuori, la signora Vera era sempre a dieta e sarebbe andata con la sua amica Giovanna a provare un nuovo ristorante macrobiotico.
Berty e Susy avrebbero cenato a casa dei Sanmontana.
Quindi non dovevo preparare che la mia cena: del camembert, della rucola mista con del crescione, un sorbetto al limone e basta.
Scaricai la cariola, zeppa di tre enormi sacchi per la spazzatura condominiali, nel grande raccoglitore appena fuori il cancello della villa e mi avviai di nuovo verso casa pensando con grande soddisfazione che mi sarei fatto una doccia quasi fredda e poi sarei sceso in cucina a prepararmi quell’ottima cena e mi sarei seduto in salotto di fronte al megaschermo piatto del nuovo home-theatre e mi sarei guardato per l’ennesima volta “Seguendo la flotta” di Fred Astaire o sarei salito di sopra, nell’appartamento del signorino Berty e gli avrei preso in prestito qualche film porno – ne aveva così tanti che non se ne sarebbe certamente accorto.
E così - con calma, senza fretta – misi in pratica il mio programma. Qualcuno, però, aveva aperto il sacchetto sigillato del crescione, per cui non risultava più così croccante come l’avrei voluto e di questa gravissima infrazione del nostro codice interno non avrei potuto ringraziare nessuno anche se sapevo perfettamente che doveva trattarsi di quella stronza della Signora Vera che essendo perennemente affamata, si era buttata sulla prima cosa che le era capitata fra le mani, aprendo il frigo, ignorando di essere finita nel mio settore. Ma a cosa le serviva stare a dieta se poi avrebbe mangiato anche il pastone dei maiali o la pappa del loro mastino napoletano e se non calava neanche di un etto, anzi, continuava – anche se con una progressione lentissima – ad ingrassare?
Cercai, quindi, di non farne un dramma e mi sedetti comodo sul mio sgabello preferito, in cucina e consumai la mia ottima cena senza fare troppo caso alla differenza di croccanteria (mi sa che è una parola che ho appena inventata e sembra più roba per gatti) fra la rucola e il crescione. E, gustandomi il delizioso sorbetto che mi ero preparato, decisi che avrei guardato un porno del Signorino Berty e, quindi, dopo aver ripiegato il mio tovagliolo per bene e il sottopiatto che gli faceva da pendant e lavato l’unico piatto di cui mi ero servito e l’insalatiera e il bicchiere e aver passato lo straccio sul ripiano del lavello (anche se ero riuscito a lasciarlo quasi intatto) e dopo essermi sistemato il panciotto sullo stomaco (non comincia, per caso, ad essere troppo prominente? pensai) ripassandolo più volte con le mani, mi avviai su per le scale, verso l’appartamento del Signorino Berty che era al terzo piano: praticamente un enorme loft al posto della vecchia soffitta.
E fu quando arrivai al pianerottolo del secondo piano che mi fermai di botto sentendo, chiaramente, provenire da lì dei mugolii inequivocabili in quanto a senso: qualcuno stava scopando. Ma chi?
Ecco il turn point. Avrei dovuto togliermi i mocassini perché il tratto di scale che portava dal primo al secondo piano non aveva passatoia che servisse da “silenziatore”, e – come ero venuto – scendermene giù, da basso, e rientrare nel mio piccolo appartamento che stava nell’ala est della casa, dove una volta c’era la tinaia e guardarmi la cassetta di Astaire, a basso volume per non farmi sentire (anche se era quasi impossibile: era una vecchia fattoria dai muri e dai pavimenti molto spessi e chi abitava al terzo piano era come se stesse per i fatti suoi).
E così feci ma intanto quella cosa che non so come chiamare: coscienza, cuore, intelligenza, inconscio, volontà, amore, desolazione, storia, coazione a ripetere, aveva già girato la mia testa dall’altra parte per cui io camminavo come gli indovini nel Purgatorio di Dante con la testa arrovesciata cui faceva da petto la schiena e il deretano.
