L’altra sera (o una di queste altre sere passate), ero seduto in terrazzo e il sole era tramontato da poco dietro al profilo delle case e delle antenne, ma essendoci un fronte di nubi che si stava avvicinando all’orizzonte si era creato una sorta di intercapedine di puro azzurro. Le piante erano diventate nere e lungo una grondaia c’erano dei colombi che tubavano sommessi e chissà perché mai la città in quel momento era perfettamente silenziosa.
E’ stato qualcosa di piuttosto inquietante ma non di pauroso.
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Tempo fa Tashtego mi accusò di non avere un metodo e quindi (neanche tanto implicitamente, mi ha dato del presuntuoso) che non dovrei affrontare analisi di qualsivoglia lettura. Vorrei tornare brevemente sulla cosa.
Non sono un critico letterario ma un lettore e, come tale, credo di dovere al testo solo quello che ho sempre detto: sguardo acuto, attenzione (che, dice qualcuno, è una forma di preghiera). Stupore.
Il metodo non ce l’hanno più, ormai, che nei campus nordamericani dove ancora si suddividono per tribù: decostruttivisti, neofemministi, africanisti, ecc.
I nostri critici – leggili bene – si sono abbandonati da quel dì al “pesco dove capita”. Parlano dei fatti loro, insomma, hanno un po’ bloghizzato la loro scrittura.
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Alcuni trovano “violenti” i contenuti dei libri di Flannery O’Connor.
E’ una considerazione molto superficiale.
Sono i suoi libri stessi, il fatto che li ha scritti, che è violento.
Ho provato questa sensazione leggendo il “Il cielo è dei violenti”. Ho capito il suo trucco: lei finge di voler essere letta: in realtà vuole convertirti.
(C’è poi un ammasso di “come”, paragoni, che alla fine diventa quasi intollerabile: tutte piuttosto belle, eh, qualcuna stupenda. Ma …)