Non stavo certo per entrare nel giro dorato delle cose ma sentivo che stavo per accostarmici (cioè? Mi stavo accontentando come quel servo-cane di Stevens? Io, un maggiordomo? …). E arrivato al pianerottolo del primo piano, feci dietrofront e risalii le scale che avevo appena disceso. E completai l’opera arrivando al pianerottolo del terzo dove c’era una sorta di grande scavo nel muro e una finestra che dava sul retro della casa, sugli orti e sui giardini e, lì, decisi di concedermi una sorta di tregua: no, non sarei più tornato indietro, il giro di vite era stato dato e ora avrei fatto il conto con i miei fantasmi.
Intanto i mugolii continuavano: i soliti, eh: nel fare sesso ognuno crede di essere un inventore mentre le mosse e le varianti sono più o meno sempre quelle così come l’accompagnamento sonoro: mica dovrò farvene degli esempi, spero? Sarebbe oltre che comico, quasi impossibile. L’erotismo è pressoché indescrivibile (mai quanto la morte anche se conosco molti che li descrivono, sia l’uno che l’altro – ma io sono un diarista mica uno scrittore). Capisco che date le arie che mi sono dato all’inizio citando come miei maestri i grandi cronachisti del fulgido grand siècle francese, dovrei, dovrei proprio essere un tantino più preciso. Attendete un po’ e qualcosa della “visione” che ebbi vi sarà pur descritta ma non pretendete troppi cazzi o fiche o succhi.
Alla fine di questa pausa che mi concessi, mi incamminai lungo il corridoio che portava al grande slargo del loft e che – senza raggiungere il soffitto – separava la stanza da letto del Signorino Berty da tutto il resto. La porta della stanza era aperta (io camminavo rasente al muro). Ma non potevo certo spiarli da lì. E prendere la scala che stava nello sgabuzzino al secondo piano mi avrebbe di certo fatto fare del rumore e in quella stanza qualche precedente voyeur mica poteva aver aperto un pertugio da cui osservare cosa vi capitava dentro: non era una casa di appuntamenti approntata all’uso come quella descritta da Proust nel suo romanzone che a volte pare scritto più per confessare queste cose che per altro (gelsomini, madéleines, campanili).
E, invece, con mia gran sorpresa, notai che, dalla parete appena al di là della porta, correva da un certo punto ad altezza d’uomo fino al pavimento, un tubo di luce e di pulviscolo. Quindi il pertugio c’era? Fatto da chi e perché? Decisi che mi sarei occupato di questi problemi poi, nella mia stanza. Ora dovevo attraversare lo specchio della porta senza farmi vedere da loro due e per farlo dovevo buttarmi alla cieca sperando che “chi scopava chi”, in quel momento, mi desse le spalle. Se fosse stata lei (o un lui?) a imperniarsi sul cazzo del Signorino Berty, guardando verso fuori, neanche lo scudo magico del nibelunghi mi avrebbe salvato.
Mi buttai e fui fortunato: stavano (lui/lei era una lei) nella più corretta delle posizioni: quella del missionario e, quindi, non mi poterono vedere. Io applicai subito l’occhio al foro e mi godetti un po’ di colpi ben assestati dal Signorino Berty a questa “lei” di cui non avevo ancora visto la faccia e, mi si rizzò subito il coso. Fu allora che lui le si levò di dosso e si mise a pancia in su (in attesa, suppongo, che lei lo stimolasse con qualche pompineria) e così potei vedere la faccia di “lei”, tenuta su da due cuscini.
Era la Signorina Susy, sua sorella.
E io fui in trappola. Anche lo avessi voluto, ora, non mi sarebbe stato più possibile staccarmi da quella visione. Io ne ero diventato parte ed era come se io fossi lì con loro, al centro sì, della cosa, ma questa cosa era la loro corruzione. Oh oh oh! Niente di sublime, niente Agate e Ulrich che rifondano il mondo tramite un incesto fratello sorella. Niente di tutto questo: piuttosto una sovrana e volgare (si potrà essere “sovrani” e”volgari” allo stesso tempo, mi chiedo, ora …?) indifferenza. Avevano cominciato da piccoli – magari con i figli dei fattori anche se la loro mammina aveva proibito loro di averci niente a che fare. Ma – lo si sa – una e più fattorie e campi e orti, concedono tanti di quei rifugi dove la promiscuità sessuale può sfoggiare la sua polimorfia originaria senza che nessuno possa farci niente che quel divieto fu subito lettera morta e i due Signorini poterono – innocentemente? – mettere in pratica molte cosine che i loro amichetti avevano visto fare dalle bestie nelle stalle. Ma di loro aggiunsero un bel po’ – dove mai avevano letto di pompini, per esempio e perché mai il Signorino Berty, a volte, pretendeva che i suoi amici entrassero nel suo piccolo e sempre un po’ sporco pertugio?
E io come so tutto questo? Non lo so: lo immagino perché – più o meno – è quello che è capitato a tutti: va bene … anche a me.
E perché li vidi fare proprio tutte quelle cose che uno si immagina di dover fare a letto mettendo in pratica una sorta di protocollo del sesso ed ora non aggiungerò più una parola su quello che vidi. Su quello in cui ero visto.
So solo che quello non era un “incesto” ma solo della pornografia.
L’incesto - vedi vocabolario etimologico – viene da incestum, latino, “ciò che non è puro” e quei due stavano svolgendo una pratica stranamente volgare nella sua purezza. Non intendevano sformare il mondo facendogli perdere la sua purezza per poi rifarne uno nuovo. Stavano solo scopando e questo non ha niente di così impuro.
Ero solo io che avevo perso la mia “purezza” e non certo perché assistevo (essendovi parte) ai loro giochini (ad un certo punto mi è sembrato che la Signorina Susy mi sorridesse), ma perché, anziché trovarmi nel centro dorato ed immobile e pur sempre in moto delle cose, mi ero trovato nella sua periferia pornografica e sociologica.
Servo di questi servi del demonio. D’un demonio spiccio, meschino, cialtrone, miope che credendosi al centro delle cose – anche lui (per altro lusingato da quel furbastro di Cristo che lo proclama Signore di questo Mondo e non è vero: a volte paiono patteggiarselo, il mondo …) – anche lui dicevo, non ne stava che molto lontano in uno spazio intermedio tra un serial killer e una casalinga.
A cosa stavo assistendo in questo sordido Nord-Est italiano? A cosa mai? A due squinzi, fratello e sorella, che essendosi annoiati dai Sanmontana e non avendo trovato nessuno con cui fare del sesso, lo facevano tra di loro?
Rifaccio: oh oh oh – ed io che sono sempre stato in attesa di una qualche epifania. Idiota, stra-idiota e vile.
Sul Monte Athos, forse, nel deserto, al Polo Sud, forse.
No – tu sconcio scrittore che ti camuffi da diarista, umile come Uriah Heep, molto umile e come lui altero e stronzo – pretendevi che l’epifania ti si manifestasse tra un collocamento di azioni o un dialogo su Gucci e Prada (che non sono neanche tanto più in), qui in questa terra piatta, afosa, che parla un dialetto osceno, in cui una fabbrichetta, un capannoncino non si negano a nessuno, una casa da geometra, tra vecchi volgari che non sanno morire e darebbero fuoco a tutti i mussulmani (ora vanno di moda loro: prima erano solo marocchini: dall’etnico al religioso), girando per negozi trendy con un minimalismo d’accatto e merce tutta uguale e che poi chiudono e si chiedono perché mai tocchi a loro e non al loro vicino: toccherà anche al loro vicino. Si calmino.
Che il fuoco divori tutta questa bruttura di cui anch’io, ora, faccio parte.
Non so cosa farò per recuperare la mia “aristocrazia” – non lo so proprio.
Alcuni giorni dopo lo stronzo Signorino Berty venne da me, nel mio piccolo appartamento e mi offrì un bel po’ di soldi perché non dicessi niente ai suoi. Lo guardai sorridendo e, presa la busta, la buttai nel cestino che era rigorosamente vuoto (lo svuotavo ogni ora) e le diedi fuoco. Il piccolo stronzo si gettò con un urlo sul cestino e prima che riuscissi a strapparglielo via, si scottò le dita inutilmente.
“Si calmi signorino (chiaro che ora dicevo signorino come se dicessi, ehi, tu, piccolo pezzo di cacca). Non dirò niente comunque. E’ il mio regalo d’addio. Domani me ne vado anche se non sono affatto sicuro, con ciò, di liberarmi di voi.”
E, così detto, gli feci capire che se ne poteva andare o, più, elegantemente, che poteva togliersi dalle palle, rimettendomi a leggere un libro che avevo scoperto di recente: “La nube oscura della conoscenza”.
Chissà che non trovassi traccia della strada che avevo perso.